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INSTRUMENT JAM | COMPAGNIA Zappalà Danza

23 GIUGNO 2021 | PALCOSCENICO DANZA – TEATRO ASTRA TORINO

Se ti senti fermo, vai in un qualche luogo. Una volta arrivato, aspetta. Ascolta per qualche minuto, e poi riparti. Se ti manca qualcosa, vai in un qualche luogo. Una volta arrivato, ascolta. Aspetta per qualche minuto e poi riparti. Se ti senti fermo e ti manca qualcosa nello stesso momento vai ad uno spettacolo di danza. Colmerai mancanze, e raggiungerai luoghi.

È successo questo mercoledì 23 giugno con l’esibizione della compagnia Zappalà Danza in occasione del festival Palcoscenico Danza al Teatro Astra di Torino. 

La performance era stata inserita dal direttore artistico Paolo Mohovic nella stagione 2020, ma per cause note a tutti è stata annullata. Fortunatamente, dopo un anno, abbiamo avuto la fortuna di poter assistere a questo lavoro di sintesi, che riunisce un filone coreografico formato da Instrument 1Instrument 2, e Instrument 3, rispettivamente dedicati a tre strumenti musicali della tradizione siciliana e non: i marranzani (scacciapensieri), i tamburi, e lo hang. 

Instrument jam, includendo tradizione e modernità, ci mostra una Sicilia tanto genuina e forte quanto fragile e compromessa. La scenografia è essenziale e meravigliosa: tre pareti bianche realizzate con un tessuto che riprende i disegni da “ricamo della nonna”, e alcuni fari di taglio. La scenografia è essenziale e meravigliosa: tre pareti bianche realizzate con un tessuto che riprende i disegni da “ricamo della nonna”, e alcuni fari di taglio.

Non ci si accorge subito, se non dalla voce, che i danzatori sono tutti uomini. Indossano un abito e un velo in testa di colore nero, e tacchi. La scelta di utilizzare come effetto di scena il fumo rende l’atmosfera molto spirituale e ci ingloba in un rituale fatto di camminate ritmate e voci che ripetono una sorta di mantra “Piulu Paulu”, storpiatura dell’incipit di una filastrocca siciliana. Una volta tolti i tacchi e indossato un abito color carne, la scena si trasforma per diventare spazio di duetti e momenti di gruppo accompagnati dagli strumenti che vengono suonati dal vivo dietro il fondale bianco e da cui si intravedono i corpi dei musicisti. 

ph Serena Nicoletti

Lo sguardo dei danzatori è molto spesso rivolto verso qualcosa che non sembra appartenere al luogo in cui siamo seduti, forse guardano la Sicilia da lontano mentre noi grazie a loro la possiamo osservare da vicino. Una Sicilia viva, irrazionale, calda, vigorosa. 

Voce e danza si intrecciano perfettamente, anche in un momento di sola conversazione tenuto al microfono da un danzatore, che ci parla di spagnolo e ci racconta di essere un corpo, ma anche uno strumento. La danza di Roberto Zappalà è leggibile, pulita, muscolare ma non meno morbida, e sporcata in alcuni momenti da un linguaggio legato ad una ricerca forse più intima, meno tecnica. 

Il messaggio inviato al pubblico arriva soprattutto grazie alla gestualità del quotidiano, una gestualità “all’italiana” che non possiamo ignorare, fatta di azioni che connotato e caratterizzano luoghi e culture, vite e usanze. 

Silvia Urbani

Credits

COREOGRAFIE E REGIA ROBERTO ZAPPALÀ 

MUSICA ORIGINALE (DAL VIVO) PUCCIO CASTROGIOVANNI 

DANZATORI ADRIANO COLETTA, ALBERTO GNOLA, ADRIANO POPOLO RUBBIO ROBERTO PROVENZANO, FERNANDO ROLDAN FERRER, SALVATORE ROMANIA, ERIK ZARCONE 

AI MARRANZANI (SCACCIAPENSIERI) PUCCIO CASTROGIOVANNI 

TAMBURI ARNALDO VACCA 

HANG SALVO FARRUGGIO 

TESTI DI NELLO CALABRÒ 

LUCI, SCENE E COSTUMI ROBERTO ZAPPALÀ  

MANAGEMENT VITTORIO STASI 

ASSISTENTE DI PRODUZIONE FEDERICA CINCOTTI 

UFFICIO STAMPA VERONICA PITEA 

INGEGNERE DEL SUONO GAETANO LEONARDI 

DIREZIONE TECNICA SAMMY TORRISI 

DIREZIONE GENERALE MARIA INGUSCIO
PRODUZIONE SCENARIO PUBBLICO – COMPAGNIA ZAPPALÀ DANZA – CENTRO NAZIONALE DI PRODUZIONE DELLA DANZA

LA COMPAGNIA ZAPPALÀ DANZA È SOSTENUTA DA MIBACT E REGIONE SICILIANA – ASSESSORATO TURISMO, SPORT E SPETTACOLO

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Beat di igor x moreno | loop di farforyo

22 giugno 2021 | Festival Interplay – Mosaico Danza presso Lavanderia a Vapore a Collegno

Non si è mai del tutto preparati ad uno spettacolo di danza contemporanea, a meno che tu non l’abbia già visto. E anche su questo si potrebbe discutere. Questa volta non si era preparati per niente, perché BEAT di Igor x Moreno scardina molta di quella tradizione che ci si aspetterebbe, ed è un gran bene che lo faccia. 

Gli spettatori della serata conclusiva del festival di danza contemporanea Interplay 2021, organizzato come ogni anno da Mosaico Danza con la direzione di Natalia Casorati, si raccolgono fin da subito nel foyer, dove l’energia che si respira è di quelle buone, che calmano e preparano. Andando poi a prendere posto l’allestimento scenico traghetta e riorganizza le vibrazioni positivegià presenti in entrata: da un lato una dj già all’opera con un live set di musica elettronica, dall’altro un light designer, mentre nel palco una pedana quadrata con dietro tre tende protagoniste di un disegno geometrico tridimensionale. 

ph Andrea Macchia
ph Andrea Macchia

Il sound design prende sempre più forza, e si irradia nello spazio quando arriva la danzatrice (Magherita Elliot), posizionata al centro della pedana. È lì che intende rimanere per tutta la durata della performance. Ciò che colpisce fin da subito della performer, vestita con abiti casual e sportivi, è che sembra non avere i denti. Questo dettaglio spiazza e disarma tutto il pubblico: circondata da una luce di un bianco ottico accecante, la figura risulta addirittura non umana.

Ma ciò che ancor più colpisce è il suo linguaggio corporeo, in costante dialogo con lo spettatore e con il proprio io. Le luci molto forti e la musica molto alta fanno da ornamento ad un’indagine che si serve in particolar modo dell’espressione del volto e della gestualità delle mani, di immediata riconoscibilità perché tratte dalla quotidianità. È una conversazione alla pari, nella quale il pubblico viene interpellato, istigato, reso partecipe. Il movimento nasce da una danza contemporanea di ricerca unita ad influenze tratte dal voguing e non solo, che rendono il codice coreografico ibrido e molto personale.

Da menzionare, i meravigliosi contrasti che vanno a crearsi tra musica/luci e corpo, che mantiene quasi sempre una costante di tranquillità grazie ad un’investigazione controllata e consapevole. È tutto un gioco che gioco non è. La provocazione non è velata e le azioni della performer portano il peso degli argomenti trattati. 

ph Andrea Macchia

L’apice si raggiunge con un’intermittenza psichedelica delle luci, preludio di un loop di movimenti che sembra non fermarsi mai: saltelli ripetuti, tutti perfettamente identici e danzati con la stessa intensità. Nel mentre il pubblico viene illuminato anch’esso, quasi a diventare coprotagonista. Il loop continua trasformandosi in incessanti oscillazioni del bacino a destra e a sinistra. Questa perseveranza del bacino premia Igor x Moreno per la scelta di rimanere in un luogo e in una condizione, che conducono il pubblico in una sorta di trance. Il momento di stasi-non stasi viene spezzato da movimenti circolari e luci in bianco e nero dall’effetto smorzante. 

E poi si ferma, la performer. E chiude gli occhi. Luci e musica iniziano la loro discesa in una calma finale e distensiva. Applausi fortissimi per la performance, e un applauso speciale per la giovanissima danzatrice che ha gestito 50 minuti di assolo con perfetto controllo, accompagnando tutti i presenti in un proprio substrato emotivo fatto di domande quotidiane, sempre le stesse, e di risposte anch’esse quotidiane, ma sempre diverse. 

ph Andrea Macchia

La serata avrebbe dovuto poi continuare all’aperto, ma la tempesta di grandine del pomeriggio ha costretto l’organizzazione ad allestire la seconda performance nel foyer. La compagnia Farforyo, guidata dal giovane coreografo russo Evgeniy Melentyev, porta in scena LOOP,  un duo dove equilibrio e velocità vincono su tutto. I due danzatori entrano dall’esterno e riempiono tutto lo spazio con un’energia controllata, fluidissima e in costante movimento. Il linguaggio è contact improvisation contaminato da elementi di breaking e movement design. Le braccia dei due danzatori compongono figure sempre diverse e sempre più veloci, rimanendo pulite e “oliate”.

ph Andrea Macchia

È una lotta giocosa e incessante, dove tempo e sincronia sono perfetti. Il pubblico è per metà seduto per terra ed è veramente vicino all’azione, che ti ingloba senza sosta, pur non schiacciando né comprimendo lo spazio. L’interazione sociale è al centro di questa indagine che crea connessioni rapide ma costanti, come quelle che in fondo viviamo anche noi tutti i giorni. 

ph Andrea Macchia

Silvia Urbani

Credits 

BEAT

coreografia Moreno Solinas, Igor Urzelai

con Margherita Elliot

dj Martha, Anna Bolena
lighting designer e responsabile tecnico Seth Rook Williams
scene e costumi KASPERSOPHIE
dramaturg Simon Ellis
consulenza esterna Alberto Ruiz Soler
production manager Fergus Waldron
prodotto da Sarah Maguire
movement advisor Olmo Hidalgo
co-produzione Theatre de la Ville
finanziato da National Lottery through Arts Council England
commissionato da The Place, The Lowry and Cambridge Junction
con il supporto di the Spanish Embassy Office of Cultural and Scientific Affairs, Siobhan Davies Dance, Dance4, TIR Danza, Workshop Foundation, Dantzagunea, l’Animal a l’esquena, BAD Festival, S’ALA and The Point

LOOP

coreografia Evgeniy Melentyev
con Evgeniy Melentyev e Alkesei Sidelnikov

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RISVEGLIO DI PRIMAVERA

Nella Sala Piccola delle Fonderie Limone è andata in scena, dopo 18 repliche, l’ultima rappresentazione di “Risveglio di Primavera” di Frank Wedekind tradotto e riadattato da Gabriele Vacis e alcuni dei giovani attori (Davide Pascarella, Enrica Rebaudo, Gabriele Mattè, Erica Nava) che insieme agli altri interpreti sono i neodiplomati della scuola del Teatro Stabile di Torino.

UN SISTEMA DI MUTAZIONE COMPLESSO

Una classe. 

La maturità appena vissuta, o ancora da vivere, nell’aria. 

Il ricordo di un anno che, come nel testo di Wedekind, ci tende la mano come amico fidato, mano putrefatta, ma che abbiamo imparato a conoscere, immateriale, che ci appare tanto reale quanto familiare, che ci vorrebbe privi di corpo a planare nelle case, “perchè questa è la vera vita” dice Moritz morto suicida all’amico Melchior che vorrebbe seguire il suo esempio. “Vieni con me e potremmo essere in ogni luogo” entrare nelle case – e vien da pensare: magari attraverso i cavi invisibili della rete –  quanto ci è familiare tutto questo. 

ph Andrea Macchia

Ma lo spettro di quest’ultimo anno che aleggia su tutti noi, spettatori e attori, viene allontanato dall’irrompere di una figura femminile che nel testo di Wedekind viene indicato come L’Uomo Mascherato, a cui l’autore dedica la stessa opera, e c’è da chiedersi chi sia questo misterioso personaggio. Moritz se lo chiede e glielo chiede invano. In Note a un commento di Lacan su “Risveglio di primavera” di Frank Wedekind riportate da Roberto Cavasola su journal-psychoanalysis.eu si legge:

Che cosa dice l’Uomo mascherato a Melchior? “Hai fame, vieni a mangiare, hai freddo, vieni a riscaldarti”. In una parola lo invita a occuparsi del proprio corpo, gli ricorda che il suo corpo è un corpo vivo, e lo allontana dallo spettro di Moritz che cerca di portare il suo vecchio amico tra i morti.

Nello spettacolo messo in scena da Gabriele Vacis L’Uomo Mascherato è rappresentato da una figura femminile che appare dopo essersi tolta la camicetta, si “disvela”, che sia la verità? che sia la bellezza? che ci strappa alla notte buia di una vita senza corpo e ci ri-porta alla luce, in un nuovo “venire al mondo”?

Un nuovo “venire al mondo” come quello che vivono i personaggi raccontati da Wedekind, che fanno i conti con il periodo più critico della vita: l’adolescenza. Come quello che provano i giovani attori in scena, alla loro ultima rappresentazione dopo un percorso durato 3 anni. Entrambi sull’urlo di un baratro, e allora che fare? 

Ph Andrea Macchia

Forse ri-pensare il corpo, come vorrebbe la fenomenologia, in quanto espressione dell’essere-nel-mondo, considerare i corpi come necessità di ogni individuo di disegnare il proprio progetto esistenziale. Semplice no?!? Anche se c’è da perderci la testa!

La quarta parete è spesso abbattuta. Il gioco del teatro, mai celato, in alcuni momenti è persino dichiarato. Si assiste a una simmetria perfetta, in equilibrio precario sulla soglia tra il dentro e il fuori: dell’essere esistente di cui il corpo è soglia; tra il dentro e il fuori della realtà e della verità di cui il teatro è soglia. Corpi vivi tra corpi vivi nello spazio del teatro che è il limen tra la vita e la morte.

Andrea Macchia

Il limen – dice Anna Maria Staubermann riprendendo Andrea Gentile in “Filosofia del limite” – è come un lungo corridoio o un tunnel che rappresenta il passaggio della nostra soggettività verso un nuovo orizzonte: il limen è una fase o uno stato soggettivo di transizione, passaggio, trasformazione che si configura e si caratterizza nella sua dinamicità.

E’ senza dubbio uno spettacolo sul limine quello a cui assistiamo ed è per questo che si rivela al contempo meta-teatrale. Non per la dichiarazione di esserlo, ma semplicemente perché lo “è”. 

In un tripudio di vita, i corpi sudano, saltano, muovono l’aria e scompigliano i capelli di chi è seduto in prima fila. Sciame pieno di un’energia incontenibile tanto da oltrepassare le vetrate delle pareti di fondo e strabordare con tale irruenza fuori, nel cortile del teatro. Ma questa irriverente, incontenibile, energia è in realtà un illusione. Sono ben netti infatti gli argini contenitivi a cominciare dalle file di sedie ai lati dello spazio scenico, per non parlare delle fisse postazioni “microfonate”; le stesse vetrate in fondo, una volta rientrati, vengono chiuse e serrate definitivamente; la linea tracciata per terra che separa gli attori dagli spettatori non viene mai superata, se non con la punta del piede scalzo di qualche attore che, con l’audacia propria dell’adolescenza, cerca nella trasgressione la definizione di una propria e nuova identità.

Ph Andrea Macchia

Così ad ogni personaggio di Wedekind, afflitto dalle proprie turbe adolescenziali, viene restituita l’integrità della sua anima attraverso i diversi corpi, dei diversi attori, che si alternano nell’interpretarlo. E le 21 anime degli attori riescono ad emergere, distinte, dall’integrità di un unico corpo scenico, organico, che emerge possente da questo spettacolo corale. Un’unica anima (quella del personaggio) che vive in tanti corpi, tante anime (quelle degli attori) che vivono in un unico corpo scenico. 

Il respiro di questo unico corpo è la musica di queste 21 voci che, a volte accompagnate da singoli strumenti (un pianoforte, una chitarra, un flauto, un sassofono), a volte vibrando all’unisono o a canone con le sole corde vocali, scelgono brani noti e moderni che, più che da tappeto musicale alla scena, fanno da ponte tra un testo della fine dell’ottocento e l’oggi, dove paure e frustrazioni, speranze e aspettative di un allora che ci sembra così lontano non sono in realtà mai state così attuali e a cui i giovani attori dello Stabile restituiscono una genuina sincerità che gli appartiene.

Ph Guido Mencari

E’ nel contenimento di tale irruenza che si vede la mano pedagogica di Vacis, così che lo spettacolo possa essere non il rischio di un’avventata conclusione ma l’iniziazione di un rituale di passaggio. 

Ed io spettatore, tornato spudoratamente con il mio corpo nel-essere-nel-mondo, assito complice e argine a mia volta, necessario testimone di un rito iniziatico che ci fa “essere” e con Melchior ci fa dire “Addio Moritz” non è ancora il momento di abbracciarci. Quel salto nel baratro di un ignoto futuro è d’obbligo, sapendo che non è la fine ma un nuovo inizio.

da Frank Wedekind

traduzione e adattamento di Gabriele Vacis, Davide Pascarella, Enrica Rebaudo, Gabriele Matté, Erica Nava e della classe della Scuola per attori del teatro Stabile di torino 

con gli attori neodiplomati della Scuola del teatro Stabile di torino: Davide Antenucci, Andrea Caiazzo, Lucia Corna, Chiara dello Iacovo, Lucrezia Forni, Sara Lughi, Pietro Maccabei, Lucia Raffaella Mariani, Gabriele Matté, Eva Meskhi, Erica Nava, Cristina Parku, Davide Pascarella, Enrica Rebaudo, Edoardo Roti, Kyara Russo, Letizia Russo, Daniel Santantonio, Lorenzo Tombesi, Gabriele Valchera, Giacomo Zandonà

regia Gabriele Vacis

suono Riccardo di Gianni – assistente regia Glen Blackhall

Nina Margeri

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10MG

10mg parla della mercificazione della malattia attraverso il sistema pubblicitario. Sempre più frequentemente, infatti, attraverso il marketing e la pubblicità viene cambiata la percezione dei disagi quotidiani, che diventano vere e proprie malattie. La pubblicità funziona a tal punto da trasformare molte persone in pazienti e il farmaco, per costoro, diventa come una droga. I nomi dei farmaci usati in questo testo non sono reali, ma ogni malattia menzionata lo è poiché la realtà (come spesso accade) supera di gran lunga la nostra immaginazione.
Due sono i mondi che si muovono, come su binari paralleli, in questo testo: quello di una famiglia e quello di una casa farmaceutica. Nella prima, la Moglie e il Marito sembrano non comunicare e subiscono in modo diverso il problema di un figlio a cui è stato diagnosticato l’ADHD. Nella seconda, il Direttore marketing e la sua segretaria sembrano invece comunicare esclusivamente per ragioni lavorative: dopo aver concluso con successo la campagna pubblicitaria per un farmaco contro l’ADHD, stanno lavorando a una nuova per un prodotto contro il dolore da lutto.

Se in un primo momento il Dottore e il Direttore della pubblicità sembrano farla da padrone la fine dello spettacolo lascia aperta una riflessione: il mondo del marketing diventa succube e vittima dei prodotti da loro stessi creati, creando così un intreccio tra i due mondi, che risultano essere entrambi “malati”, l’unica soluzione possibile alla sofferenza è quindi il recupero di un po’ di sana umanità nelle relazioni e di ascolto reciproco.

La scenografia è nel complesso piuttosto efficace e cambia spesso, costruita con molti oggetti ma al contempo piuttosto minimalista e ricorsiva, l’elemento che colpisce di più è una grande mensola piena di medicinali che funge spesso anche da sipario nei cambi di scena.

Il rapporto con gli oggetti risulta convincente e di forte impatto visivo: gli attori colmano così – almeno in parte – attraverso il movimento espressivo quello che è sul piano della pura recitazione un livello che potrebbe essere definito “medio” ( se si considera il panorama attoriale italiano).

I costumi sono semplici ma rappresentativi e caratterizzanti: la suite da tipico imprenditore milanese per il Direttore del marketing, il camice per il Dottore e così via.

In generale si tratta di un testo originale, che ben si adatta anche alla situazione in cui ci troviamo oggi di pandemia da Covid-19 durante la quale tutti noi siamo stati sicuramente, più che in altri momenti della nostre vite, a contatto con la medicina e con la malattia. Il testo viene interpretato senza cadere in toni troppo drammatici riuscendo al contrario a strappare un sorriso insieme alla riflessione su un argomento così serio e così attuale.

Irene Merendelli

10 mg
di Maria Teresa Berardelli
Menzione speciale al Premio Hystrio Scritture di Scena, 2015
con Andreapietro Anselmi, Carolina Leporatti, Davide Lorino, Francesca Agostini, Lucio De Francesco
regia Elisabetta Mazzullo
scene e costumi Anna Varaldo
light designer Jacopo Valsania
musiche Bettedavis
Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale

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MORTE DI UN COMMESSO VIAGGIATORE

Ritornare a teatro dopo un anno e mezzo è una grandissima emozione. Farlo per uno spettacolo come questo di Jurij Ferrini, poi, rende tutto ancora più bello.

Alle Fonderie Limone di Moncalieri, all’interno della stagione del Teatro Stabile di Torino 2020/2021, sta andando in scena Morte di un commesso viaggiatore, opera in due atti del drammaturgo Arthur Miller.

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La Vita Davanti a Sé

Momò, dieci anni e molta vita davanti, vive a pensione da Madame Rosa, ex prostituta ebrea «con più chiappe e seni di chiunque altro» che ora sbarca il lunario prendendosi cura degli “incidenti sul lavoro” delle colleghe più giovani. Intorno a lui la variopinta, vitalissima e a volte disperata sarabanda del quartiere di Belleville, tra spazzini mangiafuoco e transessuali campioni di boxe, ruffiani cardiopatici e traslocatori di anziani moribondi, esorcismi tribali, vite che vanno alla rovescia e un’improbabile storia d’amore toccata dalla grazia.

L’ambientazione dello spettacolo è una Parigi romantica, che viene restituita da una scenografia ben architettata, a cui si accompagna la colonna sonora creata da Simone Campa ricca e suggestiva che richiama perfettamente sensazioni, sentimenti e situazioni che Momò, il giovane protagonista, vive e racconta. Insieme al suo Belleville Quartet, un ensemble multietnico con musicisti da Senegal, Marocco, Francia e Italia, lo spettatore viene di volta in volta accompagnato in scene musicali di terre lontane e riti voodoo, con percussioni e voci africane; passeggiate sotto la Tour Eiffel, con valzer e chansonnes francesi; echi di medioriente con musiche e ritmi arabi. Irrefrenabili ed entusiasmanti i momenti di malinconica gioiosità della musica yiddish e klezmer, tipica degli ebrei dell’Europa orientale. Molto suggestivi inoltre i commenti sonori e le didascalie rumoristiche, tra cui musiche di circo e di carillon sospesi nel tempo, effetti sonori per la sala di doppiaggio di un vecchio cinematografo.

Il tono dello spettacolo è tragicomico e se da un lato nelle parti drammatiche Silvio Orlando appassiona e coinvolge il pubblico, al contrario quando si tratta del momento comico e della battuta l’attore sembra faticare ad inserirlo nei tempi giusti. L’ironia quindi spesso non viene colta e accolta da chi ascolta, finendo così “ soffocata”, impedisce allo spettatore di concedersi quella risata liberatoria come virgola necessaria in un testo che non vuole essere per sua natura solo tragico.

Nel complesso si tratta di un testo piacevole da ascoltare e facile da seguire. Forse un po’ meno convincente il finale, una sorta di mini concerto dai toni festosi che vede coinvolto anche lo stesso Orlando come suonatore di flauto traverso, insieme all’ensemble musicale. Sarebbe stato forse più coerente chiudere il sipario prima, lasciando un po’ di amaro nella bocca dello spettatore, più in linea con la chiusura drammatica del racconto.

Irene Merendelli

Tratto dal testo La vie devant soi di Romain Gary (Èmile Ajar) ridotto e diretto da Silvio Orlando. Lo spettacolo è interpretato dallo stesso Silvio Orlando, con i musicisti diretti da Simone Campa: Cheikh Fall (kora, djembe), Roby Avena (fisarmonica)Gianni Denitto (clarinetto, sax)Simone Campa (chitarra battente). Le scene sono di Roberto Crea, il disegno luci di Valerio Peroni, costumi Anita Medici, assistente alla regia Maria Laura Rondanini.

Lo spettacolo, prodotto da Cardellino srl, sarà replicato al Carignano, per la Stagione del Teatro Stabile di Torino, fino a domenica 13 giugno.

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UN NEMICO DEL POPOLO – MASSIMO POPOLIZIO

“Il nemico più pericoloso per la nostra comunità è la maggioranza”

Un nemico del popolo di Massimo Popolizio è il vincitore del Premio Ubu 2019 come miglior spettacolo dell’anno.

L’Ibsen di Popolizio restituisce un clima molto più western dell’originale. Ambientato in una non precisata cittadina degli USA dell’Ottocento, Un nemico del popolo racconta la storia della lotta per la verità condotta dal dottor Thomas Stockmann (Massimo Popolizio), il quale scopre che le acque delle terme cittadine (le quali sono la maggiore fonte di guadagno per il paese) sono contaminate. Il dottor Stockmann vuole dunque rivelare a tutti il problema, appoggiato inizialmente da Hovstad (Paolo Musio), direttore del giornale “La voce del popolo”, Billing (Tommaso Cardarelli), redattore del medesimo giornale, e dall’editore Aslacksen (Michele Nani). Dall’altro lato del fronte vi è invece il sindaco Peter Stockmann (Maria Paiato), fratello di Thomas, che vuole manipolare l’informazione per interessi economici. Il sindaco infatti sa che i costi per la manutenzione sarebbero troppo alti e non appena comunica ciò a Hovstad, Billing e Aslacken, nessuno dei tre è più dalla parte del dottor Stockmann. Egli durante un’assemblea cittadina cerca di esprimere lo stesso la sua opinione in merito alla questione, ma viene tacciato come “nemico del popolo”, la sua casa viene vandalizzata e perde il lavoro. Nonostante tutto però il dottore decide di non andarsene dalla cittadina bensì di continuare a lottare, consapevole sia della sua forza sia della sua solitudine.

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