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IMPROVVISAMENTE L’ESTATE SCORSA – Stefano Cordella

Umanità sul menù

Una macchina schiantata giace come una carcassa al centro della scena, coperta inizialmente da un mucchio di foglie, che ci portano tra le piante carnivore tropicali del giardino di New Orleans, palcoscenico su cui aleggia ancora il fantasma del defunto Sebastian, definito come un sensibile poeta visionario da una parte e un uomo perverso dall’altra. Al teatro Astra assistiamo alla messa in scena dell’opera di uno dei più importanti autori del teatro americano, Tennessee Williams, un testo stratificato, caratterizzato da un aspetto profondamente personale e autobiografico da cui ancora oggi trasudano importanti riflessioni e insegnamenti.

In questa rappresentazione, i protagonisti dipingono un’umanità corrotta che tratta l’amore come un contratto dai commi e dai paragrafi perversi. Basti pensare al personaggio di Mrs Venable, che descrive il figlio come una sua proprietà in un rapporto malato, il cui contratto è stato rotto nel momento in cui quest’ultimo ha deciso di servirsi di un’altra donna, la cugina Catharine, per i suoi scopi. O ai personaggi di George e Mrs Holly, fratello e madre di Catharine, ossessionati dal denaro al punto dal voler distorcere la realtà, pur di arrivare a cannibalizzare quelli che sono i resti del defunto Sebastian. Un’umanità traviata, che ci ricorda per molti aspetti la nostra quotidianità, non solo per le guerre, ma per ognuno di quei piccoli abusi a cui si assiste tutti i giorni, che ci rendono simili agli uccelli carnivori che compiono il massacro delle tartarughe appena nate sulla spiaggia delle Encantadas.

Siamo noi esseri umani quello stormo di uccelli spennati pronto a banchettare con le tartarughe indifese sulla spiaggia o con le proprie stesse carni?

Altra presenza assente oltre al defunto Sebastian, è Dio, in questo caso visto come un’entità crudele che “mostra alle persone un volto feroce e grida loro cose spietate” rimanendo pur sempre distante, forse in orrore di fronte alla bruttura dell’essere umano e della sua fame non solo di ricchezze e risorse, ma di affettività, di favori, di corporalità, di altro. Un buco nero senza fondo che è la caratteristica umana che rende il testo di Williams davvero terrificante. Persino nelle nostre relazioni quotidiane, anche inconsciamente, creiamo contratti basati sul principio do ut des. Sembra molto raro incontrare una generosità o un affetto che sia davvero disinteressato. E allo stesso tempo, non ci possiamo permettere di immolarci sull’altare della generosità assoluta senza aspettarci di venire scarnificati. In una società fatta di apparenze, in cui ogni passo deve essere valutato con attenzione, ci ritroviamo pronti a presentarci appetitosi come voci di un menù, ma non sempre con un buon sapore o non sempre pronti a farci mangiare. Mai come oggi dobbiamo fare attenzione a non farci inghiottire da noi stessi o dai nostri simili.

Linda Steur

Di Tennessee Williams

Traduzione Monica Capuani

Regia Stefano Cordella

Con Elena Callegari, lon Donà, Leda Kreider, Laura Marinoni, Edoardo Ribatto

Scene Guido Buganza

Costumi Ilaria Ariemme

Disegno luci Marzio Picchetti

Suono Gianluca Agostini

Aiuto regia Noemi Radice

direttore di scena e capo macchinista Ruben Leporoni

Capo elettricista e datore luci Marco Grisa

Fonico Alberto lrrera

Sarta di scena Lucia Menegazzo

Produzione LAC Lugano Arte e Cultura

In coproduzione con Teatro Carcano Milano

Partner di produzione Gruppo Ospedaliero Moncucco – Clinica Moncucco e Clinica Santa Chiara Improvvisamente l’estate scorsa viene presentato per gentile concessione della University of the South, Sewanee, Tennessee

Pinocchio. Che cos’è una persona? – Davide Iodice

Croce della normalità

Siamo soliti guardare ad un ciocco di legno come ad un oggetto inanimato o uno scarto di lavoro. Proverei però a suggerire l’dea che invece possa rappresentare qualcosa di più: a ben pensarci, non è altro che una parte di un essere vivente che è stata tagliata via dal corpo di quest’ultimo.

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ANTIGONE – ROBERTO LATINI

È andato in scena al Teatro Astra Antigone di Jean Anouilh, con la regia di Roberto Latini.

Da un leggio è narrata al pubblico la storia di Antigone. Quando le parole sembrano finire, qualcosa ha inizio. Delle strisce pedonali, una strada a doppio senso, un confine sterrato. Sul fondo una fermata dell’autobus ed una cabina telefonica. Un luogo da attraversare ma che sembra trattenere: la panchina, il filo del telefono.

Antigone è una voce, una fonte sonora che si muove nello spazio della platea e che in un secondo momento si mostra in scena nel corpo di Roberto Latini. L’attore, come l’animale che cambia pelle, si prepara gradualmente a perdere la propria per mostrare quella di Antigone. Una maschera e un abito di raso nero vestono gli occhi azzurri e le braccia forti di Antigone che si mostra tanto nel suo dolore quanto nel suo coraggio.

Un duello tra opposti vede Antigone scontrarsi con Creonte, re severo contenuto in un corpo piccolo e compatto dal movimento risoluto e dalla voce forte. Se i personaggi di questa tragedia fossero un insieme di caratteri e di punteggiatura, Creonte sarebbe probabilmente un punto. Immobile e definitivo.

Al contrario Antigone è sottolineatura ripetuta, è scrittura che esce dai margini del foglio, un fascio di nervi, una gamba che trema, un pugno pieno di terra, una mano che sparge dignità su di un corpo ritenuto indegno, una freccia scoccata da un arco teso. Antigone non è sono una scelta, è tutte le sue conseguenze.

La tragedia apre a numerose riflessioni sul potere nelle sue molteplici forme. Dalle leggi dell’Antica Grecia ai conflitti del Novecento, fino alle questioni che ogni giorno viviamo sulla nostra pelle, tutto è potere e la dinamica tra Antigone e Creonte la vediamo ripetersi continuamente nella storia.

Dal testo di Anouilh e dalla regia di Latini emerge anche altro. La sensazione è di andare più a fondo, in quelle che sembrano essere le motivazioni personali, intime, di Antigone.

Non la vediamo solo come il simbolo della legge divina che si scontra con la legge degli uomini o come quello della contestazione civile nei confronti di un governo che non opera giustamente, bensì come una persona umana. Antigone non è solo disobbedienza, è anche sorella, è amante, è una giovane donna in costruzione di sé e del proprio ruolo nella famiglia e nello Stato.

Dai dialoghi tra Ismene ed Antigone si evince il rapporto complicato che quest’ultima ha con Polinice. Antigone, bambina, vorrebbe protezione ed affetto da lui che invece cresce libero tra feste e svaghi, le interazioni tra i due spesso risultano per lei deludenti. Con la morte di Polinice è come se, ancora di più, si facesse strada nella mente di Antigone l’idealizzazione del fratello, per lei l’eroe esiliato poi morto e mai sepolto. Così, un rapporto che da sempre desiderava diverso, la spinge consapevolmente ad un gesto dalle conseguenze estreme.

E dunque la domanda è: “Antigone, per chi lo fai?”. Per Polinice o forse per l’idea che hai di lui? Polinice è morto, non vedrà il tuo sacrificio, non potrà abbracciarti come hai sempre desiderato o proteggerti ed essere il tuo re. “Antigone perché lo fai?”. Sei accecata dalla rabbia e non guardi ad Ismene che ti supplica di cambiare idea, sei in competizione con lei per la sua bellezza che tu non hai. Non guardi ad Emone, che ti vede bella e che ti ama, che ha chiesto per te la vita che da sola ti sei tolta e subito dopo è morto con te.

A volte penso che tu sia capricciosa Antigone, guardi all’impossibile e non alle possibilità.

Antigone, questo spettacolo è la prova che la tua storia sopravvive ai secoli, ma se fossi oggi una ragazza dei nostri tempi sapresti che, per quanto è brutto e ingiusto il mondo che ti circonda, devi attraversarlo. Con coraggio ma anche con pazienza, a passi piccoli, pensati, a volte da sola ed altre insieme alle persone che incontri e che scegli, come un’unica forza.

In fondo la storia non è fatta solo di morti eroiche ma anche e soprattutto di persone salde, che camminano nel mondo costruendosi i mezzi per cambiarlo, aprendosi ad un giusto compromesso tra i “poteri”, per renderlo un posto più giusto e migliore per tutti.

Il finale rivela la parola a cui ruota attorno l’intera tragedia: scelta.

Nei panni di Antigone o di Creonte o in qualsiasi altro ruolo di potere, che riguardi la nostra vita privata o comunitaria, scegliere e non scegliere, determineranno in ogni caso, almeno in parte, il nostro presente e il nostro futuro.

Silvia Picerni

di Jean Anouilh

traduzione Andrea Rodighiero

regia Roberto Latini

con Silvia Battaglio, Ilaria Drago, Manuela Kustermann, Roberto Latini, Francesca Mazza

scene Gregorio Zurla

costumi Gianluca Sbicca

musica e suono Gianluca Misiti

luci e direzione tecnica Max Mugnai

in collaborazione con Bàste Sartoria

produzione Teatro Nazionale di Roma, Teatro Vascello – La Fabbrica dell’Attore

Anatomia di un assassinio. Shakespeare incontra Verdi – Chiara Muti

Autopsia di un nobile scozzese

Con la stessa morbosità con cui si disseziona un cadavere, in questa rappresentazione del dramma scozzese al Teatro Astra con la collaborazione del Teatro Regio, vengono sviscerate la tragedia in prosa shakespeariana e il libretto dell’opera verdiana, che si agglomerano per dare origine ad un monstrum scenico che con semplicità dà vita all’orrore dell’azione scenica. Servendosi solo di luci e musica su una scena spoglia, a eccezione di due leggii, gli attori Luca Micheletti e Chiara Muti danno vita alla dicotomia tra i due personaggi protagonisti mostrando quanto entrambi possano, ciascuno a modo proprio, far inorridire lo spettatore con la loro malvagità terribile ed umana. La recitazione va così a delineare un’estetica del macabro che nella sua abile rappresentazione rende ambiguo ed enigmatico il confine tra personaggio e attore. Fino a che punto il viso falso copre il viso vero? Questo dubbio ci accompagna dall’inizio fino alla fine dell’opera-dramma. La stessa presenza dei leggii in scena rende ancora più labile e pericolosamente sottile, il confine tra personaggio e attore.

Come la psiche di Macbeth, lo spettatore è diviso e non riesce a distinguere il sogno dal reale, nulla ha più senso dopo l’atto terribile che è stato perpetrato in scena, nemmeno la morte. Il nobile scozzese ha perso quello che i giapponesi definirebbero ikigai (いきがい), ossia la propria ragione di vita, rendendo la sua esistenza priva di significato. Con la stessa meticolosità di un’autopsia, entriamo nella psiche di due individui corrotti e spezzati dalla propria hybris (ὕβϱις), in questo caso traducibile in tracotanza e ambizione. Ma per quale motivo quest’opera spaventa ancora? Oggi con la televisione i social e altri media veniamo costantemente esposti a fatti agghiaccianti, per poi svagarci e intrattenerci come se nulla fosse. Siamo forse diventati come Macbeth e sua moglie? Assassini della nostra società con la nostra indifferenza? Ipocriti che con il non oso si accompagnano al vorrei? I confini della morale diventano sempre più fumosi con la violenza che viene normalizzata e che rende la nostra esistenza ipocrita, se non priva di significato. In questa società dove l’omicidio, la guerra e la degradazione sono all’ordine del giorno questo ammonimento insieme alla musica, non può che rivelarsi attuale e senza tempo. Con questa consapevolezza siamo ancora in grado di accettare con la stessa leggerezza gli eventi che ora macchiano la nostra quotidianità? Per citare la stessa Lady Macbeth: “Ciò che è fatto non può essere disfatto” e possiamo solo controllare il nostro comportamento futuro rifiutandoci di volgere il nostro sguardo altrove.

Linda Steur

Dai testi dalla tragedia Macbeth di William Shakespeare

E dal melodramma Macbeth su testi di Francesco Maria Piave e musiche di Giuseppe Verdi

Ideazione ed elaborazione del testo Chiara Muti

Con Luca Micheletti, Chiara Muti

Ideazione sonora Raffaele Bassetti

Produzione TPE – Teatro Piemonte Europa

In collaborazione con Teatro Regio Torino

In occasione di Macbeth di Giuseppe Verdi, 24 febbraio – 7 marzo 2026, Teatro Regio Torino

PALCOSCENICO DANZA 2026

Conferenza stampa della decima edizione

Palcoscenico Danza; manifesto da: Aurunca – Elìas Aguirre ph Senda Del Manso – Danilo Moroni Juan Carlos Toledo

Palcoscenico Danza è la rassegna internazionale di danza diretta da Paolo Mohovich che ha luogo tutti gli anni nell’ambito della stagione teatrale della Fondazione Teatro Piemonte Europa che ha sede al Teatro Astra di Torino. 

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Quest’anno la decima edizione si tiene dal 25 gennaio al 29 aprile con 8 spettacoli e una masterclass.

Durante la conferenza stampa si è parlato degli spettacoli in cartellone durante tutto il primo  quadrimestre  2026.

Domenica 25 gennaio avremo BROTHERS TO BROTHERS DALL’ETNA AL FUJI di Roberto Zappalà.

Giovedì 5 febbraio CALLAS, CALLAS, CALLAS, per la regia di Rossana Broncanella che con la sua Compagnia Opus Ballet ci fa rivivere, nel centenario della nascita di Maria Callas, tre sguardi e approcci differenti dal linguaggio artistico contemporaneo.

Il 28 febbraio e il 1 Marzo è in programma DIVINE MONSTERS, una doppia coreografia di due danzatori molto apprezzati all’estero, Lai Hung Chung e il coreografo Giovanni Insaudo. 

Martedì 24 marzo è previsto SHORTCUT di Emanuela Tagliaviva. Uno spettacolo che mette insieme ex allievi danzatori della scuola Paolo Grassi e del Teatro alla Scala, diversi tra loro ma che hanno trovato il terreno giusto per affrontare un lavoro incentrato su un ibrido mostruoso. Arte figurativa e musica fanno da cornice alla drammaturgia coreica.

Martedì 31 marzo è in programma AURUNCA, del coreografo Elìas Aguirre, un performer spagnolo straordinario, già ospite di Interplay, molto interessante perché esperto in arti visive. L’opera trae spunto da un viaggio fatto in una località deserta tra i paesi della provincia di Caserta, una riflessione sulla solitudine, vagando tra i propri pensieri, in stretta correlazione con il progetto fotografico Imbermoves.

Giovedì 23 e 24 aprile in cartellone avremo MADE4YOU.X. Per il decimo anniversario del progetto ci sarà una sorpresa. La coreografa Pompea Santoro parla di questo spettacolo mettendo insieme quello che permette ai danzatori di liberarsi dai tanti mostri che abbiamo, unendo fisicità e creatività e coinvolgendo diversi altri artisti (Nacho Duato, Salvatore de Simone, Paolo Mohovich, Giovanni Insaudo).

Il padrino della manifestazione sarà un mostro, creato appositamente dall’artista Nacho Duato, che donerà un estratto dalla coreografia realizzata nel 1990 al teatro Passadori. Trasmettere la sensibilità e la poetica di Nacho è bellissimo perché i danzatori devono far vedere non solo la fisicità ma anche il piacere di sentire e di muoversi come culto dell’anima.  Nacho e la Santoro porteranno in scena uno spettacolo unico e straordinario.

Martedì 28 e 29 aprile è previsto OF RESTLESS NATURE di Cristiana Casadio, un’artista che si muove fra danza, performance e giocoleria circense; lo spettacolo parla di esseri mostruosi ispirati ad un’opera scultorea di Germaine Richier in una sorta di terrario che nessuno può capire o seguire ove tre danzatrici celebrano l’ambiguo tra diverse forme di resistenza e  di possibilità.

Il 29 aprile, infine, la Giornata Mondiale della Danza, verrà celebrata con la collaborazione di INTERPLAY LINK tramite un progetto coreografico di esseri e corpi che si interfacciano tra loro.

MASTERCLASS presso ℅ Eko Dance Project. Il 1 aprile per tutta la mattinata si terrà una masterclass dell’artista Elìas Aguirre in collaborazione con Moving Pause.

Ci vediamo per Palcoscenico Danza al teatro Astra TPE!

LUIGI RINALDI

BLOOMSVILLE – TEDACÀ

Luci di una città frenetica

Una bombetta illuminata da una luce calda al centro della scena: è così che ha inizio questo spettacolo di Tedacà, ispirato a uno dei maestri della risata, Charlie Chaplin, e a uno dei suoi film più celebri, Luci della Città, che ha fatto la storia del cinema muto. Al teatro Astra assistiamo ad uno show in cui il linguaggio non verbale ha un ruolo centrale con street dance, danza jazz, tip tap e teatro fisico. La trama del film viene ripresa e rielaborata senza utilizzare nemmeno una parola. A far da accompagnamento e descrizione ai movimenti dei performers c’è la musica suonata dal vivo da Supershock, Paolo Cipriano, accompagnato dalla voce di Michela Paleologo, che ha contribuito in modo significativo anche alla coreografia.

Come in una qualunque città, nel film, così nello spettacolo ritroviamo la figura del Tramp, Chaplin, un vagabondo di animo gentile innamorato di una fioraia. Il Tramp nel mondo comico, è un ruolo che va a delineare il cliché di un giramondo arguto ma che, se ci atteniamo ad una traduzione letterale, va a sottolineare il suo passo pesante, rappresentando il tipico clochard sbadato e goffo. La figura richiama nel nostro vissuto il personaggio e il ruolo sociale del barbone, molto utilizzato anche nell’ambito circense classico e contemporaneo. Esattamente come accadrebbe in un circo, nella rappresentazione di Tedacà, accanto alla trama, ritroviamo danze di gruppo che con abilità lasciano intravedere dietro alla figura di Chaplin, l’identità creativa della compagnia. Il pubblico si ritrova un po’ disorientato nel cercare di comprendere e seguire il filo narrativo, come in una città frenetica, si perde confuso, nelle tante danze del tran-tran quotidiano, che fanno quasi dimenticare l’aspetto più romantico della nostra esistenza.

In onore a uno dei più grandi esponenti della risata cinematografica, sarebbe più efficace aggiungere alle danze, perfettamente riuscite, un aspetto umoristico più marcato, in quanto Chaplin non solo danzava con grande passione ma trasmetteva attraverso il comico, messaggi profondi e tutt’ora molto attuali. In una società dove il Tramp finisce spesso per essere ignorato in mezzo all’egoismo, alla frenesia, alle luci di una città caratterizzata da una vita caotica, ci viene ricordato che il sogno deve scendere comunque e sempre a patti con la dura realtà.

Linda Steur

Ispirato a Luci della città di Charlie Chaplin

Regia Valentina Renna

Con la supervisione di Simone Schinocca

Composizioni originali e colonna sonora live Supershock (Paolo Cipriano)

Con Francesca Bovolenta, Simone Fava, Diva Franceschini, Michela Paleologo, Andrea Semestrali

Lighting Design, coordinamento tecnico e scenico Florinda Lombardi e Sara Brigatti

Produzione Tedacà,

con il sostegno del Ministero della Cultura

ENRICO IV. UNA COMMEDIA – PICCOLA COMPAGNIA DELLA MAGNOLIA

Togliamo le maschere

La parola pazzo richiama in noi l’immagine di una persona che soffre di malattia mentale. Ma nella commedia di Pirandello messa in scena al teatro Astra dalla Piccola Compagnia della Magnolia, questo archetipo, che ci fa paura, assume il suo significato etimologicamente più esplicito, andando a toccare la sofferenza di un uomo che cadendo da cavallo, improvvisamente viene alienato dalla propria vita, e condannato a vestire i panni di una maschera eterna.

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ATOMICA – MUTA IMAGO

Ballare lo swing sulla coscienza della gente


Si accende una luce. Fioca. Il mondo è in penombra. L’ultima volta che il sole ha brillato nel cielo è stato durante la mattina del 6 agosto 1945, quando alle ore 8:15 l’aeronautica militare statunitense ha sganciato la bomba atomica Little Boy sulla città giapponese di Hiroshima. Da quel momento in poi, l’umanità vive un perenne crepuscolo. Le vite spirano e rinascono, accendendo piccoli led sullo schermo nero del pianeta – che si trova sul fondo del palcoscenico –, creano messaggi, forniscono informazioni fatte di punti e di linee indecifrabili, figlie di un alfabeto morse impazzito e arbitrario.

Un uomo solo, costretto al silenzio, rinchiuso e sedato, porta il senso di colpa del contemporaneo sulle proprie spalle. La vista dall’alto del paesaggio del mondo moderno completamente distrutto gli resta aggrappata addosso, senza liberarlo. È Claude Eatherly, l’aviatore texano che a ventisei anni ha dato l’ok allo sgancio della prima bomba. Insieme a lui, il filosofo tedesco Günther Anders; entrambi devono assistere alle morti, alla gara al riarmo, al gioco del deterrente, all’impazzire della Guerra Fredda, allo swing ballato sulle coscienze della gente. I due personaggi affini e complementari sono interpretati con potenza e carisma da Gabriele Portoghese e Alessandro Berti, capaci di restituire allo spettatore il complesso stratificarsi degli intrecci delle storie personali e della Storia del secondo Novecento.

In Atomica Muta imago manipola alcuni elementi ricorrenti della sua poetica: personaggi tridimensionali, raffinata scelta degli interpreti, ritmi scenici elaborati, sospensioni e riprese, disegni luce studiati al millimetro, musiche ed effetti sonori capaci di unire l’onirico e il tangibile. Le forme sferiche, l’apparecchio telefonico in scena e i fasci di luce che spandendosi sulla platea fanno sentire lo spettatore racchiuso dalla messinscena, inoltre, appartengono alla grammatica del linguaggio scenico del duo. Ogni oggetto, distorsione, lume, movimento, scatto e silenzio, compone la sintassi di un messaggio gravido di significati – ancor più in un presente frammentato e polarizzato.

Le dinamiche dell’oggi sono infatti giocate su un continuo nascondino di responsabilità militari, di depositi di munizioni, di test e deflagrazioni, laddove le persone si suddividono tra bersagli e carnefici, in un alimentarsi di nuove nevrosi nucleari. Mentre uno rassicura, l’altro si sobbarca di ansie rinnovate; mentre l’attivista infuria, l’indolente nasconde il capo sotto la sabbia. Ecco che i globi sul palco sono pianeti inafferrabili, impassibili, insensibili, che si rincantucciano in un tramonto perenne. Essi come gli uomini, militi o filosofi, vivono un’esistenza ombrosa, sfiduciati dall’oblio della censura e dal peso della consapevolezza di aver contribuito a creare questo presente.

Ilenia Cugis

liberamente ispirato al carteggio tra Günther Anders e Claude Eatherly
di Muta Imago
regia Claudia Sorace
drammaturgia e suono Riccardo Fazi
con Alessandro Berti, Gabriele Portoghese
collaborazione alla drammaturgia Gabriele Portoghese
consulenza letteraria Paolo Giordano
musiche originali Lorenzo Tomio
disegno scene Paola Villani
direzione tecnica e disegno luci Maria Elena Fusacchia
costumi Fiamma Benvignati
si ringrazia l’artista Elisabetta Benassi
per INDEX Valentina Bertolino, Francesco Di Stefano, Silvia Parlani
produzione INDEX
in coproduzione con TPE – Teatro Piemonte Europa in collaborazione con Politecnico di Torino – Prometeo Tech Cultures, Emilia Romagna Teatro ERT I Teatro Nazionale
in collaborazione con AMAT e Comune di Pesaro
con il supporto di MAB Maison des Artistes Bard, ATCL / Spazio Rossellini, MAB Maison des Artistes Bard, Viola Produzioni / Spazio Diamante
compagnia finanziata dal MiC – Ministero della Cultura
foto Eleonora Mattozzi / CIRCA

CECI N’EST PAS UNE AMBASSADE (MADE IN TAIWAN) – RIMINI PROTOKOLL

Rappresentare l’irrapresentabile

Il 25 e il 26 ottobre è andato in scena al Teatro Astra lo spettacolo Ceci n’est pas une ambassade (Made in Taiwan), inserito nella programmazione del XXX Festival delle Colline Torinesi, con la regia di Stefan Kaegi e con Chiayo Kuo, Debby Szu-Ya Wang, David Chienkuo Wu.

In scena tre persone di nazionalità taiwanese con tre profili molto diversi: un anziano diplomatico, una giovane attivista digitale ed una giovane vibrafonista figlia di un importante imprenditore.

Tre persone che nella loro vita non hanno a che fare quasi mai con l’ambiente teatrale, ma che riescono a portare sul palcoscenico un’operazione artistica completa e pienamente sensata.

Lo spettacolo, in questo senso, ha una potenza artistica notevolissima. Le persone in scena, infatti, spiegano ampiamente i motivi per cui il loro Stato non può avere ambasciate nel mondo e, quindi, decidono di fare in modo che il Teatro Astra diventi un’ambasciata di Taiwan per tutta la durata dello spettacolo (circa due ore).

Per l’intera durata dello spettacolo si parla soprattutto di politica. Le loro parole sono dure ma precise, prive di toni sensazionalistici o atteggiamenti pietistici.

Lo spettacolo porta gli spettatori ad una dimensione collettiva e totalmente presente.

La legittimazione del ruolo del pubblico arriva poco dopo l’inizio: viene chiesto se qualcuno sia in disaccordo con ciò che sta per accadere in scena, cioè la creazione dell’ambasciata. Nessuno risponde.

Un’anomalia scenica che, paradossalmente, potrebbe rappresentare la norma. In scena ci sono persone e non attori; in platea, spettatori che diventano a loro volta parte dell’azione. Emblematico è il momento in cui i tre protagonisti iniziano a inquadrare con uno smartphone e a proiettare i volti di alcuni spettatori, fingendo che siano figure istituzionali italiane come Antonio Tajani o Cristina Prandi.

Un’operazione artistica necessaria e coerente, poiché affida a palcoscenico e platea il ruolo di luoghi del presente.

Matteo Castiglia

concezione e regia Stefan Kaegi (Rimini Protokoll)

con Chiayo Kuo, Debby Szu-Ya Wang, David Chienkuo Wu

drammaturgia e assistente alla regia Szu-Ni Wen

scenografia Dominic Huber

video Mikko Gaestel

musica Polina Lapkovskaja (Pollyester), Debby Szu-Ya Wang, Heiko Tubbesing

ricercatore Taïwan Yinru Lo

riprese video Philip Lin

luci Pierre-Nicolas Moulin

assistente alla drammaturgia Caroline Barneaud

assistente alla regia Kim Crofts

assistente alla scenografia Matthieu Stephan

consulenti Aljoscha Begrich, Viviane Pavillon

produzione EU Tristan Pannatier

produzione Taïwan Chin Mu (NTCH)

produzione Théâtre Vidy-Lausanne, National Theater & Concert Hall Taipei

coproduzione Rimini Apparat, Berliner Festspiele, Volkstheater Wien, Centro Dramático Nacional Madrid, Zürcher Theater Spektakel, Festival d’Automne à Paris, National Theatre Drama / Prague Crossroads Festival

Intervista a Debby Szu-Ya Wang – Rimini Protokoll

A seguito del debutto in Italia dello spettacolo Ceci n’est pas une ambassade (Made in Taiwan), ho avuto l’opportunità di intervistare Debby Szu-Ya Wang, vibrafonista, percussionista e compositrice, in scena in veste di musicista, compositrice, attrice ed ereditiera. Lo spettacolo è stato ideato e diretto da Stefan Kaegi (Rimini Protokoll), ed è una produzione che ha riunito istituzioni europee e taiwanesi, per andare in tournée durante il 2024 in Europa, Taiwan e in Corea del Sud. L’intervista si è svolta in inglese e nel testo sono presenti degli interventi tra parentesi al solo scopo di precisare o chiarire alcuni commenti.

Ci racconteresti la genesi di questo spettacolo?

Wang: Il processo è iniziato con una open call rivolta a una vastità di cittadini taiwanesi, a cui hanno fatto seguito interviste, colloqui e incontri, e la scelta del cast. Abbiamo tratto dei racconti dalle nostre storie personali (in scena, oltre a Debby, Chiayo Kuo, attivista digitale e David Chienkuo Wu, diplomatico), finché Stefan (Kaegi) ha scritto il testo (insieme alla drammaturga Szu-Ni Wen). A quel punto abbiamo iniziato a provare con il copione, e questo nel frattempo veniva modificato e riscritto per confezionarlo in modo che funzionasse al meglio.

Ci sono stati dei momenti in cui vi siete dovuti mettere in discussione, o avete dovuto superare dei disaccordi interni al gruppo?

Wang: Parecchi, a dire il vero. E non solo disaccordi tra noi tre (le personalità in scena), bensì tra tutto il collettivo artistico. Trattandosi di un team internazionale, ognuno ha un background culturale differente e quando si lavora insieme questo influisce sul modo in cui ciascuno comunica con l’altro (è una co-produzione del Teatro Nazionale di Taipei e del Teatro Vidy-Lausanne, in Svizzera). Ci sono stati dei momenti di disaccordo tra il regista e la drammaturga, tra me e loro, nonché tra loro, Chiayo e David. È per questo che abbiamo creato il cartello “I DISAGREE” che si vede sul palco, per dare parola anche alle visioni contrastanti.

David Wu con il cartello “I DISAGREE” © Claudia Ndebele/Théâtre Vidy-Lausanne

Wang, prosegue: Inoltre, ci sono stati anche dei disaccordi dal punto di vista tecnico e dei compromessi da raggiungere. Per esempio questa è stata una sfida (indica il sistema di percussioni elettronico che utilizza in scena). Io ho un background jazz, quindi non sono abituata a suonare con apparecchiature come questa, sto ancora imparando. Non solo, siamo andati in scena in Germania e oggi qui in Italia, e dal momento che parlo un po’ di tedesco e italiano, abbiamo aggiunto degli intervalli in cui mi rivolgo al pubblico utilizzando le lingue locali. È stato impegnativo, mi sono messa alla prova.

Avete invece incontrato critiche da parte dei diversi pubblici e spettatori?

Wang: In linea generale è uno spettacolo che al pubblico piace. Però è stato complicato portarlo in scena proprio a Taiwan, perché abbiamo dovuto adattare il testo – dal momento che non si può aprire un’ambasciata di Taiwan, a Taiwan. Ci sono stati dei pubblici critici, anche perché gli spettatori conoscevano bene la storia, pertanto bisognava aggiungere dettagli, essere specifici, fare attenzione alle parole scelte. Non è stato uguale dappertutto. Alcune città sostengono una linea più nazionalista, altre no, perciò qualcuno poteva prendersela per questa o quella battuta del copione ed essere polemico. Però abbiamo ricevuto sempre molti riscontri positivi.

Grazie mille per questi dettagli che ci aiutano a capire meglio come si possa unire il teatro alle azioni politiche e quali siano i rischi e i compromessi a cui è necessario ricorrere per non sacrificare né la componente artistica, né il cuore del messaggio (o dei messaggi). Prima di salutarci, ti andrebbe di suggerirci artisti, autori, libri, film o show, per aiutarci a conoscere meglio il panorama artistico che offre Taiwan?

Wang, mentre scrive sul mio taccuino: Monique Chao è una musicista italo-taiwanese che vive a Milano, trae molta ispirazione dal panorama sonoro di Taiwan. Three tears in Borneo, è uno show di Netflix che parla dell’occupazione giapponese di Taiwan. Port of lies, è un legal drama, che parla di immigrazione e altri problemi sociali nella Taiwan contemporanea. E poi Lilium, una band indipendente di Taiwan che unisce diverse lingue e linguaggi.

Suggerimenti davvero molto interessanti, ti ringrazio. Non resta che salutarci, in bocca al lupo per le prossime repliche!

Ilenia Cugis