Piero Gobetti, nato a Torino nel 1901, fu uno degli intellettuali più rilevanti del primo Novecento italiano: editore, critico e pensatore politico. Nonostante la brevità della sua vita – morì a soli ventiquattro anni in seguito alle persecuzioni e alle aggressioni fasciste, dovute al suo fermo impegno antifascista – riuscì a fondare riviste decisive come Energie Nove e La Rivoluzione Liberale, nelle quali elaborò una visione originale del liberalismo come processo di emancipazione, conflitto e responsabilità civile.
Accanto all’impegno politico, Gobetti ebbe un ruolo importante anche nel rinnovamento del pensiero teatrale italiano. Con la rivista Il Baretti (1924) si dedicò alla critica letteraria e teatrale, denunciando il declino della scena italiana.
«Il teatro italiano è malato perché gli attori non educano, ma si compiacciono.»
(Il Baretti, anno II, n. 4, “Il teatro è malato”, 1925).
In un’Italia teatrale dominata dal divismo e dalla retorica, Gobetti propone un modello di teatro come luogo educativo, non di compiacimento, perché lo considera un’arte capace di formare cittadini e non riducibile al solo intrattenimento del pubblico. Per questo, nella sua visione, l’attore assume un ruolo centrale e innovativo: diventa un critico in azione, in grado di leggere, interpretare e rimodulare il testo in modo consapevole. Le sue azioni devono essere intelligenti ed educative; non possono limitarsi al mero protagonismo attoriale, perché l’attore ha una responsabilità civile nei confronti del pubblico. Il teatro e la scena diventano così un laboratorio per leggere e criticare la realtà, per formare una coscienza vigile attraverso la consapevolezza del teatro come arte collettiva.
In breve, e non semplicemente, Gobetti cerca un teatro che non punti al consenso facile, ma alla crescita del pubblico. È per questo che la sua riflessione, pur nata in un tempo breve e difficile, ha lasciato un’eredità duratura: l’idea che la scena possa essere un luogo di emancipazione, un esercizio di libertà critica, un atto politico nel senso più alto del termine. Il teatro gobettiano è dunque un teatro che pensa e fa pensare, che chiede impegno e restituisce consapevolezza. Un teatro che non intrattiene soltanto, ma forma cittadini.
Incontro su Piero Gobetti – Interviste
In occasione del centenario della morte di Piero Gobetti, il 16 febbraio 1926, al TPE Teatro Astra di Torino si è svolto, su iniziativa del Presidente Graglia, un incontro commemorativo dedicato alla sua figura. L’evento ha riportato all’oggi un dialogo aperto e intergenerazionale sulla sua eredità, attraversando la sua storia, il suo pensiero e il modo in cui continuano a risuonare nel presente. La serata alternava momenti di riflessione a interventi teatrali: l’attore Gianluca Bottoni ha interpretato alcuni testi politici di Piero Gobetti, mentre l’attrice Paola Roman ha letto le lettere di Ada Gobetti dedicate al marito. Questa struttura ha permesso di intrecciare parola critica e parola affettiva, restituendo la complessità di un’eredità intellettuale e umana ancora viva.
Le interviste realizzate nel corso dell’iniziativa hanno contribuito ad ampliare ulteriormente questo quadro. La conversazione con il Presidente Graglia ha offerto uno sguardo sulla realtà del teatro come istituzione oggi: sul suo ruolo culturale, sulle responsabilità della direzione e su come la figura di Gobetti continui a risuonare nelle scelte e nella visione di chi guida un teatro pubblico. Gianluca Bottoni ha risposto alle domande con una conoscenza profonda di Gobetti e con una lettura lucida dell’oggi. Le sue riflessioni si estendono oltre Piero, intrecciando altre personalità del passato e restituendo un quadro ampio, critico e informato del rapporto tra attore, politica e società contemporanea. Paola Roman ha scelto un approccio diverso, più intimo e sensibile. La sua intervista fa emergere il suo sentire e, attraverso di esso, le necessità e le urgenze del presente. Una voce che aggiunge profondità emotiva e umana – necessaria – al percorso della serata.
Intervista al Presidente Graglia del TPE Teatro Astra
Gobetti affermava che il teatro è “morto” quando diventa mestiere e non interpretazione critica. La visione del critico è però positiva perché ritiene che il teatro non è ancora nato davvero. A riguardo la mia domanda è: nel suo lavoro quali sono i segni di vitalità o di crisi nell’oggi che lei rileva come presidente del Teatro Astra ?
G: “Il Teatro Astra è sempre stato un po’ l’avanguardia nel cogliere le nuove espressioni del teatro e della drammaturgia contemporanea, così come i nuovi allestimenti. Ha sempre avuto una stagione coraggiosa, mirata, con un programma triennale… però questa è proprio la storia del Teatro Astra. L’innovazione teatrale, e ciò che sta succedendo nel nostro piccolo mondo, nella drammaturgia italiana, è sempre stata al centro dell’attenzione, anzi è una caratteristica del teatro. Il teatro in generale, quello europeo in particolare e, ancora più nel dettaglio, quello italiano, sta cambiando velocemente: negli ultimi 5-6 anni è cambiato tantissimo. Il nuovo teatro, la nuova espressività, richiedono tecnologie più raffinate e anche la figura dell’attore sta mutando. Nascono nuovi mestieri: il drammaturgo, per esempio, è uno di questi, anche dal punto di vista tecnico. Il teatro, forse, come mi hai fatto pensare con questa sospensione di Gobetti, non è mai nato del tutto, deve ancora nascere; forse è sempre in evoluzione, forse deve sempre nascere. È anche vero, però, che se guardiamo al passato, noi siamo figli di quel passato, che ci consegna i grandi autori greci, i grandi autori latini e poi, via via, tutto il percorso del teatro. Ci insegna che il teatro è anche antico, è un signore di una certa età, anziano. Al contempo, però, ci insegna che è sempre in rinnovamento: c’è sempre un bambino nascituro, c’è sempre un nuovo teatro, una nuova forma di espressione.
Gobetti ha lasciato un’eredità che guarda al teatro come responsabilità civile, centro di conflitto, riforma e come rifiuto al teatro “letterario”. Secondo lei, nell’oggi, quale traccia dell’eredità gobettiana è presente ? E questa conoscenza influenza il suo modo di intendere la direzione di un teatro?
G: Il teatro – scindendo dalle parole, appunto, che ha detto Piero Gobetti – il teatro italiano è stato tendenzialmente un teatro legato alla letteratura. Sì, certo, è vero: è stato un teatro di parola, come diceva Moravia, un teatro anche di chiacchiera, quindi un teatro molto parlato. I nostri grandi autori teatrali (parliamo solo del ’900), mi viene in mente ovviamente Luigi Pirandello, hanno costruito un teatro in cui la parola ha in qualche modo il sopravvento sulle azioni e su ciò che accade. La parola ti fa ragionare, ti fa interrogare, ti pone di fronte a dei bivi e a delle riflessioni. Al contempo, però, la funzione è il teatro civile. Il teatro civile oggi è assolutamente fondante, fondamentale: io stesso recentemente ho diretto, con il Teatro Stabile, uno spettacolo proprio di teatro civile sulla storia d’Italia. E credo che, in questo momento particolare, non tanto il teatro politico – perché c’è troppo scontro, attualmente – ma la riflessione di Gobetti, di porre con forza le proprie idee nella creatività e nel confronto, sia fondante e fondamentale. Quindi il teatro civile, come spazio e come possibilità di confrontarsi tra testi, attori, allestimenti e pubblico, e di aprire un dibattito civile, appunto, è un’essenza fondante e una mission primaria che il teatro oggi dovrebbe avere.
Intervista all’attore Gianluca Bottoni
Gobetti vedeva all’attore un critico in grado di rimodulare e rendere proprio un testo. Cosa significa essere attori nel contesto dell’oggi? E come si relaziona nello studio del testo?
G: “Essere attori nel contesto dell’oggi è molto difficile, perché viviamo in un ambiente già pieno di attori di “altra natura”, e riuscire a esserlo con un senso che sia anche più alto, o comunque più utile, della sola rappresentazione non è semplice. Gobetti se la prendeva con quelli che facevano solo rappresentazione; criticava i grossi attori dell’epoca, come Zacconi e Salvini, e diceva che erano dei grandi pagliacci perché mettevano in scena una forma di rappresentazione grottesca, poco filosofica. Adesso io uso un termine improprio – vorrei dire “spirituale”, ma non è la parola giusta, Gobetti non avrebbe detto questo – però intendeva proprio questo: l’attore che si ferma al “son tutto io”, al “so tutto io”, al capocomico, a quella forma di esibizione che rimane solo rappresentazione.
Per Gobetti il Risorgimento non ha portato all’Italia una rivoluzione culturale seria, ma una rivoluzione culturale rozza. E i tipi teatrali che lui vedeva in scena all’epoca – gli attori del suo tempo – erano, secondo lui, figli di quella rozzezza; e un pubblico che si nutriva di quella stessa rozzezza era contento di una messa in scena altrettanto rozza. Gobetti era molto diretto in questo: accusava apertamente quegli attori di essere il prodotto di una rivoluzione culturale mancata.
All’epoca di Gobetti il fascismo stava nascendo, di cui poi l’attore principale – il pagliaccio principale, nemmeno tanto pagliaccio – sarà Mussolini. Se rapportiamo questo all’oggi, vediamo che i pagliacci nella società cosiddetta civile non mancano. E quindi, sinceramente, porsi come attore… che cosa vuol dire oggi? Vuol dire assumersi la responsabilità di dire o fare qualcosa davanti a un pubblico che ha pagato per essere lì, che è venuto a vederti e che si aspetta di uscire da quel luogo – il teatro – un po’ meglio di come è entrato. Non è un’agorà, purtroppo, perché non c’è un dialogo diretto con il pubblico, ma resta comunque un luogo in cui ti prendi una responsabilità enorme. È una grande domanda, ed è molto difficile da risolvere.
L’attore oggi… in questo incontro ci confrontiamo direttamente con le parole di Gobetti, e sono parole bellissime: c’è Paola (Paola Roman) che legge delle lettere struggenti di Ada Gobetti, che non so come si possano leggere o interpretare freddamente, perché sono talmente forti. Una è la lettera in cui Ada apprende della morte di Gobetti; l’altra è quella in cui lui le scrive che sta per partire, e di fatto si allontanano. E quindi tu hai questo materiale scritto, a cui attorialmente ti approcci, ma come fai a essere così freddo, razionale e “hegeliano” – direbbe Gobetti – da istituire quell’intesa col pubblico al di là delle sdolcinerie, del romanticismo che certe parole portano dentro?
Quindi è un dissidio. Gobetti era molto freddo su questo, una frusta teatrale, e diceva che bisognava essere molto lucidi. Ma è una cosa strana: lui dice “lucidi con temperamento”, “lucidi con ardore”. È molto difficile questa cosa. Da una parte c’è l’attore che fa: qual è la funzione dell’attore oggi, un interrogativo enorme. Due: risolto questo punto interrogativo, l’attore, quando fa l’attore, come lo deve fare? E qui è un altro punto interrogativo. Perché poi, quando vai in scena o fai le prove, tutto questo lo senti sulla pelle: la difficoltà, il dissidio, la tensione tra lucidità e ardore. Oggi pomeriggio, per esempio, abbiamo provato, e ci viene spontaneo stare dentro il dettaglio; anche a me, che faccio quei testi programmatici, rispetto ai suoi (di Paola) pezzi – sono testi politici, sono testi della rivista – però mi riesce difficile non accalorarmi seppur con rigore. Cosa che Gobetti, da quello che ho letto, avrebbe stigmatizzato. Ed è qui che capisci quanto sia difficile arrivare a ciò che lui chiedeva: la sua visione del teatro e dell’attore è molto filosofica, è hegeliana; richiede di creare un livello ulteriore, un’intesa più alta con lo spettatore. Ed è questo che trovo interessante: provare a vedere se riusciamo ad arrivarci.
Un’intesa superiore con lo spettatore, che vada oltre la mia rappresentazione del “oh Dio, sono morto, ti amo, vieni qui”. È molto difficile quello che lui pensava, è molto difficile. E però è anche molto stimolante provare a farlo. Nel cinema, per esempio, penso a certi personaggi di Sorrentino, o anche qualcuno che riesce ad avere una zona di “altruità” nella recitazione: essere altro, non essere solo il personaggio, ma essere… io ti sto facendo il personaggio, ma sto di qua, e quindi lo manipolo, lo guardo con distacco.
Magari ogni tanto la bocca assume la forma di un sorriso…
Magari gli occhi in un momento guardano nel buio quelli del pubblico…
Chi lo faceva questo anzitempo? Pirandello. Infatti Gobetti, di tutti, salva Pirandello, perché Pirandello è anche mezzo filosofo, anche se dice che poi alla fine si è venduto pure Pirandello. Però è questo il punto: mettere l’attore – quello che facciamo un po’ a metà sala – tra noi che lo facciamo e chi lo riceve, lo spettatore.
È molto difficile questa cosa, sicuramente molto poco italiana, perché siamo abituati ai primi attori, in tutti i campi, che urlano e sbraitano.“
Il teatro gobettiano è una responsabilità civile e un impegno intellettuale. Che responsabilità sente di avere portando un testo ad un pubblico ?
G: ” Sì, allora, sicuramente stasera, facendo una serata su Gobetti, con i contributi di Gobetti dietro, intorno, davanti, non possiamo non sentire una responsabilità civile rispetto a quello che facciamo. Quindi forse parlo per me, non so per Paola: la tentazione di mettersi in mostra viene un po’ messa da parte rispetto alla bellezza di quello che diciamo, perché è bello, è proprio bello quello che diciamo. Il personaggio che evochiamo è talmente bello che, almeno personalmente, mi sento di fare un passo indietro.
Poi è ovvio che ci sono cento persone che vogliono anche ricevere un po’ di vibrazioni, quindi un pochettino di gioco d’attore, di mestiere, lo mettiamo in atto; ma la responsabilità civile – che credo valga per me, per Paola (Paola Roman), per Giulio (Giulio Graglia), per tutte le persone che hanno voluto questa serata – è la prima cosa stasera. E diventa la prima cosa in questi tempi, perché sono tempi in cui, se non ci mettiamo in testa di avere una responsabilità civile, è inutile che stiamo a parlare del povero Gobetti solo perché sono cent’anni che è morto, e poi per altri cent’anni ce lo dimentichiamo.
Quindi io credo che siamo molto “decisi”.
Poi, da lì, dire che io faccio l’attore con una responsabilità personale civile ci vuole un certo tipo di intenzione… io ne ho “conosciuto” uno che lo faceva, e si chiama Gianmaria Volonté. Secondo me l’unico che è riuscito a coniugare in maniera altissima questi aspetti qui. Come c’erano i registi impegnati in quel senso… oggi è più raro. Non lo so, è molto delicata questa cosa. Sicuramente a me interessa di più quell’aspetto lì, quell’impegno, ma nel mondo della rappresentazione oggi paga di più “altro”, paga proprio economicamente altro. E quindi è un bel dilemma, è un bel dilemma.“
Quindi tutto si ferma a Gianmaria Volontè come impegno civile?
G: “Il grandissimo è stato lui, secondo me. È proprio una luce che mi viene, di livello attoriale. Dopo me ne vengono, ma di piccoli, di minori. C’è molta serialità televisiva all’estero che adesso si sta impegnando in queste cose, no? Parlavo poco fa di “Adolescence”: quello per me è un impegno civile. “Adolescence”, la serie, è stata portata anche nelle scuole. Quindi quello è fare un passo nel civile con materia molto attorale, molto profonda, bella e professionale. Non so, non voglio fare quello che dice “si ferma tutto a Gianmaria Volonté”, però ce ne fossero.“
Quando costruisce un personaggio, quale è il conflitto che la muove internamente o esternamente?
G: “Questa è una bella domanda. Allora, io credo che uno si avvicina a un personaggio sempre per affezione, per mimesi, per quelle vecchie cose per cui, quando eri piccolo, vedevi una cosa e la rifacevi. Io vedevo Totò, mi facevo il naso, il cappello, e chiedevo a mia nonna di fotografarmi. Per me ero Totò, ma perché ero affezionato a quel personaggio. Si va sempre per analogie, per imitazioni. Questa cosa dell’imitazione iniziale è importante, non è una cosa brutta. Si può dire: si va per imitazioni. C’è un periodo in cui, quando uno è giovane, va al cinema, vede un film, imita i grandi che vede. I gruppetti che suonano imitano i Dire Straits: hai il mito, l’imitazione. È il primo passo verso qualcosa. Quindi quella è una matrice. Poi, pian piano, sviluppi un tuo approccio che deve essere personale e, secondo me, lì conta veramente quanto tu hai vissuto. Quanto nella tua vita ne hai fatte, di cotte e di crude, e quante ne hai passate. Perché quella roba lì tu riesci a metterla nella costruzione di un personaggio, se ce l’hai.
È morto di recente Cecchi, che era un attore un po’ strano, però sicuramente nessuno può dire che Carlo Cecchi, quando stava in scena, non portasse pezzi di vita profondi. Pezzi di vita, come li portava Eduardo De Filippo. Più tu vivi una vita fuori, piena di cose, più riesci a portarla nella costruzione; più quella roba lì sarà nutriente, densa e pazzesca, ovviamente.
Questo penso: penso che io cerco, negli anni, di metterci quello che ho vissuto. Sembra un vecchio metodo di origini statunitensi, ma in realtà è vero: se non ci metti quello che sai…”
Quindi non è proprio un conflitto?
G: “No, conflitto no, perché io non ci credo a questa cosa del conflitto, perché secondo me per un attore è sempre molto stimolante fare qualcun altro. Inutile dire che “ho il conflitto di dover costruire il personaggio”. È bellissimo, non aspettiamo altro che fare “altri” in questo grande carnevale.
Se non ci piacesse mascherarci da altro, credo che non faremmo questo mestiere, faremmo altro. Quindi secondo me non c’è questo conflitto, però magari è così in me.”
Ada Gobetti è stata una donna partigiana simbolo della resistenza non solo nell’azione politica ma anche come pedagogista e intellettuale. Ad oggi è una figura che viene portata in teatro per raccontare il periodo storico, la forza femminile e la forza partigiana. Vede al teatro come un atto di resistenza e come atto educativo?
G: “Sì, se c’è questa coscienza, sì. Ada Gobetti ha fatto tantissimo, anche a livello di scrittura, a livello scolastico. Se c’è militanza, il teatro può essere una forma educativa. Ma non nel senso che noi insegniamo qualcosa a qualcuno, che educhiamo qualcuno a qualcosa. No: può essere per tutti l’occasione di educarsi.
Intanto allo stare insieme, perché se non sai stare insieme – lei deve entrare in scena, io devo andare in bagno, quello dà i cinque minuti, arrivo al pubblico e ognuno fa come gli pare – già non sai stare insieme. Quindi già per noi è educativo.
E per l’attore che si “rovina” durante la sua vita, (con i modi di rovinarsi poi che ci sono oggi) poco farà l’attore: perché se non segue anche lui un allenamento (Gobetti pochi lo sanno seguiva un puntuale allenamento fisico !), una disciplina, riesce poco a stare in piedi sul palco. Per i significati e i significanti, il teatro è il teatro.
Secondo me il teatro può essere una bella palestra educativa, per tutti. Oppure comunque solo una bella palestra che è sempre un bel luogo…“
Intervista all’attrice Paola Roman
P: “Il lavoro teatrale, e in generale quello artistico, è un lavoro sacro. Avrebbe bisogno di spazi sacri, che c’erano e che non ci sono più. Perché c’è il vuoto intorno, e c’è il vuoto dentro le persone: non hanno più capacità di immaginare. E invece è necessario immaginare, quasi predire qualcosa. L’attore è un tramite fra la terra e il cielo: è fatto per questo. È una colonna di energia, se lo fa bene. I grandi attori – quelli di Peter Brook, gli attori del Kabuki, quelli della tradizione orientale, gli attori russi, i ballerini – sono poli di energia: la catturano e la trasferiscono, e lo fanno per mandarla ad altri, che ne vengono arricchiti. Peccato che di tutto questo si faccia pochissimo pensiero, pochissimo uso, pochissima pratica. Inoltre, il mezzo tecnico toglie energia, o meglio: la dà in un altro modo, ma la toglie. Il pensiero, quello che vediamo questa sera – il pensiero dei grandi autori, dei grandi poeti dell’antichità, o anche della letteratura – potrebbe essere messo in scena benissimo e invece si sfalda nella fretta, nella poca cura, nella poca sacralità.
Io so che sono partita con una “bomba nella pancia”, perchè sentivo questa spinta verso il mondo teatrale, e ho cercato di protegge il mio sogno il più possibile. Ho fatto tante cose diverse. Ma oggi non saprei più dove andare. Trovo importante anche parlare del vero… bisogna parlare del vero – di quelli che non hanno un tetto, di quelli a cui buttano le bombe sulla testa – di queste calunnie estreme in cui siamo immersi di questi infiniti inganni a cui siamo stati sottoposti e che ci siamo beccati senza reagire come si dovrebbe. Il teatro politico non è una cosa che sta lì così o meglio dovrebbe esserlo. Non so dire cosa c’è nell’oggi.
Ho 65 anni, ho cominciato a recitare a 11, perché volevo fare questo mestiere. Ho fatto di tutto e ho avuto fortuna perché ho incontrato persone simili a me. Perché poi chi si somiglia si piglia, no? È come il diapason: passi sopra qualcosa che vibra alla stessa frequenza, e vibra anche a chilometri di distanza. Sono leggi fisiche e io ci credo. Prima perché l’ho visto succedere tante volte, poi perché non penso sia fuffa. Tutto ciò andrebbe utilizzato, risvegliato. Invece siamo tutti un po’ morti. Un po’ per convenienza, un po’ perché devi lavorare, un po’ perché devi vivere. Però l’arte serve a tutti. Serve davvero. Bisogna farla ripartire. Perché serve, serve, serve. Se non c’è, manca. È come mangiare solo cose senza nutrienti. Siamo tutti un po’ vuoti. E poi le amministrazioni non aiutano: tengono tutto chiuso, tutto stretto. Invece bisognerebbe aprire le finestre, aprire le porte, far entrare aria, far passare gente, vedere facce diverse, vedere cosa succede per strada, cambiare lingua, usare i dialetti, usare le altre lingue che ci sono. Perché ormai siamo tutti insieme. Uno straordinario, in questo senso, è stato Testori. Ma di Testori non parla nessuno. In exitu, tutta quella materia lì, vedi Branciaroli che lo fa e resti senza fiato. Per me l’attore è straordinario quando riesce a generare questa cosa così nel pubblico… mettere la sua straordinarietà in una testimonianza di quel genere. Devi essere in grado di parlare di quella realtà lì, di questo vero e lo devi fare nella maniera più rara, più precisa, più giusta, più sintetizzata, più dettagliata…come il ragno che fa la ragnatela.“
Articolo e interviste a cura di Chiara Jadore Cacciari
Incontro su Piero Gobetti
Conduce Giulio Graglia (presidente TPE – Teatro Piemonte Europa)
Letture a cura di Gianluca Bottoni, Paola Roman
Ersilia Alessandrone Perona (storica, consigliera Centro Studi Gobetti)
Walter Barberis (presidente Einaudi)
Paolo Borgna (presidente Istoreto)
Bruno Quaranta (giornalista)
con la partecipazione dei ragazzi del Collettivo Lorenzo Parelli del Liceo Scientifico Cattaneo di Torino
