ALLORO_VARIETÀ AUREA – TECNOLOGIA FILOSOFICA

Dialogare di ciò che è accaduto all’interno di Officine Caos durante Alloro_varietà aurea è complesso; e ancora più complesso è parlare di teatro, di danza, di performance… in sostanza, parlare dell’accadimento. La difficoltà sta nel raccontare ciò che abbiamo vissuto senza essere né troppo sentimentali né rigidamente tecnici, né tantomeno didascalici. Alloro_varietà aurea è uno spettacolo che accoglie una moltitudine di linguaggi, umani e scenici, nel quale il pubblico esiste come co‑autore dell’accadimento. Il lavoro pensato da Francesca Cinalli e Paolo De Santis, ideatori e performer, insieme alla performer Elena Pisu, non parla soltanto di memoria, ma di ciò che la rende umana e di come essa ci attraversa.

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ANTIGONE – ROBERTO LATINI

È andato in scena al Teatro Astra Antigone di Jean Anouilh, con la regia di Roberto Latini.

Da un leggio è narrata al pubblico la storia di Antigone. Quando le parole sembrano finire, qualcosa ha inizio. Delle strisce pedonali, una strada a doppio senso, un confine sterrato. Sul fondo una fermata dell’autobus ed una cabina telefonica. Un luogo da attraversare ma che sembra trattenere: la panchina, il filo del telefono.

Antigone è una voce, una fonte sonora che si muove nello spazio della platea e che in un secondo momento si mostra in scena nel corpo di Roberto Latini. L’attore, come l’animale che cambia pelle, si prepara gradualmente a perdere la propria per mostrare quella di Antigone. Una maschera e un abito di raso nero vestono gli occhi azzurri e le braccia forti di Antigone che si mostra tanto nel suo dolore quanto nel suo coraggio.

Un duello tra opposti vede Antigone scontrarsi con Creonte, re severo contenuto in un corpo piccolo e compatto dal movimento risoluto e dalla voce forte. Se i personaggi di questa tragedia fossero un insieme di caratteri e di punteggiatura, Creonte sarebbe probabilmente un punto. Immobile e definitivo.

Al contrario Antigone è sottolineatura ripetuta, è scrittura che esce dai margini del foglio, un fascio di nervi, una gamba che trema, un pugno pieno di terra, una mano che sparge dignità su di un corpo ritenuto indegno, una freccia scoccata da un arco teso. Antigone non è sono una scelta, è tutte le sue conseguenze.

La tragedia apre a numerose riflessioni sul potere nelle sue molteplici forme. Dalle leggi dell’Antica Grecia ai conflitti del Novecento, fino alle questioni che ogni giorno viviamo sulla nostra pelle, tutto è potere e la dinamica tra Antigone e Creonte la vediamo ripetersi continuamente nella storia.

Dal testo di Anouilh e dalla regia di Latini emerge anche altro. La sensazione è di andare più a fondo, in quelle che sembrano essere le motivazioni personali, intime, di Antigone.

Non la vediamo solo come il simbolo della legge divina che si scontra con la legge degli uomini o come quello della contestazione civile nei confronti di un governo che non opera giustamente, bensì come una persona umana. Antigone non è solo disobbedienza, è anche sorella, è amante, è una giovane donna in costruzione di sé e del proprio ruolo nella famiglia e nello Stato.

Dai dialoghi tra Ismene ed Antigone si evince il rapporto complicato che quest’ultima ha con Polinice. Antigone, bambina, vorrebbe protezione ed affetto da lui che invece cresce libero tra feste e svaghi, le interazioni tra i due spesso risultano per lei deludenti. Con la morte di Polinice è come se, ancora di più, si facesse strada nella mente di Antigone l’idealizzazione del fratello, per lei l’eroe esiliato poi morto e mai sepolto. Così, un rapporto che da sempre desiderava diverso, la spinge consapevolmente ad un gesto dalle conseguenze estreme.

E dunque la domanda è: “Antigone, per chi lo fai?”. Per Polinice o forse per l’idea che hai di lui? Polinice è morto, non vedrà il tuo sacrificio, non potrà abbracciarti come hai sempre desiderato o proteggerti ed essere il tuo re. “Antigone perché lo fai?”. Sei accecata dalla rabbia e non guardi ad Ismene che ti supplica di cambiare idea, sei in competizione con lei per la sua bellezza che tu non hai. Non guardi ad Emone, che ti vede bella e che ti ama, che ha chiesto per te la vita che da sola ti sei tolta e subito dopo è morto con te.

A volte penso che tu sia capricciosa Antigone, guardi all’impossibile e non alle possibilità.

Antigone, questo spettacolo è la prova che la tua storia sopravvive ai secoli, ma se fossi oggi una ragazza dei nostri tempi sapresti che, per quanto è brutto e ingiusto il mondo che ti circonda, devi attraversarlo. Con coraggio ma anche con pazienza, a passi piccoli, pensati, a volte da sola ed altre insieme alle persone che incontri e che scegli, come un’unica forza.

In fondo la storia non è fatta solo di morti eroiche ma anche e soprattutto di persone salde, che camminano nel mondo costruendosi i mezzi per cambiarlo, aprendosi ad un giusto compromesso tra i “poteri”, per renderlo un posto più giusto e migliore per tutti.

Il finale rivela la parola a cui ruota attorno l’intera tragedia: scelta.

Nei panni di Antigone o di Creonte o in qualsiasi altro ruolo di potere, che riguardi la nostra vita privata o comunitaria, scegliere e non scegliere, determineranno in ogni caso, almeno in parte, il nostro presente e il nostro futuro.

Silvia Picerni

di Jean Anouilh

traduzione Andrea Rodighiero

regia Roberto Latini

con Silvia Battaglio, Ilaria Drago, Manuela Kustermann, Roberto Latini, Francesca Mazza

scene Gregorio Zurla

costumi Gianluca Sbicca

musica e suono Gianluca Misiti

luci e direzione tecnica Max Mugnai

in collaborazione con Bàste Sartoria

produzione Teatro Nazionale di Roma, Teatro Vascello – La Fabbrica dell’Attore

LA COSMICOMICA VITA DI Q — LUCA MARINELLI

Mercoledì 11 febbraio è andato in scena al Teatro Carignano La cosmicomica vita di Q, una delle proposte più affascinanti e audaci della stagione teatrale torinese. Lo spettacolo, liberamente tratto da Tutte le cosmicomiche di Italo Calvino, prende una delle opere più giocose e intellettualmente stimolanti dell’autore e la trasforma in un’esperienza teatrale originale e sorprendente.  

Sul palco Luca Marinelli, nella duplice veste di attore e regista, dà vita a Qfwfq, “Q”, creatura senza tempo e narratore cosmico che ha assistito al Big Bang, alla formazione delle galassie, alla nascita della Luna, ai dinosauri e alle maree. In questa messinscena, però, Q non è un’entità primordiale, come lo aveva immaginato Calvino. Infatti, lo ritroviamo trasformato in un uomo qualunque di nome Trevor, un presentatore televisivo che conduce un programma di lotta intellettuale, in cui gli scienziati si scontrano con le proprie teorie battendosi a colpi di boxe. Immerso nella quotidianità di una città del futuro e invischiato in un’esistenza mascherata, custodisce dentro di sé l’intera storia dell’universo e di Q, ma non ricordandola. È da qui che parte il racconto, un viaggio attraverso memoria, scienza e poesia con cambi di scena rapidi, talvolta vertiginosi, ma travolgenti e sensazionali, approfonditi da effetti visivi e sonori straordinari.

Accanto a Luca Marinelli i sei interpreti Valentina Bellè, Federico Brugnone, Alissa Jung, Fabian Jung, Gabriele Portoghese e Gaia Rinaldi si muovono con precisione e accompagnano lo spettatore in un percorso che alterna ironia, introspezione e meraviglia.  

Le Cosmicomiche è una raccolta di racconti che non si presta a semplificazioni, una vera e propria rivoluzione della letteratura. La scienza non è un pretesto ornamentale, ma un punto di partenza che obbliga la lingua a misurarsi con concetti enormi come tempo, spazio, e origine, disegnando una realtà pazzesca e folle. E Qfwfq non è soltanto “colui che c’era”, ma il filo conduttore di tutti i racconti che permette alla narrazione di attraversare miliardi di anni mantenendo una coerenza interna.

È evidente quanto sia complesso e difficile trasferire questo equilibrio in teatro. Ma Marinelli vince la sfida costruendo un Q che non è tanto una creatura cosmica quanto una presenza che sembra portare sulle spalle il peso dell’universo. Dal profondo emerge un senso di smarrimento che sembra tradursi in una domanda molto semplice: dove mi trovo, adesso? Per rispondere a questa domanda, Marinelli evita di costruire un personaggio monumentale e sceglie di lavorare su una fragilità esposta, quasi intermittente, che non domina il tempo, anzi lo subisce, lo attraversa, lo interroga.

Il suo Q ci ricorda quanto è importante riflettere su chi eravamo ieri per interrogarci su chi siamo oggi. Q può aver attraversato ere, esplosioni, trasformazioni dell’universo, ma il punto non è quanto ricorda. Il punto è: riesce ancora a riconoscersi dentro ciò che ricorda?

Ciò che colpisce è che la memoria, nello spettacolo, non è soltanto verbale. È anche fisica. È nel modo in cui Q si muove, si arresta, si piega, come se i segni dell’esperienza fossero incisi nei muscoli. Ogni gesto sembra portare tracce di ciò che è stato. Ogni ricordo ha bisogno di essere riattraversato dal presente, altrimenti resta lontano, quasi estraneo. Per questo la memoria non è solo passato, è una domanda che facciamo a noi stessi adesso.

La memoria di Q, allora, non è straordinaria per la sua ampiezza, ma per la sua vulnerabilità. È il segno che il tempo, da solo, non costruisce identità. Serve uno sguardo che tenga insieme ciò che è stato e ciò che è.

Nel complesso, La cosmicomica vita di Q è uno spettacolo che non sceglie la strada più semplice. Non prova a illustrare Calvino né a semplificarlo, ma ne assume il rischio, trasformando un testo complicatissimo in un’ambiziosa esperienza scenica.

Ne emerge un lavoro audace e coraggioso, a tratti spiazzante, ma coerente nella sua direzione. Verrebbe quasi da dire che non è Q a essere straordinario: è la vita stessa che, guardata da vicino e da lontano insieme, rivela la sua natura profondamente cosmicomica.

Emanuela Cerino

da Tutte le cosmicomiche di Italo Calvino
drammaturgia Vincenzo Manna
ideato e diretto da Luca Marinelli
co-regia Danilo Capezzani
con (in ordine alfabetico) Valentina Bellè, Federico Brugnone, Alissa Jung, Fabian Jung, Luca Marinelli, Gabriele Portoghese, Gaia Rinaldi
scene e luci Nicolas Bovey
musiche originali Giorgio Poi
costumi Anna Missaglia
suono Hubert Westkemper
Società Per Attori
Teatro Della Toscana
in collaborazione con Spoleto Festival dei Due Mondi

Anatomia di un assassinio. Shakespeare incontra Verdi – Chiara Muti

Autopsia di un nobile scozzese

Con la stessa morbosità con cui si disseziona un cadavere, in questa rappresentazione del dramma scozzese al Teatro Astra con la collaborazione del Teatro Regio, vengono sviscerate la tragedia in prosa shakespeariana e il libretto dell’opera verdiana, che si agglomerano per dare origine ad un monstrum scenico che con semplicità dà vita all’orrore dell’azione scenica. Servendosi solo di luci e musica su una scena spoglia, a eccezione di due leggii, gli attori Luca Micheletti e Chiara Muti danno vita alla dicotomia tra i due personaggi protagonisti mostrando quanto entrambi possano, ciascuno a modo proprio, far inorridire lo spettatore con la loro malvagità terribile ed umana. La recitazione va così a delineare un’estetica del macabro che nella sua abile rappresentazione rende ambiguo ed enigmatico il confine tra personaggio e attore. Fino a che punto il viso falso copre il viso vero? Questo dubbio ci accompagna dall’inizio fino alla fine dell’opera-dramma. La stessa presenza dei leggii in scena rende ancora più labile e pericolosamente sottile, il confine tra personaggio e attore.

Come la psiche di Macbeth, lo spettatore è diviso e non riesce a distinguere il sogno dal reale, nulla ha più senso dopo l’atto terribile che è stato perpetrato in scena, nemmeno la morte. Il nobile scozzese ha perso quello che i giapponesi definirebbero ikigai (いきがい), ossia la propria ragione di vita, rendendo la sua esistenza priva di significato. Con la stessa meticolosità di un’autopsia, entriamo nella psiche di due individui corrotti e spezzati dalla propria hybris (ὕβϱις), in questo caso traducibile in tracotanza e ambizione. Ma per quale motivo quest’opera spaventa ancora? Oggi con la televisione i social e altri media veniamo costantemente esposti a fatti agghiaccianti, per poi svagarci e intrattenerci come se nulla fosse. Siamo forse diventati come Macbeth e sua moglie? Assassini della nostra società con la nostra indifferenza? Ipocriti che con il non oso si accompagnano al vorrei? I confini della morale diventano sempre più fumosi con la violenza che viene normalizzata e che rende la nostra esistenza ipocrita, se non priva di significato. In questa società dove l’omicidio, la guerra e la degradazione sono all’ordine del giorno questo ammonimento insieme alla musica, non può che rivelarsi attuale e senza tempo. Con questa consapevolezza siamo ancora in grado di accettare con la stessa leggerezza gli eventi che ora macchiano la nostra quotidianità? Per citare la stessa Lady Macbeth: “Ciò che è fatto non può essere disfatto” e possiamo solo controllare il nostro comportamento futuro rifiutandoci di volgere il nostro sguardo altrove.

Linda Steur

Dai testi dalla tragedia Macbeth di William Shakespeare

E dal melodramma Macbeth su testi di Francesco Maria Piave e musiche di Giuseppe Verdi

Ideazione ed elaborazione del testo Chiara Muti

Con Luca Micheletti, Chiara Muti

Ideazione sonora Raffaele Bassetti

Produzione TPE – Teatro Piemonte Europa

In collaborazione con Teatro Regio Torino

In occasione di Macbeth di Giuseppe Verdi, 24 febbraio – 7 marzo 2026, Teatro Regio Torino

PALCOSCENICO DANZA 2026

Conferenza stampa della decima edizione

Palcoscenico Danza; manifesto da: Aurunca – Elìas Aguirre ph Senda Del Manso – Danilo Moroni Juan Carlos Toledo

Palcoscenico Danza è la rassegna internazionale di danza diretta da Paolo Mohovich che ha luogo tutti gli anni nell’ambito della stagione teatrale della Fondazione Teatro Piemonte Europa che ha sede al Teatro Astra di Torino. 

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Quest’anno la decima edizione si tiene dal 25 gennaio al 29 aprile con 8 spettacoli e una masterclass.

Durante la conferenza stampa si è parlato degli spettacoli in cartellone durante tutto il primo  quadrimestre  2026.

Domenica 25 gennaio avremo BROTHERS TO BROTHERS DALL’ETNA AL FUJI di Roberto Zappalà.

Giovedì 5 febbraio CALLAS, CALLAS, CALLAS, per la regia di Rossana Broncanella che con la sua Compagnia Opus Ballet ci fa rivivere, nel centenario della nascita di Maria Callas, tre sguardi e approcci differenti dal linguaggio artistico contemporaneo.

Il 28 febbraio e il 1 Marzo è in programma DIVINE MONSTERS, una doppia coreografia di due danzatori molto apprezzati all’estero, Lai Hung Chung e il coreografo Giovanni Insaudo. 

Martedì 24 marzo è previsto SHORTCUT di Emanuela Tagliaviva. Uno spettacolo che mette insieme ex allievi danzatori della scuola Paolo Grassi e del Teatro alla Scala, diversi tra loro ma che hanno trovato il terreno giusto per affrontare un lavoro incentrato su un ibrido mostruoso. Arte figurativa e musica fanno da cornice alla drammaturgia coreica.

Martedì 31 marzo è in programma AURUNCA, del coreografo Elìas Aguirre, un performer spagnolo straordinario, già ospite di Interplay, molto interessante perché esperto in arti visive. L’opera trae spunto da un viaggio fatto in una località deserta tra i paesi della provincia di Caserta, una riflessione sulla solitudine, vagando tra i propri pensieri, in stretta correlazione con il progetto fotografico Imbermoves.

Giovedì 23 e 24 aprile in cartellone avremo MADE4YOU.X. Per il decimo anniversario del progetto ci sarà una sorpresa. La coreografa Pompea Santoro parla di questo spettacolo mettendo insieme quello che permette ai danzatori di liberarsi dai tanti mostri che abbiamo, unendo fisicità e creatività e coinvolgendo diversi altri artisti (Nacho Duato, Salvatore de Simone, Paolo Mohovich, Giovanni Insaudo).

Il padrino della manifestazione sarà un mostro, creato appositamente dall’artista Nacho Duato, che donerà un estratto dalla coreografia realizzata nel 1990 al teatro Passadori. Trasmettere la sensibilità e la poetica di Nacho è bellissimo perché i danzatori devono far vedere non solo la fisicità ma anche il piacere di sentire e di muoversi come culto dell’anima.  Nacho e la Santoro porteranno in scena uno spettacolo unico e straordinario.

Martedì 28 e 29 aprile è previsto OF RESTLESS NATURE di Cristiana Casadio, un’artista che si muove fra danza, performance e giocoleria circense; lo spettacolo parla di esseri mostruosi ispirati ad un’opera scultorea di Germaine Richier in una sorta di terrario che nessuno può capire o seguire ove tre danzatrici celebrano l’ambiguo tra diverse forme di resistenza e  di possibilità.

Il 29 aprile, infine, la Giornata Mondiale della Danza, verrà celebrata con la collaborazione di INTERPLAY LINK tramite un progetto coreografico di esseri e corpi che si interfacciano tra loro.

MASTERCLASS presso ℅ Eko Dance Project. Il 1 aprile per tutta la mattinata si terrà una masterclass dell’artista Elìas Aguirre in collaborazione con Moving Pause.

Ci vediamo per Palcoscenico Danza al teatro Astra TPE!

LUIGI RINALDI

LE DIEU DU CARNAGE – ANTONIO ZAVATTERI

Le dieu du carnage, tratto dal testo omonimo della drammaturga francese Yasmina Reza, mette in scena il confronto tra due coppie di genitori, dovuta a un litigio, con successivo scontro fisico, tra i rispettivi figli.

Quello che dovrebbe essere un incontro civile e formale, si trasforma progressivamente in un alterco violento, che non risparmierà nessuna delle parti in gioco.

L’opera è ambientata nel soggiorno di casa Houllié (quella dei genitori della “vittima”), che qui è totalmente caratterizzata dal colore bianco, dove i genitori si ritrovano per compilare e firmare il referto. Vediamo le differenze tra le coppie già a una prima occhiata. Se i signori Houllié sono vestiti in maniera informale, i coniugi Reille hanno un abbigliamento inappuntabile.

E’ chiaro fin da subito come lo scontro sarà originato soprattutto dalle due parti più antitetiche: quella di Veronique Houllié (interpretata da Alessia Giuliani) e quella di Alain Reille (interpretato da Antonio Zavatteri, che è anche il regista del lavoro).

Se la prima, infatti, affronta la questione in maniera pedagogica, mostrando la sua piena fiducia nel diritto come garanzia assoluta di pacifica convivenza tra gli uomini, il secondo crede fermamente nel Dio del Massacro, che si disinteressa delle questioni degli uomini, lasciando che sia la legge del più forte a prevalere il più delle volte. Non a caso, i due esercitano due professioni molto distanti: lei è una pittrice e autrice di saggi artistici, lui è un avvocato.

Rispetto ad altre versioni dell’opera che mi è capitato di vedere (penso al film del 2009 diretto da Roman Polanski, ma anche ad altre versioni teatrali) ho notato una grossa differenza nella caratterizzazione del personaggio di Michel Houllié (Andrea Di Casa), che qui diventa il principale perno delle gag dello spettacolo, arricchendo la sua consueta seraficità con un atteggiamento piuttosto goffo e confuso.

Gli attori, in ogni caso, sono bravissimi nel rendere non solo l’escalation di violenza, ma anche nel restituire quella dimensione di quotidianità (ben rappresentata anche dai rumori in cucina mentre vengono preparati i caffè), con i silenzi e le sincopi che fanno parte del parlato. Inoltre, certi sorrisi appena accennati tra gli interpreti, mi hanno fatto pensare anche a delle improvvisazioni tra di loro nei momenti di massima tensione.

Dei quattro personaggi, probabilmente quello che vive il suo sfogo più forte è quello di Annette Reille (Francesca Agostini), che lascia esplodere la rabbia e la tensione fin dall’inizio trattenute, arrivando anche a un disfacimento del vestiario (scarpe tolte, vestito sgualcito).

Zavatteri ha infine un’ ottima intuizione nel voler inserire, nel finale dello spettacolo, un fischio esterno e sempre più acuto, che pone i quattro personaggi in una condizione di resa e stasi, andando a concludere una vicenda in cui tutti, in qualche modo, si sono trovati a fare i conti colle proprie convinzioni.

Niccolò Casassa

Regia Antonio Zavatteri

Un testo di Yasmina Reza

Traduzione di Laura Frausin Guarino, Elena Marchi

Interpretato da Antonio Zavatteri (Alain Reille), Francesca Agostini (Annette Reille), Andrea Di Casa (Michel Houllié), Alessia Giuliani (Véronique Houllié)

Scene e luci Nicolas Bovey

Costumi Anna Missaglia

Prodotto da Teatro Nazionale di Genova

NATALE BAROCCO, MUSICA E CIOCCOLATO – GLI INVAGHITI

Un Natale barocco al gusto di cioccolato

Al Palazzo Falletti di Barolo, il 28 dicembre 2025 a Torino, assistiamo ad uno spettacolo di musica barocca, teatro in costume e cioccolato. In questa occasione natalizia, delle dame e cavalieri, in abiti del seicento e del settecento, accolgono gli spettatori all’interno di una sala finemente decorata da quadri e affreschi di un’epoca passata e grandiosa che ha visto nelle stesse stanze illustri personaggi che hanno dato vita all’Unità d’Italia, da Silvio Pellico al Conte Camillo Benso di Cavour. Nel momento in cui finalmente ogni spettatore si è accomodato nel Salone delle Feste, nello stupore e l’ammirazione di volte affrescate e sorvegliati dai ritratti degli illustri antenati che abitavano il fastoso palazzo, in ouverture, assistiamo alla processione dei musici dell’orchestra barocca Gli Invaghiti, sapientemente diretta da Fabio Furnari, che prendono posto accompagnati dal suono di una dolce cornamusa pastorale. Ad introdurre e contestualizzare ciascun brano c’è una gentildonna in costume d’epoca, Alessia Giorda, attrice e direttrice dell’Associazione Le vie del Tempo, che con abilità cuce i fili che intrecciano la musica barocca, i nobili e la storia del cioccolato in Piemonte, regalando al pubblico, divertenti aneddoti dal passato, attraversando in modo lieto l’invenzione del cioccolatino “Diablottino”, tanto gradito alla Marchesa Giulia di Barolo (1786-1864) e ricreato in sua memoria dalla storica pasticceria Pfatisch di Torino.

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BLOOMSVILLE – TEDACÀ

Luci di una città frenetica

Una bombetta illuminata da una luce calda al centro della scena: è così che ha inizio questo spettacolo di Tedacà, ispirato a uno dei maestri della risata, Charlie Chaplin, e a uno dei suoi film più celebri, Luci della Città, che ha fatto la storia del cinema muto. Al teatro Astra assistiamo ad uno show in cui il linguaggio non verbale ha un ruolo centrale con street dance, danza jazz, tip tap e teatro fisico. La trama del film viene ripresa e rielaborata senza utilizzare nemmeno una parola. A far da accompagnamento e descrizione ai movimenti dei performers c’è la musica suonata dal vivo da Supershock, Paolo Cipriano, accompagnato dalla voce di Michela Paleologo, che ha contribuito in modo significativo anche alla coreografia.

Come in una qualunque città, nel film, così nello spettacolo ritroviamo la figura del Tramp, Chaplin, un vagabondo di animo gentile innamorato di una fioraia. Il Tramp nel mondo comico, è un ruolo che va a delineare il cliché di un giramondo arguto ma che, se ci atteniamo ad una traduzione letterale, va a sottolineare il suo passo pesante, rappresentando il tipico clochard sbadato e goffo. La figura richiama nel nostro vissuto il personaggio e il ruolo sociale del barbone, molto utilizzato anche nell’ambito circense classico e contemporaneo. Esattamente come accadrebbe in un circo, nella rappresentazione di Tedacà, accanto alla trama, ritroviamo danze di gruppo che con abilità lasciano intravedere dietro alla figura di Chaplin, l’identità creativa della compagnia. Il pubblico si ritrova un po’ disorientato nel cercare di comprendere e seguire il filo narrativo, come in una città frenetica, si perde confuso, nelle tante danze del tran-tran quotidiano, che fanno quasi dimenticare l’aspetto più romantico della nostra esistenza.

In onore a uno dei più grandi esponenti della risata cinematografica, sarebbe più efficace aggiungere alle danze, perfettamente riuscite, un aspetto umoristico più marcato, in quanto Chaplin non solo danzava con grande passione ma trasmetteva attraverso il comico, messaggi profondi e tutt’ora molto attuali. In una società dove il Tramp finisce spesso per essere ignorato in mezzo all’egoismo, alla frenesia, alle luci di una città caratterizzata da una vita caotica, ci viene ricordato che il sogno deve scendere comunque e sempre a patti con la dura realtà.

Linda Steur

Ispirato a Luci della città di Charlie Chaplin

Regia Valentina Renna

Con la supervisione di Simone Schinocca

Composizioni originali e colonna sonora live Supershock (Paolo Cipriano)

Con Francesca Bovolenta, Simone Fava, Diva Franceschini, Michela Paleologo, Andrea Semestrali

Lighting Design, coordinamento tecnico e scenico Florinda Lombardi e Sara Brigatti

Produzione Tedacà,

con il sostegno del Ministero della Cultura

MISURARE IL SALTO DELLE RANE – CARROZZERIA ORFEO

Carrozzeria Orfeo porta in scena al Teatro Gobetti di Torino uno spettacolo dal titolo Misurare il salto delle rane.

Una donna, due donne, tre donne: ecco in scena la sacra trinità. Lori una madre lacerata da un dolore profondo, Betti una figlia di trentasette anni e mezzo che decide di allenare una rana per vincere una gara di salto e, infine, Iris una ragazza dal volto dolce che entra nella vita delle due donne per portare alla luce un messaggio ritrovato.

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RICCARDO III – ANTONIO LATELLA

Dodici o tredici anni fa mi cimentavo – e fallivo – nell’impresa di memorizzare le trame dei primi drammi di Shakespeare, i drammi storici, in vista dell’interrogazione di letteratura inglese. E, dopo aver tirato un bel respiro di sollievo – mi fu chiesto di parlare dei sonetti – mi domandavo grossomodo questo: perché ci affascinano ancora quei drammi, così lontani nel tempo? Ecco, questo interrogativo riaffiora adesso, quando la Guerra delle due rose è l’ultimo dei miei pensieri, ma sto cercando di riordinare le idee, dopo aver visto l’altro ieri, 17 dicembre, al Carignano questo imponente Riccardo III di Antonio Latella, con Vinicio Marchioni, che sarà in scena a Torino fino a martedì 23 dicembre e poi in altre città italiane, visto che la tournée sarà lunga.

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