9 modi per amare la danza in streaming

Teatri chiusi, cinema chiusi, strade deserte e maratone di serie tv. Sembra un copione già scritto, ed effettivamente è proprio così: la differenza sta solo nel fatto che fuori fa più freddo.

Questo è un anno difficile per il mondo dell’arte, e per chi – come noi – ne scrive. Ballerini, attori, cantanti, tecnici sono rimasti a casa, disoccupati, eppure l’opinione pubblica trascura queste categorie di lavoratori perché i loro impieghi sono ancora – tristemente – considerati marginali, di poca importanza. Perciò abbiamo deciso di contribuire anche noi a sfatare questo mito, venendo incontro alle abitudini che tutti – noi, blogger, e voi, lettori – abbiamo adottato in questo periodo di lockdown forzato.

Ecco quindi una lista di 9 proposte efficaci che il mondo della danza ha deciso di rendere disponibili online:

  1. Dance – Perché balliamo

Di cosa tratta: una docuserie in 5 episodi narrata dal coreografo e ballerino anglo-bangladese Akram Khan, che attraverso cinque tematiche – Identità, Storie, Anima e Corpo, Eros e Provocazione – esplora i motivi che hanno spinto l’uomo a cominciare ad esprimersi attraverso il proprio corpo. La serie esplora i più disparati stili di danza, dalla danza accademica al Tango.

Dove guardarla: Sky Arte, NowTV

2. Dance Rebels – A story of Modern Dance

Di cosa tratta: è un documentario della BBC che racconta la storia e l’evoluzione della modern dance a partire da Isadora Duncan, proseguendo con Martha Graham, Merce Cunningham, Michael Clark… fino a Boris Charmatz. 90 minuti di immagini e racconti appassionanti, che permettono uno sguardo più da vicino su una disciplina ancora poco compresa.

Dove guardarlo: Youtube, BBC IPlayer

3. Dancing Beethoven

Di cosa tratta: è un documentario che ripercorre il lavoro di Maurice Bèjart, ballerino e coreografo che ha reinterpretato il balletto classico – celeberrimo è il suo Bolero rappresentato da Jorge Donn -. Il lungometraggio riprende la ricreazione della coreografia che Bèjart ha creato sulla Nona Sinfonia di Beethoven nel 1960 da parte del Bejart Ballet Lausanne e del Tokyo Ballet, su musica dell’Orchestra Filarmonica d’Israele.

Dove guardarlo: Sky Arte, NowTV

4. Fuoriscena

Di cosa tratta: anteprima al Torino Film Festival 2013, il documentario mostra un intero anno nell’Accademia Teatro alla Scala, una delle accademie di danza più prestigiose al mondo. Quelle ad essere raccontate sono le storie di alcuni dei protagonisti che andranno a mettere in scena gli spettacoli della stagione 2011/2012.

Dove guardarlo: Prime Video

5. Move!

Di cosa tratta: 5 episodi, 5 storie. Sono quelle di Lil Buck e Jon Boogz, di Ohad Naharin, Kimiko Versatile, Akram Khan e Israel Galvan, protagonisti di levatura mondiale che raccontano la danza come movimento socioculturale, capace di incidere sulle vite delle persone.

Dove guardarla: Netflix

6. Lindsay Dances

Di cosa tratta: il documentario narra il percorso di vita di Lindsay Kemp, ballerino, coreografo e mimo che ha fatto dell’arte il suo mestiere. Personaggio eclettico del mondo della danza, Kemp ha collaborato con artisti del calibro di David Bowie e Marcel Marceau, diventando uno dei protagonisti più iconici del XX secolo.

Dove vederlo: RaiPlay

7. Paris is burning

Di cosa tratta: “Paris is burning” racconta la storia della comunità nera e ispanica LGBTQI+ ad Harlem, New York, precisamente nell’ambiente delle ballrooms e del vogueing degli anni ’80 – stile reso famoso dall’omonimo brano di Madonna ma esistente già dagli anni ’60 -. Un must see per chi vuole comprendere meglio le radici di questo stile così eclettico e appassionante.

Dove vederlo: YouTube

8. The other side

Di cosa tratta: è una videocreazione coreografica e musicale nata durante i tempi dell’isolamento, una collaborazione che vede la compagnia Aterballetto e la Filarmonica Arturo Toscanini insieme per portare avanti un progetto nuovo, fatto su misura per l’isolamento a cui tutti siamo costretti.

Dove vederlo: RaiPlay

9. We speak dance

Di cosa tratta: la ballerina e produttrice Vandana Hart ha ideato questa docuserie che la vede in viaggio per il globo, esplorando i legami che la danza crea fra le persone in Paesi come l’Indonesia, il Libano, la Francia, svelando anche quel lato sacrale e primitivo del movimento.

Dove guardarlo: Netflix

Ramona Bustiuc

Dio ride – nish Koshe, moni ovadia

La storia del popolo ebraico è una storia in viaggio, una diaspora che dalle origini continua fino ai giorni nostri. Migrazione e dannazione, conducono il popolo ebraico in tutto il mondo; la dispersione come loro condanna, esilio trasformato in forza, che si trasforma in un agglomerato ammassato di cadaveri nei ghetti, nei treni, nei lager nazisti. Morte, e di nuovo dispersione. Cenere. Una storia intrisa di religione, l’attesa di un Salvatore, di un Messia, ma anche il dubbio dell’esistenza di Dio, durante il supplizio delle violenze ai loro danni, il dubbio dell’essere il popolo eletto.

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MANGIAFOCO

L’allungamento del naso in Pinocchio è solitamente raccontato in termini morali, legato alla riprovazione verso il proferire bugie; ma sollevandosi da questo orizzonte, si potrebbe anche dire: Pinocchio è colui che, raccontando fole o fantasie, subisce una trasformazione fisica: e non è, questa, una delle possibili condizioni o definizioni dell’attore?

Ecco dunque che gli avvenimenti dei tre capitoli del Gran Teatro dei Burattini nel Pinocchio di Collodi detengono il ruolo essenziale di rivelatore della natura burattinesca di Pinocchio: e le grida con cui Arlecchino e gli altri burattini interrompono la recita nel momento in cui lo scorgono tra il pubblico segnano il momento del riconoscimento, dell’appartenenza di Pinocchio a quel mondo, in una sorta di misterioso ritorno a casa. E in quel Teatro, messo alla prova da Mangiafoco, l’enorme e pauroso burattinaio, che minaccia di bruciare Arlecchino in sua vece dopo averlo graziato dalla medesima fine, Pinocchio si propone come eroe tragico, come legno da ardere, adeguandosi perfettamente e naturalmente, per dirlo con Giorgio Manganelli dal suo Pinocchio: un libro parallelo, al “mondo, le leggi, il linguaggio del Gran Teatro”: è il momento, sempre Manganelli dixit, in cui “Egli ha incontrato se stesso, e si è riconosciuto. E si è salvato.”

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Teatro Regio: Carmen di Bizet

Sono state molte le donne frutto del genio poetico che hanno popolato l’immaginario collettivo occidentale. Sicuramente una fra queste è Carmen di Bizet, tratta dalla novella di Prosper Mérimée. Al Teatro Regio di Torino, sotto la direzione di Giacomo Sagripanti, questo personaggio ritorna con la sua intensa drammaticità ad affascinare gli spettatori.

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FLOP – DAL VIVO

In occasione della XXVI edizione di Incanti, rassegna internazionale di teatro di figura, è andato in scena, mercoledì 9 ottobre alla Casa Teatro Ragazzi e Giovani, Dal vivo, il nuovo spettacolo di Flop, nome d’arte di Philippe Lefebvre.

Nella sala piccola l’artista francese, per la prima volta al Festival, mette in scena un viaggio onirico orchestrando bicchieri, luci, piccoli congegni e proiettori che trasformano la tela in uno schermo sul quale vengono create e ricreate ombre e immagini sempre nuove: è un’esperienza incantevole tanto per i bambini quanto per gli adulti poter assistere alle molteplici trasformazioni delle ombre partendo dalla semplice silhouette di un calice di vino e ai diversi ritratti e composizioni da un ordinario insieme di oggetti della vita di tutti i giorni.

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Tito Rovine d’europa

In occasione della 24a edizione del Festival delle Colline Torinesi è andato in scena al ‘Teatro Astra’ di Torino, il 16 giugno, Tito Rovine d’Europa, il nuovo spettacolo di Michelangelo Zeno con la regia di Girolamo Lucania (già collaboratori per lo spettacolo Blatte, in cartellone nella stagione 2017/2018 del TST).

Lo spettacolo è ispirato al Tito Andronico di William Shakespeare, considerata la tragedia più brutale dell’autore inglese, e dalla rilettura di Heiner Müller Tito Fall of Rome che chiedeva al lettore di compiere l’operazione: «dismember/remember», cioè distruggere per ricordare, uno dei temi principali di questo dramma; inoltre, parte della troupe, come ha raccontato il regista a Mezz’ora con…, ha intrapreso un viaggio attraverso le ‘rovine’ d’Europa, che ha ispirato i vari componenti e ha fornito materiale utilizzato in seguito per la scenografia (come le fotografie di Vittorio Mortarotti) e per la drammaturgia.

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porgy and bess

A concludere una stagione operistica caratterizzata da un attento sguardo al classico e al popolare (ne è prova la celebre trilogia verdiana, rappresentata in apertura) è un’opera americana, Porgy and Bess, firmata dai fratelli Ira e George Gershwin. La scelta di portare sul palco del Regio un’opera del repertorio moderno (per sonorità, ambientazione e tematiche) completa così un arco panoramico, destando la curiosità anche del melomane più legato ai classici.

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Teatro Regio: la stagione 2019/2020

La prossima del Teatro Regio sarà una stagione particolarmente ricca. Ben diciassette titoli (un record) distribuiti tra opere italiane, francesi, tedesche, balletti, musical, opere-non-opere, opere celebri, opere meno celebri, persino una prima assoluta per l’Italia. E in tutto ciò c’è pure qualche nome interessante, tra registi, cantanti e direttori d’orchestra. C’è insomma di che farsi venire l’acquolina.

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kingdom – agrupacion Señor serrano

Estamos bien!

Pablo Rosal prende il microfono, appoggiandosi ad una grande tavola. Lui e gli altri quattro uomini in scena, tutti dall’aria poco seria, a stento trattengono il riso. Sembrano trovarsi sotto ai riflettori quasi per caso, colti alla sprovvista. Eppure durante l’ingresso del pubblico in sala, quegli stralunati individui erano tranquillamente seduti sullo stesso tavolo, a proprio agio come nel salotto di casa, mentre osservavano la gente cercare il proprio posto.

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Something About You – Quel che rimane

In occasione della 24a edizione del Festival delle Colline Torinesi è andato in scena al ‘Cubo Teatro’ di Torino, l’8 e l’11 di giugno, Something About You – Quel che rimane il nuovo spettacolo di Francesca Garolla con la regia di Alba Maria Porto (già regista di Arte, di Yasmina Reza, in cartellone nella stagione 2017/2018 del TST ).

Ispirato dall’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano (Toscana), archivio dedicato alla memoria delle persone comuni, Something About You racconta la storia di una donna (interpretata da Matilde Vigna), madre di due figli (Roberta Lanave e Mauro Bernardi), che soffre di depressione da 17 anni ed è ricoverata in un istituto all’interno del quale ha un’amica, affetta anche lei dalla stessa malattia, con cui riesce a parlare e a condividere i propri pensieri.

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INTERVISTA A LEONARDO LIDI – IL DITO

Leonardo, puoi presentarci il testo sul quale si baserà lo spettacolo Il Dito che andrà in scena sabato 22 al Festival delle Colline?

Il testo di Doruntina Basha parla fondamentalmente di due donne a confronto, due generazioni diverse che devono in qualche modo rapportarsi con un’assenza, un lutto, un fatto tragico. Anche se non conosciamo bene il destino del ragazzo evocato nel testo, possiamo in qualche modo supporlo. È la perdita di un uomo in guerra, che è il figlio di una delle due donne ed è il marito dell’altra. Come ci si può rapportare con un fatto del genere, che parla del significato dell’assenza? Da un lato, c’è la capacità di andare avanti, andare oltre, dall’altro l’impossibilità di riuscirci e, dunque, rimanere immobili, immobilizzati in quel dolore. E’ proprio la gestione del dolore il tema che vogliamo approfondire di più, un tema che è venuto spesso fuori durante le prove con le quattro attrici.

Ecco sì, parlaci di queste quattro attrici.

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DIE TOTE STADT DEBUTTA ALLA SCALA

È andata in scena per la prima volta a Colonia e ad Amburgo nel 1920. Quasi cento anni dopo trova finalmente il suo debutto (o meglio, la sua consacrazione) nel Tempio: stiamo parlando dell’opera Die tote Stadt di Erich Wolfgang Korngold, di cui abbiamo visto la recita del 3 giugno al Teatro alla Scala.

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Quasi niente, Qohélet ironico di Deflorian/Pagliarini

Quasi niente, ultimo lavoro di Daria Deflorian e Antonio Pagliari, in scena alla ventiquattresima edizione del Festival delle colline è un ritratto autoironico e colto dell’uomo occidentale contemporaneo.

L’origine, l’idea generativa è Deserto Rosso di Antonioni, ma affiora poco nei discorsi degli attori, lo spettacolo infatti conserva una sua autonomia.

Immaginiamoci – noi contemporanei – come fossimo un quadro impressionista. Immaginiamo che un Renoir ci abbia detto di osservarci alla distanza di un braccio. Ebbene, con Quasi niente, Deflorian/Tagliarini disobbediscono: prendono uno specchio e ce lo mettono di fronte, ma non seguendo le prescrizioni del Pierre-Auguste. No, lo mettono vicino, mostrandoci la nostra inadeguatezza nei confronti della vita, la nostra scomodità nell’abitare il mondo e ci regalano la possibilità di ridere di noi stessi attraverso una delle armi più potenti dell’essere umano: l’autoironia. Lo fanno in uno spettacolo raffinato, pieno di riferimenti colti: dalla Munro a David Foster Wallace, passando per Mark Fisher e Han Kang.

Deflorian segue con grande efficacia la lezione di Peter Brook: la scenografia è essenziale – pochi mobili, tra cui una poltrona, collocati ai margini della scena – saranno poi gli attori a portarli più al centro, nel momento in cui li menzionano –  alcuni inizialmente ribaltati.

 Lo spettacolo è in mano agli attori, davvero notevoli, che attraverso gesti e tempi comici perfetti creano il mondo scenico. Teatro nella sua accezione più pura.

I cinque attori interpretano cinque manifestazioni diverse dell’uomo contemporaneo: Monica Piseddu è una quarantenne depressa, Daria Deflorian una sessantenne ipocondriaca e ansiosa, Francesca Cuttica, una trentenne che si sente buona a nulla, Bruno Steinegger e Antonio Pagliarini, rispettivamente, un quarantenne e un sessantenne, l’uno oppresso dal lavoro, l’altro omosessuale in solitudine.

Quasi niente mostra tante manifestazioni della sofferenza, denunciando, senza reticenze e senza smancerie, che stare al mondo è difficile, che la vita è storta e che vani sono i nostri tentativi di raddrizzarla. Inadeguate si rivelano le strutture con cui cerchiamo di dare un senso, un ordine nostro vivere. L’unica arma è l’autoironia, nell’attesa di un nuovo dolore.

Quasi niente è lavoro di grande umanità, come tale molto coraggioso, perché denunciando, con pungente ironia, il non senso, l’impossibilità della cura definitiva, questo Qohélet teatrale dà i necessari anticorpi per resistere alla società del Think positive! che ci pretende sempre performanti e ci illude di poter cancellare totalmente la sofferenza. Ribadendo con grande intelligenza che i momenti più vitali sono proprio quelli dei piccoli grandi tormenti. Non rimane che amarsi e ridere insieme: Quasi niente, ma non è poco!

Giuseppe Rabita

55º festival del teatro greco di siracusa stagione 2019

Nato nel 1914 per volontà dell’aristocratico siracusano Mario Tommaso Gargano con lo scopo di ridare vita al dramma antico presso il Teatro Greco di Siracusa.

La prima rappresentazione fu L’Agamennone di Eschilo

Nel 1927 viene messa in scena la prima commedia, Le nuvole di Aristofane.

Dal 1960 il Festival assegna il premio “Eschilo d’oro” a figure che si sono distinte per studi e rappresentazioni in ambito greco e latino. 

Nel 1978 diventa un ente pubblico non economico e riconosciuto come “ente necessario allo sviluppo sociale, civile, economico e culturale del paese”.

Nel 1998 l’Istituto diventa una fondazione, gestita da un consiglio di amministrazione composto da: un presidente, un consigliere delegato e tre consiglieri. 

Ogni anno viene scelto un tema, che riferendosi alle grandi tragedie tratta l’attualità. 

Inoltre, si occupa del Festival Internazionale del teatro classico dei giovani, presso il Teatro greco di Palazzolo Acreide. Una manifestazione rivolta a studi superiori e università, che permette la rappresentazione di testi latini e greci.

Dal 2010 si trova presso la sede della Fondazione INDA l’Accademia d’arte del dramma antico, una scuola di teatro che parte dallo studio dei grandi autori classici per arrivare agli artisti contemporanei.

In occasione di questa cinquantacinquesima stagione un gruppo di studenti del Dams ha avuto l’occasione di assistere agli spettacoli del Festival e alla creazione della commedia Lisistrata in scena a partire dal 28 giugno e agli eventi collaterali riguardanti il tema di quest’anno: Le donne e la guerra.

Ci proponiamo quindi di raccontare e recensire gli spettacoli e le iniziative collegate ad essi nell’intento di trasmettere almeno in parte il magico clima di una rassegna così unica

La Gioia sincera di Delbono cui non ho partecipato

Nella sezione Grandi ritorni del Festival delle colline, La Gioia di Pippo Delbono, un viaggio dalla depressione alla gioia s’intreccia al memorie della compagnia, che in questo viaggio sembra specchiarsi.

Piuttosto difficile, per un neofita come me,  scrivere di un viaggio cui non ho saputo partecipare. Lo scrivo con grande dispiacere, scegliendo le parole con cura, perché l’invito di Pippo Delbono e della sua compagnia era autentico e sincero.

Andiamo con ordine.

La Gioia nasce nel 2018: Bobò era il fulcro dello spettacolo.

Chi era Bobò?

Il suo nome era Vincenzo Cannavacciuolo, detto Bobò. Nato sordomuto e microcefalo, metà della sua vita l’aveva passata in manicomio, ad Anversa. Nel ’95 Pippo Delbono, da sempre vicino a un teatro sociale, – il suo lavoro fa parte di quella linea di teatro sperimentale, fiorita in Italia durante gli anni ’80 (penso al Teatro della Valdoca o Dario Manfredini), che sintetizza le pratiche del Living Theatre con poetica di Eugenio Barba – lo incontra e lo porta con sé. Da allora, Bobò è stato il protagonista di tutti i suoi spettacoli.

A Febbraio, a 82 anni, Bobò muore. È questa assenza forte, presente, a dare nuovo senso e nuova forma allo spettacolo. È lo stesso Delbono, a dire all’inizio:

“Dopo Bobò rinasce lo spettacolo che è come prima e che è tutto diverso.”

Si comincia. Un clown giardiniere innaffia dei fiori finti che sono sempre di più. Il linguaggio dunque è quello dei clown, circense, l’atmosfera è onirica e come nei sogni è sconnessa: a contrappuntarla è lo stesso Delbono, ora in scena, ora dalla platea, leggendo. Un ulteriore contrappunto è dato dal fatto che, oltre ai pezzi dal vivo alcuni di Delbono pezzi sono registrati. A far andare avanti lo spettacolo sono i ricordi.

La prima storia è quella di Nelson, il barbone che innaffia i fiori. Quando l’ho conosciuto, Nelson, dice Delbono, prendeva un sacco di medicine e io non ne prendevo nessuna, ora Nelson è guarito e io prendo un sacco di medicine.

Sembra questa la chiave di lettura dello spettacolo: l’assenza di Bobò, coincide con la perdita della felicità e, pare d’intuire, anche creativa.

I binari in cui si muove questa infelicità e pazzia sono molteplici: si avverte la presenza di La morte di Ivan Il’ič di Tolstoj, poi le citazioni esplicite: Pirandello, Shakespeare Beckett, Totò ed Erri de Luca.

Lo spettacolo va avanti per flash: momenti narrativi intervallati a momenti onirici e deliranti di grande impatto scenico: una donna si toglie delle rose dal petto e li lancia, il tutto in un’atmosfera disco, con luce stroboscopica e musica classica. Un ragazzo disabile canta in playback Maledetta Primavera vestito da donna; un boscaiolo folle in cura dallo sciamano che diventa sciamano; un momento in cui si evocano i morti in mare, con una scena che omaggia la Venere degli stracci.

In tutto lo spettacolo si avverte la forte presenza di Bobò: prima attraverso la rievocazione di Pippo Delbono che ne rifà i gesti, poi attraverso la sua stessa voce registrata.

Il finale, di grande impatto visivo, con la scena piena di fiori, a cura del fiorista normanno Thierry Boutemy. I performer circensi, che hanno costellato lo spettacolo, girano in circolo, in un finale che sembra guardare a Fellini.

Si tratta di un lavoro sincero, che parte da un dolore autentico, che però arriva a una gioia soltanto detta e non sperimentata.

Nonostante il vuoto la tristezza sia autentica, non ne sono stato toccato non sono rimasto coinvolto e non sono riuscito a superare il cinismo che contraddistingue la nostra epoca. Credo che lo spettacolo non sia supportato da una drammaturgia sufficientemente adeguata a permettere al dolore e alla depressione di risuonare. Mi viene in mente un vecchio romanzo di Tobias Wolff, in cui, a un certo punto, Robert Frost parla dell’importanza della forma, facendo riferimento al dolore di Achille per la morte di Patroclo: il lamento di Achille attraversa i secoli e mantiene la sua intensità perché è espresso in esametri dattilici. Senza la forma sarebbe stato un, pur sincero, grido mozzo. Penso sia questo uno dei limiti di La gioia.

C’è un’altra ragione che ha ostacolato la mia calorosa partecipazione. Lo spettacolo era una festa commemorativa pensata per chi segue e ama la compagnia da tempo:  per esempio, non sono riuscito ad apprezzare i suoni della voce di Bobò, non avendo avuto la fortuna di conoscerlo.

Dunque pur nei suoi limiti, mi sento di consigliarne la visione a chi ha amato Bobò e vuole partecipare a questa festa in suo onore. Ricordiamo: lo spettacolo andrà in scena al Piccolo Teatro di Milano, dal 4 al 9 Giugno.

Giuseppe Rabita

HARLEKING / BROTHER – FESTIVAL INTERPLAY

Immaginate la potenza di una creazione capace di influenzare le rappresentazioni a distanza di cinque secoli. La commedia dell’arte riesce in questa impresa sconfinando nel mondo della danza con Harlekingdel duo italo-tedesco Gineva Enrico.
Ad aprire la stagione del festivalInterplaysono due giovani artisti che portano in scena un contemporaneo passo a due.La frivolezza della più celebre maschera della commedia dell’improvviso segue un canovaccio che prima lascia spazio all’improvvisazione per diventare sempre più vincolante. I riflettori si scaldano sui movimenti spontanei causati dalle contrazioni muscolari dovute al riso. Il mescolarsi del sogghigno con spasmi dovuti a conati non permette allo spettatore di rallegrarsi, e ricorda la fame senza freni della maschera originale. La forte gestualità passa attraverso la valorizzazione del corpo e delle pose attribuite all’Arlecchino del passato, in questo caso senza maschera, ma facilmente riconoscibile. La partitura diventa sempre più serrata fino ad entrare in un loop magnetico. La staticità delle gambe si contrappone al continuo moto delle braccia trasformate in arti meccanici e costrette ad eseguire una sequenza infinita sempre simile ma mai identica. Sorprende come il movimento dei due performer, nonostante si faccia minuto fino a ridursi al moto delle sole falangi, riesca ad ipnotizzare il pubblico.

“Brother” è una panoramica sul mondo del movimento. Marco Da Silva Ferreira, coreografo portoghese nominato Aerowaves Twenty18, utilizza i corpi dei sette performer come malleabile argilla prima della cottura. Presentando uno ad uno ogni danzatore, l’autore dona a ciascuno un momento solistico atto a mostrare le doti personali. Il movimento viscerale che caratterizza ognuno si distingue da quello degli altri compagni di scena per intensità, stile e utilizzo del corpo, dando così allo spettatore una varietà visiva fuori dal comune. Questa diversificazione la troviamo anche durante i momenti di insieme che, pur avendo una partitura ben  definita, lasciano la possibilità ad ogni interprete di dare un’impronta  personale  al gesto. Ritroviamo sul palco movimenti che percorrono la storia della danza fino ai tempi più recenti, nobilitando linguaggi come il voguing che difficilmente vengono illuminati dai riflettori di un palcoscenico di questo genere. Il sapiente utilizzo della musica dilata oltre al visivo la creazione di Marco Da Silva Ferreira creando echi dei versi primordiali prodotti dai ballerini durante lo sforzo fisico.

di Davide Peretti

INTERPLAY 2019
Associazione Culturale Mosaico Danza

HARLEKING
di e con Ginevra Panzetti, Enrico Ticconi
sound design Demetrio Castellucci
light design Annegret Schalke
costumi Ginevra Panzetti, Enrico Ticconi
illustrazioni e grafica Ginevra Panzetti
diffusione Marco Villari

BROTHER
direzione artistica e coreografia Marco Da Silva Ferreira
performers (fase creativa) Anaísa Lopes, Cristina Planas Leitão, Duarte Valadares, Filipe Caldeira, Marco da Silva Ferreira, Max Makowski, Vitor Fontes
assistente direzione artistica Mara Andrade
direzione tecnica e design luci Wilma Moutinho
musiche dal vivo Rui Lima and Sérgio Martins

“BUONA LA PRIMA” RUBRICA FRINGE FESTIVAL – UN’ORA DI NIENTE

UN’ORA!! SOLO IN UN’ORA! …Incredibile.
Niente da dire. E come si potrebbe dire qualcosa? Come si potrebbe dire tutto quell’universo di verità riassumendolo in queste poche e fugaci righe?! Eppure in una recensione, sarà pur questo che bisognerà fare.

Ora ci penso.
Raramente si vede qualcosa di simile. Uno spettacolo così non si può
Assurdamente sintetizzare, non si può incastonare in un riquadro, non lo si può svestire di quell’equilibrio aureo che ne è parte così essenziale.

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“BUONA LA PRIMA” RUBRICA FRINGE FESTIVAL – THEO, STORIA DEL CANE CHE GUARDAVA LE STELLE

Sono tante le cose che si potrebbero raccontare del grande genio che fu Vincent Van Gogh, tanti i misteri che si potrebbero voler svelare e tante le fantasie che si potrebbe voler sognare pensando a questo affascinante artista. Eppure non sono queste le domande a cui la compagnia Anomalia Teatro ha deciso di rispondere, ma piuttosto: “Chi era l’ombra di questa enigmatica figura? Chi era la sua spalla? Chi tace dietro ai suoi schizzi di colore?” Perchè si sa, alle spalle di ogni colosso della Storia, si nasconde sempre qualcuno! Ed è esattamente questo di cui lo spettacolo “Theo – storia del cane che guardava le stelle” ci vuole narrare.

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Beat di igor x moreno | loop di farforyo

22 giugno 2021 | Festival Interplay – Mosaico Danza presso Lavanderia a Vapore a Collegno

Non si è mai del tutto preparati ad uno spettacolo di danza contemporanea, a meno che tu non l’abbia già visto. E anche su questo si potrebbe discutere. Questa volta non si era preparati per niente, perché BEAT di Igor x Moreno scardina molta di quella tradizione che ci si aspetterebbe, ed è un gran bene che lo faccia. 

Gli spettatori della serata conclusiva del festival di danza contemporanea Interplay 2021, organizzato come ogni anno da Mosaico Danza con la direzione di Natalia Casorati, si raccolgono fin da subito nel foyer, dove l’energia che si respira è di quelle buone, che calmano e preparano. Andando poi a prendere posto l’allestimento scenico traghetta e riorganizza le vibrazioni positivegià presenti in entrata: da un lato una dj già all’opera con un live set di musica elettronica, dall’altro un light designer, mentre nel palco una pedana quadrata con dietro tre tende protagoniste di un disegno geometrico tridimensionale. 

ph Andrea Macchia
ph Andrea Macchia

Il sound design prende sempre più forza, e si irradia nello spazio quando arriva la danzatrice (Magherita Elliot), posizionata al centro della pedana. È lì che intende rimanere per tutta la durata della performance. Ciò che colpisce fin da subito della performer, vestita con abiti casual e sportivi, è che sembra non avere i denti. Questo dettaglio spiazza e disarma tutto il pubblico: circondata da una luce di un bianco ottico accecante, la figura risulta addirittura non umana.

Ma ciò che ancor più colpisce è il suo linguaggio corporeo, in costante dialogo con lo spettatore e con il proprio io. Le luci molto forti e la musica molto alta fanno da ornamento ad un’indagine che si serve in particolar modo dell’espressione del volto e della gestualità delle mani, di immediata riconoscibilità perché tratte dalla quotidianità. È una conversazione alla pari, nella quale il pubblico viene interpellato, istigato, reso partecipe. Il movimento nasce da una danza contemporanea di ricerca unita ad influenze tratte dal voguing e non solo, che rendono il codice coreografico ibrido e molto personale.

Da menzionare, i meravigliosi contrasti che vanno a crearsi tra musica/luci e corpo, che mantiene quasi sempre una costante di tranquillità grazie ad un’investigazione controllata e consapevole. È tutto un gioco che gioco non è. La provocazione non è velata e le azioni della performer portano il peso degli argomenti trattati. 

ph Andrea Macchia

L’apice si raggiunge con un’intermittenza psichedelica delle luci, preludio di un loop di movimenti che sembra non fermarsi mai: saltelli ripetuti, tutti perfettamente identici e danzati con la stessa intensità. Nel mentre il pubblico viene illuminato anch’esso, quasi a diventare coprotagonista. Il loop continua trasformandosi in incessanti oscillazioni del bacino a destra e a sinistra. Questa perseveranza del bacino premia Igor x Moreno per la scelta di rimanere in un luogo e in una condizione, che conducono il pubblico in una sorta di trance. Il momento di stasi-non stasi viene spezzato da movimenti circolari e luci in bianco e nero dall’effetto smorzante. 

E poi si ferma, la performer. E chiude gli occhi. Luci e musica iniziano la loro discesa in una calma finale e distensiva. Applausi fortissimi per la performance, e un applauso speciale per la giovanissima danzatrice che ha gestito 50 minuti di assolo con perfetto controllo, accompagnando tutti i presenti in un proprio substrato emotivo fatto di domande quotidiane, sempre le stesse, e di risposte anch’esse quotidiane, ma sempre diverse. 

ph Andrea Macchia

La serata avrebbe dovuto poi continuare all’aperto, ma la tempesta di grandine del pomeriggio ha costretto l’organizzazione ad allestire la seconda performance nel foyer. La compagnia Farforyo, guidata dal giovane coreografo russo Evgeniy Melentyev, porta in scena LOOP,  un duo dove equilibrio e velocità vincono su tutto. I due danzatori entrano dall’esterno e riempiono tutto lo spazio con un’energia controllata, fluidissima e in costante movimento. Il linguaggio è contact improvisation contaminato da elementi di breaking e movement design. Le braccia dei due danzatori compongono figure sempre diverse e sempre più veloci, rimanendo pulite e “oliate”.

ph Andrea Macchia

È una lotta giocosa e incessante, dove tempo e sincronia sono perfetti. Il pubblico è per metà seduto per terra ed è veramente vicino all’azione, che ti ingloba senza sosta, pur non schiacciando né comprimendo lo spazio. L’interazione sociale è al centro di questa indagine che crea connessioni rapide ma costanti, come quelle che in fondo viviamo anche noi tutti i giorni. 

ph Andrea Macchia

Silvia Urbani

Credits 

BEAT

coreografia Moreno Solinas, Igor Urzelai

con Margherita Elliot

dj Martha, Anna Bolena
lighting designer e responsabile tecnico Seth Rook Williams
scene e costumi KASPERSOPHIE
dramaturg Simon Ellis
consulenza esterna Alberto Ruiz Soler
production manager Fergus Waldron
prodotto da Sarah Maguire
movement advisor Olmo Hidalgo
co-produzione Theatre de la Ville
finanziato da National Lottery through Arts Council England
commissionato da The Place, The Lowry and Cambridge Junction
con il supporto di the Spanish Embassy Office of Cultural and Scientific Affairs, Siobhan Davies Dance, Dance4, TIR Danza, Workshop Foundation, Dantzagunea, l’Animal a l’esquena, BAD Festival, S’ALA and The Point

LOOP

coreografia Evgeniy Melentyev
con Evgeniy Melentyev e Alkesei Sidelnikov

RISVEGLIO DI PRIMAVERA

Nella Sala Piccola delle Fonderie Limone è andata in scena, dopo 18 repliche, l’ultima rappresentazione di “Risveglio di Primavera” di Frank Wedekind tradotto e riadattato da Gabriele Vacis e alcuni dei giovani attori (Davide Pascarella, Enrica Rebaudo, Gabriele Mattè, Erica Nava) che insieme agli altri interpreti sono i neodiplomati della scuola del Teatro Stabile di Torino.

UN SISTEMA DI MUTAZIONE COMPLESSO

Una classe. 

La maturità appena vissuta, o ancora da vivere, nell’aria. 

Il ricordo di un anno che, come nel testo di Wedekind, ci tende la mano come amico fidato, mano putrefatta, ma che abbiamo imparato a conoscere, immateriale, che ci appare tanto reale quanto familiare, che ci vorrebbe privi di corpo a planare nelle case, “perchè questa è la vera vita” dice Moritz morto suicida all’amico Melchior che vorrebbe seguire il suo esempio. “Vieni con me e potremmo essere in ogni luogo” entrare nelle case – e vien da pensare: magari attraverso i cavi invisibili della rete –  quanto ci è familiare tutto questo. 

ph Andrea Macchia

Ma lo spettro di quest’ultimo anno che aleggia su tutti noi, spettatori e attori, viene allontanato dall’irrompere di una figura femminile che nel testo di Wedekind viene indicato come L’Uomo Mascherato, a cui l’autore dedica la stessa opera, e c’è da chiedersi chi sia questo misterioso personaggio. Moritz se lo chiede e glielo chiede invano. In Note a un commento di Lacan su “Risveglio di primavera” di Frank Wedekind riportate da Roberto Cavasola su journal-psychoanalysis.eu si legge:

Che cosa dice l’Uomo mascherato a Melchior? “Hai fame, vieni a mangiare, hai freddo, vieni a riscaldarti”. In una parola lo invita a occuparsi del proprio corpo, gli ricorda che il suo corpo è un corpo vivo, e lo allontana dallo spettro di Moritz che cerca di portare il suo vecchio amico tra i morti.

Nello spettacolo messo in scena da Gabriele Vacis L’Uomo Mascherato è rappresentato da una figura femminile che appare dopo essersi tolta la camicetta, si “disvela”, che sia la verità? che sia la bellezza? che ci strappa alla notte buia di una vita senza corpo e ci ri-porta alla luce, in un nuovo “venire al mondo”?

Un nuovo “venire al mondo” come quello che vivono i personaggi raccontati da Wedekind, che fanno i conti con il periodo più critico della vita: l’adolescenza. Come quello che provano i giovani attori in scena, alla loro ultima rappresentazione dopo un percorso durato 3 anni. Entrambi sull’urlo di un baratro, e allora che fare? 

Ph Andrea Macchia

Forse ri-pensare il corpo, come vorrebbe la fenomenologia, in quanto espressione dell’essere-nel-mondo, considerare i corpi come necessità di ogni individuo di disegnare il proprio progetto esistenziale. Semplice no?!? Anche se c’è da perderci la testa!

La quarta parete è spesso abbattuta. Il gioco del teatro, mai celato, in alcuni momenti è persino dichiarato. Si assiste a una simmetria perfetta, in equilibrio precario sulla soglia tra il dentro e il fuori: dell’essere esistente di cui il corpo è soglia; tra il dentro e il fuori della realtà e della verità di cui il teatro è soglia. Corpi vivi tra corpi vivi nello spazio del teatro che è il limen tra la vita e la morte.

Andrea Macchia

Il limen – dice Anna Maria Staubermann riprendendo Andrea Gentile in “Filosofia del limite” – è come un lungo corridoio o un tunnel che rappresenta il passaggio della nostra soggettività verso un nuovo orizzonte: il limen è una fase o uno stato soggettivo di transizione, passaggio, trasformazione che si configura e si caratterizza nella sua dinamicità.

E’ senza dubbio uno spettacolo sul limine quello a cui assistiamo ed è per questo che si rivela al contempo meta-teatrale. Non per la dichiarazione di esserlo, ma semplicemente perché lo “è”. 

In un tripudio di vita, i corpi sudano, saltano, muovono l’aria e scompigliano i capelli di chi è seduto in prima fila. Sciame pieno di un’energia incontenibile tanto da oltrepassare le vetrate delle pareti di fondo e strabordare con tale irruenza fuori, nel cortile del teatro. Ma questa irriverente, incontenibile, energia è in realtà un illusione. Sono ben netti infatti gli argini contenitivi a cominciare dalle file di sedie ai lati dello spazio scenico, per non parlare delle fisse postazioni “microfonate”; le stesse vetrate in fondo, una volta rientrati, vengono chiuse e serrate definitivamente; la linea tracciata per terra che separa gli attori dagli spettatori non viene mai superata, se non con la punta del piede scalzo di qualche attore che, con l’audacia propria dell’adolescenza, cerca nella trasgressione la definizione di una propria e nuova identità.

Ph Andrea Macchia

Così ad ogni personaggio di Wedekind, afflitto dalle proprie turbe adolescenziali, viene restituita l’integrità della sua anima attraverso i diversi corpi, dei diversi attori, che si alternano nell’interpretarlo. E le 21 anime degli attori riescono ad emergere, distinte, dall’integrità di un unico corpo scenico, organico, che emerge possente da questo spettacolo corale. Un’unica anima (quella del personaggio) che vive in tanti corpi, tante anime (quelle degli attori) che vivono in un unico corpo scenico. 

Il respiro di questo unico corpo è la musica di queste 21 voci che, a volte accompagnate da singoli strumenti (un pianoforte, una chitarra, un flauto, un sassofono), a volte vibrando all’unisono o a canone con le sole corde vocali, scelgono brani noti e moderni che, più che da tappeto musicale alla scena, fanno da ponte tra un testo della fine dell’ottocento e l’oggi, dove paure e frustrazioni, speranze e aspettative di un allora che ci sembra così lontano non sono in realtà mai state così attuali e a cui i giovani attori dello Stabile restituiscono una genuina sincerità che gli appartiene.

Ph Guido Mencari

E’ nel contenimento di tale irruenza che si vede la mano pedagogica di Vacis, così che lo spettacolo possa essere non il rischio di un’avventata conclusione ma l’iniziazione di un rituale di passaggio. 

Ed io spettatore, tornato spudoratamente con il mio corpo nel-essere-nel-mondo, assito complice e argine a mia volta, necessario testimone di un rito iniziatico che ci fa “essere” e con Melchior ci fa dire “Addio Moritz” non è ancora il momento di abbracciarci. Quel salto nel baratro di un ignoto futuro è d’obbligo, sapendo che non è la fine ma un nuovo inizio.

da Frank Wedekind

traduzione e adattamento di Gabriele Vacis, Davide Pascarella, Enrica Rebaudo, Gabriele Matté, Erica Nava e della classe della Scuola per attori del teatro Stabile di torino 

con gli attori neodiplomati della Scuola del teatro Stabile di torino: Davide Antenucci, Andrea Caiazzo, Lucia Corna, Chiara dello Iacovo, Lucrezia Forni, Sara Lughi, Pietro Maccabei, Lucia Raffaella Mariani, Gabriele Matté, Eva Meskhi, Erica Nava, Cristina Parku, Davide Pascarella, Enrica Rebaudo, Edoardo Roti, Kyara Russo, Letizia Russo, Daniel Santantonio, Lorenzo Tombesi, Gabriele Valchera, Giacomo Zandonà

regia Gabriele Vacis

suono Riccardo di Gianni – assistente regia Glen Blackhall

Nina Margeri

Giulietta: tra demoni e spiriti

Torna in scena al Teatro Astra, dopo il debutto nell’ormai lontano 2004, Giulietta, la versione teatrale adattata da Vitalino Trevisan del trattamento del film “Giulietta degli spiriti”. Opera del maestro Fellini, poco dopo il centenario della sua nascita, con la regia di Valter Malosti. Quest’ultimo, nel descrivere il suo spettacolo, afferma che:

“Giulietta è una struggente favola psicoanalitica sull’ anima e sull’identità frammentata, raccontata con un tono vagamente infantile ed inquietante”.

Effettivamente, tutto questo viene egregiamente restituito a noi spettatori, anche grazie alla straordinaria presenza scenica di Roberta Caronia. L’attrice riesce a tenere le redini dello spettacolo e della scena con una bellissima performance attoriale, senza far mai cadere la tensione che si genera già dai primi attimi: un’inquietudine che anzi cresce in un climax che si dissolve solo nel tragico finale, che al tempo stesso però porta in sé un non so che di liberatorio. Forse il sollevamento da quella lieve ma persistente angoscia che ci ha pervaso durante lo spettacolo, forse il conforto nel sapere Giulietta finalmente svincolata dalla prigionia dei suoi incubi e dei suoi mostri. 

Assistiamo al flusso di coscienza della protagonista, Giulietta, unica interprete dello spettacolo: l’opera è infatti interamente scritta e recitata dal punto di vista di quest’ultima, che ci trasporta all’interno della sua mente e della sua vita.  

Giulietta appare marionetta fra le marionette, indissolubilmente legata da fili che la sua mente tesse in maniera instancabile, e che la conducono ora al dialogo con spiriti e fantasmi del suo passato, ora a un dialogo con sé stessa nel presente. 

La scenografia è l’unica protagonista insieme all’attrice ed immediatamente colpisce lo spettatore, che si sente al tempo stesso curioso e inquieto. Giulietta è posta al centro del palco, quasi inglobata, incastonata come una gemma in un anello, all’interno di un ampio telo bianco che le funge da gonna. Questo telone è unito ad una particolare impalcatura, alla quale sono appese diverse marionette, personificazione di demoni e spiriti, talvolta animate dalla luce e dalla voce che vien loro conferita. Queste ultime si risvegliano sul palco come nella testa e nell’animo della protagonista, trasformando quasi in un racconto corale i pensieri e i sentimenti più reconditi di Giulietta. 

La struttura, che ricorda a tutti gli effetti quella circense, incornicia l’attrice fungendo da specchio all’intelaiatura della sua mente. Sappiamo essere il circo un tema molto caro a Fellini, insieme a quello dei pagliacci: scelte non casuali quelle del trucco della protagonista, che ricorda quello di un mimo e della scenografia che invece riporta all’immagine e alle sensazioni del circo. Fellini scrive in proposito:

“Questa ebbrezza, questa emozione, questa esaltazione, questo immediato sentirmi a casa mia, l’ho provato subito la prima volta che sono entrato sotto la tenda di un circo.” 

Così anche Giulietta resta dentro la tenda, immobile da un certo punto di vista ma anche estremamente mobile: infatti l’immaginario onirico e spiritico dello spettacolo viene restituito anche grazie a diverse proiezioni sulla gonna della protagonista, come a volerci mostrare il contenuto della sua mente.  Metafora di un corpo fisicamente intrappolato, che però non risulta mai statico, e anzi trasmette con vigore tutto il movimento che agita i suoi pensieri. 

Uno spettacolo che sento di poter definire sensoriale, poiché i suoni e le luci contribuiscono in maniera preminente a mettere in moto la rappresentazione, divenendo parte integrante della struttura drammaturgica.  

Il flusso di parole e pensieri di Giulietta che ci trascina e ci travolge viene spezzato da un continuo dialogo fra luce e buio, che frammenta la storia intervallando ricordi, momenti di sogno, incubo e di vissuto reale: atti di una vita che la protagonista mette in scena ogni giorno, sin dalla tenera età, si dalla prima apparizione degli spiriti.  

I suoni, talvolta appartenenti alla natura, talvolta inquietanti, contribuiscono a ricreare quell’atmosfera onirica e terrifica portando la nostra mente proprio dove risiede quella della protagonista. 

Lo spettacolo si apre e si chiude come un cerchio, iniziato e concluso con uno specchio in cui la protagonista vede riflessa non solo sé stessa, ma un mondo fatto di mille sfumature. 

Ilaria Stigliano

10MG

10mg parla della mercificazione della malattia attraverso il sistema pubblicitario. Sempre più frequentemente, infatti, attraverso il marketing e la pubblicità viene cambiata la percezione dei disagi quotidiani, che diventano vere e proprie malattie. La pubblicità funziona a tal punto da trasformare molte persone in pazienti e il farmaco, per costoro, diventa come una droga. I nomi dei farmaci usati in questo testo non sono reali, ma ogni malattia menzionata lo è poiché la realtà (come spesso accade) supera di gran lunga la nostra immaginazione.
Due sono i mondi che si muovono, come su binari paralleli, in questo testo: quello di una famiglia e quello di una casa farmaceutica. Nella prima, la Moglie e il Marito sembrano non comunicare e subiscono in modo diverso il problema di un figlio a cui è stato diagnosticato l’ADHD. Nella seconda, il Direttore marketing e la sua segretaria sembrano invece comunicare esclusivamente per ragioni lavorative: dopo aver concluso con successo la campagna pubblicitaria per un farmaco contro l’ADHD, stanno lavorando a una nuova per un prodotto contro il dolore da lutto.

Se in un primo momento il Dottore e il Direttore della pubblicità sembrano farla da padrone la fine dello spettacolo lascia aperta una riflessione: il mondo del marketing diventa succube e vittima dei prodotti da loro stessi creati, creando così un intreccio tra i due mondi, che risultano essere entrambi “malati”, l’unica soluzione possibile alla sofferenza è quindi il recupero di un po’ di sana umanità nelle relazioni e di ascolto reciproco.

La scenografia è nel complesso piuttosto efficace e cambia spesso, costruita con molti oggetti ma al contempo piuttosto minimalista e ricorsiva, l’elemento che colpisce di più è una grande mensola piena di medicinali che funge spesso anche da sipario nei cambi di scena.

Il rapporto con gli oggetti risulta convincente e di forte impatto visivo: gli attori colmano così – almeno in parte – attraverso il movimento espressivo quello che è sul piano della pura recitazione un livello che potrebbe essere definito “medio” ( se si considera il panorama attoriale italiano).

I costumi sono semplici ma rappresentativi e caratterizzanti: la suite da tipico imprenditore milanese per il Direttore del marketing, il camice per il Dottore e così via.

In generale si tratta di un testo originale, che ben si adatta anche alla situazione in cui ci troviamo oggi di pandemia da Covid-19 durante la quale tutti noi siamo stati sicuramente, più che in altri momenti della nostre vite, a contatto con la medicina e con la malattia. Il testo viene interpretato senza cadere in toni troppo drammatici riuscendo al contrario a strappare un sorriso insieme alla riflessione su un argomento così serio e così attuale.

Irene Merendelli

10 mg
di Maria Teresa Berardelli
Menzione speciale al Premio Hystrio Scritture di Scena, 2015
con Andreapietro Anselmi, Carolina Leporatti, Davide Lorino, Francesca Agostini, Lucio De Francesco
regia Elisabetta Mazzullo
scene e costumi Anna Varaldo
light designer Jacopo Valsania
musiche Bettedavis
Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale

MORTE DI UN COMMESSO VIAGGIATORE

Ritornare a teatro dopo un anno e mezzo è una grandissima emozione. Farlo per uno spettacolo come questo di Jurij Ferrini, poi, rende tutto ancora più bello.

Alle Fonderie Limone di Moncalieri, all’interno della stagione del Teatro Stabile di Torino 2020/2021, sta andando in scena Morte di un commesso viaggiatore, opera in due atti del drammaturgo Arthur Miller.

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La Vita Davanti a Sé

Momò, dieci anni e molta vita davanti, vive a pensione da Madame Rosa, ex prostituta ebrea «con più chiappe e seni di chiunque altro» che ora sbarca il lunario prendendosi cura degli “incidenti sul lavoro” delle colleghe più giovani. Intorno a lui la variopinta, vitalissima e a volte disperata sarabanda del quartiere di Belleville, tra spazzini mangiafuoco e transessuali campioni di boxe, ruffiani cardiopatici e traslocatori di anziani moribondi, esorcismi tribali, vite che vanno alla rovescia e un’improbabile storia d’amore toccata dalla grazia.

L’ambientazione dello spettacolo è una Parigi romantica, che viene restituita da una scenografia ben architettata, a cui si accompagna la colonna sonora creata da Simone Campa ricca e suggestiva che richiama perfettamente sensazioni, sentimenti e situazioni che Momò, il giovane protagonista, vive e racconta. Insieme al suo Belleville Quartet, un ensemble multietnico con musicisti da Senegal, Marocco, Francia e Italia, lo spettatore viene di volta in volta accompagnato in scene musicali di terre lontane e riti voodoo, con percussioni e voci africane; passeggiate sotto la Tour Eiffel, con valzer e chansonnes francesi; echi di medioriente con musiche e ritmi arabi. Irrefrenabili ed entusiasmanti i momenti di malinconica gioiosità della musica yiddish e klezmer, tipica degli ebrei dell’Europa orientale. Molto suggestivi inoltre i commenti sonori e le didascalie rumoristiche, tra cui musiche di circo e di carillon sospesi nel tempo, effetti sonori per la sala di doppiaggio di un vecchio cinematografo.

Il tono dello spettacolo è tragicomico e se da un lato nelle parti drammatiche Silvio Orlando appassiona e coinvolge il pubblico, al contrario quando si tratta del momento comico e della battuta l’attore sembra faticare ad inserirlo nei tempi giusti. L’ironia quindi spesso non viene colta e accolta da chi ascolta, finendo così “ soffocata”, impedisce allo spettatore di concedersi quella risata liberatoria come virgola necessaria in un testo che non vuole essere per sua natura solo tragico.

Nel complesso si tratta di un testo piacevole da ascoltare e facile da seguire. Forse un po’ meno convincente il finale, una sorta di mini concerto dai toni festosi che vede coinvolto anche lo stesso Orlando come suonatore di flauto traverso, insieme all’ensemble musicale. Sarebbe stato forse più coerente chiudere il sipario prima, lasciando un po’ di amaro nella bocca dello spettatore, più in linea con la chiusura drammatica del racconto.

Irene Merendelli

Tratto dal testo La vie devant soi di Romain Gary (Èmile Ajar) ridotto e diretto da Silvio Orlando. Lo spettacolo è interpretato dallo stesso Silvio Orlando, con i musicisti diretti da Simone Campa: Cheikh Fall (kora, djembe), Roby Avena (fisarmonica)Gianni Denitto (clarinetto, sax)Simone Campa (chitarra battente). Le scene sono di Roberto Crea, il disegno luci di Valerio Peroni, costumi Anita Medici, assistente alla regia Maria Laura Rondanini.

Lo spettacolo, prodotto da Cardellino srl, sarà replicato al Carignano, per la Stagione del Teatro Stabile di Torino, fino a domenica 13 giugno.

Voci dall’Universo, installazione di Davide Livermore e Gep Cucco, inaugura Uni-Verso – Un osservatorio permanente sulla contemporaneità

18 Maggio. Sono le 14,30 di un pomeriggio assolato e l’aula magna della Cavallerizza è costellata da occhi brillanti, i volti, spezzati dalle mascherine nascondono sorrisi: è palpabile la gioia di rincontrarsi in presenza in questi tempi così incerti.

L’occasione? Un’istallazione multimediale co-firmata da Davide Livermore, cantante lirico oltre che regista d’opera e di prosa di fama internazionale e Paolo Gep Cucco, musicista, direttore creativo entertainment designer. Entrambi torinesi, costituiscono un sodalizio artistico che colleziona spettacoli di successo da ormai dieci anni. Se Livermore, con la sua attenzione alla parte musicale dell’opera, è l’orecchio, Gep Cucco che si occupa maggiormente della parte visiva è più l’occhio. L’uno legato al mondo del teatro musicale e della musica classica, ma di vedute ampie ed eclettiche, l’altro che invece affonda le sue radici nella musica pop.

L’istallazione multimediale, dal titolo “Voci dall’universo”, che sarà visibile nel cortile del Rettorato dell’Università di Torino, in via Giuseppe Verdi 8, s’inserisce e inaugura la rassegna indetta proprio dall’Università , UniVerso. Si tratta di una serie di iniziative (dibattiti, reading, performance, interviste) che hanno come obiettivi: offrire spunti di riflessione sulla contemporaneità con uno sguardo multidisciplinare in cui scienze umanistiche e cosiddette scienze dure si trovano a dialogare, rinsaldare i legami tra luoghi di studio e territorio, e far sì che i muri accademici diventino di nuovo osmotici, permeabili.

Facciamo uno zoom sull’opera, Voci dall’universo, dunque. Entrando nel cortile del Rettorato ci troviamo davanti a un totem digitale: uno schermo rettangolare che si estende verso l’alto. Alle estremità troviamo un QRcode. Smartphone alla mano e inquadriamolo, sul telefono ci apparirà la schermata di un citofono e la domanda “In che anno fu formulata la teoria della relavità?.” Intanto sul grande led vediamo la terra dallo spazio. Selezionando la risposta esatta, il globo lascia spazio ai giovani attori della scuola di recitazione “Mariangela Melato” di Genova che leggono testi selezionati dagli studenti dell’Università. Parole di grandi scrittori – drammaturghi e musicisti, (da Alda Merini a Domenico Modugno). La lettura è disturbata da interferenze, solo se quattro fruitori interagiscono contemporaneamente, le interferenze spariscono. Questo ha un forte significato simbolico, spiegano gli stessi artisti, infatti la comunicazione funzione solo stando assieme. Anche la scelta di fare leggere giovani attori è fortemente voluta: l’opera infatti è fatta per far parlare gli studenti.

Nell’occasione di quest’inaugurazione, Livermore e Gep Cucco hanno poi tenuto una lectio in cui hanno brevemente ripercorso le tappe principali della loro collaborazione. Numerosi e stimolanti i temi trattati: fra tutti il rinnovamento del linguaggio teatrale grazie all’uso delle tecnologie sulla scena. Va ricordato infatti, che il duo ha firmato ben tre prime alla Scala: Attila nel 2018, Tosca nel 2019, e  A riveder le stelle, lo spettacolo che a causa del covid ha aperto la stagione scaligera del 2020. Tre spettacoli fortemente innovativi.

Ai due va il merito di aver reso cinematografica e televisiva l’opera teatrale. Come ben spiegano, quando l’opera va in tv non può essere ripresa con camera fissa, sarebbe troppo noioso. Dice Livermore: “utilizzo il palco scenico come se fosse una macchina da presa, sposto i punti di vista. Utilizzo i led, non in modo didascalico, ma in modo narrativo.” Questo è lampante in una sua recente Aida in cui durante l’aria di Radames Celeste Aida, anziché rivedere apparire il tenore sul led vediamo proprio Aida, evocata dall’amato che sogna, in un deserto che strizza l’occhio a Sergio Leone. Teatro e cinema nei lavori di Livermore e Gep Cucco si fondono e si nutrono a vicenda, l’approccio multidisciplinare è fondativo.

Non poteva mancare l’annosa questione degli allestimenti contemporanei, più o meno fedeli alle ambientazione dei libretti. È lo studio approfondito che permette di fare uno spettacolo contemporaneo. Verdi regge di più le dislocazioni, perché il compositore usava luoghi e tempi come pretesti per parlare della sua contemporaneità e per aggirare la censura. Puccini invece non andrebbe mai rimaneggiato, perché è la musica stessa a indicare le scelte registiche. “Puccini,” afferma Livermore “ha inventato il cinema – in partitura si sentono porte che si aprono, la chiave che gira nella serratura. È un grandissimo narratore. La grande differenza con Verdi? Verdi usa una storia per dire altro, Puccini vuole raccontare proprio una storia ben precisa. La bohème non può essere spostata da Parigi.”

La lezione è accesa, nei due si avverte il grande amore per la cultura e la voglia di divertirsi di essere irriverenti. L’arte infatti dev’essere sempre rischiosa. Se non si assume il rischio di parlare e incidere nella contemporaneità perde il senso di esistere. Insomma Livermore e Gep Cucco sono due che non la mandano a dire, e scherzando tra di loro, passando dal pop alla musica classica si sente che la cultura non è parte delle loro vite: è la loro vita. A noi studenti lanciano il compito di far sì che, come diceva Gustave Mahler, tradizione sia custodire il fuoco, non adorare le ceneri.

INTERVISTA A GERARDA VENTURA

Gerarda Ventura, direttrice artistica di Anghiari Dance Hub , inizia il suo percorso lavorativo ed artistico come danzatrice classica negli anni Ottanta lavorando con molti coreografi , tra cui Vittorio Biagi.

A partire dagli anni Novanta decide di interrompere la carriera di danzatrice e inizia a collaborare con piccole rassegne di danza contemporanea fino al 2014 quando viene invitata da Luca Ricci, Andrea Merendelli e Maurizio Settembri ad unirsi ad Anghiari Dance Hub.

” Come sta agendo Anghiari Dance Hub a fronte della pandemia?”

Fortunatamente – dichiara Gerarda- non hanno impedito lo svolgimento delle attività senza pubblico quindi (con tutte le precauzioni: sanificazioni, test molecolari,…) le prove e le residenze non hanno subito variazioni, diverse saranno invece le restituzioni perché non avverranno come al solito con il pubblico, i giornalisti e gli ospiti ma in streaming.

“Secondo lei quali scenari si apriranno per le arti performative?”

Sicuramente – sostiene Gerarda- le residenze digitali sono un campo d’indagine nuovo di come gli artisti possano usare le tecnologie per realizzare prodotti diversi dallo spettacolo dal vivo o dalla ripresa streaming. Un esempio è il centro di residenza regionale della Toscana, lanciato nella primavera scorsa da Armunia e Kilowatt a cui si sono accodati Anghiari Dance Hub, il circuito AMAT delle Marche e il circuito ATCL del Lazio.

Infine, vi segnalo le restituzioni dei danzatori che saranno online il 4 e 5 dicembre con l’acquisto di un biglietto nel sito di Anghiari Dance Hub ( https://anghiaridancehub.eu/ ).

Qui in basso il link all’intervista completa:

https://www.youtube.com/watch?v=T8LPluWIUWY&ab_channel=TeatrodamsTorino