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ATOMICA – MUTA IMAGO

Ballare lo swing sulla coscienza della gente


Si accende una luce. Fioca. Il mondo è in penombra. L’ultima volta che il sole ha brillato nel cielo è stato durante la mattina del 6 agosto 1945, quando alle ore 8:15 l’aeronautica militare statunitense ha sganciato la bomba atomica Little Boy sulla città giapponese di Hiroshima. Da quel momento in poi, l’umanità vive un perenne crepuscolo. Le vite spirano e rinascono, accendendo piccoli led sullo schermo nero del pianeta – che si trova sul fondo del palcoscenico –, creano messaggi, forniscono informazioni fatte di punti e di linee indecifrabili, figlie di un alfabeto morse impazzito e arbitrario.

Un uomo solo, costretto al silenzio, rinchiuso e sedato, porta il senso di colpa del contemporaneo sulle proprie spalle. La vista dall’alto del paesaggio del mondo moderno completamente distrutto gli resta aggrappata addosso, senza liberarlo. È Claude Eatherly, l’aviatore texano che a ventisei anni ha dato l’ok allo sgancio della prima bomba. Insieme a lui, il filosofo tedesco Günther Anders; entrambi devono assistere alle morti, alla gara al riarmo, al gioco del deterrente, all’impazzire della Guerra Fredda, allo swing ballato sulle coscienze della gente. I due personaggi affini e complementari sono interpretati con potenza e carisma da Gabriele Portoghese e Alessandro Berti, capaci di restituire allo spettatore il complesso stratificarsi degli intrecci delle storie personali e della Storia del secondo Novecento.

In Atomica Muta imago manipola alcuni elementi ricorrenti della sua poetica: personaggi tridimensionali, raffinata scelta degli interpreti, ritmi scenici elaborati, sospensioni e riprese, disegni luce studiati al millimetro, musiche ed effetti sonori capaci di unire l’onirico e il tangibile. Le forme sferiche, l’apparecchio telefonico in scena e i fasci di luce che spandendosi sulla platea fanno sentire lo spettatore racchiuso dalla messinscena, inoltre, appartengono alla grammatica del linguaggio scenico del duo. Ogni oggetto, distorsione, lume, movimento, scatto e silenzio, compone la sintassi di un messaggio gravido di significati – ancor più in un presente frammentato e polarizzato.

Le dinamiche dell’oggi sono infatti giocate su un continuo nascondino di responsabilità militari, di depositi di munizioni, di test e deflagrazioni, laddove le persone si suddividono tra bersagli e carnefici, in un alimentarsi di nuove nevrosi nucleari. Mentre uno rassicura, l’altro si sobbarca di ansie rinnovate; mentre l’attivista infuria, l’indolente nasconde il capo sotto la sabbia. Ecco che i globi sul palco sono pianeti inafferrabili, impassibili, insensibili, che si rincantucciano in un tramonto perenne. Essi come gli uomini, militi o filosofi, vivono un’esistenza ombrosa, sfiduciati dall’oblio della censura e dal peso della consapevolezza di aver contribuito a creare questo presente.

Ilenia Cugis

liberamente ispirato al carteggio tra Günther Anders e Claude Eatherly
di Muta Imago
regia Claudia Sorace
drammaturgia e suono Riccardo Fazi
con Alessandro Berti, Gabriele Portoghese
collaborazione alla drammaturgia Gabriele Portoghese
consulenza letteraria Paolo Giordano
musiche originali Lorenzo Tomio
disegno scene Paola Villani
direzione tecnica e disegno luci Maria Elena Fusacchia
costumi Fiamma Benvignati
si ringrazia l’artista Elisabetta Benassi
per INDEX Valentina Bertolino, Francesco Di Stefano, Silvia Parlani
produzione INDEX
in coproduzione con TPE – Teatro Piemonte Europa in collaborazione con Politecnico di Torino – Prometeo Tech Cultures, Emilia Romagna Teatro ERT I Teatro Nazionale
in collaborazione con AMAT e Comune di Pesaro
con il supporto di MAB Maison des Artistes Bard, ATCL / Spazio Rossellini, MAB Maison des Artistes Bard, Viola Produzioni / Spazio Diamante
compagnia finanziata dal MiC – Ministero della Cultura
foto Eleonora Mattozzi / CIRCA

LA VIE SÈCRETE DES VIEUX – MOHAMED EL KHATIB

Al Teatro Astra di Torino, il 15 e il 16 ottobre, per l’edizione 2025 del Festival delle Colline Torinesi, Mohamed El Khatib ha portato in scena La vie secrète des vieux. Frutto di quattro anni di ricerche condotte nelle residenze per anziani in Francia e Belgio, lo spettacolo fonde confessioni personali e ricordi con citazioni letterarie e una drammaturgia essenziale, restituendo al pubblico la verità di chi ha superato i settant’anni.

Sul palco sei anziani, una giovane operatrice e un moderatore hanno parlato senza esitazioni di ciò che di solito resta taciuto: la sessualità nella vecchiaia, l’eros che pulsa ancora quando il corpo si modifica, i desideri che si affacciano ostinati tra passioni sopite e fuochi accesi.

Non c’era nessuna barriera a dividere la scena dal pubblico. Solo uno spazio gentile, quasi domestico, con cinque sedie semplici, un tavolino imbandito con acqua e cibo e una pianta in un angolo. E quando gli interpreti hanno preso posto, il teatro si è trasformato in un luogo di incontro e all’improvviso la sensazione era quella di essere bambini nella casa dei nonni, immersi nella confidenza di un salotto pronto a svelare storie.

Da quel momento si è aperto un flusso continuo: confessioni, ricordi, rivelazioni. A colpire non era solo il contenuto, ma la libertà assoluta e la sincerità rara con cui è stato espresso.

Gli anziani parlavano con coraggio sorprendente, dando voce a ciò che tutti pensano ma che pochi osano rivelare e infrangendo tabù radicati da secoli. Raccontavano la loro prima volta, i desideri che li accompagnano ancora, i corpi che cambiano ma non cessano di esprimere bisogni. Condividevano fantasie audaci, il ricorso a particolari sex toys, la masturbazione, avventure improvvisate, perfino richieste di incontri occasionali. C’era chi elargiva consigli pratici con ironia divertita e chi, dopo una vita di silenzi, trovava il coraggio di un coming out tardivo, confessando amori mai nominati o accettati.

Il corpo che si crede spento rivendicava la sua vitalità, la sua fame di contatto umano. Forse la parte più sorprendente è che non erano loro a provare imbarazzo, ma i figli. Una delle interpreti, Sali, ha chiesto persino che lo spettacolo non fosse mostrato alla propria figlia. Come se la sessualità fosse un privilegio esclusivo della giovinezza. Come se i genitori potessero essere accuditi e dimenticati in una casa di riposo, ma mai riconosciuti come corpi vivi e desideranti.

Ma accanto al desiderio si stagliava timidamente l’ombra della fine, evocata con leggerezza e ironia continue. «Meglio morire in scena che in una casa di riposo», scherzava Jacqueline. Ed è stato inevitabile riconoscere, in quell’equilibrio fragile, l’abbraccio di Eros e Thanatos: il desiderio confessato con innocente audacia e la morte accennata con dolcezza, da chi sa che ogni sospiro potrebbe essere l’ultimo. Sul palco c’era un posto anche per le ceneri di un compagno recentemente scomparso, celebrate con una canzone di Rosa Balistreri, a ricordare che «parlare d’amore significa, inevitabilmente, parlare anche del lutto dei nostri amori».

Simone de Beauvoir, ne La terza età, denunciava l’invisibilità dei corpi anziani; qui, al contrario, quegli stessi corpi si mostravano con fierezza, reclamando il diritto di essere guardati al di là della loro età.

Guardandoli, è stato come se i sei anziani in scena avessero stretto un patto segreto con gli spettatori. In quello spazio così intimo, ogni parola diventava invito e condivisione, eco e resistenza. Era un modo per ricordare che l’amore e l’eros non appartengono a una sola stagione della vita.

Siamo stati travolti da una poesia autentica, fatta di citazioni di Musset e Racine, a cui si intrecciavano lettere d’amore lette ad alta voce, pagine di Shakespeare, canzoni che vibravano come confessioni. Il confine tra il vero e il finto svaniva fino a non avere più importanza: ogni parola era reale, perché detta con la forza della vita.

Così il titolo si è dissolto davanti ai nostri occhi, come neve che si scioglie al sole diventando acqua e poi luce. La vita segreta degli anziani non è mai stata un segreto: è un fiume nell’anima che riemerge, un giardino che rifiorisce, la vita stessa che torna a sorprenderci come un libro che, proprio quando crediamo di averlo finito, ci regala una nuova pagina.

Emanuela Cerino

Uno spettacolo di Zirlib

Concezione e realizzazione Mohamed El Khatib

Con, in ordine di longevità Annie Boisdenghien, Micheline Boussaingault, Marriecke de Bussac, Chille Deman, Martine Devries, Jean-Pierre Dupuy, Yasmine Hadj Ali, Nicole Jourfier, Salimata Kamaté, Etienne Kretzschmar, Jacqueline Juin, Annette Sadoul, Jean Paul Sidolle

Drammaturgia e coordinamento artistico Camille Nauffray

Scenografia e collaborazione artistica Fred Hocké

Video Emmanuel Manzano

Suono Arnaud Léger

Direttore di produzione Gil Paon

Produzione Zirlib

Coproduzione Festival d’Automne à Paris, Points communs – Nouvelle scène nationale Cergy-Pontoise-Val d’Oise, Théâtre National Wallonie-Bruxelles, La Comédie de Genève, Théâtre national de Bordeaux en Aqui-taine, Théâtre national de Bretagne (Rennes), Tandem Scène nationale d’Arras-Douai, MC2: Grenoble Scène nationale, La Comédie de Clermont-Ferrand Scène nationale, Théâtre Garonne Scène européenne (Toulouse), Festival d’Avignon, Théâtre du Bois de l’Aune (Aix-en-Provence), Équinoxe Scène nationale de Châteauroux, Théâtre de la Croix-Rousse (Lyon), La Coursive Scène nationale de La Rochelle, Espace 1789 – Saint-Ouen, Théâtre de Saint-Quentin en Yvelines Scène nationale, Le Channel – Scène nationale de Calais.

Accoglienza in residenza Le Mucem – Marseille, CIRCA La Chartreuse

IGIRL- FEDERICA ROSELLINI

Noi, gli aborti di Dio

Eccoci qui. Noi. Gli aborti di Dio. Poche luci illuminano lo spazio che come una passerella sembra fare da ponte tra quello che siamo e quello che è stato di noi sin dai tempi più antichi. Infatti eccoci riuniti a rivivere tutte le tappe che hanno portato la specie umana, personificata in una donna, a diventare una creatura complessa come la conosciamo oggi. I segni del passato sono tatuaggi cicatrizzati sul corpo dell’attrice come disegni del destino che inesorabilmente compie il suo corso. È impressionante la dolcezza con cui Federica  Rosellini li indossa, senza alcun tipo di giudizio né retorica. L’attrice si mostra nella sua semplicità di donna che ha vissuto sul suo corpo la storia di Antigone, di Edipo, di Giocasta, di Persefone, è stata una donna che perde suo padre, è stata un corpo sacrificato. La Rosellini diventa una bomba vivente portatrice dei traumi e delle catastrofi di tutti i tempi. Il suo corpo ricorda cosa significa essere stati un uomo di Neanderthal e ci mostra come quell’uomo  sia ancora inesorabilmente parte di noi e del nostro essere.  

Ogni persona che assiste a questa videocassetta live sulla storia dell’umanità è illuminata in controluce dando vita a una scenografia fatta di teste , anime che assistono a questo rito di autoriconoscimento.

La loop station in scena rimanda a un mondo in cui è lo stesso umano a creare la sua colonna sonora personale, fino a crearne una corale che accompagna e dà un ritmo al movimento del mondo.

La voce che sentiamo è sempre di questa donna che è direttamente collegata con la voce della Luna, con quella di nostro padre, quella della Terra, del ghiaccio, della sabbia dei tempi primordiali. La scienza e la poesia di Marina Car si intrecciano violentemente con la personalità artistica di Federica Rosellini. Lei porta una testimonianza, è la prova vivente che esistiamo, che le donne sono sempre esistite e il mondo non gli è mai appartenuto e probabilmente non gli apparterrà mai.

Eppure eccoci qua, tutti ad ascoltare lei, che con le parole scritte e tradotte da altre formidabili donne, si assume la responsabilità di incarnare l’umanità. Nonostante tutto.

Il teatro in cui ci troviamo sembra improvvisamente la scena di un mondo post apocalittico, in cui , prima di morire, l’umanità ha la possibilità di guardare per l’ultima volta quello che è stato e decidere come andare avanti. È emozionante il legame uomo-tecnologia-natura che emerge dalla relazione tra l’attrice e la sua gallina domestica. È reale il loro legame? O si tratta di un’illusione in cui l’attrice domina i movimenti dell’oggetto tecnologico nel ricordo di una natura che non è più?

Marina Car sembra volerci gridare che il nostro antropocentrismo è in rotta di collisione contro una natura più potente. Forse questo è un viaggio di ritorno alle origini come quello di Persefone che ciclicamente ritorna giù nel mondo dei morti, dichiarando che la sua assenza non è un fatto personale, ma genetico. È la nostra genetica che ci riporta a quello che siamo stati. Sento le mie costole aprirsi ed espandersi di fronte al corpo nudo della Rosellini che ai miei occhi si trasforma nel tenero corpo di un cerbiatto sacrificato. Non siamo altro che questo: cerbiatti sgozzati per volere di un dio. 

Irene Mori

di Marina Carr

traduzione Monica Capuani e Valentina Rapetti

performer e regia Federica Rosellini

video Rä di Martino

musica originale Daniela Pes

sound designer GUP Alcaro

costumi e tatuaggi Simona D’Amico

light designer Simona Gallo

scenografia Paola Villani

dramaturg Monica Capuani

aiuto regia Elvira Berarducci

assistente alla regia Barbara Mazzi

in collaborazione con Festival delle Colline Torinesi

coproduzioneTPE – Teatro Piemonte Europa, Teatro Stabile Bolzano, Elsinor – Centro di Produzione Teatrale

sostegno e debutto nazionale Romaeuropa Festival

diritti di rappresentazione a cura di THE AGENCY (London) LTD

Inside iGirl: iChick. Punti di vista semi-motorizzati

Non so dire con precisione se il primo momento in cui ho avuto un pensiero sia stato quando l’ultima componente è stata fissata e il cavo di alimentazione inserito in quello che altrimenti sarebbe stato un orifizio dedicato ai bisogni biologici. Poiché, se mi concentro e ricorro alla memoria, ho la nitida certezza di aver iniziato a percepire dapprima, vale a dire in fase di costruzione. Ricordo la sensazione delle lisce piume color crema e caramello venire pazientemente incollate al mio corpo semi-rigido. Posso richiamare alla mente l’ancoraggio del collo mobile e lo snodo di personalità che questa articolazione meccanica ha dato alla luce. 

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HISTORIA DEL AMOR – AGRUPACIÓN SEÑOR SERRANO

Affronta l’impossibile compito di capire cosa sia l’amore
Organizzereste mai un viaggio sapendo che non ha destinazione?
E chiedereste a trecento persone di salire su quell’aereo con voi?

Agrupación Señor Serrano con lo spettacolo di apertura del Festival delle Colline Torinesi presso TPE Teatro Astra ci propone un’esplorazione che nasce in silenzio. L’attrice in scena tiene lo sguardo fisso in camera e sul fondale viene mostrata la sua proiezione. Un volto innamorato, che sorride e non smette di guardare l’amante immaginato, sempre più vicino e poi dentro di lei. Iniziare a sentirsi in connessione con la protagonista della scena e percepire i propri muscoli del viso seguire il movimento dei suoi, per poi essere interrotti e riportati alla realtà da alcune domande pronunciate da una voce fuori campo: perché amiamo? E perché amiamo nel modo in cui amiamo? Quand’è emerso l’amore per la prima volta? Esisteva 100 milioni di anni fa?  

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ERODIÀS + MATER STRANGOSCIÀS – SANDRO LOMBARDI / ANNA DELLA ROSA

Soltanto tracce. Nella memorie di Sandro Lombardi, che in quel tempo e in quel luogo ha agito sulla scena, e degli spettatori, che hanno assistito a quella restituzione. È quanto resta del secondo e del terzo dei Lai testoriani che l’attore recitò nel ‘98 con la regia di Federico Tiezzi.
Si può decidere di tornare su uno stesso testo, su uno stesso lavoro, innumerevoli volte (e innumerevoli sono le ragioni che possono spingere un attore a farlo) e di viverne, con più o meno consapevolezza, variazioni ed evoluzioni nel corso del tempo. Ma quel corpo scenico, di quel momento e in rapporto a quel contesto, è inafferrabile.
Il mestiere teatrale porta in sé la difficoltà di indagine, e di ragionamento estetico, su una forma artistica che non si conserva, che non precipita in un’opera richiamabile e visionabile. Muore con l’attore, il cui talento, quando scende dal palco, «esiste solo nei ricordi di chi l’ha visto e sentito», scriveva Talma nelle Riflessioni su Lekain e sull’arte teatrale.
Lombardi recupera quelle tracce – un recupero critico, dialettico, e non semplicemente un “ricalco” di ciò che era stato – per consegnarle ad Anna Della Rosa e farle rivivere attraverso il suo corpo e la sua voce. Una ri-nascita: l’attrice partorisce la battuta in un nuovo tempo e per un nuovo pubblico.

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CON IL VOSTRO IRRIDENTE SILENZIO – FABRIZIO GIFUNI


Abbiamo visto al TPE – Teatro Astra lo spettacolo Con il vostro irridente silenzio. Studio sulle lettere dalla prigionia e sul memoriale di Aldo Moro di e con Fabrizio Gifuni.

L’attore porta in scena il frutto di uno studio intenso e personale sugli scritti di Aldo Moro. Gifuni ci consegna personalmente il suo invito a leggere questi documenti, affinché non consideriamo la morte di Aldo Moro un evento auto conclusivo. Nonostante per anni le sue lettere siano state definite la narrazione di un’Italia ormai passata, queste fungono da specchio in cui si scorge il riflesso di una nazione in quegli anni fragile, immobilizzata, dipendente da “suggerimenti esterni”. Molte delle questioni trattate nel memoriale sono evolute fino ad oggi e risultano estremamente attuali, come se profeticamente da lui ci fossero state anticipate.

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ACCANTO – BARBARA ALTISSIMO

Qual è il tuo fantasma? Chi, che cosa ti cammina accanto?

Si può vivere accanto ai propri fantasmi? I cittadini di varie età coinvolti nel progetto di Barbara Altissimo rispondono a questa domanda con la propria vita, offrendo in scena, con delicatezza, cura, danza e sospensioni, e con infinite fragilità vissute, ricordi, memorie che affiorano. Il coro è mosso da un desiderio di grande umanità ed è forse questa la strada che lo spettacolo ci invita a prendere in considerazione.

Il pubblico viene invitato ,prima di entrare in sala ,a rispondere alla domanda “qual è il tuo fantasma? Chi, che cosa ti cammina accanto? “Ed è così che ci accoglie lo spettacolo ospite della stagione 24/ 25 Fantasmi, a cura della fondazione TPE. 

“Lo spettacolo è il frutto di una lunga attività di formazione in diversi presidi civici territoriali, per il progetto la cultura dietro l’angolo, promosso dalla fondazione compagnia di San Paolo e dalla città di Torino in collaborazione con la fondazione per la cultura di Torino,per più di un anno centinaia di persone hanno lavorato intorno ad una riflessione collettiva per arrivare ad incontrare, riconoscere i propri fantasmi, regalando frammenti di vita, condividendo gioie e dolori e tessendo insieme una trama.Iprotagonisti sono donne, uomini comuni, persone che abitualmente non vivono il palcoscenico e che hanno camminato accanto i loro fantasmi.Un gioco di specchi in cui tutti possiamo trovare un riflesso che ci appartiene, che riconosciamo e che possiamo condividere”(Liberamente Unico)

 Lo spettacolo si presenta ottimamente orchestrato, gli ingredienti del teatrodanza ci sono tutti e si annusa nell’aria l’atmosfera e le memorie della Bausch; una rassegna di micro narrazioni offre al pubblico una possibilità di maggiore attenzione per la vita stessa e nel contempo l’occasione di mettersi a nudo per i performers che si appropriano di un tempo e di uno spazio per dichiararsi (unico rammarico, a mio parere, è per il pubblico che confonde il mettersi a nudo con discrezione degli attori e trasforma in spettacolarizzazione il loro dramma applaudendo ad ogni assolo)

La coreografa si districa abilmente nel territorio del teatro collettivo e offre con eleganza il suo gusto per l’estetica, la scelta delle musiche e il disegno luci ineccepibile di Massimo Vesco, a volte affiora un’immagine fotografica, a volte filmica e resta nel ricordo catturato. Tutto perfetto, forse troppo perfetto e forse qualche “sporcatura”ogni tanto la bravissima Barbara Altissimo poteva concedersela. La coreografa, ad ogni modo, ha saputo confermarsi una brava regista con il suo buon gusto e la sua sensibilità. La creazione si completa con la drammaturgia di Emanuela Currao ,gli oggetti scenici di Jasmine Pochat,i costumi di Gualtiero Scola e l’assistenza alla regia di Fabio Castello.

Alessandra Lai

creazione e regia Barbara Altissimo

drammaturgiaEmanuela Currao

in scenaFranco Albanese, Laura Brunetta, Martina Caruso, Loredana Casorio, Francesca Catania, Tommy Crosara, Emanuela Currao, Alessandro Dichirico, Allegra Florioli, Alessia Garombo, Rosaria Giangreco, Salvatore Loiodice, Francesco Piarulli, Raffaella Pitrolo, Amalia Piumatti, Stefania Savelli, Renato Scarpato, Amalia Scotti, Stefano Tubia

disegno luci e spazio scenicoMassimo Vesco

elementi sceniciYasmin Pochat

costumi di scenaGualtiero Scola

assistente alla regiaFabio Castello

organizzazioneNadia Frola

amministrazioneIsabella Saliceti

comunicazione e ufficio stampaRoberta Cipriani

produzioneLiberamenteUnico

LA PULCE NELL’ ORECCHIO – CARMELO RIFICI

Bretelle, mutande e palati all’Hotel Feydeau

Maxime:”Che Hotel! Ci tornerò di sicuro!”

Pinglet:”Che razza di Hotel! Non ci mettertò più piede!”

Feydeau è il re del vaudeville e imperatore della follia, ha un diavolo in corpo. Con lui bisogna ridere, ridere e ancora ridere. Il suo universo sono i personaggi presi dalla realtà, in carne ed ossa, osservandone il loro carattere, gettandoli poi in situazioni grottesche con una tragedia di segno opposto, ovvero rappresentarli in commedia. Anche F. diventa folle a tal punto che viene poi ricoverato in manicomio.

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Al centro dell’esilarante vaudeville c’è una moglie che sospetta che il marito abbia un’amante. Il dubbio nasce dopo il ritrovamento di un paio di bretelle presso l’Hotel Feydeau. Per mettere alla prova la presunta infedeltà del marito, gli spedisce un’appassionata e anonima lettera d’amore, in cui dà appuntamento all’uomo in quell’albergo, dove la moglie si recherà per vedere se il coniuge cadrà nella trappola. Da qui si creano una serie di fraintendimenti che portano tutti i personaggi ad incontrarsi all’Hotel dove, tra situazioni bizzarre, inaspettati sosia e travestimenti vari, cercano di salvare le apparenze e di uscirne indenni.

La commedia è stata ripresa da Carmelo Rifici data nel novembre 2023 al Piccolo Teatro di Milano per poi proseguire in tour per tutta Italia. Il cast è notevole, composto quasi in toto da diplomati alla Scuola di Teatro del Piccolo di cui Rifici è anche il direttore. Le coppie già scoppiate, fin dalla carta scritta, sono un via vai di esilaranti caricature alla Shakespeare, Goldoni, Molière, aggiungendo un’arguta satira contemporaneità alla Achille Campanile.

Un viavai continuo di battute, controsensi e doppi sensi, scambi smisurati, sguardi ammalianti, baci passionali, bastonate e revolverate, intrighi amorosi, perdita nel lume della ragione e mai trovata, travestimenti e camuffamenti, inseguimenti, corse e rincorse alla Larry Semon (alias Ridolini) ecc… il tutto condito da una scenografia semplice formata da grossi mattoncini gommapiuma stile quelli della Lego e una colonna sonora italians-yankee. Non assistiamo soltanto alle semplici messe in scene tratte dalla Belle époque parigina ma veniamo catapultati ai giorni nostri, dove tutti i protagonisti della commedia si intrecciano cantando, suonando, recitando e trasformandosi da clown a esseri umani e viceversa. I nomi non sono scelti a caso, hanno una loro logica e soprattutto hanno un loro punto di riferimento che è il cinema. Difatti il regista Rifici con l’aiuto del drammaturgo Tindaro Granata, ha preso in prestito da alcune delle più famose attrici della commedia italiana anni ‘60 e ‘70. Esatto; sono tanti e ricordarli un po’ rende difficile talvolta seguirli, ma quello di Vittorio Emanuele non lo si può scordare. I rimandi cinematografici ci sono eccome, dagli sketch nei film muti comici americani a quelli scenici stile Monicelli. 

Assistiamo a dinamiche familiari dei nostri giorni, non ci sono stereotipi, ma solo desideri e malumori che vengono amplificati dal grottesco odierno stile di vita contemporaneo, qui mancano i social network e…pensate se gli autori l’avessero aggiunto alla drammaturgia. Siamo certi che questa compagnia, con la macchina del tempo, è arrivata a noi dalla scuola di Jacques Copeau, proseguendo poi le stagioni dei Copiaus portando la cultura generale, la musica, il canto, la ginnastica, l’improvvisazione, il mimo e l’uso delle maschere.

Oltre ai rimandi e citazioni che arrivano dal cinema americano d’autore, con personaggi surreali del testo che toccano i due continenti, Europa e America; gli autori ci fanno divertire ed immaginare facendoci ridere e correre ad occhi aperti per due ore di trovate comiche e surreali. Un perfetto meccanismo scenico che viene mischiato usando la parola in un mare aperto, avendo come compito quello di trattenere il pubblico col tema del sospetto. Quello che c’è di erotico è il linguaggio che nasconde i desideri erotici inesplorati dell’essere umano che vorrebbero farlo nelle stanze dell’Hotel. Tutti sono innamorati del proprio vicino/a ma pensano solo ad una cosa in testa, il chiodo fisso di fare sesso.

Ecco forse una piccola pulce che potremmo mettere al regista è aggiungere per esempio un personaggio cinese, così per completare il quadro globale che dentro l’hotel Feydeau ci sta tutto il mondo farcito di pura e sana follia pacificatrice.

Il regista Carmelo Rifici ci spiega come mai è stato scelto nella programmazione del TPE-Fantasmi…“Il fantasma che si aggira tra le labirintiche stanze che animano l’Hotel Feydeau ha nome Follia. Lei è la vera protagonista dello spettacolo…Follia aleggia nell’aria e penetra i corpi degli ignari abitanti del testo, si impossessa di loro, li rianima, li ribalta, chiede loro di arrendersi a lei. Come nelle migliori commedie di tradizione, il fantasma si aggira nella città, portatore di caos irriverente e contagioso, per vegliare la notte sui corpi addormentati dei suoi cittadini…”

@Luigi Rinaldi

Foto credit @Luca Del Pia


Ispirato a La puce à l’oreille (1907) di Georges Feydeau
traduzione, adattamento e drammaturgia Carmelo Rifici, Tindaro Granata
regia Carmelo Rifici
con (in o.a.) Giusto Cucchiarini, Alfonso De Vreese, Giulia Heathfield Di Renzi, Ugo Fiore, Tindaro Granata, Christian La Rosa, Marta Malvestiti, Marco Mavaracchio, Francesca Osso, Alberto Pirazzini, Emilia Tiburzi, Carlotta Viscovo
scene Guido Buganza
costumi Margherita Baldoni
luci Alessandro Verazzi
scene Giuseppe Stellato
costumi Lucia Menegazzo
musiche Zeno Gabaglio
assistente alla regia Giacomo Toccaceli, Alice Sinigaglia
coaching movimenti acrobatici Antonio Bertusi
coaching clownerie Andreas Manz
produzione LAC Lugano Arte e Cultura, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, La Fabbrica dell’attore – Teatro Vascello partner di produzione Gruppo Ospedaliero Moncucco – Clinica Moncucco e Clinica Santa Chiara