Archivi tag: teatro astra

La Fatalità della rima. Giorgio Caproni suona al Teatro Astra dalla voce di Gifuni

Facce attonite, sguardi smarriti quando nel 2013 il nome di Claudio Magris faceva capolino nella prova di maturità. Stesse facce sbigottite, altrettanta meraviglia (nell’accezione greca: quella che terrorizza e ferisce) nel 2017 quando in luogo di Magris è Giorgio Caproni a fare la sua epifania nella tanto temuta prova. Il verdetto è inequivocabile: nella maggioranza dei casi la scuola non riesce a instillare una passione abbastanza intensa da valicare i confini didattici e dar vita a una ricerca letteraria personale che, cucendosi alle biografie personali, regali l’illusione di non essere soli.

Continua la lettura di La Fatalità della rima. Giorgio Caproni suona al Teatro Astra dalla voce di Gifuni
Please follow and like us:
error

Tito Rovine d’europa

In occasione della 24a edizione del Festival delle Colline Torinesi è andato in scena al ‘Teatro Astra’ di Torino, il 16 giugno, Tito Rovine d’Europa, il nuovo spettacolo di Michelangelo Zeno con la regia di Girolamo Lucania (già collaboratori per lo spettacolo Blatte, in cartellone nella stagione 2017/2018 del TST).

Lo spettacolo è ispirato al Tito Andronico di William Shakespeare, considerata la tragedia più brutale dell’autore inglese, e dalla rilettura di Heiner Müller Tito Fall of Rome che chiedeva al lettore di compiere l’operazione: «dismember/remember», cioè distruggere per ricordare, uno dei temi principali di questo dramma; inoltre, parte della troupe, come ha raccontato il regista a Mezz’ora con…, ha intrapreso un viaggio attraverso le ‘rovine’ d’Europa, che ha ispirato i vari componenti e ha fornito materiale utilizzato in seguito per la scenografia (come le fotografie di Vittorio Mortarotti) e per la drammaturgia.

Continua la lettura di Tito Rovine d’europa
Please follow and like us:
error

kingdom – agrupacion Señor serrano

Estamos bien!

Pablo Rosal prende il microfono, appoggiandosi ad una grande tavola. Lui e gli altri quattro uomini in scena, tutti dall’aria poco seria, a stento trattengono il riso. Sembrano trovarsi sotto ai riflettori quasi per caso, colti alla sprovvista. Eppure durante l’ingresso del pubblico in sala, quegli stralunati individui erano tranquillamente seduti sullo stesso tavolo, a proprio agio come nel salotto di casa, mentre osservavano la gente cercare il proprio posto.

Continua la lettura di kingdom – agrupacion Señor serrano
Please follow and like us:
error

INTERVISTA A LEONARDO LIDI – IL DITO

Leonardo, puoi presentarci il testo sul quale si baserà lo spettacolo Il Dito che andrà in scena sabato 22 al Festival delle Colline?

Il testo di Doruntina Basha parla fondamentalmente di due donne a confronto, due generazioni diverse che devono in qualche modo rapportarsi con un’assenza, un lutto, un fatto tragico. Anche se non conosciamo bene il destino del ragazzo evocato nel testo, possiamo in qualche modo supporlo. È la perdita di un uomo in guerra, che è il figlio di una delle due donne ed è il marito dell’altra. Come ci si può rapportare con un fatto del genere, che parla del significato dell’assenza? Da un lato, c’è la capacità di andare avanti, andare oltre, dall’altro l’impossibilità di riuscirci e, dunque, rimanere immobili, immobilizzati in quel dolore. E’ proprio la gestione del dolore il tema che vogliamo approfondire di più, un tema che è venuto spesso fuori durante le prove con le quattro attrici.

Ecco sì, parlaci di queste quattro attrici.

Continua la lettura di INTERVISTA A LEONARDO LIDI – IL DITO
Please follow and like us:
error

Quasi niente, Qohélet ironico di Deflorian/Pagliarini

Quasi niente, ultimo lavoro di Daria Deflorian e Antonio Pagliari, in scena alla ventiquattresima edizione del Festival delle colline è un ritratto autoironico e colto dell’uomo occidentale contemporaneo.

L’origine, l’idea generativa è Deserto Rosso di Antonioni, ma affiora poco nei discorsi degli attori, lo spettacolo infatti conserva una sua autonomia.

Immaginiamoci – noi contemporanei – come fossimo un quadro impressionista. Immaginiamo che un Renoir ci abbia detto di osservarci alla distanza di un braccio. Ebbene, con Quasi niente, Deflorian/Tagliarini disobbediscono: prendono uno specchio e ce lo mettono di fronte, ma non seguendo le prescrizioni del Pierre-Auguste. No, lo mettono vicino, mostrandoci la nostra inadeguatezza nei confronti della vita, la nostra scomodità nell’abitare il mondo e ci regalano la possibilità di ridere di noi stessi attraverso una delle armi più potenti dell’essere umano: l’autoironia. Lo fanno in uno spettacolo raffinato, pieno di riferimenti colti: dalla Munro a David Foster Wallace, passando per Mark Fisher e Han Kang.

Deflorian segue con grande efficacia la lezione di Peter Brook: la scenografia è essenziale – pochi mobili, tra cui una poltrona, collocati ai margini della scena – saranno poi gli attori a portarli più al centro, nel momento in cui li menzionano –  alcuni inizialmente ribaltati.

 Lo spettacolo è in mano agli attori, davvero notevoli, che attraverso gesti e tempi comici perfetti creano il mondo scenico. Teatro nella sua accezione più pura.

I cinque attori interpretano cinque manifestazioni diverse dell’uomo contemporaneo: Monica Piseddu è una quarantenne depressa, Daria Deflorian una sessantenne ipocondriaca e ansiosa, Francesca Cuttica, una trentenne che si sente buona a nulla, Bruno Steinegger e Antonio Pagliarini, rispettivamente, un quarantenne e un sessantenne, l’uno oppresso dal lavoro, l’altro omosessuale in solitudine.

Quasi niente mostra tante manifestazioni della sofferenza, denunciando, senza reticenze e senza smancerie, che stare al mondo è difficile, che la vita è storta e che vani sono i nostri tentativi di raddrizzarla. Inadeguate si rivelano le strutture con cui cerchiamo di dare un senso, un ordine nostro vivere. L’unica arma è l’autoironia, nell’attesa di un nuovo dolore.

Quasi niente è lavoro di grande umanità, come tale molto coraggioso, perché denunciando, con pungente ironia, il non senso, l’impossibilità della cura definitiva, questo Qohélet teatrale dà i necessari anticorpi per resistere alla società del Think positive! che ci pretende sempre performanti e ci illude di poter cancellare totalmente la sofferenza. Ribadendo con grande intelligenza che i momenti più vitali sono proprio quelli dei piccoli grandi tormenti. Non rimane che amarsi e ridere insieme: Quasi niente, ma non è poco!

Giuseppe Rabita

Please follow and like us:
error

HARLEKING / BROTHER – FESTIVAL INTERPLAY

Immaginate la potenza di una creazione capace di influenzare le rappresentazioni a distanza di cinque secoli. La commedia dell’arte riesce in questa impresa sconfinando nel mondo della danza con Harlekingdel duo italo-tedesco Gineva Enrico.
Ad aprire la stagione del festivalInterplaysono due giovani artisti che portano in scena un contemporaneo passo a due.La frivolezza della più celebre maschera della commedia dell’improvviso segue un canovaccio che prima lascia spazio all’improvvisazione per diventare sempre più vincolante. I riflettori si scaldano sui movimenti spontanei causati dalle contrazioni muscolari dovute al riso. Il mescolarsi del sogghigno con spasmi dovuti a conati non permette allo spettatore di rallegrarsi, e ricorda la fame senza freni della maschera originale. La forte gestualità passa attraverso la valorizzazione del corpo e delle pose attribuite all’Arlecchino del passato, in questo caso senza maschera, ma facilmente riconoscibile. La partitura diventa sempre più serrata fino ad entrare in un loop magnetico. La staticità delle gambe si contrappone al continuo moto delle braccia trasformate in arti meccanici e costrette ad eseguire una sequenza infinita sempre simile ma mai identica. Sorprende come il movimento dei due performer, nonostante si faccia minuto fino a ridursi al moto delle sole falangi, riesca ad ipnotizzare il pubblico.

“Brother” è una panoramica sul mondo del movimento. Marco Da Silva Ferreira, coreografo portoghese nominato Aerowaves Twenty18, utilizza i corpi dei sette performer come malleabile argilla prima della cottura. Presentando uno ad uno ogni danzatore, l’autore dona a ciascuno un momento solistico atto a mostrare le doti personali. Il movimento viscerale che caratterizza ognuno si distingue da quello degli altri compagni di scena per intensità, stile e utilizzo del corpo, dando così allo spettatore una varietà visiva fuori dal comune. Questa diversificazione la troviamo anche durante i momenti di insieme che, pur avendo una partitura ben  definita, lasciano la possibilità ad ogni interprete di dare un’impronta  personale  al gesto. Ritroviamo sul palco movimenti che percorrono la storia della danza fino ai tempi più recenti, nobilitando linguaggi come il voguing che difficilmente vengono illuminati dai riflettori di un palcoscenico di questo genere. Il sapiente utilizzo della musica dilata oltre al visivo la creazione di Marco Da Silva Ferreira creando echi dei versi primordiali prodotti dai ballerini durante lo sforzo fisico.

di Davide Peretti

INTERPLAY 2019
Associazione Culturale Mosaico Danza

HARLEKING
di e con Ginevra Panzetti, Enrico Ticconi
sound design Demetrio Castellucci
light design Annegret Schalke
costumi Ginevra Panzetti, Enrico Ticconi
illustrazioni e grafica Ginevra Panzetti
diffusione Marco Villari

BROTHER
direzione artistica e coreografia Marco Da Silva Ferreira
performers (fase creativa) Anaísa Lopes, Cristina Planas Leitão, Duarte Valadares, Filipe Caldeira, Marco da Silva Ferreira, Max Makowski, Vitor Fontes
assistente direzione artistica Mara Andrade
direzione tecnica e design luci Wilma Moutinho
musiche dal vivo Rui Lima and Sérgio Martins

Please follow and like us:
error

LE BARUFFE CHIOZZOTTE

Le baruffe chiozzotte, testo di Carlo Goldoni pubblicato nel 1762, è incredibilmente attuale. In esso ci sono emozioni che siamo abituati a pensare come primordiali, come la gelosia o l’esclusività dei sentimenti. Non manca ciò che si può chiamare differenza tra i sessi: la donna socialmente sottomessa all’uomo, che va per mare come pescatore, senza certezza di ritorno.

Continua la lettura di LE BARUFFE CHIOZZOTTE
Please follow and like us:
error

‘Frame’ di Alessandro Serra – Urli silenziosi

Il maestro Alessandro Serra, già vincitore del premio UBU 2017 e ANCT 2017 per Macbettu, ha portato in scena al teatro Astra, il 14 febbraio, un nuovo spettacolo: Frame.

In una sorta di commistione tra una pinacoteca, un’opera di teatro d’ambiente e di teatro danza, Frame racconta la solitudine, la quotidianità e l’amore attraverso il corpo degli attori dando vita ad alcune delle opere più famose del pittore newyorkese Edward Hopper (come, ad esempio, Automat, Morning Sun e Summer Interior). Continua la lettura di ‘Frame’ di Alessandro Serra – Urli silenziosi

Please follow and like us:
error

LA DANZA FRA MICHELA LUCENTI E IL DIAVOLO

“La verità fa sempre male, anche se è una falsa verità”. È questa la lezione che ci è stata impartita e che deve essere assimilata per poter affrontare le avversità della vita, qualunque esse siano, anche quando sono in gioco magie oscure e diaboliche. In fondo abbiamo assistito “alla storia di un mago, che per definizione altro non è che un attore il quale finge e interpreta tale ruolo; ma anche alla storia del Diavolo, che altro non è che un mago […]”.

La citazione, tratta dal capolavoro letterario di Michail Bulgakov, Il Maestro e Margherita, introduce queste note sullo spettacolo dalla struttura complessa cui abbiamo assistito, una scrittura scenica nata dall’incontro del regista Emanuele Conte con la coreografa Michela Lucenti. Il lavoro, prodotto dal Teatro della Tosse in collaborazione con Balletto Civile per le scene genovesi dello scorso anno, è stato ospitato presso l’Astra di Torino all’interno del cartellone di Palcoscenico Danza 2019.

Grazie alla presentazione del personaggio del Diavolo che, rievocando le parole del Faust di Goethe, si presenta come “[…] parte di quella forza che eternamente vuole il male ed eternamente compie il bene”, viene proposta sin dal principio una chiave di lettura e una sintesi di ciò che si andrà ad assistere: sarà proprio questo personaggio demoniaco il motore di tutto il racconto. Probabilmente, questo preambolo introduttivo ha aiutato anche gli estimatori più acuti del testo di Bulgakov a comprendere uno spettacolo connotato da un forte surrealismo.

“Questo è uno spettacolo che contiene un altro spettacolo che parla di raggiri, di frodi e di bugie”: queste le parole che hanno annunciato l’inizio di una pièce dai toni grotteschi, giocata su diversi livelli registici per narrare vicende ambientate in differenti tempi narrativi e dislocate su tre piani distinti, ovvero, lo spazio del palcoscenico nascosto dietro un sipario vermiglio, il proscenio, circoscritto da una fila di finti lumi, e la platea.

Singolare e apprezzata è stata la scelta di accogliere il pubblico in sala con la musica di un abile pianista, che si scoprirà essere un fedele seguace demoniaco. Attraverso le animazioni video, realizzate sapientemente da Paolo Bonfiglio, abbiamo preso parte a un cortometraggio nel quale sono stati usati dipinti a olio animati per rappresentare la storia di Ponzio Pilato, vicenda cuore del libro scritto dal personaggio de Il Maestro. Questo ingresso sembra evocare il cinema tedesco espressionista, coi suoi toni bicromatici e volutamente sperimentali.

Anche l’arte della Lucenti mostra un chiaro richiamo alle avanguardie storiche; per l’occasione la coreografa ha prodotto una danza essenziale, basata su pochi gesti codificati e su presenze di corpi volumetrici, studiatamente densi, ma al contempo leggeri ed eterei. Sottratte dal contesto spettacolare in questione, alcune coreografie sarebbero parse pure rievocazioni degli Anni Ruggenti e di un periodo spensierato e indimenticabile, altre si sarebbero potute definire composizioni astratte, dove la presenza attoriale è sublimata da disegni geometrici scomposti e ricercati.

In linea con la chiave stilistica, il regista ha voluto moltiplicare gli spazi, eliminando non solo la quarta parete, portando al di fuori del boccascena danze e azioni e avvolgendo il pubblico, ma ricercando anche l’abbattimento della quinta, quella parete metafisica che ci separa da un mondo di idee e di spirito. Unite dalla musica, le scelte registiche e i disegni coreografici hanno cercato dunque di condurre il teatro verso una nuova linea di ricerca, un nuovo sentiero, forse non ancora abbastanza esplorato e discusso, volto non soltanto ad avvicinare l’uomo alla rappresentazione teatrale, inglobandolo nell’azione, ma conducendolo verso un mondo immateriale, fatto di pensieri e riflessioni.

Certo è che la danza, senza la parola, non sarebbe stata compresa appieno. Ciò non deriva da una carenza espressiva delle coreografie o dei suoi interpreti, i quali, al contrario, si sono dimostrati abili seduttori visivi e tecnicamente preparati, bensì da un pubblico non più avvezzo a un’arte sperimentale e avanguardistica, sicuramente non facilitato dall’assuefazione a tutte le immagini stereotipate con cui quotidianamente convive. Nonostante questo, la Lucenti riesce a conquistare il pubblico, sfruttando una coscienza profonda della danza, del teatro e dei suoi meccanismi di interazione con lo spettatore.

Recensione a cura di Matteo Ravelli

Testo: Emanuele Conte ed Elisa D’Andrea,
liberamente ispirato al romanzo di Michail Bulgakov
Regia: Emanuele Conte e Michela Lucenti
Coreografie: Michela Lucenti
Assistenti alla regia: Alessio Aronne e Ambra Chiarello
Con: Andreapietro Anselmi, Fabio Bergaglio,
Maurizio Camilli, Pietro Fabbri, Michela Lucenti, Marianna Moccia, Alessandro Pallecchi,
Stefano Pettenella, Gianluca Pezzino,
Paolo Rosini, Emanuela Serra, Giulia Spattini
Impianto scenico: Emanuele Conte 
Animazioni video: Paolo Bonfiglio
Costumi: Chiara Defant
Luci: Andrea Torazza
Musiche: Tiziano Scali
Pianoforte e musiche originali: Gianluca Pezzino
Produzione: Fondazione Luzzati /
Teatro della Tosse e Balletto Civile

 

Please follow and like us:
error

Una giornata qualunque del danzatore Gregorio Samsa

Ogni persona che ha letto La metamorfosi di Kafka si è chiesta: chi era prima Gregor Samsa? Quali sogni demoniaci lo hanno trasformato in un insetto?

Lo spettacolo che abbiamo visto domenica 20 gennaio 2019 al Teatro Astra cerca di rispondere a queste domande focalizzandosi sull’incomunicabilità di Gregorio con il mondo circostante. Proprio per questo il protagonista si esprime attraverso la danza, cercando di trasmettere così la sua interiorità. In questo modo si isola nella sua arte, non c’è confine tra le prove e la vita vera. Gregorio si ritrova intrappolato all’interno della sua condizione di danzatore. Questa ricerca ossessiva avviene tramite ripetizioni altrettanto morbose dei movimenti che vanno ad intaccare la sua vita sentimentale e la sua quotidianità attraverso una sorta di frammentazione. Il protagonista è impegnato nella continua memorizzazione della coreografia in vista di un imminente debutto. La meticolosità con cui replica i movimenti è vista come una sfida con se stesso e la voglia di dimostrare agli altri la propria intimità che a parole non riesce ad esprimere. Una ricerca che non solo mira ad un perfezionamento artistico, ma soprattutto ad un senso di libertà. Il suo è un lavoro senza fine verso un’incessante ricerca della perfezione. Un mondo ideale nel quale rifugiarsi dalle frustrazioni che subisce e da tutto ciò che lo circonda.

Gregorio non sa gestire il suo spazio, il suo tempo e la sua routine, perché troppo immerso nella ricerca di ciò che non ha ancora individuato. In questo senso è significativo il finale, quando Gregorio corre, sul posto, verso una palla di luce accecante. Rincorrere qualcosa di indefinito è il dilemma del protagonista.

Lorenzo Gleijeses recita in uno spettacolo della durata di circa un’ora in una pura sospensione del tempo, dove l’immaginario si mescola con la realtà e l’atmosfera è sospesa in una dimensione astratta. La concretezza della vita quotidiana è identificata dalla televisione (che verrà simbolicamente distrutta) e da un robot che vaga per il palco senza meta, proprio come Gregorio.

Progetto di lunga gestazione, Una giornata qualunque del danzatore Gregorio Samsa è il prodotto di quattro anni di prove e cinque di idee. Nasce come creazione di Mirto Baliani (luci e musiche) e Lorenzo Gleijeses, con l’obiettivo di farlo rielaborare da diversi maestri per far sì che ognuno di loro apporti modifiche individuali. Il primo di questi è Michele Di Stefano, coreografo e performer, vincitore del Leone d’Argento alla Biennale di Venezia nel 2014. Il suo contributo si orienta verso la danza contemporanea.

Il secondo è Eugenio Barba, raggiunto in Danimarca all’Odin Teatret. Quando il regista vide Lorenzo Gleijeses recitare, suggerì subito La Metamorfosi perché i suoi movimenti gli ricordarono lo scrittore praghese. In una notte, proprio come la trasformazione di Gregor nel racconto, gli artisti Gleijeses e Baliani ibridarono il loro lavoro con i testi di Kafka. Questo entusiasmò Barba, che strutturò lo spettacolo in più fasi, tra cui l’inizio, focalizzato sulle prove, e la parte centrale sulla routine quotidiana. Possiamo individuare il lavoro registico di Eugenio Barba anche nell’attenzione dell’attore di “mettersi in forma” che, con estrema precisione dei movimenti, attira su di sé lo sguardo dello spettatore, riuscendo a trasmettere la drammaticità del suo corpo.

I suoni coincidono con le azioni e fanno concretizzare con l’immaginazione dello spettatore oggetti scenici inesistenti.

Nonostante Gregorio sia solo sulla scena, interagisce con altre figure attraverso diverse voci off.

Per cogliere ogni movimento ed effetto scenico altrimenti impercepibile, lo spettatore deve trovarsi frontale al palcoscenico. Proprio per questo il Teatro Astra ha delimitato i posti accessibili, modificando la conformazione stessa del teatro e creando uno spazio diverso.

Qual è il confine tra la sana ricerca artistica e la pulsione patologica? Dove si costruisce qualcosa e dove si distrugge se stessi e gli altri?

Accrescere la propria arte è il tema centrale sia realmente, per la modalità di creazione di questo spettacolo, sia metaforicamente all’interno dell’opera stessa.

E’ questo che causa la crisi dei rapporti tra Gregorio e gli altri personaggi ed è forse l’unico scopo del danzatore: trovare e, in un certo senso, trovarsi.

Alessandra Bina e Alessandra Botta

Una giornata qualunque del danzatore Gregorio Samsa, diretto da Eugenio Barba insieme a Julia Varley e allo stesso Gleijeses, prodotto da TPE, Nordisk Teaterlaboratorium e Gitiesse Artisti Riuniti. La consulenza drammaturgica è di Chiara Lagani.

Lo spettacolo ha avuto un’anteprima a inizio dicembre 2018, al Teatro Studio di Scandicci per la stagione del Teatro Nazionale della Toscana. Dopo le repliche all’Astra fino a domenica 20 gennaio andrà a Milano (Triennale Teatro dell’Arte, da giovedì 24 a domenica 27 gennaio) e a Bologna (Centro Teatrale La Soffitta, Dams, martedì 30 gennaio).

CON LORENZO GLEIJESES

REGIA E DRAMMATURGIA EUGENIO BARBA, LORENZO GLEIJESES, JULIA VARLEY

SUONO E LUCI MIRTO BALIANI

VOCI OFF EUGENIO BARBA, GEPPY GLEIJESES, MARIA ALBERTA NAVELLO, JULIA VARLEY

ASSISTENTE ALLA REGIA MANOLO MUOIO

CONSULENZA DRAMMATURGICA CHIARA LAGANI

SPAZIO SCENICO ROBERTO CREA

GLI OGGETTI COREOGRAFICI SONO FRUTTO DELL’INCONTRO CON MICHELE DI STEFANO NELL’AMBITO DEL PROGETTO58° PARALLELO NORD PRODUZIONE TPE – TEATRO PIEMONTE EUROPA – NORDISK TEATERLABORATORIUM – GITIESSE ARTISTI RIUNITI IN COLLABORAZIONE CON CENTRO COREOGRAFICO KÖRPER

Please follow and like us:
error