In scena al Teatro Gobetti fino al 26 marzo 2026, Resteremo per sempre qui buone ad aspettarti, nuovo testo di Diego Pleuteri per la regia di Leonardo Lidi. In dialogo con Come nei giorni migliori, lo spettacolo mette al centro tre insolite protagoniste: un gatto, un cane e un pesce rosso, chiuse in casa ad aspettare il ritorno del loro padrone. Ne deriva una sintesi tra il mondo favolistico e l’assurdo di matrice beckettiana, che apre a riflessioni su esistenza, dipendenza affettiva e morte.
Sogno o realtà? È questa la domanda che attraversa tutto lo spettacolo scritto e diretto da Giampiero Rappa, L’uomo dei sogni. All’interno della stagione “Essere umani” del Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale, lo spettacolo affronta una dimensione profondamente umana e, forse proprio per questo, del tutto inspiegabile: il sogno.
In scena fino a domenica 8 marzo, al Teatro Gobetti di Torino, Guarda le luci, amore mio, di Annie Ernaux, per la regia di Michela Cescon. Inserita nella stagione Esseri umani del Teatro Stabile di Torino, la pièce propone di indagare proprio la dimensione dell’umano attraverso quello che potremmo definire il non-luogo per eccellenza: il supermercato.
Le dieu du carnage, tratto dal testo omonimo della drammaturga francese Yasmina Reza, mette in scena il confronto tra due coppie di genitori, dovuta a un litigio, con successivo scontro fisico, tra i rispettivi figli.
Il 16 dicembre la compagnia teatrale PoEM, diretta e con GabrieleVacis, ha portato in scena al TeatroGobettiNovecento di AlessandroBaricco.
L’atmosfera si rivela particolare fin dall’ingresso in sala. Gli interpreti e Vacis sono già sul palco, seduti, a parlare tra di loro con le luci ancora accese. Ogni tanto incrociano lo sguardo del pubblico, come se l’incontro fosse già iniziato, come se non ci fosse una vera linea di separazione tra chi guarda e chi sta per raccontare. Si ha subito la sensazione di essere chiamati a condividere qualcosa, più che ad assistere.
All’ingresso del Teatro Gobetti è già tutto chiaro: in sala con noi c’è una donna, sembrerebbe una matta. Forse una barbona? Parla da sola, farfuglia frasi spostando lo sguardo da una parte all’altra. Vicino a lei ci sono dei mobili che sembrano messi lì senza un criterio. Alcuni ribaltati, altri bene in vista. Mi siedo e appena ho una visuale più definita capisco: anche quella donna (interpretata dalla meravigliosa Valentina Picello) è uno di quei mobili. Se ne sta lì come ribaltata a guardarci, è piena di polvere e sporcizia come i più alti vasi dimenticati in cima agli armadi.
È andato in scena al TeatroGobetti, Eretici, di e con Matthias Martelli. Insieme a lui, protagoniste, Laura Capretti, Flavia Chiacchella e Roberta Penta. Il racconto procede a ritmo serrato, si susseguono le storie di personaggi storici quali Giordano Bruno, Galileo Galilei, Caravaggio, Pasolini, Assange, streghe e papesse.
Stabat Mater (Premio Hystrio Nuove Scritture di Scena 2017) racconta la storia di un trentenne scrittore che vive al maschile in un corpo dalle sembianze femminili che cerca di liberarsi della presenza della madre ma dentro di sé non vuole.
Il lavoro fa parte di una trilogia sull’identità scritta da Liv Ferracchiati ora edita dalla casa editrice CuePress. Una trilogia dedicata alla ricerca sull’identità di genere creata con la compagnia The Baby Walk. La trilogia (Peter Pan guarda sotto le gonne – Stabat Mater – Un Eschimese in Amazzonia) pone all’attenzione dello spettatore le storie, i sentimenti, le vite di personaggi diversi alle prese con la propria vita e la sua natura interiore ed esteriore.
Stabat Mater è una preghiera del XIII Secolo attribuita a Jacopone da Todi. Liv ne prende solo a prestito il nome, la figura della Madre e la tematica del dolore per trasferirla sul tempo presente. Non c’è nulla di riferimento al cristianesimo, anzi il paganesimo qui la fa da padrone.
C’è la madre seduta che assiste alle incertezze del figlio (che fa lo scrittore) e viene ripresa da una videocamera frontale per apparire su uno schermo bianco in maniera che lo spettatore possa essere partecipe alle sue emozioni. C’è la ragazza dello scrittore, innamorata, decisa, che ha un ruolo da giocatrice del sesso. C’è la psicologa che indaga sui suoi perturbamenti e cerca di fargli confessare il complesso di Edipo, sfrutta le sue debolezze per fargli aprire le porte dell’amore. Poi c’è lui, lo scrittore che vuole avere un’anima da donna ma si sente ancora insicuro del suo essere e non riesce a finire il sue ennesimo romanzo.
In questa drammaturgia dove ognuno piace all’altra e all’altro si va con una narrazione fatta di parole forti, di parole che concretizzano l’atto sessuale (forse di troppi ok), di crisi esistenziali, di sesso implicito e di un veloce botta e riposta tra la madre e il figlio.
Le domande marzulliane della psicologa che rivolge ai due innamorati rendono la piece leggera. Il monologo del prosciutto inteso come alimento sessuale che ironizza sulle indecisioni dello scrittore nel fare sesso col la sua ragazza può essere letto come un momento di autoironia. Tra i dialoghi si sente anche una certa presenza delle battute alla Woody Allen quando girava i primi films (qui omaggiati). Introspezione, autoanalisi, indifferenza, insicurezza, vivacità nascosta, ironia sono qui come là.
Brave le attrici, essenziale la cura scenotecnica, luci frontali e amovibili, musica di sottofondo stile fado portoghese.
Ok – anzi non ok. Forse vedere la seconda parte di una trilogia senza la prima e la terza toglie interesse per l’operazione. Lo straniamento non aiuta il coinvolgimento emotivo dello spettatore.
LUIGI RINALDI
CREDITS
Drammaturgia e Regia Liv Ferracchiati
con (in ordine alfabetico) Liv Ferracchiati, Francesca Gatto, ChiaraLeoncini, Livia Rossi
Aiuto Regia Piera Mungiguerra
Scene Giuseppe Stellato
Costumi Laura Dondi
Luci Emiliano Austeri
Suono Spallarossa
Centro Teatrale Mamimò
In collaborazione con Marche Teatro, Teatro Nazionale di Genova, Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale
Regia di Silvio Peroni, opera di Daniel Greig, tratta dal libro bestseller autobiografico La morte sospesa di Joe Simpson, dall’11 al 16 marzo al teatro Gobetti è andata in scena la storia di Joe Simpson e Simon Yates, due alpinisti coinvolti in una vicenda drammatica durante un’escursione sulle Ande Peruviane.
Come starebbe Dioniso con un paio di scarpe col tacco? Alla ricerca del dionisiaco, i Marcido ci offrono una moderna interpretazione della tragedia di Euripide al Teatro Gobetti di Torino. Esattamente come la divinità ambigua, sia uomo che donna, giocosa e terrificante a un tempo, questo spettacolo esplora l’inconscia sfrenatezza di Bacco restando in un limbo di comicità e orrore.