Tutti gli articoli di Ilenia Cugis

POSTCARDS FROM A BETTER PLACE – LUNATICS AND POETS

Postcards from a better place, del gruppo olandese Lunatics and Poets, è uno spettacolo composto da frammenti, torsioni, piani sequenza teatrali, il cui protagonista è il corpo, esperito come luogo in cui la memoria si conserva. Una memoria muscolare, articolare, emotiva, che si riaccende a partire da una scintilla mentale. Non avendo pretese di esaustività, lavora per figure e mosaici, lasciando allo sguardo dello spettatore i pezzi da incasellare. Ma la spettatrice che ora vi scrive non desidera ricomporre un quadro organico, sceglie infatti di rimandarvi alle schegge della narrazione. Nel farlo, vi chiede di raccogliere le suggestioni e creare delle immagini mentali di seconda mano; osservatele, e domandatevi se l’elenco dei ritratti fornito sia o non sia estremamente soggettivo e fazioso.

Un gioco che non nutre

La terra, che sforna figli secchi, inariditi. Cicatrici di bosco. Spighe di grano deformate dal vento asciutto. Cartoline che fotografano il momento, istantanee. Fugaci. Cadute. Al trotto. La terra crudele porta addosso le cicatrici delle messi, i solchi del verde. Le statue sono tutte crollate; sono state abbattute dai popoli, o dagli eventi, o dalle calamità? I figli sono stati pugnalati al ventre, i padri se ne sono cibati. Le cattedre. Le sedie. Le madonne affamate, vampiri, lasciano segni di denti sulle braccia delle bambine. I figli assetati bevono il sudore, camminano al contrario, sbattono contro gli archi vuoti di piazze inabitate, di case crollate, di ricordi di città distrutte. Le bombe. Una moglie, donna, figlia, casta e diva, sistema un sopracciglio sul volto insensibile. Le vesti da notte si sono svuotate, gli esseri umani sono effimeri, impalpabili, no: sono fantasmi. Una guerra, è stata qui o altrove, due guerre, dieci e mille guerre, campi sterminati di nulla. Un desiderio che riaffiora, con esso la memoria: la lama, la caduta, lo strattone, il corpo ritorto, le articolazioni snodate, le sospensioni del respiro, la musica e le parole e l’infanzia. Cartoline estemporanee di ricordi che riemergono. L’allievo e il maestro, che evocano il sé, un sé troppo giovane, un sé adulto che vorrebbe fargli da guida, non può: i piani temporali si parlano in una sola direzione; il passato conversa col presente, lo plasma, lo direziona. Il presente non influenza il passato, ne è spettatore muto e passivo, anzi lo subisce, lo subisce come un torto, un’ingiustizia, una condanna comminata dal tempo.
In Postcards from a better place l’artista cammina sulle orme di quel se stesso che è già stato, ripercorre le strade che ha già percorso, osserva l’amore, la famiglia, gli amici e gli insegnanti, mentre le piazze e le città che attraversa sono vuoti. Come vuoti sono nei ricordi i viali sui quali abbiamo transitato durante il quotidiano, o durante i viaggi, le estati, i traslochi e le vacanze. Poiché le moltitudini di estranei che brulicavano nelle metropoli della nostra vita non si sono fissate nei nostri ricordi. No, solo le emozioni che abbiamo provato hanno impresso la memoria con il proprio simulacro, tutto ciò che non era essenziale l’abbiamo lasciato fuori. Fuori di noi, abita nel passato di qualcun altro.

Ilenia Cugis

Con Tatiana Spiewak, Leander Kämpf, Ada Daniele, Ray Lemmens, Anna Jacobs

Concept, coreografia in collaborazione con i/le danzatori/danzatrici
Produzione Lunatics and Poets
Drammaturgia
Merit Vessies
Suono Rik van den Heuvel (suono)
Luci Samon Presland
Costumi Samir Duratovic
Atelier Lea Maria Kahl
Photocredits Jésula Toussaint Visserm, Eduard Serra

Con il sostegno di
Embassy and Consulate General of the Kingdom of the Netherlands

Alfons(in)a – Marta Bulgherini

A opera della magnetica e carismatica Marta Bulgherini, Alfons(in)a tratta la parziale spettacolarizzazione della vita di Alfonsa Rosa Maria Morini, prima (e unica) donna a competere nel blasonato Giro d’Italia. Durante la presentazione del Direttore di Polline Fest, Alessandro Balestrieri, apprendiamo che Bulgherini porta l’opera a Torino in qualità di vincitrice del premio del Festival per il teatro under 35.

Sul palco troviamo quindi Bulgherini nel ruolo di Alfonsina e Diego Frisina nel ruolo di Pulce l’animale di peluche, nonché di variegati altri personaggi. Entrambi si dimostrano generosi e regalano agli spettatori una grande energia, spinta, scioltezza. Possiedono una dinamica e un’intesa reciproca capaci di sostenere l’intera rappresentazione e di attrarre, ma anche tenere a bada, la platea esuberante e affollata del Teatro della Caduta. Gli scambi di battute sono agili, vivaci, intensi, e gli artisti risaltano nel lavoro individuale e di coppia, stagliandosi energici oltre lo sfondo scuro e spoglio del palco. 

La messinscena si articola in due distinti atti narrativi che differiscono per stile, scelte tecniche, approccio e intenzione.

Il primo segmento narra i sogni, l’infanzia, la preparazione tecnica, la fuga da casa, le competizioni europee, l’amore e l’ambizione della giovane donna, fino al fatidico approdo al Giro d’Italia del 1924:

“Datemi un numero di gara e un orario di partenza”, tuona Bulgherini.

Il primo atto sfreccia e si sbriciola. Così come è stata cucita l’uniforme di Alfonsina, con un lavoro fino fino e da sartina, si potrebbe rammendare qualche taglio del tessuto narrativo, che va tanto veloce da sfilacciarsi, mentre la storia perde volume, si sfina. Con un ago sottile si potrebbero rinforzare i punti bibliografici, rallentando la sovrapposizione dei fatti, i cambi repentini, gli spostamenti di focus. Senza, per questo, disfare la forza dinamica, la fisicità, il ritmo e la voce, di uno spettacolo che si dimostra sempre coinvolgente e avvincente. 

Nel secondo segmento si assiste a una metamorfosi: avviene un’immediata rottura della quarta parete e si instaura una discussione meta-narrativa sulle storie di eroismo femminile e sul senso di benessere che esse regalano. Il pubblico diventa un quarto attore – se il terzo era la bicicletta –, e i due artisti lo coinvolgono una dinamica semi-comica che non manca di riflessioni più profonde e, a tratti, contorte, fino ad arrivare a una chiusura narrativa.

“E quindi, poi, com’è morta?”
“Mia madre?”
“Alfonsina…”

Mentre scrosciano i meritati applausi, mi domando se ogni testo sia un pretesto per parlare di noi: delle nostre macchinazioni, storie, ipocrisie. Anzi, se sia un pretesto per parlare delle nostre madri, di un buco, di un senso d’incompletezza, di un’infanzia che abbandoniamo precocemente. Sia un appiglio per sviscerare i nostri lucidi – e meno lucidi – episodi iper-analitici. Sia lo strumento per sventrare i nostri tentativi di parlare di femminismi, mentre restiamo all’interno di una cornice sociale imperfetta. Un quadro che smorza, nostro malgrado, l’atto comunicativo e il messaggio che ci sta a cuore e che tentiamo di far rimbombare. 

Poiché laddove ognuna delle storie eroiche con cui dialoghiamo diventa una parte di noi, costringiamo le eroine a subire il nostro stesso destino: le de-umanizziamo. Nell’impeto di trasformare loro in miti, e di raggiungerle da pari, dimentichiamo che siamo tutte semplicemente delle persone. E nel nostro essere umane, anziché divine, ci sembra di infrangere una promessa fatta alla versione dodicenne di noi stesse; ma essere una persona non è tradire i sogni dell’infanzia: è esprimere al massimo il nostro potenziale.

Perché, come ricorda Bulgherini, questa è una storia che scriviamo tutte insieme. L’hanno scritta Alfonsina e sua madre, durante un mese a Parigi, l’hanno scritta l’artista bambina e l’artista adulta, sul palcoscenico, e l’hanno scritta tutte le eroine che sono state delle persone prima di diventare personificazioni. Personificazioni di Tenacia, Successo o Coraggio, che hanno tracciato i sentieri che ripercorriamo oggi con la speranza di riuscire a superare le loro pietre miliari, anche solo di un passo.

Ilenia Cugis

di Marta Bulgherini
con Marta Bulgherini e Diego Frisina
musiche originali di Enrico Morsillo
sound design di Antonio Romano
voice over di Sara Labidi e Camilla Tagliaferri

una produzione Tieffe Teatro / Generazione P

Con il sostegno della residenza artistica “Il filo immaginario” di Gommalacca Teatro

ATOMICA – MUTA IMAGO

Ballare lo swing sulla coscienza della gente


Si accende una luce. Fioca. Il mondo è in penombra. L’ultima volta che il sole ha brillato nel cielo è stato durante la mattina del 6 agosto 1945, quando alle ore 8:15 l’aeronautica militare statunitense ha sganciato la bomba atomica Little Boy sulla città giapponese di Hiroshima. Da quel momento in poi, l’umanità vive un perenne crepuscolo. Le vite spirano e rinascono, accendendo piccoli led sullo schermo nero del pianeta – che si trova sul fondo del palcoscenico –, creano messaggi, forniscono informazioni fatte di punti e di linee indecifrabili, figlie di un alfabeto morse impazzito e arbitrario.

Un uomo solo, costretto al silenzio, rinchiuso e sedato, porta il senso di colpa del contemporaneo sulle proprie spalle. La vista dall’alto del paesaggio del mondo moderno completamente distrutto gli resta aggrappata addosso, senza liberarlo. È Claude Eatherly, l’aviatore texano che a ventisei anni ha dato l’ok allo sgancio della prima bomba. Insieme a lui, il filosofo tedesco Günther Anders; entrambi devono assistere alle morti, alla gara al riarmo, al gioco del deterrente, all’impazzire della Guerra Fredda, allo swing ballato sulle coscienze della gente. I due personaggi affini e complementari sono interpretati con potenza e carisma da Gabriele Portoghese e Alessandro Berti, capaci di restituire allo spettatore il complesso stratificarsi degli intrecci delle storie personali e della Storia del secondo Novecento.

In Atomica Muta imago manipola alcuni elementi ricorrenti della sua poetica: personaggi tridimensionali, raffinata scelta degli interpreti, ritmi scenici elaborati, sospensioni e riprese, disegni luce studiati al millimetro, musiche ed effetti sonori capaci di unire l’onirico e il tangibile. Le forme sferiche, l’apparecchio telefonico in scena e i fasci di luce che spandendosi sulla platea fanno sentire lo spettatore racchiuso dalla messinscena, inoltre, appartengono alla grammatica del linguaggio scenico del duo. Ogni oggetto, distorsione, lume, movimento, scatto e silenzio, compone la sintassi di un messaggio gravido di significati – ancor più in un presente frammentato e polarizzato.

Le dinamiche dell’oggi sono infatti giocate su un continuo nascondino di responsabilità militari, di depositi di munizioni, di test e deflagrazioni, laddove le persone si suddividono tra bersagli e carnefici, in un alimentarsi di nuove nevrosi nucleari. Mentre uno rassicura, l’altro si sobbarca di ansie rinnovate; mentre l’attivista infuria, l’indolente nasconde il capo sotto la sabbia. Ecco che i globi sul palco sono pianeti inafferrabili, impassibili, insensibili, che si rincantucciano in un tramonto perenne. Essi come gli uomini, militi o filosofi, vivono un’esistenza ombrosa, sfiduciati dall’oblio della censura e dal peso della consapevolezza di aver contribuito a creare questo presente.

Ilenia Cugis

liberamente ispirato al carteggio tra Günther Anders e Claude Eatherly
di Muta Imago
regia Claudia Sorace
drammaturgia e suono Riccardo Fazi
con Alessandro Berti, Gabriele Portoghese
collaborazione alla drammaturgia Gabriele Portoghese
consulenza letteraria Paolo Giordano
musiche originali Lorenzo Tomio
disegno scene Paola Villani
direzione tecnica e disegno luci Maria Elena Fusacchia
costumi Fiamma Benvignati
si ringrazia l’artista Elisabetta Benassi
per INDEX Valentina Bertolino, Francesco Di Stefano, Silvia Parlani
produzione INDEX
in coproduzione con TPE – Teatro Piemonte Europa in collaborazione con Politecnico di Torino – Prometeo Tech Cultures, Emilia Romagna Teatro ERT I Teatro Nazionale
in collaborazione con AMAT e Comune di Pesaro
con il supporto di MAB Maison des Artistes Bard, ATCL / Spazio Rossellini, MAB Maison des Artistes Bard, Viola Produzioni / Spazio Diamante
compagnia finanziata dal MiC – Ministero della Cultura
foto Eleonora Mattozzi / CIRCA

Intervista a Debby Szu-Ya Wang – Rimini Protokoll

A seguito del debutto in Italia dello spettacolo Ceci n’est pas une ambassade (Made in Taiwan), ho avuto l’opportunità di intervistare Debby Szu-Ya Wang, vibrafonista, percussionista e compositrice, in scena in veste di musicista, compositrice, attrice ed ereditiera. Lo spettacolo è stato ideato e diretto da Stefan Kaegi (Rimini Protokoll), ed è una produzione che ha riunito istituzioni europee e taiwanesi, per andare in tournée durante il 2024 in Europa, Taiwan e in Corea del Sud. L’intervista si è svolta in inglese e nel testo sono presenti degli interventi tra parentesi al solo scopo di precisare o chiarire alcuni commenti.

Ci racconteresti la genesi di questo spettacolo?

Wang: Il processo è iniziato con una open call rivolta a una vastità di cittadini taiwanesi, a cui hanno fatto seguito interviste, colloqui e incontri, e la scelta del cast. Abbiamo tratto dei racconti dalle nostre storie personali (in scena, oltre a Debby, Chiayo Kuo, attivista digitale e David Chienkuo Wu, diplomatico), finché Stefan (Kaegi) ha scritto il testo (insieme alla drammaturga Szu-Ni Wen). A quel punto abbiamo iniziato a provare con il copione, e questo nel frattempo veniva modificato e riscritto per confezionarlo in modo che funzionasse al meglio.

Ci sono stati dei momenti in cui vi siete dovuti mettere in discussione, o avete dovuto superare dei disaccordi interni al gruppo?

Wang: Parecchi, a dire il vero. E non solo disaccordi tra noi tre (le personalità in scena), bensì tra tutto il collettivo artistico. Trattandosi di un team internazionale, ognuno ha un background culturale differente e quando si lavora insieme questo influisce sul modo in cui ciascuno comunica con l’altro (è una co-produzione del Teatro Nazionale di Taipei e del Teatro Vidy-Lausanne, in Svizzera). Ci sono stati dei momenti di disaccordo tra il regista e la drammaturga, tra me e loro, nonché tra loro, Chiayo e David. È per questo che abbiamo creato il cartello “I DISAGREE” che si vede sul palco, per dare parola anche alle visioni contrastanti.

David Wu con il cartello “I DISAGREE” © Claudia Ndebele/Théâtre Vidy-Lausanne

Wang, prosegue: Inoltre, ci sono stati anche dei disaccordi dal punto di vista tecnico e dei compromessi da raggiungere. Per esempio questa è stata una sfida (indica il sistema di percussioni elettronico che utilizza in scena). Io ho un background jazz, quindi non sono abituata a suonare con apparecchiature come questa, sto ancora imparando. Non solo, siamo andati in scena in Germania e oggi qui in Italia, e dal momento che parlo un po’ di tedesco e italiano, abbiamo aggiunto degli intervalli in cui mi rivolgo al pubblico utilizzando le lingue locali. È stato impegnativo, mi sono messa alla prova.

Avete invece incontrato critiche da parte dei diversi pubblici e spettatori?

Wang: In linea generale è uno spettacolo che al pubblico piace. Però è stato complicato portarlo in scena proprio a Taiwan, perché abbiamo dovuto adattare il testo – dal momento che non si può aprire un’ambasciata di Taiwan, a Taiwan. Ci sono stati dei pubblici critici, anche perché gli spettatori conoscevano bene la storia, pertanto bisognava aggiungere dettagli, essere specifici, fare attenzione alle parole scelte. Non è stato uguale dappertutto. Alcune città sostengono una linea più nazionalista, altre no, perciò qualcuno poteva prendersela per questa o quella battuta del copione ed essere polemico. Però abbiamo ricevuto sempre molti riscontri positivi.

Grazie mille per questi dettagli che ci aiutano a capire meglio come si possa unire il teatro alle azioni politiche e quali siano i rischi e i compromessi a cui è necessario ricorrere per non sacrificare né la componente artistica, né il cuore del messaggio (o dei messaggi). Prima di salutarci, ti andrebbe di suggerirci artisti, autori, libri, film o show, per aiutarci a conoscere meglio il panorama artistico che offre Taiwan?

Wang, mentre scrive sul mio taccuino: Monique Chao è una musicista italo-taiwanese che vive a Milano, trae molta ispirazione dal panorama sonoro di Taiwan. Three tears in Borneo, è uno show di Netflix che parla dell’occupazione giapponese di Taiwan. Port of lies, è un legal drama, che parla di immigrazione e altri problemi sociali nella Taiwan contemporanea. E poi Lilium, una band indipendente di Taiwan che unisce diverse lingue e linguaggi.

Suggerimenti davvero molto interessanti, ti ringrazio. Non resta che salutarci, in bocca al lupo per le prossime repliche!

Ilenia Cugis

GIACOMO. UN INTERVENTO D’ARTE DRAMMATICA IN AMBITO POLITICO – ELENA COTUGNO

Nell’accogliere gli spettatori, le sale del Museo del Risorgimento di Torino – già sede della prima Camera dei deputati del Regno d’Italia – incorniciano la rappresentazione di Giacomo. Un intervento d’arte drammatica in ambito politico di Elena Cotugno e Gianpiero Borgia, con lo sfarzo di ori, dipinti e lampadari. Nel buio che cala e nel fischiettio che si diffonde, mentre Cotugno si muove tra le sedie, il pubblico è chiamato ad allenare il distacco dal proprio vissuto politico ed emotivo, e a discernere la storia – personale – dalla Storia.
Colpita da una forte luce che le riempie il volto, nel primo segmento l’attrice indossa un abito elegante abbellito da strati di pizzi e una lunga giacca maschile, tiene lo sguardo basso e le ciglia serrate, mentre incarna in sé, come una medium, lo spirito della Storia: uno spirito che si manifesta dal passato e impregna il presente.
La voce dell’attrice produce una reboante melodia di parole che ha il suono di una preghiera, a causa degli immensi spazi del palazzo Carignano. Questi, sono amplificatori e distorsori al contempo: producono delle risonanze in grado di rimescolare i confini delle parole e inducono una vibrazione nello spettatore. L’onda del suono, poi, si dissolve nei pochi lunghi e decisivi silenzi.

Quando il ritmo serrato lascia il posto alla quiete, la mente dello spettatore si riempie di pensieri e riflessioni che ne annichiliscono lo spirito, poiché le domande e le affermazioni dell’Onorevole Matteotti richiamano l’attenzione sull’attualità. I sermoni sulla libera espressione e la libera partecipazione alla vita politica e sociale lasciano intendere che la Democrazia – come istituzione, allora, come ideale, oggi – non sia semplicemente in pericolo, ma svanita.
Ora, il secondo segmento narrativo si anima del vociare e rumoreggiare del Parlamento, mentre tutto il baldanzoso baccano trabocca dal corpo e dall’estensione vocale di una sola artista, Cotugno. Da sé, rimette in scena il circo della farsa fascista, capace perfino di schernire i difensori della Democrazia additandoli come pagliacci attraverso negazionismi, brutalità, intimidazioni e vittimismo. Ecco che i sostenitori del processo democratico si ritrovano paradossalmente derisi quali ultimi figuranti di una messinscena fallimentare e fuori moda.

Nel movimento finale, laddove ogni tensione si scioglie prima dell’applauso, rimane il dubbio di un interrogativo: a chi si rivolge lo spettacolo, chi è l’interlocutore dell’allestimento? Qualora l’intenzione fosse prendere per le spalle e far trasalire le vittime del torpore contemporaneo, che induce all’astensionismo e al boicottaggio dalla partecipazione publica, tali persone si troverebbero a teatro di propria iniziativa o sarebbero piuttosto da stanare, catturare e trascinare in sala?

“Noi abbiamo detto loro: state calmi; non rispondete alle violenze. Lo abbiamo ripetuto in tutti i toni […] Ci hanno detto vigliacchi […] ma nonostante tutto, abbiamo detto: non bisogna reagire. […] Noi andremo a Roma. Noi domanderemo in Parlamento conto di questi fatti, domanderemo se il capitalismo assume la responsabilità del fascismo, domanderemo al governo se assume la responsabilità completa delle sue autorità e dei suoi agenti. Ma se non ci si risponderà […] badate che l’esasperazione è al colmo, badate che anche la nostra autorità sulle masse ha dei limiti, al di là dei quali non può andare”.

Ilenia Cugis

Un ringraziamento a Giulia per avermi inviato la sua copia dei verbali per la citazione a conclusione del pezzo.

Progetto di Elena Cotogno e Gianpiero Borgia
testi di Giacomo Matteotti con interruzioni d’Aula
drammaturgia di Elena Cotugno e Gianpiero Borgia dai verbali delle assemblee parlamentari del 31 gennaio 1921 e del 30 maggio 1924
con Elena Cotugno
costumi Giuseppe Avallone
artigiano dello spazio scenico Filippo Sarcinelli
ideazione, coaching, regia e luci Gianpiero Borgia
coproduzione TB e Artisti Associati Gorizia
con il sostegno della Presidenza del Consiglio dei ministri
con il patrocinio di Comune di Fratta Polesine, Fondazione Giacomo Matteotti, Fondazione di Studi Storici “Filippo Turati” e Fondazione Circolo Fratelli Rosselli

Inside iGirl: iChick. Punti di vista semi-motorizzati

Non so dire con precisione se il primo momento in cui ho avuto un pensiero sia stato quando l’ultima componente è stata fissata e il cavo di alimentazione inserito in quello che altrimenti sarebbe stato un orifizio dedicato ai bisogni biologici. Poiché, se mi concentro e ricorro alla memoria, ho la nitida certezza di aver iniziato a percepire dapprima, vale a dire in fase di costruzione. Ricordo la sensazione delle lisce piume color crema e caramello venire pazientemente incollate al mio corpo semi-rigido. Posso richiamare alla mente l’ancoraggio del collo mobile e lo snodo di personalità che questa articolazione meccanica ha dato alla luce. 

Continua la lettura di Inside iGirl: iChick. Punti di vista semi-motorizzati