CREDERE ALLE MASCHERE – ROMEO CASTELLUCCI

Bianco. Un colore che riveste e inonda uno spazio chiuso, e che insieme restituisce una dimensione di infinite possibilità. La Fondazione Merz offre accesso a questo luogo in potenza , e il 6 ottobre alle ore 21 il pubblico occupa per intero le panche su tre lati. Ad ognuno viene consegnata una maschera, che copre il viso per intero e raffigura un volto umano, e le scatole da cui vengono prese riportano la fotografia di un uomo o di una donna reali.

Mentre prendono posto, gli spettatori si organizzano, si sistemano, si salutano, poi indossano la maschera. E aspettano. Si crea un’inevitabile intimità condivisa e manifesta, come nude formiche, uguali e differenti, che attendono il da farsi al ritmo di un suono morbido e cadenzato, un segnale continuo e artificiale. Una serie di oggetti sono introdotti con attenzione e cura, opere d’arte delicate e cariche di valore che si susseguono con un titolo, un nome che non corrisponde al codice significante/significato comunemente inteso.

Gli oggetti diventano soggetti, e sebbene sembrino “scomparire” da concetti precostituiti, la loro assenza ne prova l’esistenza, l’essenza ontologica priva di qualunque concetto a priori: il soggetto-oggetto non svanisce, ma si carica di un senso altro, in una ricerca di corrispondenze eventuali. “Confrontarsi con la possibilità che l’opera non esista”, sostiene Romeo Castellucci in un’intervista sul suo Amleto, “è la sua condizione più alta. E’ una questione di vita o di morte”. La performance costruisce una realtà portatrice di una nuova coerenza, con regole, analogie e linguaggi autonomi, e che per tali ragioni esiste. Si nota subito negli spettatori un ribaltamento o una conferma dell’impressione sull’oggetto presentato, una certa curiosità testimoniata dalle maschere che guardano, e quando non comprendono si guardano: la promessa del “non ci sono attori” di fatto propone, oltre a ciò che viene mostrato, un altro soggetto agente, il pubblico, che abita attivamente una maschera, uno spazio, protagonista anch’esso della performance, un melting pot perturbante di volti familiari e posture stranianti di entità che osservano.

In una struttura apparentemente non narrativa, si passa progressivamente da rarità a uso quotidiano, dalla dimensione materiale a quella astratta, dalla musica a frammenti di film, quando il meccanismo dell’aspettativa viene interrotto da un oggetto controverso, una sedia elettrica con il filo reciso, omaggio a Big Electric Chair di Andy Warhol, che attraverso una serie di opere l’aveva ritratta al centro di una stanza. Ciò che è d’impatto è la mancanza improvvisa di suono e la corrispondenza sullo schermo: “Sedia“. La stonatura è evidente, e la ricerca di senso convoglia in una posizione netta e riconoscibile: quella che vediamo non è soltanto una sedia, ma è ricca di qualcosa di incontrovertibile, di un immaginario certo e riconoscibile associato al dolore e alla morte. Dopo una lunga attesa, una maschera abbandona la panca per dirigersi con circospezione al centro, rompendo definitivamente la divisione attore/spettatore: la osserva, la tocca, torna al suo posto. Silenzio. Poi un’altra maschera, che questa volta si siede, viene “folgorata” e poco dopo si rialza, lasciando solo l’illusione di un possibile finale; silenzio. Poi un’altra ed un’altra ancora, per chi di nuovo uno strumento di tortura, per chi un altare, per chi qualcosa da esaminare, diffondendo un clima di partecipazione e timore insieme, come coinvolti in un gioco di cui si conoscono le regole ma non i limiti, chiedendosi se si è chiamati a rispondere. E’ davvero una questione di vita o di morte.

Un senso di inquietudine pervade la stanza, finché la “Sedia” non viene portata via e il pubblico è invitato ad uscire, in silenzio. Ancora una volta la privazione, in questo caso del suono, costituisce una drammaturgia, come le pause di una partitura in musica, ed è riprova di una presenza, che pur mancando si può percepire come reale, una sospensione sconfinata senza applausi rituali. Lo spettacolo sembra durare oltre: usciti da questo nuovo mondo con un viso fittizio al fianco, ricordo dell’esperienza, come nude formiche, uguali e diverse, si torna alle proprie vite domandandosi a cosa credere. Alle maschere e ai loro racconti, ad un nuovo universo possibile, alla consapevolezza di contenere in se stessi, in fondo, la concreta possibilità della propria assenza.

di Romeo Castellucci

collaborazione drammaturgica Piersandra Di Matteo

assistenza artistica Sergio Scarlatella

con Luca Nava, Sergio Scarlatella

direzione tecnica Eugenio Resta

manufatti artistici Filippo Zimmermann & Plastikart Studio

tecnica Andrei Benchea

tecnica elettrica Andrea Sanson, Giacomo Calli

direzione della produzione Benedetta Briglia

produzione Caterina Soranzo

produzione Societas

co-produzione Triennale Milano Teatro, Vienna Festival (Wiener Festwochen) / Free Republic of Vienna, Grec Festival Barcelona 2026, Transart – Festival for contemporary cultures

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