INTERVISTA A STEFANO MAZZOTTA – COMPAGNIA ZERO GRAMMI

I luoghi che ospitano il teatro, la danza o la performance sono spesso luoghi che possono apparire come una parentesi nel nostro quotidiano. Posti nel quale ci abbandoniamo a delle ore di riflessione, divertimento, empatia, tristezza e così via e non appena usciamo da quelle porte e ci riaffacciamo sul mondo, tutto torna ad avere il gusto della nostra vita con un pezzetto in più proveniente dallo spettacolo. Per la prima volta, sono stata in un luogo che si presenta allo stesso modo ma che all’uscita mi ha donato molto di più, sto parlando di Casa Luft della Compagnia Zerogrammi. La sede si presenta come una casa, un luogo accogliente e caloroso, nel quale sentivo di sostare quanto desideravo e poter vivere la magia del dietro le quinte con la massima libertà. Ad aprirmi le porte di questa Casa è stata Valentina Tibaldi, Stefano Mazzotta, Amina Amici, Damien Camunez, Martina Cinti e Pierandrea Rosato che mi hanno reso subito parte dell’unico mondo in grado di far vivere e percepire il senso di umanità…il mondo artistico. Con tali premesse, lascio la testimonianza dell’intervista a Stefano Mazzotta – direzione artistica, coreografo e danzatore – della compagnia.

Jadore: Come mai hai scelto la danza come mezzo d’espressivo?

Stefano: Ho sempre amato il teatro in tutte le sue forme, intendendolo
come un insieme di linguaggi della scena: dalla parola alla danza,
fino al linguaggio del corpo. Mi ha sempre affascinato il teatro
fisico. Sono cresciuto in Puglia e ho avuto la fortuna di iniziare la
mia formazione entrando in contatto con i Cantieri Teatrali Koreja,
una delle realtà più importanti della regione.
Nata anche grazie al passaggio di Eugenio Barba in Puglia negli
anni ‘70, Koreja ha sempre posto grande attenzione alla
componente fisica del mestiere attorale, lavorando con giovani
attori e danzatori. All’inizio non pensavo di dedicarmi
esclusivamente alla danza: ciò che mi interessava era la
comunicazione attraverso il corpo. Ho studiato anche la parte
attoriale, ma presto ho capito che non ero portato per la recitazione
e l’uso della voce. Progressivamente ho realizzato che il
linguaggio corporeo mi coinvolgeva molto di più: mentre la parola
resta una sovrastruttura culturale, variabile e relativa, il corpo
conserva una verità, un’efficacia e una chiarezza che, se ben
veicolate, rendono la comunicazione artistica più profonda. Per
questo ho scelto la danza e ho continuato a formarmi in quella
direzione ed oggi è la mia professione.”


J: Pensi che la danza e il movimento abbiano un valore
comunicativo più chiaro rispetto alla parola?


S: Sì, il corpo ha un potere comunicativo enorme che prescinde
dal nostro volere. Comunichiamo in ogni istante, dal primo
momento in cui nasciamo fino all’ultimo della vita. È interessante
studiare i sensi del coro, che si stratificano attraverso le esperienze
e risiedono in noi, diventando un veicolo di comunicazione
potentissimo.
Le nostre memorie, le nostre esperienze, ciò che siamo si deposita
nel corpo. Lo studio della danza è proprio questa analisi costante: capire come far emergere quelle stratificazioni di significato. Non
puoi guardarmi dentro, quindi devo trovare gli strumenti per far
affiorare il senso sulla e oltre la pelle così da comunicarti qualcosa
che anche tu possa sentire con il tuo corpo, pur senza agire.


J: Lo sento molto come concetto da quando mi sono avvicinata al
mondo della danza. Inoltre provengo dall’arte grafica, che è
anch’essa una forma di comunicazione senza parola. Come te,
anche io ho un rapporto complicato con la parola…


S: Il corpo ha meno filtri, no? Se trovi la cosa giusta è come una
fotografia.


J: Sì, e forse sono forme di comunicazione in cui
l’interpretazione dipende molto anche dal sentire del pubblico in
quel momento. Per questo ci possono essere più letture di quella
stratificazione.


S: È chiaro che nel movimento si apre un ventaglio di significati
più ampio rispetto a quello che può suggerire la parola, pur entro
un certo range e una chiara coscienza di ciò che stiamo
raccontando. Un aspetto predominante del mio lavoro
coreografico è il gesto. Nel piccolo gesto si concentra una forza
enorme. Un gesto efficace ha una grande potenza comunicativa. È
un po’ come l’idea di un cliché, tale proprio perché ha acquisito
una forza universale, riconoscibile da tutti. Il gesto funziona allo stesso modo: la manualità, l’uso della mano, il primo strumento con cui impariamo a entrare in contatto con l’esterno, veicola significati potentissimi, più di quanto possa accadere con qualunque altra parte del corpo”


J: Quindi il tuo lavoro analizza sia il dettaglio che l’insieme, con
un equilibrio quasi paritario?

S: Sì, è un rapporto paritario: una cosa nutre l’altra. Per
raccontare concetti universali è necessario ridurre, partire da
qualcosa di piccolo. Se ad esempio desiderassi parlare d’amore, un
tema enorme e articolato, dovrei trovare un dettaglio che ne
restituisca il senso. Non si può che concentrarsi sul dettaglio.
Altrimenti sarebbe impossibile dire l’universale.
Il micro, inteso come dettaglio o particolare narrativo astratto,
diventa così il punto di partenza per una
semplificazione necessaria, che però apre a un senso più ampio del
tutto.

J: Leggendo sullo spettacolo mi hanno incuriosito molto le parole
scelte attorno alla ricerca: identità, desiderio e, più in generale, il
tema del ‘chi siamo’. Vorrei partire da una tua riflessione su cosa
significhino per te desiderio e identità.


S: Il desiderio è ciò che ci muove in ogni direzione. Ogni azione
che compiamo, piccola o grande, è espressione di un desiderio: di
vivere, respirare, mangiare, divertirsi, piangere, ridere. Il desiderio
è il motore della vita in tutte le sue sfumature.
L’identità, invece, è quella stratificazione di esperienze di cui
parlavamo prima. Non nasciamo come una tabula rasa: c’è già
qualcosa che ci precede nella cultura in cui veniamo al mondo,
l’eco di un passato che anticipa la nostra esistenza. Poi, attraverso
le esperienze, costruiamo e definiamo ciò che siamo.
Ma l’identità non è qualcosa che si può fotografare o fissare una
volta per tutte. È fluida, cambia continuamente, perché ogni
istante siamo attraversati da nuove esperienze. Per questo la
domanda ‘chi sono?’ non conduce mai a una conclusione
definitiva. Se accettiamo questa consapevolezza, smettiamo di
cercare affannosamente di definirci attraverso il lavoro o
attraverso ciò che gli altri dicono di noi: l’identità è un processo in
costante trasformazione. È importante, soprattutto in giovane età ma anche più avanti, avere la spinta a definire qualcosa, a creare un punto. Ma è un punto in movimento, come lo definisce Peter Brook: non qualcosa di fermo, bensì una stazione di posta all’interno di un viaggio più articolato. La ricerca di chi siamo diventa così un motore delle
relazioni, perché ci definiamo anche attraverso gli altri. Ed è
positivo riconoscere che ogni istante possiamo cambiare: opinioni,
aspetto esteriore, ciò che sentiamo. L’identità è fluida.


J: Trovo interessante la tua riflessione. Cosa ti ha portato a
scegliere il testo Il racconto dell’isola sconosciuta di José
Saramago
?


S: Mi capita spesso di incontrare testi e libri che mi attraversano.
La letteratura ispira molti lavori coreografici, perché di fronte a
certi maestri, come Saramago, la potenza della forma e del
contenuto scuote inevitabilmente. Ovviamente non è sempre
necessario trasformare un libro in uno spettacolo: a volte basta
leggerlo. Ma in questo caso la scrittura, così breve e
intensa, mi ha colpito profondamente. Saramago scrive senza
punteggiatura, eppure dopo poche righe sei già dentro il flusso: sei
tu a mettere i respiri, a costruire la logica insieme a lui. Questo
sogno di una partenza e le immagini che evoca mi hanno fatto
pensare che potesse essere uno spunto perfetto per il tema dello
spettacolo. È la storia di un uomo di mezza età, di cui non conosciamo il
nome, così come non conosciamo quello degli altri personaggi.
Saramago li identifica attraverso ciò che fanno o desiderano: la
donna delle pulizie, l’uomo che voleva una barca. In questo modo
emerge un tentativo di definire l’identità attraverso l’azione e il
desiderio, fino alla ricerca di un’isola sconosciuta, allegoria
dell’altrove. La letteratura di tutti i tempi ci parla di questo: la
bellezza del viaggio verso ciò che non conosciamo.

J: Quindi possiamo dire che il desiderio è ciò che ridisegna
l’identità, in continuità con il concetto che hai espresso?


S: Sì, esattamente.


J: In che modo hai scoperto questo libro? È nato da una lettura
casuale o da una ricerca mirata?


S: È stata una lettura casuale. Avevo letto altre opere di
Saramago, poche in realtà, e poi ho trovato questo piccolo libro,
una fiaba che si legge in poco più di un’ora. Mi ha incuriosito,
forse sette-otto anni fa. L’ho messo da parte e, a un certo punto, è
tornato a risuonare, aiutandomi a raccontare questo tema. Mi è
sembrato che fosse perfetto.


J: Quando lo hai letto, ti ha aperto subito delle domande su questi
temi, o è stato un seme che hai ripreso più tardi?


S: L’ho adorato subito, poi è rimasto sul comodino e ci sono
tornato più volte, perché alcune immagini mi colpivano e volevo
riviverle. Il tema dell’identità e del desiderio, la dinamica di un
viaggio che porta ad attraversare un’esperienza con una tensione
verso, sono più o meno sempre alla base di qualunque spettacolo.
In questo caso mi sembrava che l’elemento del desiderio, inteso
come proiezione verso il futuro, fosse particolarmente interessante.
Arrivavo da un lavoro precedente che invece guardava al passato,
con la nostalgia e la malinconia per ciò che non c’è più, Elegia
delle cose perdute
. A quel punto ho sentito fosse il momento di
raccontare il presente in funzione del futuro, dopo averlo fatto in
funzione del passato. Mi intriga molto la relazione che abbiamo con il tempo e con il suo scorrere: quella coscienza di essere sospesi tra passato, presente e futuro, che forse è propria solo dell’essere umano. È proprio questo spessore che ci spinge a raccontare, la base della
nostra narrativa. Così, quasi magicamente, le cose si sono
allineate: l’idea c’era, il desiderio di raccontare questa relazione
col futuro pure, e il libro era lì, pronto ad accompagnarmi.”


J: Dal tema della nostalgia sei passato a quello del desiderio.
Questo percorso ti ha portato a nuove consapevolezze su chi sei?”


S: “Assolutamente no. Mi hanno spronato a continuare a farmi
domande, ed è questa la parte più interessante: restare nella
domanda e ascoltare le possibili risposte, sapendo che non ce n’è
una sola. Ogni risposta ha una sua struttura, può arrivare in
momenti diversi, ma l’importante è continuare a stare nella
domanda, perché è l’innesco del fare e della relazione. Quando
pongo una domanda, la rivolgo verso l’esterno, a qualcuno: non
necessariamente per avere una risposta, ma per condividere una riflessione. È la base del gioco teatrale per me. Provo a raccontare storie che pongono domande, più che offrire risposte.”


J: Il teatro, come dice Servillo, ha una funzione educativa. Come
risponde oggi il pubblico a tematiche esistenziali e complesse, in
un contesto in cui l’arte sembra avere perso parte della sua forza
sociale e politica?


S: Abbiamo perso questa urgenza – di funzione educativa – perché
siamo poco nel comunitario e molto nell’individuale. Così
smettiamo di perfezionare gli strumenti per entrare in relazione
con l’altro. In realtà, l’arte dovrebbe essere il mezzo che parla più
in profondità di qualunque altra cosa. Io non ho la presunzione di
dare risposte definitive su temi enormi come l’identità, ma provo a
fornire piccole chiavi, immagini che muovano lo spettatore a
formulare le proprie soluzioni. In questo spettacolo ci siamo concentrati sul desiderio di muoversi verso, sul desiderio di fare, e su tutto ciò che ci impedisce di muoverci: le procrastinazioni, le zavorre concettuali e quelle fisiche, i troppi oggetti, i troppi bagagli. I personaggi imparano a
lasciarli indietro serenamente, e in quella leggerezza trovano lo
strumento per viaggiare. Non racconto l’identità in modo diretto,
ma attraverso piccoli messaggi e immagini che possono ricondurci
a un’idea più ampia.”


J: L’immagine della valigia mi ha colpito: simbolo del viaggio,
ma anche di una sospensione. Non sempre si parte, e ciò che resta
fermo può diventare ciò che ci trattiene. È un’immagine molto
suggestiva.


S: In questo momento, nella vita privata, sto affrontando un
trasloco. Ne parlavo con un amico che mi ha fatto notare una cosa
sorprendente: un nomade della Mongolia possiede in media 30
oggetti, un giapponese circa 300, mentre un occidentale arriva a
possederne oltre 30.000. Quanti di questi sono pesi? Quanti ci
impediscono di andare? Per me la vita ha senso solo nell’andare, nel movimento. Cercare un senso più profondo nel lavoro è un attraversamento, ma più lo facciamo leggeri, meglio è. Soprattutto dopo una certa età, la leggerezza diventa fondamentale.


J: Mi chiedo: la ricerca su questo spettacolo come si è
sviluppata? Ci sono state domande o task iniziali, oppure è nata
direttamente dal lavoro fisico?

S: La ricerca parte da un riferimento letterario: un libro che tutti
noi abbiamo letto e su cui abbiamo ragionato insieme. Ognuno
porta il proprio punto di vista, e questo diventa subito un terreno
di condivisione. Un elemento che mi piace molto, e che arriva
dalla grande Pina Bausch, è il coinvolgimento personale degli interpreti che è operato attraverso la scrittura. Non significa
raccontare i fatti propri in scena, ma attingere a sensazioni, stati
d’animo e ricordi legati al tema, trasformandoli in strumenti per
nutrire il corpo. Questo vale non solo nella danza, ma anche
attraverso altri linguaggi. Mi interessa molto il crossover: prendere
regole di un linguaggio e applicarle a un altro. La scrittura, ad
esempio, è un atto politico, ha un peso. E tecnicamente nutre la
relazione profonda tra pensiero e corpo attraverso la connessione
mente-mano. Ogni parola ha un suono, un significato, una
punteggiatura: elementi che possono diventare movimento, gesto,
azione. Per questo non realizzo mai da solo le coreografie. Coinvolgo
attivamente i danzatori, che diventano autori di se stessi in alcuni
momenti. Ci sono materiali che nascono da loro e che io poi
articolo nella regia dello spettacolo. Così si generano micromondi,
espressioni di punti di vista diversi intorno a un tema. La parte più
bella, anche se impegnativa, è costruire la drammaturgia: come
avere tante piccole parole e dover comporre una frase. Mettere
insieme i pezzi del puzzle per creare un racconto di senso, con un
inizio, uno svolgimento e una fine.


J: L’eredità di Pina Bausch ha influenzato profondamente la
danza e la cultura. Oggi vediamo una nuova attenzione alla danza
di comunità, che coinvolge anche chi non ha mai praticato il
movimento corporeo. Un tempo la danza era un percorso
istituzionale e selettivo, oggi sembra aprirsi a una nuova onda più
inclusiva. In che modo questo sta trasformando lo scenario della
danza contemporanea?


S: L’aspetto comunitario della danza è sempre esistito. Un tempo
lo si viveva in modo informale, attraverso le restituzioni o il
confronto con colleghi e piccole comunità, oggi lo abbiamo
semplicemente istituzionalizzato e nominato. Anche il teatro e la
danza in formati non convenzionali hanno da sempre avuto la capacità di rivolgersi direttamente alla comunità. Per me, come coreografo di una compagnia di professionisti, la relazione con il territorio e con le persone è essenziale: rinnova quell’urgenza comunicativa che è alla base del mio lavoro. Negli ultimi anni abbiamo aperto molti processi alla dimensione comunitaria: con Pesaro 24, capitale della cultura, abbiamo lavorato nei borghi sui temi dell’elegia e della memoria delle radici; in Islanda, con la
Croce Rossa, abbiamo coinvolto 150 richiedenti asilo e rifugiati in
un progetto delicato e articolato. Bisogna però fare attenzione: il
rischio, in tempi veloci, è semplificare troppo il linguaggio
artistico rivolto alle comunità, riducendolo a proposte superficiali a
uso e consumo. È importante rilanciare più in alto, senza piegarsi
alle mode del momento ma ascoltando un ‘urgenza artistica
autonoma e personale. Altrimenti si rischia di produrre mediocrità.
Detto questo, è positivo che esistano sperimentazioni e percorsi
partecipativi: sono fondamentali per rinnovare il senso dello
spettacolo e il suo legame con la società.

Grazie

Chiara Jadore Cacciari

IL RACCONTO DELL’ISOLA SCONOSCIUTA – ZEROGRAMMI

Inefficace, mi pare, è il tentativo di definire qualcosa che negli intenti non vuole definirsi fino in fondo, che sceglie di mantenere delle zone d’ombra e che proprio negli aspetti più incerti e nebulosi esprime una visione artistica lucida e consapevole.

La percezione è che il linguaggio di Zerogrammi tracci su un vetro appannato dei tratti precisi, delle linee, delle forme che sembra scontornare con lo scalpello. Eppure, quando il vetro sta tornando limpido, lo offusca e si ricomincia daccapo. Strappi in una patina torbida, cuciti e poi squarciati di nuovo. E allora sbircio in quelle fenditure e scovo delle possibilità, delle proposte, delle domande. Laddove l’artista che dispensa risposte e rassicurazioni confeziona una verità allettante (spesso discutibile) e offre una sorgente cristallina in cui dissetarsi, Zerogrammi

ha accentuato la sete, mi ha costretta a cercare in ogni crepa e non so nemmeno se troverò un po’ d’acqua.

(note, sera del 16 novembre 2025).
Continua la lettura di IL RACCONTO DELL’ISOLA SCONOSCIUTA – ZEROGRAMMI

LA DELICATEZZA DEL POCO E DEL NIENTE – ROBERTO LATINI

Al Tangram Teatro, Roberto Latini, porta La delicatezza del poco e del niente, concerto di letture di alcune delle composizioni di Mariangela Gualtieri.
L’attore, un leggio, due microfoni, tre faretti accesi, un’atmosfera intima in uno spazio raccolto e caldo.
Lo sguardo è colmo ma non traboccante. La misura è rispettata. L’attenzione è tutta sull’attore: la bocca, le mani, la gamba che trema, i piedi nudi. Gli occhi, quando si staccano dal foglio. Il respiro.


Si affronta l’amore, la mancanza, l’essere, la percezione del mondo e dell’interiorità, la ribellione, l’ira. Uno dei momenti più intensi è costruito su Sermone ai cuccioli della mia specie.

“Dicono che siete rotti.
Siete sazi, dicono. Corrotti.
Rovinati siete, come tutto il resto.
Anche voi nella lista lunga delle
perdite: l’acqua, l’aria, il silenzio,
il pudore… Anche voi.
Stuprati siete, rotti. Vecchissimi e
troppo stanchi per l’infanzia.
Scarichi.
Vuoti.

Allora adesso imparate.
Imparate l’odore dei nemici potenti.
Sbranate, cuccioli, le loro mani
piene.
Scassate le loro tane come galere.
Sputate sui loro piatti, incendiate le
stanze gonfie di giocattoli,
scappate, morsicate, tirate pietre sui
televisori, scalciate, spaccate questo
micidiale nostro sogno, l’inesauribile
bisogno di confort,
fateci a pezzi, scancellate noi,
puniteci per avere fatto di voi
le nostre miniature
per avervi disinnescati, resi innocui,
per non avervi ascoltati, nel vostro
sommo sapere.

Voi che eravate le porte
del regno dei cieli
e chi non passava da voi non
passava
voi che eravate purissima gioia
voi che eravate noi bloccati nella
più grande bellezza
voi che somigliavate ai cuccioli
degli altri animali
voi che capivate lo splendore
misterioso degli animali
voi che dormivate un sonno perfetto
e benedetto
voi che vi svegliavate ridendo
voi che facevate balletti strepitosi.
Voi, nostre divinità domestiche.
Nascete ancora, cuccioli. Restate.
Siate. Salvate. Giurate. Siate. Siate.
Siate.”

Il respiro, il ritmo sempre più incalzante, la voce profonda e forte, il volume alto e la saliva. Bagnava i fogli come a benedirli. Libagione versata sull’altare. Miele donato al rito che stavamo insieme celebrando.

Solo più avanti, alla fine, la luce dei tre faretti trema. Evocazione delle lucciole che una sera d’Estate di qualche anno fa accompagnarono i discorsi tra Roberto Latini e Mariangela Gualtieri.

Silvia Picerni

poesie di Mariangela Gualtieri

regia Roberto Latini

musiche e suono Gianluca Misiti

luci e direzione tecnica Max Mugnai

Amleto di Leonardo Lidi

Amleto di Leonardo Lidi, portato in scena al Teatro Stabile di Torino in occasione dei settant’anni della Fondazione, si presenta come un’operazione di rilettura, alleggerendo il testo più profondo di Shakespeare. 

È un progetto ambizioso, che intende portare il capolavoro shakespeariano ad una dimensione più pop e meno tradizionale. 

Lidi sceglie la via della leggerezza, attraverso un linguaggio che parla direttamente allo spettatore. 

Il risultato è un Amleto che, nel tentativo di essere immediato, rischia di alterare le intenzione di Shakespeare, trasformando il dramma in qualcosa di forse troppo leggero.

Amleto, nel testo originario, è l’eroe cui viene affidata una missione (il fantasma del padre gli chiede di vendicarlo) che, però, a differenza dalla maggior parte dei testi in cui si racconta una storia di vendetta, si affranca dal suo ruolo, è il protagonista che mette metateatralmente ed esistenzialmente in dubbio il proprio obiettivo, riceve un compito, ma dubita del suo senso; così facendo, mette in discussione lo scopo stesso del suo esistere, Amleto è alienato da sé stesso, dal suo ruolo. 

Per questo Shakespeare gioca con il teatro nel teatro, costruisce e decostruisce, è universale perché mette in discussione esistenzialmente il ruolo che ciascuno di noi recita nel palcoscenico della vita. Mario Pirrello (l’attore che interpreta Amleto) trasforma questa caratteristica fondamentale nell’opera in momenti che suscitano il riso del pubblico, come quando rompe la quarta parete e chiama sul palco due persone fra il pubblico che dovranno interpretare il re e la regina nello spettacolo messo in scena da Amleto per incastrare re Claudio, chiedendo esplicitamente se ci siano “attori nella vita”.

La scenografia di questo spettacolo è il punto di maggior forza. E’ tutta bianca, il colore fondamentale per gran parte dello spettacolo: dal sipario al trucco degli attori agli abiti, alla scena con la neve. Verso la fine, più lo spettacolo diventa tragico più vengono sottratti gli elementi scenografici: il sipario cala, gli attori si tolgono parrucche e abiti, il palco si colora di rosso.

Lidi non vuole che il pubblico resti distante, il suo è uno spettacolo che cerca la vicinanza, la complicità, porta una comicità più aperta che sottile e velata che provoca la risata improvvisa nello spettatore, la partecipazione immediata, eppure, proprio questa continua ricerca di contatto produce un effetto ambiguo, invece di farci entrare più a fondo nel tormento di Amleto, sembra quasi alleggerirlo, come se la tragedia dovesse mutarsi in un sorriso per non risultare troppo impegnativa.

In fondo, Lidi sembra voler proporre un Amleto che non spaventi, che non allontani, che accolga anche chi non frequenta abitualmente Shakespeare, e nel suo intento lo spettacolo è assolutamente riuscito: il ritmo, la chiarezza, la fisicità del gioco teatrale lo rendono accessibile, generoso, aperto.

di Luigi Papale

Regia: Leonardo Lidi 

Attori: Mario Pirrello, Giuliana Vigogna, Nicola Pannelli, Ilaria Falini, Rosario Lisma, Christian La Rosa e Alfonso De Vreese

Scene e luci: Nicolas Bovey

Costumi: Aurora Tortorici

Cura movimenti scenici: Riccardo Micheletti

VERS LES MÉTAMORPHOSES, ÉTIENNE SAGLIO / MONSTRE(S)

Parigi, Théatre du Rond Point, a due passi dagli Champs-Élysées e da Petit e Grand Palais.

Nel pieno centro di Parigi per un attimo ci si scorda della vita frenetica della città e ci si ferma ad osservare mondi lontani e realtà altre in una distesa infinita di possibilità.

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Intervista a Debby Szu-Ya Wang – Rimini Protokoll

A seguito del debutto in Italia dello spettacolo Ceci n’est pas une ambassade (Made in Taiwan), ho avuto l’opportunità di intervistare Debby Szu-Ya Wang, vibrafonista, percussionista e compositrice, in scena in veste di musicista, compositrice, attrice ed ereditiera. Lo spettacolo è stato ideato e diretto da Stefan Kaegi (Rimini Protokoll), ed è una produzione che ha riunito istituzioni europee e taiwanesi, per andare in tournée durante il 2024 in Europa, Taiwan e in Corea del Sud. L’intervista si è svolta in inglese e nel testo sono presenti degli interventi tra parentesi al solo scopo di precisare o chiarire alcuni commenti.

Ci racconteresti la genesi di questo spettacolo?

Wang: Il processo è iniziato con una open call rivolta a una vastità di cittadini taiwanesi, a cui hanno fatto seguito interviste, colloqui e incontri, e la scelta del cast. Abbiamo tratto dei racconti dalle nostre storie personali (in scena, oltre a Debby, Chiayo Kuo, attivista digitale e David Chienkuo Wu, diplomatico), finché Stefan (Kaegi) ha scritto il testo (insieme alla drammaturga Szu-Ni Wen). A quel punto abbiamo iniziato a provare con il copione, e questo nel frattempo veniva modificato e riscritto per confezionarlo in modo che funzionasse al meglio.

Ci sono stati dei momenti in cui vi siete dovuti mettere in discussione, o avete dovuto superare dei disaccordi interni al gruppo?

Wang: Parecchi, a dire il vero. E non solo disaccordi tra noi tre (le personalità in scena), bensì tra tutto il collettivo artistico. Trattandosi di un team internazionale, ognuno ha un background culturale differente e quando si lavora insieme questo influisce sul modo in cui ciascuno comunica con l’altro (è una co-produzione del Teatro Nazionale di Taipei e del Teatro Vidy-Lausanne, in Svizzera). Ci sono stati dei momenti di disaccordo tra il regista e la drammaturga, tra me e loro, nonché tra loro, Chiayo e David. È per questo che abbiamo creato il cartello “I DISAGREE” che si vede sul palco, per dare parola anche alle visioni contrastanti.

David Wu con il cartello “I DISAGREE” © Claudia Ndebele/Théâtre Vidy-Lausanne

Wang, prosegue: Inoltre, ci sono stati anche dei disaccordi dal punto di vista tecnico e dei compromessi da raggiungere. Per esempio questa è stata una sfida (indica il sistema di percussioni elettronico che utilizza in scena). Io ho un background jazz, quindi non sono abituata a suonare con apparecchiature come questa, sto ancora imparando. Non solo, siamo andati in scena in Germania e oggi qui in Italia, e dal momento che parlo un po’ di tedesco e italiano, abbiamo aggiunto degli intervalli in cui mi rivolgo al pubblico utilizzando le lingue locali. È stato impegnativo, mi sono messa alla prova.

Avete invece incontrato critiche da parte dei diversi pubblici e spettatori?

Wang: In linea generale è uno spettacolo che al pubblico piace. Però è stato complicato portarlo in scena proprio a Taiwan, perché abbiamo dovuto adattare il testo – dal momento che non si può aprire un’ambasciata di Taiwan, a Taiwan. Ci sono stati dei pubblici critici, anche perché gli spettatori conoscevano bene la storia, pertanto bisognava aggiungere dettagli, essere specifici, fare attenzione alle parole scelte. Non è stato uguale dappertutto. Alcune città sostengono una linea più nazionalista, altre no, perciò qualcuno poteva prendersela per questa o quella battuta del copione ed essere polemico. Però abbiamo ricevuto sempre molti riscontri positivi.

Grazie mille per questi dettagli che ci aiutano a capire meglio come si possa unire il teatro alle azioni politiche e quali siano i rischi e i compromessi a cui è necessario ricorrere per non sacrificare né la componente artistica, né il cuore del messaggio (o dei messaggi). Prima di salutarci, ti andrebbe di suggerirci artisti, autori, libri, film o show, per aiutarci a conoscere meglio il panorama artistico che offre Taiwan?

Wang, mentre scrive sul mio taccuino: Monique Chao è una musicista italo-taiwanese che vive a Milano, trae molta ispirazione dal panorama sonoro di Taiwan. Three tears in Borneo, è uno show di Netflix che parla dell’occupazione giapponese di Taiwan. Port of lies, è un legal drama, che parla di immigrazione e altri problemi sociali nella Taiwan contemporanea. E poi Lilium, una band indipendente di Taiwan che unisce diverse lingue e linguaggi.

Suggerimenti davvero molto interessanti, ti ringrazio. Non resta che salutarci, in bocca al lupo per le prossime repliche!

Ilenia Cugis

TIGER DAD – ROSARIO PALAZZOLO

Il pop come (r)esistenza

Dal 23 al 25 ottobre, nel suggestivo spazio performativo di San Pietro in Vincoli, all’interno della stagione teatrale “Iperspazi” di Fertili Terreni Teatro, è andato in scena Tiger Dad, scritto e diretto da Rosario Palazzolo e interpretato da Salvatore Nocera.

Già dal foglio di sala dello spettacolo si apprende che la vicenda racconta la storia di un uomo destinato a morire, un tema che risuona con particolare forza nel luogo scelto per la rappresentazione: una cappella sconsacrata all’interno di un ex cimitero.

Il pubblico, dopo una breve attesa, entra nello spazio teatrale. Tiger Dad è già lì, con una maschera sul volto, seduto su uno sgabello, mani e piedi legati, racchiuso in un rettangolo di neon che delimita il suo perimetro scenico. Questo piccolo ring di luci è il luogo in cui il personaggio è confinato, poiché condannato a morte.

Fin dall’inizio, Tiger Dad costruisce la propria identità su un equilibrio paradossale tra alto e basso, richiamando come modelli Tiger Man e Padre Pio.

Il monologo si apre con una lingua che richiama il siciliano, ma che presto si trasforma in un flusso musicale e inventivo. Il personaggio di Tiger Dad costruisce un idioma poetico e surreale, in cui le parole si deformano, cambiano significato e diventano strumenti per esplorare nuovi sensi e nuove visioni. Il racconto di come sia arrivato lì è l’ultimo racconto che Tiger Dad potrà fare e, quindi, ci tiene a farlo bene: inizia a raccontare tutta la sua storia da quando era bambino, creando un climax che culminerà col racconto del bizzarro reato che lo ha portato ad essere imprigionato lì.

La colonna sonora accompagna e talvolta sovrasta il testo: la sigla del cartone animato Tiger Man introduce la scena, seguita da altre celebri sigle televisive che si alternano nel corso dello spettacolo. Questi frammenti pop non sono semplici elementi di contorno, ma parte integrante della drammaturgia: Tiger Dad è, infatti, un’opera che si nutre di contaminazioni, mescolando linguaggi “alti” e “bassi”, riflessione e ironia, infanzia e morte. Il fumetto e il cartoon diventano, infatti, stile e struttura, non solo riferimento tematico. L’arte pop diventa, paradossalmente, qualcosa alla quale ancorarsi nel nubifragio della nuova arte dell’intelligenza artificiale.

In questo gioco di rimandi e deformazioni, lo spettacolo mantiene fino alla fine una tensione costante, offrendo un finale inaspettato che, però, chiude il cerchio con coerenza e forza comunicativa. Rosario Palazzolo e Salvatore Nocera costruiscono un microcosmo teatrale che riflette sul potere della parola e sulla necessità di raccontarsi per sopravvivere.

Matteo Castiglia

di Rosario Palazzolo

con Salvatore Nocera

musiche originali ed effetti sonori Gianluca Misiti

video Pietro Vaglica

costumi Mela Dell’Erba

aiuto regia Angelo Grasso

luci, scene e regia Rosario Palazzolo

una produzione AMA Factory e Cattivi Maestri Teatro

con il contributo del Centro Studi sul Teatro Napoletano, Meridionale ed Europeo

con il patrocinio del Festival del Torto

WAYCEYCUNA – TIZIANO CRUZ

Al Teatro Astra, in occasione del Festival delle Colline Torinesi 2025, è andato in scena, nelle serate del 28 e del 29 ottobre, lo spettacolo Wayceycuna – parola quechua che significa “I miei fratelli”- realizzato e interpretato da Tiziano Cruz, artista noto per il suo lavoro interdisciplinare che unisce teatro e arti figurative.

L’opera, già presentata al Festival d’Avignone, rappresenta la chiusura della trilogia Tres Maneras de Cantarle a una Montana, in cui l’artista compie un tuffo nel passato per raccontare la propria infanzia sulle montagne dell’Argentina settentrionale, intrecciando ricordi personali a riflessioni politiche sulla violenza distruttiva del neoliberismo.

L’artista argentino compare solo sul palco, dietro al disegno delle montagne che si stagliano bianche come la neve nella scenografia, accompagnato dal suono delle campane. E’ così che inizia il suo viaggio: Cruz parla in spagnolo, con accento argentino, la sua lingua madre, mentre sullo schermo, in alto sopra il palcoscenico, compare la traduzione in italiano.

I sensi dello spettatore diventano parte integrante dello spettacolo, e lo aiutano ad immedesimarsi completamente nella scena: la lingua e il canto come parte uditiva, il cambio d’abito e la tavolata come componente visiva.

Ci sono ben tre cambi di vestiario; si passa da un abito coloratissimo a una maglietta con scritto “La ragazza senza denti”, – la cui identità verrà svelata solo in seguito-, fino a un completo totalmente bianco, simbolo del potere. Per mostrarlo, l’artista si mette prima da un lato e poi dall’altro, come per una foto segnaletica: un gesto che rappresenta l’istituzionalizzazione del razzismo e introduce la toccante frase pronunciata poco dopo;

Non importa quante opere faccia, non ascolteranno mai noi poveri emarginati”.

Segue la preparazione della tavolata sul palco, si parla della Festa di Santa Barbara, legata ai riti agricoli, ai cicli della natura e alla collettività. Il fatto che si tratti di una festività associata alla protezione contro la morte improvvisa non è casuale, come gli spettatori scoprono nella parte più toccante, a mio parere, dell’intero spettacolo.

Dopo aver disposto sulla tavola colorata frutta e pane, Cruz aggiunge alcune piccole bambole. Una di queste rappresenta la sorella, Betiana Cruz. L’artista la solleva lentamente, trascinando il pubblico nel racconto della notte peggiore della sua vita.

Nel finale, Cruz stimola anche il senso del gusto; mentre intona le note della canzone Wayceycuna, distribuisce pane e frutta in un rito comunitario, come in una festa.

L’artista non chiede mai empatia nei propri confronti, non si presenta come vittima; utilizza magistralmente la tecnica dello show don’t tell, facendoci entrare nel suo mondo attraverso i sensi e l’arte del teatro, offrendoci la possibilità di riflettere personalmente sull’opera e di trarre ciascuno la propria conclusione.

Per me, assistere a Wayceycuna è stato come sorseggiare un caffè di ottima qualità; la bevanda è inizialmente amara, poiché si parla di morte, di razzismo, violenza sistematica e povertà, per poi raggiungere il suo picco emotivo nella scena della tavola. Ma la conclusione, nell’imitazione di una festa collettiva e gioiosa, dimostra quanto Cruz sia legato alla sua terra nonostante tutto, lasciando quella nota dolce che solo i migliori caffè sanno regalare come retrogusto.

La montagna mi ha visto nascere, ridere e piangere, mi ha visto crescere, mi ha visto andarmene e un giorno mi vedrà tornare.”

Camilla Cucci

Wayqeycuna di Tiziano Cruz

Testi, regia e performance di Tiziano Cruz

drammaturgia di Rodrigo Herrera

con la collaborazione artistica di Rio Paranà

fotografia, musica e suono, coordinamento tecnico, realizzazione foto e video,

disegno luci di Matìas Gutiérrez

costumi e produzione artistica di Luciana Iovane

produzione di Ulmus Gestiòn Cultural

Foto tratta da Latitudes Contemporaines (www.latitudescontemporaines.com)

L’ISPEZIONE – SERGIO ARIOTTI

Il 25 aprile 1911 a Torino si incontrano i destini di due uomini: il primo, Emilio Salgari, scrittore veronese morto suicida, il secondo, Mario Carrara, docente universitario di medicina legale e antropologia, incaricato di occuparsi della salma.

Lo spettacolo ha luogo nel Palazzo degli Istituti Anatomici, esattamente nello stesso posto dove avvenne “l’ispezione” della salma, e da dove partì successivamente, per riposare nel Cimitero Monumentale di Verona.

E poiché il teatro può superare i confini terreni, la salma di Salgari (interpretato da Lorenzo Fontana) e Carrara (Gianluca Gambino) si trovano protagonisti di un dialogo impossibile. Gambino riesce perfettamente a incarnare la personalità di un uomo che, malgrado la stranezza della situazione, cerca di affidarsi alla scienza e alla razionalità per cercare di capire le ragioni del gesto estremo di Salgari. Non solo le difficoltà economiche e famigliari, ma anche i problemi psichici di cui l’uomo soffriva, e che il suocero Cesare Lombroso (di cui Carrara sposa la figlia Paola) aveva studiato nei suoi numerosi scritti.

Fontana, d’altro canto, rende benissimo un Salgari che, non senza una punta di cinismo, può finalmente raccontare il suo lato più fragile e denunciare i torti ricevuti – lo sfruttamento dei suoi editori, la scarsa partecipazione al suo funerale – e di confessare finalmente di essere un viaggiatore mancato, il cui tragitto più lungo fu sull’Adriatico da Verona a Brindisi.

Merita senza dubbio una menzione particolare la regia di Sergio Ariotti, che, con una semplicità disarmante e una scenografia essenziale, riesce progressivamente a focalizzare l’attenzione su Carrara e sul rapporto che questi ebbe col fascismo.

Scandendo i salti temporali tramite l’utilizzo di una lavagna, Carrara confesserà a Salgari i suoi dubbi e i suoi timori relativi all’ideologia fascista, in particolar modo menzionando la campagna militare in Libia, che, invece, sorprendentemente, Salgari difenderà patriotticamente (forse anche per via della partecipazione del figlio Nadir), fino alle ultime scene in cui un arrabbiato Carrara legge la propria dichiarazione di non fedeltà al regime (fu uno dei dodici docenti universitari italiani a farla), pur conoscendo i rischi di chi sceglie di anteporre la propria etica alla convenienza.

Niccolò Casassa

Revisione drammaturgica e regia Sergio Ariotti

Un lavoro teatrale di Aldo Salassa

Interpretato da Lorenzo Fontana (Salgari), Gianluca Gambino (Carrara)

Costumi Augusta Tibaldeschi

Assistente Beatrice Biondi