Tutti gli articoli di Giuseppe Rabita

ANTIGONE E I SUOI FRATELLI – POTENZIALI EVOCATI MULTIMEDIALI

In principio era la relazione. Relazione tra di loro, relazione col pubblico, relazione con la società, dai margini al centro, dal centro ai margini.
Se si vogliono trovare le ragioni da cui nasce Antigone e i suoi fratelli, in scena in questi giorni fino al 22 Gennaio alle Fonderie Limone di Moncalieri, bisogna cercarle fuori e oltre i confini dello spettacolo: nelle scuole, nelle carceri, nelle periferie, luoghi in cui quotidianamente i Potenziali Evocati Multimediali – PEM – operano portando le pratiche teatrali, per stimolare l’interazione, in un mondo in cui la comunicazione è sempre più mediata, attraverso schermi.  PEM è un’impresa sociale di giovani attori guidati da Gabriele Vacis, nata nel 2021. 

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ROMEO CASTELLUCCI INCONTRA IL PUBBLICO DEL FESTIVAL DELLE COLLINE TORINESI

Romeo Castellucci incontra il pubblico del Festival delle colline Torinesi.  Il suo Bros, in scena alle Fonderie Limone il 29 e il 30 ottobre  è infatti uno dei titoli di punta di questa 27esima edizione. 
Ustorio, crudele, potente, Bros è un’indagine sulla possibile violenza perpetrata dalle forze dell’ordine in quello iato, ahimè necessario – ogni ideologico pregiudizio è estraneo all’opera – per l’ordine pubblico, tra la persona e la divisa, il cittadino e l’istituzione. 

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DULAN LA SPOSA – VALERIO BINASCO

Mentre si alza il sipario del Carignano con Il Crogiuolo riportato in scena da Filippo Dini, inaugura la 27esima edizione del Festival delle Colline, anche il Gobetti dà il via alla stagione. 
Il primo titolo in cartellone è Dulan la sposa, testo di Melania Mazzucco, inizialmente nato per la radio, che arriva sulla scena affidato a Valerio Binasco, nella doppia veste di attore e regista.
Lo ha intervistato per noi Federica Mangano, vi invitiamo a leggere l’intervista qui.

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OUT OF THE BLUE – STAGIONE 2022-2023 TEATRO STABILE TORINO

C’è un’attività estiva che trovo particolarmente piacevole: pregustare le gioie invernali, sfogliando le stagioni dei teatri che frequenterò.
A grandi linee dunque, vediamo cosa ci propone il Teatro Stabile di Torino per la stagione 2022/2023. 

Out of the blue. 

Una stagione dall’anima ibrida, che sa porsi nel solco della tradizione, ma con uno sguardo attento al presente. Valerio Binasco e la sua ciurma quest’anno decidono di puntare più a un teatro d’impegno, di indagine critica, che sul puro e semplice intrattenimento.

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BUCHI NERI – IL TPE PRESENTA LA STAGIONE 2022-2023

Nuovo direttore artistico per il Teatro Piemonte Europa, nuova stagione, nuova veste grafica.

Se entrate in questi giorni al Teatro Astra, ad accogliervi ci saranno delle locandine dai colori fluo, su cui capeggiano delle citazioni di grandi filosofi, ma la cornice dell’immagine non ci permette di leggere le frasi per intero, la comprensione dell’aforisma è in qualche modo negata. Questa la scelta grafica per rappresentare la stagione 2022/23 a cura di Andrea De Rosa, nuovo direttore artistico succeduto a Walter Malosti.
Il titolo è Buchi neri. Il fil rouge, la trasformazione del nostro rapporto con la verità scientifica dopo la pandemia. De Rosa infatti ha intenzione con le stagioni del prossimo triennio di indagare tre sfaccettature diverse del concetto di verità.
Per il momento, facciamo un breve focus su Buchi neri attraverso i titoli principali, invitandovi ad approfondire sul sito e nella biglietteria del TPE.

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IL MISANTROPO

È SOLO L’AMORE CHE CI SALVA DALLA FERITA DEL MONDO

È domenica, metà maggio. Le braccia e le gambe cominciano a scoprirsi, ed è faticoso continuare a indossare la mascherina.
Ciò nonostante, il pubblico sciama in cerca del proprio posto al Teatro Carignano. Stavolta non sono il solo della redazione del blog: arrivano anche altri amici.
Mentre ritiro l’accredito, avvisto anche qualche professore del DAMS. Quando uno di loro ci saluta, scherza, condensando in una battuta tutta la teoria del teatro da Aristotele a Claudio Morganti: al cinema si augura buona visione, a teatro buona fortuna.
Ma perché si mosso tutto il DAMS? Strappato dai divani, ché ventilatore acceso, Morandini alla mano ti vien fuori la domenica perfetta.
E invece siamo nel foyer del Carignano, e la ragione è più che valida: assisteremo all’ultimo allestimento di Leonardo Lidi che, mette in scena Il Misantropo, in occasione dei quattrocento anni dalla nascita di Jean-Baptiste Poquelin, alias Molière.

PH. Luigi De Palma

Suona la campanella e procediamo in fila indiana, all’ingresso una maschera mi dà il foglio di sala. In copertina c’è un cuore anatomico in una campana di vetro. Un cuore che ricorda lo stile di Jeff Koons. Ha una targhetta nera appesa, con le parole Je t’aime.
È il visionario Bovary a fare gli spazi in cui si consuma questa commedia di carattere. A terra c’è la sabbia, sembra di stare sulla Luna. Il campo di azione è ampio, ma dà ugualmente la sensazione di ambiente angusto, forse per via dell’enorme struttura in ferro che lo delimita. Gli attori accedono in scena da un’apertura in basso sul fondo di questa enorme parete, per entrare devono chinarsi. E qui, come in un laboratorio che Lidi analizza, seziona le passioni umani. I temi sono parecchi: amore non corrisposto, amore tossico, lotta all’ipocrisia, paura della vecchiaia, società malata.

Evitando di riassumere la trama e gli intrighi, diremo che Lidi decide di raccontarci le vicende di Alceste, Calimene, Orionte ed Eliante in una messa in scena rigorosa. Se l’ambientazione è contemporanea, il rispetto del testo è altissimo. Si sentono gli echi di Antonio Latella nel teatro lidiano, un teatro dal passo contemplativo, che fugge tempi esagitati e schizofrenici. Il ritmo lento (forse a tratti un po’ eccessivamente lento, ma mai noioso; si noti: è un teatro più detto che agito), sempre denso è tenuto il vita da Alfonso De Vreese, che, chitarra alla mano, conduce le fila della storia.
E poi fiore all’occhiello dello spettacolo: ci sono gli allievi della scuola per attore dello Stabile. Non li vediamo in volto: sono coperti da un passamontagna nero. Rappresentano la società, gli occhi degli altri, che da sempre imprimono una forma alle nostre vite. E poi di tanto in tanto, questi uomini neri – è un bambino a farmelo notare – diventano il correlativo oggettivo delle passioni vissute sulla scena.

Ne vien fuori una commedia nel pieno della tradizione, in cui però i personaggi tendono alla tridimensione, a slabbrare i bordi del carattere tratteggiato da Molière. Questo fa sì che riusciamo ad abitare lo spettacolo, ci specchiamo, obbligati a prendere atto che, solo attraverso l’apertura verso l’altro si può medicare la piaga mai sanata dello stare al mondo. Non è un caso che un grande misantropo come Guido Ceronetti scrivesse:

Amarsi
è scambiarsi
le ferite:
più sono,
più grande
è l’amore.

di Molière
con (in ordine alfabetico) Alfonso De Vreese, Christian La Rosa,
Marta Malvestiti, Francesca Mazza, Riccardo Micheletti,
Orietta Notari, Giuliana Vigogna
regia Leonardo Lidi
scene e luci Nicolas Bovey
costumi Aurora Damanti
suono Dario Felli
assistente regia Riccardo Micheletti
adattamento Leonardo Lidi
assistente drammaturgia Diego Pleuteri
il sonetto di Oronte è composto da Nicolò Tomassini
Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale

NB: la citazione del titolo è tratta dalla canzone Mantieni il bacio di Michele Bravi

Giuseppe Rabita

LE SEDIE. DELL’URGENZA DI DIRSI AMATI

“[…] il discorso amoroso è oggi d’ una estrema solitudine. Questo discorso è forse parlato da migliaia di individui (chi può dirlo?), ma non è sostenuto da nessuno; […]”

Frammenti di un discorso amoroso – Roland Barthes  (Traduzione di Renzo Guidieri)

Per i non patentati è più semplice prendere un treno per Milano e poi una metro che ti apre le porte dell’ascensore a pochi metri dal Teatro Carcano, piuttosto che far partire la questua tra gli appassionati e, nei casi più disperati, estenderla anche ai meno interessati al fatto teatrale, purché guidatori disposti a condurti da Torino alle Fonderie Limone (e in quei giorni organizzativi è tutto un “dai, ma sarà bellissimo… La noia? A teatro? Ma non si è mai sentita… è più facile che un cammello passi da una cruna di un ago che… e poi passa quel maledetto cammello che bisogna cancellare lo sventurato dall’agendina dei possibili accompagnatori per spettacoli futuri).
Dunque Le sedie di Eugene Ionesco con la regia di Valerio Binasco, prodotto dal Teatro Stabile di Torino che ha fatto il suo debutto proprio alle Fonderie Limone di Moncalieri lo abbiamo visto comodamente nella sua tappa meneghina.

 Adesso che si tratta di un ottimo lavoro, possiamo dirlo con cognizione di causa e anzi, vi invitiamo a rincorrerlo nelle prossime tappe: il 5 aprile all’Ermanno Fabbri di Vignola, poi dal 7 al 10 aprile allo Storchi di Modena, e infine, dal 28 aprile al 1 maggio al Dante Alighieri di Ravenna. A cuor leggero potrete portarvi i vostri amici non habitué: non si annoieranno! 

Ph. Luigi De Palma


All’ingresso in sala il sipario è aperto. Ci accoglie la scena post-apocalittica dell’acclamato premio Ubu Nicolas Bovery: le rovine un palazzo, forse reduce di un bombardamento (?) (difficile non pensare alla guerra, così presente in questi giorni), in cui si sente il peso degli anni, dei secoli. Sul lato destro del palco una catasta di sedie, a sinistra sulla parete di fondo una finestra che si illuminerà durante lo spettacolo, ricordando i quadri di Mark Rothko.

Ph. Luigi De Palma

Il testo l’abbiamo letto in treno. La trama è presto detta.
Due coniugi, anzianissimi, si sono amati per tutta la vita (una vita piena anche di macerie, occasioni mancate, lutti) preparano la casa per ospitare tutte le autorità. Il vecchio infatti ha un messaggio sul senso ultimo dell’esistere che ha consegnato ad un oratore che lo dovrà dire in pubblico, l’oratore però è sordomuto. Debutta nel 1952: lo stesso anno di Aspettando Godot; ma se Beckett ci ingabbia in una realtà autistica in cui perfino l’incontro con l’alterità è negato, Ionesco pur nell’urlo della vacuità del senso, lascia spazio per l’altro. Ed  proprio sulla relazione amorosa che insiste la regia di Binasco, che come al solito è un amante del testo molto fedele, ma sempre amante, mai marito! La sua è infatti una regia che viaggia sui binari di Ionesco, ma che non teme autorialità nella scrittura scenica.
Questi due clown-clochard molto felliniani (vestiti molto sapientemente da Alessio Rosati) mentre preparano la casa per questa conferenza, e poi arrivano le immaginarie autorità, mentre aspettano l’oratore, si amano, danno testimonianza del loro amore, così logoro, lercio eppure ancora in vita, nutrito dalla fantasia e dal potere del racconto: un racconto di routine, che si dicono e ridicono da anni, ma che suona sempre nuovo agli orecchi degli amanti. 

[…] È una musica troppo vecchia ormai… Parliamo d’altro…
Gioia mia, io non me ne stanco mai… È la tua vita, e mi appassiona. 
La conosci a menadito.
Per me è come se dimenticassi sempre tutto… Ho lo spirito nuovo tutte le sere… Ma si, vedi, lo faccio apposta, prendo delle purghe… ridivento nuova per te, mio tesoro, tutte le sere… 

Tutto è ben saldo in questo lavoro e la recitazione di Michele di Mauro e Federica Fracassi è tutta agita per sottrazione, lirica e tenera, attenta a tenere in vita quel gioco fragilissimo che è il teatro (cos’altro è ? se non un “facciamo finta che…” giocato molto seriamente). Si fa fatica a trattenere qualche lacrima. E se tutti ci aspettiamo l’oratore, questo non arriva nell’edizione di Binasco, ma una luce lo cerca tra il pubblico. 

Quando il mondo va rotoli, sta per finire, non resta che farsi testimoni e narratori (sordomuti) dell’amore, di quel discorso amoroso, sempre incomprensibile, ma sempre attuale, urgente. Urgentissimo. 

Detto questo, possiamo anche fare il salto nel vuoto. 

Buio.

di Eugène Ionesco
traduzione Gian Renzo Morteo
con Federica Fracassi e Michele Di Mauro
regia Valerio Binasco
scene e luci Nicolas Bovey
costumi Alessio Rosati
musiche Paolo Spaccamonti
assistente regia Giordana Faggiano
assistente scene Nathalie Deana 


Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale

Giuseppe Rabita

FAVOLA PERSONALE. GLI AMORI DIFFICILI ALL’HOTEL OVIDIO

Palermo, 5 marzo 2022.  Quando arriviamo nel capoluogo siciliano, il cielo è pulito, anche se qualche nuvola tenta, senza tuttavia riuscirvi, di guastarlo.
Dopo un breve pellegrinaggio ad almeno due degli oratori del Serpotta: quello di Santa Cita e del Rosario di san Domenico e a un paio di pasticcerie (Ruvolo e Antico Caffè Spinnato), ci dirigiamo verso il Teatro Biondo. Assisteremo alla penultima replica palermitana di Favola Personale, spettacolo di Giuliano Scarpinato. Lo spettacolo la prossima settimana giungerà a Napoli, al Teatro San Ferdinando con repliche da martedì, 8 marzo fino a domenica, 13 marzo 2022. Vi invitiamo dunque ad assistervi e a discuterne attraverso i nostri canali social (Facebook e Instagram).

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FEDRAH O LA SPIETÀ DELL’AMORE;– PICCOLA COMPAGNIA DELLA MAGNOLIA IN BILICO TRA SARAH KANE E GLI AGNELLI

Sul palco dell’OFF TOPIC, all’interno della stagione di Fertili Terreni Teatro va in scena FEDRAH o la spietà dell’amore. Un lavoro della Piccola Compagnia della Magnolia realizzato con la collaborazione di Istituto per i Beni Marionettistici e il Teatro Popolare. La regia e il testo sono a firma di Michele di Mauro che recentemente abbiamo potuto apprezzare nei panni di Bottom nel Sogno di una notte di mezza estate al Teatro Carignano.
Sul palco Giorgia Cerruti veste i panni di Fedrah e il suo sodale Davide Giglio è un depresso e annoiato Ippolito; a loro si aggiunge Francesca Cassottana, una sexissima lasciva Strofe, figlia di Fedra di primo letto.

Ph. Elvis Flanella
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VEDOVA DI SOCRATE. LELLA COSTA RACCOGLIE L’EREDITÀ DI FRANCA VALERI

Anni fa in tv Lella Costa con la consueta leggera, ma abrasiva ironia diceva: “Una volta il luogo comune era: dietro ogni grande uomo c’è una donna che soffre, poi con l’avvento del femminismo è diventato: dietro ogni grande uomo c’è una grande donna, sempre dietro, mai accanto, dietro. Secondo me la versione contemporanea più attendibile è: dietro ogni grande uomo c’è una grande donna stupefatta.” Qualche tempo dopo fu Benedetta Barzini a sottolineare che, mentre gli uomini godono di una grande eredità di Maestri del pensiero: Socrate, Platone Aristotele… non è lo stesso per le donne. Il punto di vista femminile è recente, deve ancora farsi una storia.
Da queste considerazioni possiamo partire per raccontare La vedova di Socrate, che proprio Costa ha portato in scena al Teatro Gobetti dall’11 al 16 Gennaio. Si tratta dell’ultimo monologo di Franca Valeri, liberamente ispirato a un testo di Friedrich Dürrenmatt, La morte di Socrate. Poco prima di compiere 100 anni la matriarca del teatro italiano lascia in eredità questo testo a Lella Costa, affinché potesse tenerlo in vita, di palcoscenico in palcoscenico. Lo spettacolo ha debuttato infatti a Siracusa nel 2020 e gira ancora per l’Italia. La regia è firmata da Stefania Bonfadelli, figlia adottiva di Franca Valeri.

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