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LE DIEU DU CARNAGE – ANTONIO ZAVATTERI

Le dieu du carnage, tratto dal testo omonimo della drammaturga francese Yasmina Reza, mette in scena il confronto tra due coppie di genitori, dovuta a un litigio, con successivo scontro fisico, tra i rispettivi figli.

Quello che dovrebbe essere un incontro civile e formale, si trasforma progressivamente in un alterco violento, che non risparmierà nessuna delle parti in gioco.

L’opera è ambientata nel soggiorno di casa Houllié (quella dei genitori della “vittima”), che qui è totalmente caratterizzata dal colore bianco, dove i genitori si ritrovano per compilare e firmare il referto. Vediamo le differenze tra le coppie già a una prima occhiata. Se i signori Houllié sono vestiti in maniera informale, i coniugi Reille hanno un abbigliamento inappuntabile.

E’ chiaro fin da subito come lo scontro sarà originato soprattutto dalle due parti più antitetiche: quella di Veronique Houllié (interpretata da Alessia Giuliani) e quella di Alain Reille (interpretato da Antonio Zavatteri, che è anche il regista del lavoro).

Se la prima, infatti, affronta la questione in maniera pedagogica, mostrando la sua piena fiducia nel diritto come garanzia assoluta di pacifica convivenza tra gli uomini, il secondo crede fermamente nel Dio del Massacro, che si disinteressa delle questioni degli uomini, lasciando che sia la legge del più forte a prevalere il più delle volte. Non a caso, i due esercitano due professioni molto distanti: lei è una pittrice e autrice di saggi artistici, lui è un avvocato.

Rispetto ad altre versioni dell’opera che mi è capitato di vedere (penso al film del 2009 diretto da Roman Polanski, ma anche ad altre versioni teatrali) ho notato una grossa differenza nella caratterizzazione del personaggio di Michel Houllié (Andrea Di Casa), che qui diventa il principale perno delle gag dello spettacolo, arricchendo la sua consueta seraficità con un atteggiamento piuttosto goffo e confuso.

Gli attori, in ogni caso, sono bravissimi nel rendere non solo l’escalation di violenza, ma anche nel restituire quella dimensione di quotidianità (ben rappresentata anche dai rumori in cucina mentre vengono preparati i caffè), con i silenzi e le sincopi che fanno parte del parlato. Inoltre, certi sorrisi appena accennati tra gli interpreti, mi hanno fatto pensare anche a delle improvvisazioni tra di loro nei momenti di massima tensione.

Dei quattro personaggi, probabilmente quello che vive il suo sfogo più forte è quello di Annette Reille (Francesca Agostini), che lascia esplodere la rabbia e la tensione fin dall’inizio trattenute, arrivando anche a un disfacimento del vestiario (scarpe tolte, vestito sgualcito).

Zavatteri ha infine un’ ottima intuizione nel voler inserire, nel finale dello spettacolo, un fischio esterno e sempre più acuto, che pone i quattro personaggi in una condizione di resa e stasi, andando a concludere una vicenda in cui tutti, in qualche modo, si sono trovati a fare i conti colle proprie convinzioni.

Niccolò Casassa

Regia Antonio Zavatteri

Un testo di Yasmina Reza

Traduzione di Laura Frausin Guarino, Elena Marchi

Interpretato da Antonio Zavatteri (Alain Reille), Francesca Agostini (Annette Reille), Andrea Di Casa (Michel Houllié), Alessia Giuliani (Véronique Houllié)

Scene e luci Nicolas Bovey

Costumi Anna Missaglia

Prodotto da Teatro Nazionale di Genova

NOVECENTO – GABRIELE VACIS

Il 16 dicembre la compagnia teatrale PoEM, diretta e con Gabriele Vacis, ha portato in scena al Teatro Gobetti Novecento di Alessandro Baricco.

L’atmosfera si rivela particolare fin dall’ingresso in sala. Gli interpreti e Vacis sono già sul palco, seduti, a parlare tra di loro con le luci ancora accese. Ogni tanto incrociano lo sguardo del pubblico, come se l’incontro fosse già iniziato, come se non ci fosse una vera linea di separazione tra chi guarda e chi sta per raccontare. Si ha subito la sensazione di essere chiamati a condividere qualcosa, più che ad assistere.

Quando lo spettacolo prende forma, i cinque attori della compagnia — Pietro Maccabei, Enrica Rebaudo, Letizia Russo, Lorenzo Tombesi e Gabriele Valchera — si siedono su cinque sgabelli con il libro alla mano, mentre Vacis occupa una poltrona accanto a loro. Prima di entrare nel testo, quest’ultimo racconta la genesi dell’opera, soffermandosi sull’Europa di inizio Novecento come centro culturale verso cui guardavano gli americani. Cita un aneddoto su Hemingway e Fitzgerald, che frequentavano lo stesso locale di Joyce senza trovare il coraggio di avvicinarlo. Novecento nasce proprio dallo spostamento, dall’attraversamento continuo, dall’idea di un mondo che si costruisce nel viaggio.

Il monologo fu scritto da Alessandro Baricco per Eugenio Allegri (scomparso tre anni fa), che viene ricordato fin dall’inizio. Lorenzo Tombesi, infatti, chiede chi, tra il pubblico, abbia visto Novecento interpretato da lui. È una domanda che mi ha portato ad alzare la mano, tornando a un pomeriggio di tanti anni fa, e che apre in ognuno di noi una memoria condivisa, rendendo chiaro che Allegri non è solo un riferimento, ma una presenza che aleggia sulla scena.

Da qui prende avvio la lettura corale. I cinque attori si alternano nel dare voce a Tim Tooney, il trombettista che racconta la storia di Danny Boodmann T. D. Lemon Novecento: un bambino trovato su un transatlantico, cresciuto senza mai scendere a terra, che scopre il pianoforte e fa della nave il proprio universo. La dimensione è chiarissima: il Virginian come mondo chiuso e protetto, e il pianoforte come unico linguaggio infinito possibile.

Alcuni momenti restano impressi con particolare forza. Tra questi, la burrasca: le luci si spengono, le parole volano e il mare prende forma. E si riconosce la voce di Eugenio Allegri: «tutt’intorno / schiuma e strazio / pazzo il mare». In quel momento ho avuto la sensazione netta che il tempo si piegasse, era come se Allegri fosse lì, a danzare ancora sul ponte del Virginian.

Più avanti, piccoli pianoforti calano dall’alto per raccontare la sfida con Jelly Roll Morton. Qui il tono cambia: l’arroganza del musicista che si proclama inventore del jazz si scontra con l’imprevedibilità di Novecento, che prima lo disarma con leggerezza, poi, quando decide di esporsi, suona con una potenza tale da rendere il pianoforte quasi incandescente, fino al gesto finale della sigaretta accesa sulle corde. 

Si arriva così al momento decisivo: la possibilità di scendere dal Virginian. Il desiderio di guardare il mare dalla terra, e l’impossibilità di farlo davvero. Tim scende, Novecento resta. Il sipario si richiude, e i due mondi si separano definitivamente.

Sul palco rimangono Gabriele Vacis e Pietro Maccabei. Entrambi sottolineano che Tim è sceso da quella nave per raccontare una storia — quella buona storia senza cui si è perduti — e, a loro volta, raccontano la propria. Maccabei spiega cosa sia Novecento per lui: amicizia. Racconta la perdita di un amico, morto per un colpo partito per errore. Questo racconto trova accoglienza in Vacis, che aveva perso un amico per sempre anche lui, Novecento. «Lo spettacolo è dedicato ai nostri amici», dice. A Eugenio Allegri.

Ci si aspetterebbe che sia Maccabei a pronunciare l’ultima parte del monologo di Novecento. Invece è Vacis a chiudere il cerchio. Lo fa con una misura che lascia brividi, a cui non si può sfuggire, e proprio per questo attraversa la platea con una forza emotiva evidente. È un momento di condivisione e commozione autentica per tutti gli spettatori, che si avverte fisicamente.

La storia di Novecento è una storia di fragilità e paura umana, e chiede empatia fin dal primo istante. lo questa empatia l’ho sentita perfettamente nei cinque ragazzi di PoEM e nel loro regista, che mi hanno restituito una lettura intensa, sincera, capace di rinnovare un testo che pensavo di conoscere a memoria.

Sono molto legata a Novecento: è uno dei primi testi che mi ha avvicinata ad Alessandro Baricco. Ricordo la prima lettura e la sensazione di essere stata trasportata sul Virginian con una naturalezza quasi incredibile. La scrittura mi era sembrata magia. Al Teatro Gobetti ho provato qualcosa di molto simile. Questa volta, però, non ero sola: c’era Tim Tooney che mi raccontava la storia del più grande pianista mai esistito sulla terra, o meglio, sull’oceano. E a battere le mani insieme a tutti noi, seduto da qualche parte, c’era anche Novecento. Ne sono certa.

Non saprei dire quale emozione abbia prevalso, perché sono state troppe. E proprio nel momento in cui ho smesso di cercare un nome per ciò che stavo provando perché non lo sapevo, ho capito: quello a cui stavo assistendo non era solo teatro. Era jazz.

Emanuela Cerino

di Alessandro Baricco
con (in o.a) Pietro Maccabei, Enrica Rebaudo, Letizia Russo, Lorenzo Tombesi, Gabriele Valchera
e con Gabriele Vacis
regia Gabriele Vacis
scenofania e ambienti Roberto Tarasco
suono Riccardo Di Gianni
Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale 
in collaborazione con PoEM Impresa Sociale | Potenziali Evocati Multimediali 
Si ringrazia per la realizzazione degli elementi scenici OFFICINE MORELLO

STABAT MATER – LIV FERRACCHIATI

“Mamma! quanto è buono il prosciutto”

Stabat Mater (Premio Hystrio Nuove Scritture di Scena 2017) racconta la storia di un trentenne scrittore che vive al maschile in un corpo dalle sembianze femminili che cerca di liberarsi della presenza della madre ma dentro di sé non vuole.

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Il lavoro fa parte di una trilogia sull’identità scritta da Liv Ferracchiati ora edita dalla casa editrice CuePress. Una trilogia dedicata alla ricerca sull’identità di genere creata con la compagnia The Baby Walk. La trilogia (Peter Pan guarda sotto le gonne –  Stabat Mater Un Eschimese in Amazzonia) pone all’attenzione dello spettatore le storie, i sentimenti, le vite di personaggi diversi alle prese con la propria vita e la sua natura interiore ed esteriore. 

Stabat Mater è una preghiera del XIII Secolo attribuita a Jacopone da Todi.  Liv ne prende solo a prestito il nome, la figura della Madre e la tematica del dolore per trasferirla sul tempo presente. Non c’è nulla di riferimento al cristianesimo, anzi il paganesimo qui la fa da padrone.

C’è la madre seduta che assiste alle incertezze del figlio  (che fa lo scrittore) e viene ripresa da una videocamera frontale per apparire su uno schermo bianco in maniera che lo spettatore possa essere partecipe alle sue emozioni. C’è la ragazza dello scrittore, innamorata, decisa, che ha un ruolo da giocatrice del sesso. C’è la psicologa che indaga sui suoi perturbamenti e cerca di fargli confessare il complesso di Edipo, sfrutta le sue debolezze per fargli aprire le porte dell’amore. Poi c’è lui, lo scrittore che vuole avere un’anima da donna ma si sente ancora insicuro del suo essere e non riesce a finire il sue ennesimo romanzo.

In questa drammaturgia dove ognuno piace all’altra e all’altro si va con una narrazione fatta di parole forti, di parole che concretizzano l’atto sessuale (forse di troppi ok), di crisi esistenziali, di sesso implicito e di un veloce botta e riposta tra la madre e il figlio.

Le domande marzulliane della psicologa che rivolge ai due innamorati rendono la piece leggera. Il monologo del prosciutto inteso come alimento sessuale che ironizza sulle indecisioni dello scrittore nel fare sesso col la sua ragazza può essere letto come un momento di autoironia. Tra i dialoghi si sente anche una certa presenza delle battute alla Woody Allen quando girava i primi films (qui omaggiati). Introspezione, autoanalisi, indifferenza, insicurezza, vivacità nascosta, ironia sono qui come là.

Brave le attrici, essenziale la cura scenotecnica, luci frontali e amovibili, musica di sottofondo stile fado portoghese. 

Ok – anzi non ok. Forse vedere la seconda parte di una trilogia senza la prima e la terza toglie interesse per l’operazione. Lo straniamento non aiuta il coinvolgimento emotivo dello spettatore.

LUIGI RINALDI

CREDITS

Drammaturgia e Regia Liv Ferracchiati

con (in ordine alfabetico) Liv Ferracchiati, Francesca Gatto, Chiara Leoncini, Livia Rossi

Aiuto Regia Piera Mungiguerra

Scene Giuseppe Stellato

Costumi Laura Dondi

Luci Emiliano Austeri

Suono Spallarossa

Centro Teatrale Mamimò

In collaborazione con Marche Teatro, Teatro Nazionale di Genova, Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale

RE CHICCHINELLA – EMMA DANTE

LA CORPORALITÀ DELLE PAROLE

Una fiaba scritta nel Seicento  tratta da Lo cunto de li cunti  di Giambattista Basile: La Papera, che racconta appunto di una papera che caca scudi d’oro con un’architettura di personaggi, come dice Emma Dante, dove il re non è il vero protagonista, ma l’avidità e l’invidia. Emma Dante riscrive la fiaba dando centralità al re che è un emarginato, un uomo profondamente solo e alla famiglia che vive a corte, una famiglia ipocrita che fa finta di prendersi cura di lui ma che in realtà vuole solo il suo potere e le sue uova d’oro.

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TOCCANDO IL VUOTO – SILVIO PERONI

Regia di Silvio Peroni, opera di Daniel Greig, tratta dal libro bestseller autobiografico La morte sospesa di Joe Simpson, dall’11 al 16 marzo al teatro Gobetti è andata in scena la storia di Joe Simpson e Simon Yates, due alpinisti coinvolti in una vicenda drammatica durante un’escursione sulle Ande Peruviane.

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L’UOMO PIÙ CRUDELE DEL MONDO – DAVIDE SACCO

“Vedo la mia stessa razza che uccide, in un modo o nell’altro uccide, tortura, sevizia, quindi se voglio appartenere alla gloriosa stirpe degli uomini che cosa devo fare? Schifo. Tutto qua.”

Sta di fatto “tutto qua” il significato de L’uomo più crudele del mondo di Davide Sacco, in questa specie di banalità del male (per sfruttare un’espressione molto fortunata) che inebria l’uomo comune appena egli percepisce anche solo il più vago sentore del Potere, facendolo sentire libero e soprattutto giustificato a dare il peggio di sé, poiché circondato da tanti altri che fanno esattamente la stessa cosa.

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MADRI – DI DIEGO PLEUTERI, CON LA REGIA DI ALICE SINIGAGLIA

Nelle insenature della memoria

Un tavolo, delle sedie, microfoni, leggii, scatoloni per terra. Forse una cucina; ma più che in un ambiente domestico ci troviamo in un luogo metafisico, un luogo dell’interiorità. Un ripostiglio zeppo di oggetti che costituiscono l’io. Un posto di pieni e soprattutto di vuoti. Potrebbe essere una stanza tratta da un film di Lynch o di Gondry, o ancora la stanza piena di tavoli e sedie di Cafè Müller. Siamo nella sala Pasolini del Teatro Gobetti, e questa è la scena in cui si  svolge Madri, scritto da Diego Pleuteri, attore e drammaturgo, che si è formato alla Paolo Grassi come drammaturgo e poi è stato allievo della scuola per attori del Teatro Stabile di Torino sotto la direzione di Leonardo Lidi.

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LA FORMA DELLE COSE- MARTA CORTELLAZZO WIEL

“È possibile cambiare il mondo di qualcuno dal di dentro?” 

Marta Cortellazzo Wiel porta in scena, in prima nazionale, al Teatro Gobetti di Torino, uno dei testi della Trilogia della bellezza, scritta da Neil LaBute, La forma delle cose. L’incontro tra un’artista e uno studente, nonché guardia di un museo, sarà la genesi della depersonalizzazione di quest’ultimo, sempre più dipendente e manipolato.

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LA MORTE A VENEZIA – LIV FERRACCHIATI

Libera interpretazione di un dialogo tra sguardi

“È scabroso mordere la fragola, è scabroso mordere la vita”Liv Ferracchiati è in tournée col suo ultimo spettacolo “La Morte a Venezia”. Questa volta si porta dietro una performer molto brava, Alice Raffaelli, attrice e ballerina ( dal 2015 si affaccia al mondo della prosa grazie alla collaborazione con la compagnia The Baby Walk, continua ad esplorare la scena legata al teatro di parola con Antonio Mingarelli. Nel 2018 è tra le finaliste del premio Ubu, categoria miglior performer under 35…).

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