Dodici o tredici anni fa mi cimentavo – e fallivo – nell’impresa di memorizzare le trame dei primi drammi di Shakespeare, i drammi storici, in vista dell’interrogazione di letteratura inglese. E, dopo aver tirato un bel respiro di sollievo – mi fu chiesto di parlare dei sonetti – mi domandavo grossomodo questo: perché ci affascinano ancora quei drammi, così lontani nel tempo? Ecco, questo interrogativo riaffiora adesso, quando la Guerra delle due rose è l’ultimo dei miei pensieri, ma sto cercando di riordinare le idee, dopo aver visto l’altro ieri, 17 dicembre, al Carignano questo imponente Riccardo III di Antonio Latella, con Vinicio Marchioni, che sarà in scena a Torino fino a martedì 23 dicembre e poi in altre città italiane, visto che la tournée sarà lunga.
Una risposta a quella domanda che, per il momento, mi pare convincente l’ho trovata ieri mattina mentre ascoltavo il secondo concerto per violino di Bach. Proprio come la musica di Bach, Shakespeare ci mette davanti non a delle storie spinte da energie teleologiche che vanno da un punto A a un punto B, ma ci consente di assistere a un movimento circolare e non progressivo, un movimento che è evidentissimo nella sequenza di un film magnifico del 2011, un film, a pensarci adesso, molto bachiano; sto parlando de Le quattro volte di Michelangelo Frammartino. Facendo riferimento alla versione in cattiva qualità consultabile su YouTube, al minuto 44:00 circa si vedono le capre che escono al pascolo. Stacco, si torna in stalla dove sono rimasti i capretti che iniziano a contendersi il posto in cima a un mattone forato: un capretto ci sale, finché un altro cerca di spodestarlo, e così via. Ecco, nei drammi shakespeariani della Guerra delle due rose (ma forse anche in quelli più tardi – non ho molta consuetudine con il Bardo, ho letto pochi testi – penso soprattutto al Macbeth) assistiamo a questo circolo incessante: la conquista della Corona, una serie di intrighi e omicidi per mantenerla, fino al re successivo. È come osservare in laboratorio gli esseri umani: al netto di tutto bramiamo il potere, uccidiamo per mantenerlo, attendendo di venire uccisi. Tutto quello che ci resta da fare è un omicidio in più che contribuirà a tardare il nostro.
Non è un caso se ho iniziato questo mio ragionamento sul Riccardo III dal testo; non è un caso se vi ho dedicato così tanto spazio in uno scritto che vorrebbe essere breve. Se l’ho fatto è perché ho l’impressione che per entrare nel teatro latelliano sia forse utile andarsi a rileggere Jouvet. Jouvet, è bene tenerlo a mente, opera nella prima metà del Novecento, un’epoca in cui non c’è ancora stata quella frantumazione della drammaturgia che farà deflagrare il testo e il rispetto per il suo autore; siamo in quegli anni in cui ancora per poco c’è quella tensione pedagogica che spinge chi va a teatro, e soprattutto l’attore, in una posizione di fertile inferiorità nei confronti della verità del testo e dell’autore: l’attore si dovrebbe fare carico per conto del pubblico di una responsabilità che lo lega a doppio filo all’autore, di cui s’incarica di cercare di carpirne le verità, e al pubblico stesso che quelle verità riceve. Ed è proprio il caso di Latella, che di volta in volta s’impegna a sondare degli aspetti di un testo teatrale; ricerca che avviene a stretto contatto con l’attore che nel teatro di Latella (teatro di regia!) gode di un’indiscussa centralità.
Qual è dunque il Riccardo III che ci mostra Latella? È un Riccardo III luminoso e bello, in un giardino estremamente curato e rigoglioso, sfavillante e patinato. È, in definitiva, il Paesaggio con serpente di fortiniana memoria. Siamo chiamati ad assistere al rovescio del kalòs kai agathòs. Qui il male è nella bellezza: è tutto così tanto pulito che nemmeno Riccardo ha la gobba, è seducente e basta. È un lavoro algido, glaciale: la lingua è affilata. La traduzione affidata a Federico Bellini, storico collaboratore di Antonio Latella, ci mostra un verso del Bardo affatto quotidiano, tutto calato nel nostro tempo, in un solo aggettivo: prosaico. Nonostante questo, è bene sottolineare che ci troviamo di fronte a un lavoro che si staglia di fronte allo spettatore e chiede di essere guardato nella sua durezza, nel suo essere glaciale. Non vi è ammicco, nessuno sconto o facilitazione. E se abbraccio le ragioni di questo rigore, accogliendolo come una strada possibile di ricostruzione (c’è bisogno di rifare le fondamenta della cultura, questo è indubbio), d’altra parte non posso fare a meno di chiedermi se questo rigore non finisca per sconfinare nella rigidità e risultare respingente; non posso fare a meno di chiedermi se una recitazione un po’ più calda, con più sfumature, non avrebbe arricchito questo lavoro. Ecco, un consiglio mi sento di darlo agli spettatori che verranno: un buon modo per stare di fronte a questo roseto e scorgerne il serpente è quello di esercitarsi nella conoscenza del testo, non darlo per scontato: in questo modo forse questo lavoro può scavarci con più efficacia.
Di
William Shakespeare
Traduzione: Federico Bellini
Adattamento: Antonio Latella e Federico Bellini
Con: Vinicio Marchioni, Silvia Ajelli, Anna Coppola, Flavio Capuzzo Dolcetta, Sebastian Luque Herrera, Luca Ingravalle, Giulia Mazzarino, Candida Nieri, Stefano Patti, Annibale Pavone, Andrea Sorrentino
Regia: Antonio Latella
Dramaturg: Linda Dalisi
Scene: Annelisa Zaccheria
Costumi: Simona D’Amico Luci: Simone De Angelis
Musiche e suono: Franco Visioli
Produzione: Teatro Stabile dell’Umbria, Lac Lugano Arte e Cultura
Giuseppe Rabita