Archivi categoria: Festival delle Colline
LAB_21 MON CORPS N’OBÈIT PLUS – SCHOß COMPANY
Opera lirica, danza, poesia, musica elettronica ed esibizione visiva. Cosa succederebbe se fossero riunite in un’unica performance armonica, in un progetto che ha come protagonista e direttore artistico il corpo?
Continua la lettura di LAB_21 MON CORPS N’OBÈIT PLUS – SCHOß COMPANYSTABAT MATER – JANAINA LEITE
Luci rosse, un palo da pole dance, un pornoattore, una madre e una figlia: non si tratta sicuramente della classica rappresentazione teatrale. Questo è lo scenario iniziale di un dramma dal carattere conferenziale che pone al centro della sua indagine temi universali quali l’amore, la famiglia, la violenza.
Continua la lettura di STABAT MATER – JANAINA LEITEQUIXOTE/ DAMMI I BRIVIDI-MA NON PER LA PAURA+ QUIXOTE/ A ROSE IS NOT A ROSE-INDUSTRIA INDIPENDENTE
Una rosa per sognare, spine per sentire
«Quando sogno è come se continuassi a vivere». È con questa possibilità di confondere i confini dell’esperienza, di abitare l’illusione senza per questo renderla meno reale, che si può entrare in Quixote, il dittico di Industria Indipendente ispirato a Don Quixote: Which Was a Dream (1993) di Kathy Acker. Sabato 10 ottobre, alla Fondazione Merz di Torino, Dammi i brividi – ma non per la paura, proiezione con la voce di Silvia Calderoni, e A rose is not a rose, performance con Annamaria Ajmone, hanno composto un attraversamento tra scrittura, immaginazione e corporeità, dove sognare non significa fuggire dal mondo, ma tentare di riscriverlo.
Continua la lettura di QUIXOTE/ DAMMI I BRIVIDI-MA NON PER LA PAURA+ QUIXOTE/ A ROSE IS NOT A ROSE-INDUSTRIA INDIPENDENTECREDERE ALLE MASCHERE – ROMEO CASTELLUCCI
Bianco. Un colore che riveste e inonda uno spazio chiuso, e che insieme restituisce una dimensione di infinite possibilità. La Fondazione Merz offre accesso a questo luogo in potenza , e il 6 ottobre alle ore 21 il pubblico occupa per intero le panche su tre lati. Ad ognuno viene consegnata una maschera, che copre il viso per intero e raffigura un volto umano, e le scatole da cui vengono prese riportano la fotografia di un uomo o di una donna reali.
Continua la lettura di CREDERE ALLE MASCHERE – ROMEO CASTELLUCCIAMLETO: LA VEEMENTE ESTERIORITÀ DI UN MOLLUSCO – ROMEO CASTELLUCCI
Castellucci: la veemente necessità del teatro
Nella cornice della trentunesima edizione del Festival delle Colline Torinesi, al Cinema Massimo viene proiettato il video dello spettacolo Amleto: la veemente esteriorità di un mollusco di Romeo Castellucci. La proiezione dialoga con la sua più recente opera performativa e site-specific, Credere alle maschere, in scena presso la Fondazione Merz il 6 e 7 ottobre 2026.
Continua la lettura di AMLETO: LA VEEMENTE ESTERIORITÀ DI UN MOLLUSCO – ROMEO CASTELLUCCI31ESIMA EDIZIONE DEL FESTIVAL DELLE COLLINE TORINESI
Dal 6 al 18 ottobre il Festival delle Colline giungerà alla sua 31esima edizione: è per questo che giovedì 21 maggio ci siamo riuniti al Teatro Astra per la presentazione del programma. Sarà un’edizione di svolta questa, per un festival che però si pone nel solco di una storia che ha costruito nell’arco di trent’anni: una vetrina e insieme un luogo di ricerca che porta a Torino le proposte più innovative del teatro contemporaneo, tenendo insieme una vocazione all’internazionalità e al dialogo con l’arte contemporanea. Un’edizione di svolta, dicevamo: cambia la direzione artistica. Sergio Ariotti fa un passo di lato, da ora in poi sarà il presidente del festival; al suo posto alla direzione artistica arriva la regista, performer e drammaturga Federica Rosellini (classe 1989) che, insieme a Isabella Lagattolla, guiderà le prossime edizioni. La coppia Rosellini–Lagattolla regalerà al festival un inedito sguardo intergenerazionale che nutrirà le prossime programmazioni.
Quella che ci aspetta sarà un’edizione molto più concentrata delle precedenti. Da un mese si contrae a tredici giorni con diciannove momenti performativi, undici prime nazionali e un palinsesto di masterclass, incontri e proiezioni cinematografiche.
CECI N’EST PAS UNE AMBASSADE (MADE IN TAIWAN) – RIMINI PROTOKOLL
Rappresentare l’irrapresentabile
Il 25 e il 26 ottobre è andato in scena al Teatro Astra lo spettacolo Ceci n’est pas une ambassade (Made in Taiwan), inserito nella programmazione del XXX Festival delle Colline Torinesi, con la regia di Stefan Kaegi e con Chiayo Kuo, Debby Szu-Ya Wang, David Chienkuo Wu.
Continua la lettura di CECI N’EST PAS UNE AMBASSADE (MADE IN TAIWAN) – RIMINI PROTOKOLLIntervista a Debby Szu-Ya Wang – Rimini Protokoll
A seguito del debutto in Italia dello spettacolo Ceci n’est pas une ambassade (Made in Taiwan), ho avuto l’opportunità di intervistare Debby Szu-Ya Wang, vibrafonista, percussionista e compositrice, in scena in veste di musicista, compositrice, attrice ed ereditiera. Lo spettacolo è stato ideato e diretto da Stefan Kaegi (Rimini Protokoll), ed è una produzione che ha riunito istituzioni europee e taiwanesi, per andare in tournée durante il 2024 in Europa, Taiwan e in Corea del Sud. L’intervista si è svolta in inglese e nel testo sono presenti degli interventi tra parentesi al solo scopo di precisare o chiarire alcuni commenti.
Continua la lettura di Intervista a Debby Szu-Ya Wang – Rimini ProtokollWAYCEYCUNA – TIZIANO CRUZ
Al Teatro Astra, in occasione del Festival delle Colline Torinesi 2025, è andato in scena, nelle serate del 28 e del 29 ottobre, lo spettacolo Wayceycuna – parola quechua che significa “I miei fratelli”- realizzato e interpretato da Tiziano Cruz, artista noto per il suo lavoro interdisciplinare che unisce teatro e arti figurative.
L’opera, già presentata al Festival d’Avignone, rappresenta la chiusura della trilogia Tres Maneras de Cantarle a una Montana, in cui l’artista compie un tuffo nel passato per raccontare la propria infanzia sulle montagne dell’Argentina settentrionale, intrecciando ricordi personali a riflessioni politiche sulla violenza distruttiva del neoliberismo.
L’artista argentino compare solo sul palco, dietro al disegno delle montagne che si stagliano bianche come la neve nella scenografia, accompagnato dal suono delle campane. E’ così che inizia il suo viaggio: Cruz parla in spagnolo, con accento argentino, la sua lingua madre, mentre sullo schermo, in alto sopra il palcoscenico, compare la traduzione in italiano.
I sensi dello spettatore diventano parte integrante dello spettacolo, e lo aiutano ad immedesimarsi completamente nella scena: la lingua e il canto come parte uditiva, il cambio d’abito e la tavolata come componente visiva.
Ci sono ben tre cambi di vestiario; si passa da un abito coloratissimo a una maglietta con scritto “La ragazza senza denti”, – la cui identità verrà svelata solo in seguito-, fino a un completo totalmente bianco, simbolo del potere. Per mostrarlo, l’artista si mette prima da un lato e poi dall’altro, come per una foto segnaletica: un gesto che rappresenta l’istituzionalizzazione del razzismo e introduce la toccante frase pronunciata poco dopo;
“Non importa quante opere faccia, non ascolteranno mai noi poveri emarginati”.
Segue la preparazione della tavolata sul palco, si parla della Festa di Santa Barbara, legata ai riti agricoli, ai cicli della natura e alla collettività. Il fatto che si tratti di una festività associata alla protezione contro la morte improvvisa non è casuale, come gli spettatori scoprono nella parte più toccante, a mio parere, dell’intero spettacolo.
Dopo aver disposto sulla tavola colorata frutta e pane, Cruz aggiunge alcune piccole bambole. Una di queste rappresenta la sorella, Betiana Cruz. L’artista la solleva lentamente, trascinando il pubblico nel racconto della notte peggiore della sua vita.
Nel finale, Cruz stimola anche il senso del gusto; mentre intona le note della canzone Wayceycuna, distribuisce pane e frutta in un rito comunitario, come in una festa.
L’artista non chiede mai empatia nei propri confronti, non si presenta come vittima; utilizza magistralmente la tecnica dello show don’t tell, facendoci entrare nel suo mondo attraverso i sensi e l’arte del teatro, offrendoci la possibilità di riflettere personalmente sull’opera e di trarre ciascuno la propria conclusione.
Per me, assistere a Wayceycuna è stato come sorseggiare un caffè di ottima qualità; la bevanda è inizialmente amara, poiché si parla di morte, di razzismo, violenza sistematica e povertà, per poi raggiungere il suo picco emotivo nella scena della tavola. Ma la conclusione, nell’imitazione di una festa collettiva e gioiosa, dimostra quanto Cruz sia legato alla sua terra nonostante tutto, lasciando quella nota dolce che solo i migliori caffè sanno regalare come retrogusto.
“La montagna mi ha visto nascere, ridere e piangere, mi ha visto crescere, mi ha visto andarmene e un giorno mi vedrà tornare.”
Camilla Cucci
Wayqeycuna di Tiziano Cruz
Testi, regia e performance di Tiziano Cruz
drammaturgia di Rodrigo Herrera
con la collaborazione artistica di Rio Paranà
fotografia, musica e suono, coordinamento tecnico, realizzazione foto e video,
disegno luci di Matìas Gutiérrez
costumi e produzione artistica di Luciana Iovane
produzione di Ulmus Gestiòn Cultural
Foto tratta da Latitudes Contemporaines (www.latitudescontemporaines.com)