Luci rosse, un palo da pole dance, un pornoattore, una madre e una figlia: non si tratta sicuramente della classica rappresentazione teatrale. Questo è lo scenario iniziale di un dramma dal carattere conferenziale che pone al centro della sua indagine temi universali quali l’amore, la famiglia, la violenza.
Per la prima volta in Italia, l’affermata artista brasiliana Janaina Leite porta in scena alla trentunesima edizione del Festival delle Colline Torinesi il suo Stabat Mater e altri due spettacoli, Deeper One e The Material and Immaterial Body in its Borderlines, tra le giornate dell’8 e del 10 ottobre.
Mezz’ora prima dello spettacolo Stabat Mater di Janaina Leite al Caffè del teatro si aspetta la performance inaugurale Mi Sciolgo Per Te realizzata dall’artista romana Guendalina Urbani, che ha meravigliato il pubblico dopo aver attentamente rotto due lastre di “vetro” verdi e averne mangiato un frammento, invitando gli spettatori a fare lo stesso: si trattava di zucchero. La performance, coerente con l’immagine di copertina del festival -segno d’artista realizzato dalla stessa Guendalina- ha in un certo qual modo prefigurato lo stupore che nello spettacolo a venire si sarebbe levato dal pubblico. Dunque, l’atmosfera già dapprima dell’ingresso in platea è cosparsa di inquietudine e imbarazzo, si sente un continuo vociferare bisbigliato, nessuno sa cosa aspettarsi: “C’è un pornoattore a teatro?”; “Chissà cosa accadrà sul palco!”; “Ma io mi vergogno!”- non c’è da meravigliarsi, è una naturale reazione per chiunque abbia letto il programma, non tutti i giorni a teatro si vede “recitare” un pornoattore con la regista e la sua vera madre.
All’ingresso in platea ad accogliere muovendo il bacino è proprio l’attore pornografico Lucas Asseituno ricoperto in volto da una maschera gigante di un cane e che non manca di girare tra il pubblico ed eventualmente farsi toccare. Le due altre attrici, Janaina con la madre Amália Fontes Leite, attendono, invece, dal palcoscenico, stringendosi più volte in un caloroso abbraccio. Finalmente in sala entrano tutti, le luci si spengono e lo spettacolo ha inizio.

La rappresentazione messa in scena da Janaina si divide in due parti, nella prima metà, che ha un carattere più da conferenza, ma senza rinunciare all’aspetto prettamente estetico-artistico, l’attrice-regista fa una dichiarazione di intenti: l’obiettivo è quello di ritornare all’origine, senza, tuttavia, meglio specificare il termine, che verrà successivamente declinato sia con le parole sia con l’azione teatrale-simbolica. Sempre nella prima metà dello spettacolo, Leite dissemina delle possibili chiavi di lettura dell’intera rappresentazione, degli indizi che potranno rivelarsi utili per sciogliere i “nodi” dello spettacolo, non semplice da decifrare e da seguire. Probabilmente la difficoltà stessa riscontrata nel comprendere il filo conduttore dell’azione teatrale è dovuta ad un preciso intento registico, ovvero la messa in scena del trauma o, sarebbe meglio dire, dei traumi in tutte le loro fasi, con un deciso scardinamento dell’ordine cronologico della narrazione che procede piuttosto per nuclei (nodi) concettuali.
Per quanto riguarda gli aspetti più simbolici dello spettacolo, a partire dal titolo Stabat Mater, e da alcuni passi citati dell’Apocalisse, messi in contrapposizione, o meglio, in correlazione con il tema predominante della violenza e della sessualità, si arriva ad una profanazione del sacro, che mette in evidenza come la brutalità sia già insita all’interno del codice culturale cristiano. E’ la Vergine (Parthenos) Maria ad essere fecondata, senza scelta, nel sonno – uno “stupro” spirituale, angelico, voluto e legittimato da Dio. È Maria allora il modello della donna perfetta: vergine e santa, madre del Messia, sposa dello Spirito Santo, come sottolinea Julia Kristeva nel suo saggio Stabat Mater che è stato sicuramente fonte di ispirazione per la regista: qui si specifica come il “mito” di Maria abbia portato la civiltà occidentale ad assorbire la nozione di femminilità dentro quella di maternità e, dunque, il dilemma della donna si muove tra -cito liberamente- “il riconoscersi in una forma di sessualità iper-astratta e universale” e il “viversi come differente, caduta e colpevole”. È chiaro che i concetti stessi di corporeità, fisicità e sessualità diventano, rispetto al modello cristiano, associabili al peccato.
Una delle critiche che Kristeva pone al femminismo dell’avanguardia riguarda il rifiuto della maternità come forma di opposizione allo stereotipo patriarcale, ma il rischio in cui si può cadere è di trascurare la realtà soggettiva vissuta da ogni donna, padrona del proprio corpo; la soluzione proposta, allora, è quella di coinvolgere le madri contemporanee per comprendere cosa comporti realmente la maternità.
Partendo da questi presupposti Janaina unendo magistralmente arte, spettacolo, religione, cronaca e autobiografia dà voce con la sua messa in scena a tutte le madri, ai loro sacrifici, alla loro responsabilità.
Vediamo quindi nella seconda parte dello spettacolo, proiettata sullo sfondo del palco, la registrazione del parto di Janaina: alla maternità viene data una nuova, più veritiera dignità fatta di dolore e supplizio, non c’è alcuna unione pacifica e sacra tra il corpo della madre e quello del figlio al momento del parto, piuttosto avviene una traumatica rottura, sia fisica, sia mentale e spirituale: con il taglio del cordone ombelicale la madre riconosce il figlio altro da sé, alieno, estraneo.
Ecco, quindi, che in un’altra scena Janaina con una corda tesa legata alla vita racconta un episodio del suo passato in cui per distrazione ha rischiato di perdere il figlio che correva sulle mura di un alto castello affacciato su un fiume, con calma innaturale -per non spaventare il bambino- la madre avvertita del pericolo da due passanti riesce ad avvicinarsi e a prenderlo in braccio. Janaina a questo punto dichiara che se si fosse spezzata la corda e, dunque se il bambino fosse precipitato, a cadere veramente sarebbe stata la madre, un’affermazione tanto semplice quanto enigmatica e, infatti, la parabola di carattere autobiografico racchiude verità più profonde: da un lato riprende l’episodio del capitolo 12 dell’Apocalisse di Giovanni, citato all’inizio dello spettacolo, in cui una donna incinta (probabilmente la Vergine Maria-Janaina) combatte contro un drago (Satana-distrazione) che vuole mangiarne il figlio e al momento del parto avviene una brusca separazione per cui il bambino si salva andando verso l’alto, verso il regno dei cieli e la madre ancora in pericolo (il trauma della perdita) fugge nel deserto (verso il basso, sulla terra). Dall’altro lato, l’episodio mette in evidenza la difficoltà del ruolo genitoriale, quella di stare (stabat mater); stare non equivale solo a “non fuggire”, ma a non intervenire, ad avere fiducia in un essere che è stato, ma che non è più parte di sé.
La maternità non è l’unico tema affrontato, lo spettacolo presenta almeno altre due linee guida che non mancano di intrecciarsi tra loro, da un lato quella della violenza, e dall’altro quello della sessualità, che trova nella scena pornografica proiettata sullo sfondo del palco il suo punto di Spannung.
La violenza viene declinata durante tutto lo spettacolo sotto forma di azione teatrale o, per lo più, sotto forma di racconti di cronaca autobiografica. Vediamo quindi la restituzione di un’esperienza di stupro subita dalla Janaina bambina e raccontata dalla voce mesta della madre, o la confusa visione da parte di Janaina del padre che impugna un Machete finto in uno strip club, in cui, sul palcoscenico, la stessa Janaina si esibirà con maschera e parrucca e ballerà la pole dance per il genitore (interpretato momentaneamente da Lucas Asseituno).
La violenza assume carattere universale e non più individuale quando si ritorna al tema dello “stupro divino” della Vergine, prefigurazione degli stupri inconsci subiti da molte donne: Janaina per prendere le veci delle vittime coinvolte da tali brutalità decide di iniziare la seconda parte dello spettacolo facendo finta di prendere una droga anestetizzante, ma bevendo realmente più bicchieri di gin tonic, mettendo così in risalto l’efficacia di una violenza su un corpo passivo. Non a caso, ricorda la stessa attrice-regista, giacere in molte etnie ha il significato di “intrattenere un rapporto sessuale”. Ma la violenza non è solo teorica, Janaina usa la sua “scenografia totem” per rompere vasi e ballare sopra i cocci rotti, per vomitare sangue finto o inscenare una dissacrante Pietà con la madre vestita come la Vergine Maria che tiene tra le braccia il pornoattore dopo essere stato “crocifisso” sul palo da pole dance.

Quasi giunti alla fine dello spettacolo si arriva all’attesa (in quanto sconcertante per il pubblico del teatro) scena dell’amplesso tra un pornoattore e Janaina, entrambi mascherati, e girata dalla madre della stessa. La scena arriva quasi in sordina a risolvere la tensione accumulata durante tutto lo spettacolo e diventa la punta dell’iceberg di una rappresentazione complessa e profonda che cerca di scandagliare l’animo umano attraverso la Parrhesia, concetto a cui Leite dichiara di essere affezionata e che equivale a quel legame che si instaura tra il dire, il fare e l’essere e che presuppone il rischio e, quindi, il coraggio di essere coerenti.
La coerenza è anche una prerogativa dello spettacolo, che ritorna sempre sugli stessi nodi concettuali presentati all’inizio e così i due punti di partenza, l’idea dello Stabat Mater -con la madre che rimane, nonostante tutto, sempre al fianco della figlia- e il ritorno alle origini vengono “risolti”, per lo meno sul piano scenico.
Durante lo spettacolo il pornoattore intima a Janaina che dentro di lei si trova un tunnel che conduce all’origine. L’operazione maieutica produce allora un effetto matrioska ed il tanto ricercato “finale arcaico”, l’origine, è da ritrovare, quindi, nell’utero materno, simbolo dello stesso amore che per la già citata Julia Kristeva sarebbe psicologicamente sede “della memoria arcaica uditiva e tattile che precede il linguaggio ed erige un velo sublimato sull’angoscia della finitezza” (in traduzione libera).
Il procedimento che richiama Janaina Leite, come più volte lei stessa ripete sul palco, è quello di un atto psicomagico, che consiste nella messa in pratica di un’azione simbolica che introducendo un altro livello di esperienza permette di uscire dalla sola riflessione teorica e approdare ad una nuova consapevolezza che riunisce emozioni e corporeità. Leite raggiunge così una catarsi che è propria di tutti, tanto degli attori, quanto del pubblico, che alla fine dello spettacolo, come dopo essersi svegliato da un sogno non ha più ben chiaro se quello a cui ha assistito sul palco fosse reale oppure no. Forse è proprio questo il sapore che Janaina Leite ha voluto dare al suo spettacolo disseminandolo di indizi e chiavi di lettura e, così, la rappresentazione scenica diventa un puzzle che lo spettatore cerca di ricomporre pezzo per pezzo.
Sofia Cappellani
di Janaina Leite
con Janaina Leite, Amália Fontes Leite, Lucas Asseituno
direzione artistica, scenografie e costumi Melina Schleder
suono e video Lana Scott
drammaturgia, assistente alla regia Lara Duarte, Ramilla Souza
assistente alla drammaturgia e contenuti audiovisivi Lillah Halla
luci Nara Zocher
produzione Ariane Cuminale – VUELA
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