Dal 6 al 18 ottobre il Festival delle Colline giungerà alla sua 31esima edizione: è per questo che giovedì 21 maggio ci siamo riuniti al Teatro Astra per la presentazione del programma. Sarà un’edizione di svolta questa, per un festival che però si pone nel solco di una storia che ha costruito nell’arco di trent’anni: una vetrina e insieme un luogo di ricerca che porta a Torino le proposte più innovative del teatro contemporaneo, tenendo insieme una vocazione all’internazionalità e al dialogo con l’arte contemporanea. Un’edizione di svolta, dicevamo: cambia la direzione artistica. Sergio Ariotti fa un passo di lato, da ora in poi sarà il presidente del festival; al suo posto alla direzione artistica arriva la regista, performer e drammaturga Federica Rosellini (classe 1989) che, insieme a Isabella Lagattolla, guiderà le prossime edizioni. La coppia Rosellini–Lagattolla regalerà al festival un inedito sguardo intergenerazionale che nutrirà le prossime programmazioni.
Quella che ci aspetta sarà un’edizione molto più concentrata delle precedenti. Da un mese si contrae a tredici giorni con diciannove momenti performativi, undici prime nazionali e un palinsesto di masterclass, incontri e proiezioni cinematografiche.
Moltissime saranno le artiste donne o non binarie, tante under 45, e per diversi artisti – come Janaina Leite, Flinn Works, Hashem Hashem, Nuria Guiu Sagarra – sarà il primo approdo in Italia. Sarà rinsaldato il sodalizio tra il Festival e il Teatro Astra e, alla Fondazione Merz, altro luogo caro alle Colline, si aggiungerà il Coro di Santa Pelagia.
Rosellini e Lagattolla ci propongono una costellazione di coppie: Industria Indipendente, Maddalena Reversa, Marco Donnarumma e Margherita Pevere, Janaina Leite e Laura Duarte. Una scelta che mira a sottolineare e a dare spazio alla dimensione collettiva e plurale di molto teatro contemporaneo, in cui gli sguardi si moltiplicano e le prospettive si ampliano.
Come nelle precedenti edizioni, i giorni del festival non sono una parentesi impermeabile al reale, quanto piuttosto uno strumento che registra le inquietudini e le urgenze del nostro tempo per sondarle in profondità. È “assimilazione” uno dei temi chiave di quest’edizione – osserviamo a distanza la guerra, che sarà il tema centrale della prossima stagione del TPE –, siamo immersi in una crisi climatica, si fanno sempre più urgenti delle politiche di parità mirate a contrastare la disparità sociale ed economica. Attraversiamo tutto ciò quotidianamente, cercando di sopravvivere, assimiliamo queste eco del disastro. Il cortocircuito tra orrore e sopravvivenza si riverbera nell’azione scenica di Romeo Castellucci, presenza cara al festival, dal titolo Credere alle maschere; prendiamo parte al trauma del corpo femminile come nel lavoro di Janaina Leite in Stabat Mater; la Schoß Company in Il mio corpo non mi obbedisce più mette a nudo le oppressioni che subiamo; cerchiamo vie di fuga al capitalismo come Marco Donnarumma fa con Ex Silens; amore e fine del mondo s’intrecciano nella conferenza-musical di Marco D’Agostin; attraversiamo la Beirut di Hashem Hashem, una città di suoni, di vetro, guerra, rimanenza e memoria. E la mente corre immediatamente al segno d’artista che accompagnerà questa 31esima edizione, Incidente di percorso di Guendolina Urbani, la fotografia di un atto performativo. Nella foto si vede una scheggia di vetro di quello che fu il finestrino di un’auto: l’auto, simbolo di un capitalismo di spostamenti frenetici, sabotata e fermata dall’irruenza di un’arte antica e sempre contemporanea come il teatro, che nei casi migliori sa squarciare, ma squarciandosi si sfonda esso stesso per accogliere gli urti del mondo.
Giuseppe Rabita