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SU ALDA MERINI – DUE SPETTACOLI A CONFRONTO

Galeotte furono le rose rosse e le sigarette.

“I poeti lavorano di notte

quando il tempo non urge su di loro,

quando tace il rumore della folla

e termina il linciaggio delle ore.”

(Alda Merini)

“Non è facile accostarsi a un Mito” si legge nella nota dello spettacolo Alda Merini. Una storia diversa, in programma al TPE di Torino. Sebbene comprenda il motivo per cui ci si possa accostare a una donna “scomodamente immensa” come la Merini come a un mito, quest’associazione lascia qualche dubbio, proprio perché come scrive lei stessa di sé

E se diventi farfalla nessuno pensa più a ciò che è stato quando strisciavi per terra e non volevi le ali” – (Alda Merini)

È in quello strisciare “per terra” che nasce la poesia e la donna Alda Merini, piuttosto che dalle “altezze” del mito. Mitizzarla sarebbe come snaturarla, con il rischio, come è accaduto, di renderla icona bidimensionale, perdendo quella dimensione carnale che è stata per lei motivo di vita, nel vero senso della parola.

Alda Merini. Una storia diversa e Alda. Diario di una diversa sono due spettacoli omaggio alla poetessa milanese scomparsa nel 2009 che per dodici anni ha vissuto in manicomio, in un periodo in cui si praticava ancora l’elettroshock.  I due spettacoli parlano della stessa storia, usano gli stessi riferimenti testuali e hanno persino (o quasi) lo stesso titolo ma sono paradossalmente agli antipodi.

Perché?

Alda. Diario di una diversa andato in scena al Gobetti di Torino è uno spettacolo compiuto, che striscia nella polvere ma che sa innalzarsi su vette altissime senza perdere mai il peso dei corpi, capaci di ripiombare rovinosamente a terra anche dopo aver raggiunto altezze considerevoli, proprio come lei.

Alda Merini. Una storia diversa è fondamentalmente un reading, una voce senza corpo, uno spettacolo persino forse stucchevole con momenti di ridondante e didascalica banalità.

“Rosse rosse” dice l’attrice indicando con la mano delle rose rosse per terra sul palco. “E fumavo, fumavo” legge l’attrice mentre con le dita mima il gesto del fumare. Fino ad arrivare alla scomparsa definitiva di un corpo già inconsistente, per dare spazio a immagini statiche che si alternano sulla parete di fondo sulle note di brani ben noti che fanno l’occhiolino a un facile sentimentalismo.

Rose rosse per terra, un baule e un leggio. L’eco di una voce.

Così si può riassumere lo spettacolo Alda Merini. Una storia diversa con una frase che non è una frase, proprio perché lo spettacolo non è uno spettacolo. Il motivo per cui non possiamo definire “frase” la successione di parole sopracitate è per l’assenza della parte fondamentale di ogni preposizione: il verbo. L’assenza del verbo implica la mancanza di un’azione e di conseguenza di un “senso”, così che le parole private della possibilità di organizzarsi attorno ad esso rimangono un mero elenco. Ed è esattamente quello che accade durante lo spettacolo, la mancanza di “azione” che si limita allo spostamento dell’attrice da un luogo deputato a un altro (il leggio, le rose rosse e il baule) dove principalmente vengono letti brani e poesie scritti dalla stessa Merini pongono una scelta stilistica che si concentra principalmente sulla parola piuttosto che sul corpo. Anche nel breve monologo centrale, durante il quale le parole, seppur non lette, vengono comunque declamate, non assistiamo a una vera e propria interpretazione. L’attrice nonostante pronunci parole in prima persona, così come sono state scritte dalla Merini, non ci dà mai l’impressione di trovarci davanti a un personaggio ma al massimo a un narratore che ci sta leggendo una favola.

In Alda. Diario di una diversa si apre il sipario e vediamo tutto il palco ricoperto di sabbia, con un cumulo sullo sfondo a sinistra a formare una piccola sommità. Adagiati alla base e sul pendio di questa piccola vetta dei corpi inanimati, quattro donne e un uomo, appaiono come “cose” dimenticate. Troviamo due sedie sparse e un praticabile sulla destra, dal lato opposto della piccola altura, anche queste conficcate nella sabbia. Una donna avanza dal fondo verso una sedia in proscenio con indosso un cappotto e un abito che si intravede, come a volerci restituirci vagamente il sentore di un’epoca. Indossa scarpe scure con dei tacchetti bassi che affondano nella sabbia. Un corpo ingombrante, la fatica dello spostamento verso la sedia a causa della sabbia ma, seppur differente nelle sembianze, appare, dapprima con pudicizia e poi sempre più sfacciatamente, il personaggio di Alda Merini che lascia le pagine dei suoi scritti per prendere nuovamente vita in tutta la sua carnalità, come carnali saranno i suoi ricordi che in quei corpi adagiati troveranno presto nuova vita.

La bellezza di un corpo che manifesta la qualità della danza rende ancora più sublime questo confine tra realtà e finzione non solo inteso come soglia tra gli interpreti e gli spettatori ma come soglia tra il dentro e il fuori della donna, dell’amante, della madre, della poetessa Alda Merini.

Sulle sabbie del tempo i ricordi prendono corpo e la stessa spaventosa meraviglia della vita rifiorisce attraverso il gioco del teatro. Così cornici e altalene calano dal soffitto, sedute capovolte svelano nuovi utilizzi, cambi di abiti a vista, cambi di peso, ciò che è leggero appare pesante e viceversa, il fremito di una magia come stupore infantile che prende campo e il baratro di una solitudine che non ci abbandona mai. Su tutto e dentro tutto nuvole di sabbia, montagne da scalare, mani che tastano e afferrano la vita con violenza, trucco sbavato che accarezza.

La sigaretta non è un gesto mimato distrattamente tra una parola e l’altra è fuoco che arde e brucia è fumo tra le dita che va a confondersi con le nuvole di polvere diventando un tutt’uno. Le rose rosse non sono macchie per terra da indicare ma un mazzo dal gambo lungo di metallo che come giavellotti vengono lanciati e conficcati nella sabbia ad ogni passo che Pier compie per avvicinarsi ad Alda, come dardi piantati nel cuore.

La sigaretta non è un gesto mimato distrattamente tra una parola e l’altra è fuoco che arde e brucia è fumo tra le dita che va a confondersi con le nuvole di polvere diventando un tutt’uno. Le rose rosse non sono macchie per terra da indicare ma un mazzo dal gambo lungo di metallo che come giavellotti vengono lanciati e conficcati nella sabbia ad ogni passo che Pier compie per avvicinarsi ad Alda, come dardi piantati nel cuore.

In entrambi gli spettacoli gli spettatori erano entusiasti ma mentre in uno parlavano della bravura degli interpreti, della perfomance e sì anche di Alda Merini, nell’altro parlavano dei manicomi e della legge Basaglia e questo mi ha portato nuovamente a interrogarmi su che cos’è Teatro? Che cosa è Arte? Quale funzione deve assolvere uno spettacolo? Sempre che debba assolvere necessariamente funzioni diverse dal mero estetismo. Può anche uno spettacolo non riuscito sollevare riflessioni e porre accenti su aspetti che se no sarebbero forse dimenticati? Possiamo accettare per un fine più alto che anche l’approssimazione e la mancanza di profondità, di cura, di “bellezza”, possano svolgere una loro funzione educativa o morale? O è stata proprio questa accondiscendenza, questa tolleranza di un “all’incirca”, “quasi”, “ma va bene così perché tanto quello che conta è il cuore” l’inizio di una deriva inarrestabile?

In onestà non ho una risposta ma, nonostante mi senta un po’ “idiota”, continuo fermamente a credere che “la bellezza salverà il mondo”.

Nina Margeri

Alda Merini. Una storia diversa

scritto e diretto da Ivana Ferri – con Lucilla Giagnoni – voce fuori scena Michele Di Mauro – musiche di Don Backy, Lucio Dalla, Gianluca Misiti – luci e scene Lucio Diana – montaggio video Gianni De Matteis – coordinamento tecnico Massimiliano Bressan – organizzazione Roberta Savian – produzione Tangram Teatro Torino – con il sostegno di Ministero della Cultura e Regione Piemonte

Alda. Diario di una diversa

Da Alda Merini adattamento teatrale di “L’altra verità. Diario di una diversa di Alda Merini – Drammaturgia e regia Giorgio Gallione – con Milva Marigliano – e con i danzatori di Deos Danse Ensemble Opera Studio: Luca Alberti, Angela Babuin, Eleonora Chiocchini, Noemi Valente, Francesca Zaccaria – Coreografia Giovanni Di Ciccio – Scene Marcello Chiarenza – Costumi Francesca Marsella – Luci Aldo Mantovani

Ma sono mille papaveri rossi-Tangram Teatro

Chi è il nemico? E dove si trova? L’identificazione del nemico e, in seguito, il passo successivo di elaborare una strategia per annientarlo, è una costante che permea tutta la nostra vita. Oggi, come cento o mille anni fa e così a ritroso. Il nemico c’è quando lo creiamo noi, è una nostra invenzione. Ne abbiamo bisogno per dare forse un senso alla nostra vita, per muoverci dal torpore della noia dandoci una spinta, facendo da catalizzatore o solo per giustificare qualche nostra azione. Se il nemico è sempre l’altro, noi ad un primo sguardo siamo autorizzati a far la parte dell’eroe, ma l’altro lato della medaglia mostra come tutti possiamo diventare il nemico dell’altro. Un discorso vivo anche tutt’ora, dove questa figura fa comodo, costruisce strategie politiche e militari, o in piccolo, strategie sociali di quartiere, che si portano dietro discriminazione e odio. Un camaleonte in questo mondo camaleontico.
Un passo ulteriore è stato fatto. Ora è superflua anche la domanda iniziale: siamo sicuri che il nemico è lì davanti a noi, però non sempre ha il fucile in mano. Il dubbio dell’errore non ci turba. Ma questo è solo un dettaglio.

Un passo indietro ora è necessario: ritornare almeno, se non possiamo farne a meno, a riflettere su quella domanda iniziale per poter cercare una risposta adeguata. Qui ci vengono in soccorso la grande storia dei libri e quella piccola di persone comuni, come Susanna, che sono state catapultate nel Novecento e che probabilmente un nemico lo hanno trovato. “Il nemico è dentro di noi”, dice Susanna, ormai nonna, al nipotino. Tutto questo sottovoce, meglio che la gente non lo senta, non può capire.

La regista e direttrice del Tangram Teatro Ivana Ferri, mette in scena la storia di Susanna, bambina al tempo marcio della Grande Guerra che crescendo vedrà e sarà toccata dai grandi eventi che hanno visto luce durante tutto l’arco del Novecento. “Un viaggio”, dice la regista, “attraverso un secolo alla ricerca del nemico, per crescere, imparare e capire con la saggezza dei semplici e l’onestà di chi non ha dimenticato i valori”.
Come un vero e proprio cantastorie, l’attore e co-direttore del Tangram Teatro Bruno Maria Ferrario, ci narra questa vicenda, districandosi tra le decadi del secolo, attraverso la storia Grande e quella piccola di Susanna, delle persone comuni e tendendo le fila con le canzoni d’autore di grandi cantautori italiani che hanno a loro volto raccontato di quei momenti, come Ivano Fossati, Roberto Vecchioni, Fabrizio De Andrè, Francesco De Gregori, Lucio Dalla. La canzone d’autore è riuscita ad indagare il nostro tempo, accompagnando la crescita di generazioni, dando spazio alle figure emarginate, a spaccati sociali e alla rabbia del momento.

<<C’è un giorno che ci siamo perduti
Come smarrire un anello in un prato
E c’era tutto un programma futuro
Che non abbiamo avverato>>,
( Estratto di C’è tempo di Ivano Fossati.

Susanna ha tre anni quando nel 1917 è costretta ad accompagnare la madre nella sua discesa agli inferi, perché, stanca di aspettare, vuole riafferrare la vita, riportarla in superficie. Attraversa campi, soldati maciullati lì distesi. C’è il vento che porta le voci dei morti. Può desistere, la incitano a non desistere. Ma questo non è contemplato da lei. La vita, la voglia di portare fine a quell’ansia, a quel dramma personale, la necessità di voler rivedere suo marito. Va a Caporetto a cercare il marito, con la sua bambina Susanna. Una madre e una piccola ignara di ciò che accade intorno a lei, immerse in un mondo in disfacimento che vogliono andare oltre la consolazione di un papavero rosso. Susanna ritrova il suo papà. Tornano a casa. Eroe è colui che cerca e che continua a cercare.
La prima guerra mondiale si portò dietro la seconda guerra, e altro terrore e distruzione. Altro tempo in cui quello che abbiamo seminato non darà mai frutti. Nuovi nemici da annientare.

“Sogna, ragazzo sogna
Quando cade il vento ma non è finita
Quando muore un uomo per la stessa vita
Che sognavi tu”

( da Sogna ragazzo sogna di Roberto Vecchioni)

E intanto Susanna cresce. La mente rivolta sempre a Pierino, il suo grande amore scomparso chissà dove. Sposa, però, Giovanni a cui col tempo si era affezionata. Ha due figlie. La storia del mondo si intreccia ancora una volta con quella personale. Arriva in Italia il boom economico e Susanna si trova a confrontarsi con le nuove tecnologie, la TV. La prima e ultima volta.  Vedrà sì i primi computer e i telefonini, ma non rimarrà influenzata dalle innovazioni, tenendosi a debita distanza. Probabilmente non riuscirà a comprenderle sino in fondo, o forse le vedrà solo come un ulteriore faccia del nemico. Lei nella sua vita di nemici ne aveva visti tanti. Il soldato con la giubba diversa, il fascista, ora trasformatosi nel rosso comunista, o semplicemente il barbone, il nero. E così velocemente se ne va via anche il boom, con le sue contraddizioni. Lasciando sogni non propriamente realizzati, punte amare in bocca tentata.

Però la storia non si ferma
davvero davanti ad un portone
la storia entra dentro le stanze e le brucia
la storia dà torto o dà ragione

(Da La storia siamo noi di Francesco De Gregori)

Sì, la storia non si ferma, e così il malcontento scoppia nel ’68. Studenti, ragazzi, è un giorno in cui quasi tutta la gente si tende la mano. Così una delle figlie di Susanna, quella più combattiva sarà affascinata dalla rivolta, sarà parte degli eventi, della contestazione. Stato corrotto, povertà, mancanza di diritti. Il ribelle contro lo sporco poliziotto. Il comunista contro lo sbirro. Lo sbirro contro il rosso. Una folla borghese benestante che sfida il poliziotto ormai povero. Punti di vista diversi, nemici nuovi e diversi.
Susanna ormai nonna, vede mutare la sua Nazione, i suoi ideali si nascondono, sono vecchi e vanno verso la rovina. Un mondo in trasformazione, un mondo forse che non le appartiene più. Ma per stare al mondo basta la saggezza, quella semplice ricevuta in dono dal trascorrere dei giorni, da elargire gratuitamente a chi ha tempo per ascoltare. E con le sue parole cresce il nipotino. Parole a volte che non comprende, perché ancora troppo piccolo, ma che capirà in futuro, come la piccola Susanna comprese la ricerca di vita della madre. Si ricorderà le parole della nonna su il nemico che, prima, bisogna cercare dentro di sé. E i sogni. La nonna seppur anziana oltre ai crucci per il presente, sognava. Un sogno che tende al futuro, ma che si salda sul passato. Su quel giorno in cui non vide più Pierino e quello futuro, ormai novantenne, in cui al notiziario venne trovato il corpo del giovane congelato dal gelo di un ghiacciaio per tutto quel tempo. Fantasia e realtà si mescolano per dare un tono in più alla nostra vita.

Sogna, ragazzo sogna
Quando lei si volta
Quando lei non torna
Quando il solo passo
Che fermava il cuore
Non lo senti più.

(Da Sogna ragazzo sogna di Roberto Vecchioni)

Susanna si fermerà alle soglie del nuovo millennio. Vedrà gli stravolgimenti sociali, politici ed economici. Si è portata dietro, da bambina fino ad ora, cicatrici, esperienze e valori. Ne ha parlato, ha cercato di tramandarli pur sapendo che non potevano adattarsi ad un mondo nuovo. Lei se ne va e lascia spazio al nipotino, al futuro e quindi a noi. Con lei il Novecento con i suoi picchi e le sue voragini ci lascia. Cosa abbiamo imparato da Susanna? Cosa abbiamo noi di lei? È il caso che riflettiamo meglio sul nostro tempo perduto, per poter affrontare meglio le contraddizioni del nostro presente e poter tornare a cercare la vita.
Questo spettacolo ci invita a continuare a cercare e sognare, continuando ad alimentare la storia, magari senza generalizzare il nemico.
La storia siamo noi. La si trova nei libri, nei film, nelle canzoni, ma con più attenzione la si ritrova anche nelle parole di chi ha vissuto più di noi.

Emanuele Biganzoli

 

Scritto e diretto da IVANA FERRI con Bruno Maria Ferraro

Musiche di Ivano Fossati, Roberto Vecchioni, Fabrizio De Andrè, Francesco De Gregori, Lucio Dalla

Voci fuori scena: Susanna Ferro e Niccolò Fortunato

Arrangiamenti musicali: MASSIMO GERMINI

Disegno luci: MASSIMILIANO BRESSAN

Montaggio immagini: GIANNI DE MATTEIS

Assistenza tecnica: ANDREA BORGNIN

Materiali tecnici: DB SOUND- ASTI

Organizzazione: ROBERTA SAVIAN

Segreteria di produzione: FRANCESCA ROSINI

Produzione: TANGRAM TEATRO TORINO con il sostegno del SISTEMA TEATRO TORINO- REGIONE PIEMONTE MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITA’ CULTURALI

 

 

Pinocchio dei balocchi – Progetto LART

Il progetto MaldiPalco realizzato da Tangram Teatro si pone come obiettivo quello di creare uno spazio dove giovani attori possano esibirsi accanto a volti noti del teatro italiano (nell’edizione del 2017 appena conclusa possiamo citare i nomi di Saverio La Ruina, Mariangela Gualtieri e Ilaria Drago). Un’importante occasione che vede tra i tanti protagonisti anche i giovanissimi di LART – Laboratorio Avanzato Ricerca Teatrale – allievi di Silvia Battaglio, che nei giorni 24, 25 e 26 ottobre hanno portato in scena Pinocchio dei balocchi liberamente ispirato al Pinocchio di Collodi.

Lo spazio è organizzato in modo semplice ed essenziale, in perfetto stile Silvia Battaglio che cura la regia: qualche sedia disposta ai lati e sul fondo del palcoscenico delimitano un centro lasciato vuoto per permettere i movimenti degli attori, che rimarranno sempre in scena. Pochi oggetti sono affidati direttamente ai personaggi: una fisarmonica per Lucignolo, un libricino dove il Grillo Parlante tenta di scrivere le sue poesie, un piccolo burattino di legno appeso al collo di Pinocchio, le immancabili monete d’oro e un ramo appena fiorito come bacchetta della bella Fata. Il racconto è suddiviso in scene che incominciano e terminano con un buio, come la divisione per capitoli di un libro. È un meccanismo tanto semplice quanto funzionale, reso ancora più efficace dal duplice effetto che restituisce a chi guarda: vediamo tanti quadri ben definiti e autonomi che però si incastrano e si amalgamano tra di loro, momenti singoli che ci presentano i personaggi con le loro vicende ma che con il loro susseguirsi danno vita alla storia.

Un inizio interessante ci sorprende quando la sala e il palco sono ancora immersi nel buio: gli otto attori arrivano dalla platea, ciascuno dotato di un cappellino di carta colorato, si dispongono al centro del palco a formare un cerchio con le spalle rivolte verso il pubblico e cominciano a parlare. Il vociare è fitto e un po’ confusionario come quando ci si trova in una stanza affollata e le persone parlano tra di loro contemporaneamente, ogni tanto si distingue qualche frase. Poi il cerchio si apre e troviamo seduto al centro Pinocchio dall’aria un po’ spaesata. Subito viene avvicinato da Mangiafuoco e dalla Fata, pronti a prendersi cura di lui a patto che rispetti tre regole fondamentali: non dire mai bugie, andare a scuola e prendere la medicina. Solo così potrà diventare un adulto sano e responsabile. Ma questi due strani personaggi che si improvvisano genitori non sembrano molto affiatati e non sembrano voler collaborare per il bene di Pinocchio, ci ricordano piuttosto una delle tante famiglie dove mamma e papà sono in perenne conflitto e si contendono l’amore dei figli. Ed è in questo clima di rivalità e di tensione tipici del mondo degli adulti che Pinocchio comincia il suo viaggio per diventare grande, un viaggio già di per sé difficile reso ancora più arduo dai vari incontri che si presentano sul suo cammino, molti dei quali restano fedeli alla fiaba che tutti noi conosciamo. Pinocchio vorrebbe andare a scuola ma viene attratto dal richiamo irresistibile della musica del teatrino dei burattini di Mangiafuoco, e cerca disperatamente le quattro monete d’oro di cui ha bisogno per poter entrare a vedere lo spettacolo. Poi, stanco per aver corso troppo, si rifiuta di prendere la medicina perché troppo amara. La Fata cerca di convincerlo porgendogli prima due caramelle per rendere l’intruglio più dolce ma il burattino si rifiuta ancora, così decide di lasciarlo solo e gli dice che se continuerà con quell’atteggiamento presto farà una brutta fine. Subito dopo infatti, gli fa visita la Morte in persona: Pinocchio si spaventa tantissimo e alla fine decide di bere la tanto odiata medicina. Non può mancare un altro famoso incontro, quello con il Gatto e la Volpe, i due astuti ladri che con la promessa di far moltiplicare le sue monete d’oro lo derubano di tutto e lo abbandonano mentre ridono di lui.

Ma Pinocchio non cede alla tentazione di seguire il Gatto e la Volpe per pura avidità o interesse personale: quando chiude gli occhi e stringe forte i pugni dopo aver sotterrato le monete e aver detto la formula magica, pensa solo al suo babbo e a quanto sarebbe stato fiero di lui. Pensa alla bella casa che si sarebbero potuti finalmente comprare e a tutto il buon cibo che non avevano mai avuto. Anche quando entra nel teatrino di Mangiafuoco invece di andare a scuola non ha pensieri cattivi, vuole semplicemente giocare e divertirsi come tutti i bambini hanno diritto di fare. Pinocchio è famoso per essere un birbante e un combinaguai, ma in realtà quello che vediamo è un burattino simpatico e ingenuo che ci fa molta tenerezza, circondato com’è da personaggi che gli dicono cosa deve e non deve fare, personaggi che lo riempiono di consigli ed avvertimenti che però lui non riesce a seguire.

Insieme a questi episodi famigliari troviamo poi una serie di invenzioni originali, che fanno di questo spettacolo una riscrittura interessante e singolare. Scopriamo che la Fata e il Grillo Parlante sono sorella e fratello, pronti a difendersi l’un l’altro contro le accuse e le beffe di Lucignolo, per il quale la Fata prova un’evidente attrazione. A sua volta, la Fata è oggetto del desiderio di Mangiafuoco, che tempo prima l’aveva presa a lavorare nel suo teatrino proprio perché infatuato di lei. I rapporti tra i personaggi non sono gli unici elementi di novità, ma quello che ci colpisce realmente è la costruzione dei personaggi stessi, una costruzione profonda, molto interessante e diversa dal solito. Il Grillo Parlante, figlio di un nobile, oltre che dispensare saggi consigli è anche un poeta, o meglio cerca disperatamente di diventarlo, ma proprio non riesce e scrivere niente di originale. Lucignolo lo schernisce per questo, lo sfida a fargli ascoltare qualcosa che ha scritto di suo pugno, e quando il Grillo esordisce con un “tanto gentile e tanto onesta pare”, il ragazzo scoppia in una risata dicendo che tutti conoscono quel sonetto e che sicuramente non è stato il Grillo a comporlo. Il Grillo si difende come può, poi confessa tutta la sua frustrazione e la sua solitudine: chi, dei tanti personaggi presenti in quella storia, lo ha mai amato sul serio? Come potrebbe mai scrivere delle poesie se non ha nessuno che gli stia a cuore e a cui poter dedicare la sua arte? Solo sua sorella, la Fata, sembra interessarsi a lui. Ma anche lei nasconde un doloroso segreto, e anche questa volta è Lucignolo che la punzecchia fino a farla confessare. “Fai una magia”, la sfida, “una magia che faccia accadere un cambiamento vero”. Ma la Fata non è capace, non sa fare le magie, anche se nella magia crede fermamente. E che cosa sa fare questa Fata, se non è in grado di compiere incantesimi? “Sa affascinare, sa ammaliare, sa ballare, sa baciare, sa accarezzare”, canta senza scrupoli Lucignolo, mentre lei si stringe in un angolo, offesa e mortificata, e lentamente spezza con le dita il ramo appena fiorito che ha per bacchetta. Arriva Mangiafuoco, che la muove e la fa danzare come fosse una bambola inerme, poi la prende dolcemente tra le braccia e la culla, raccontandole di come la prima volta che l’aveva conosciuta, subito l’avesse desiderata tutta per sé. “Ora è tempo dello spettacolo”, le dice mentre le asciuga una lacrima, “devi farti bella”.   

Ed è così che vediamo personaggi che nell’immaginario comune si identificano come positivi e forti diventare inaspettatamente insicuri, pieni di paure e di segreti che li tormentano. Personaggi spesso visti come negativi e privi di sentimenti, invece, si riscoprono sorprendentemente belli e nobili, a modo loro. E noi? Noi non dobbiamo far altro che aprire un po’ la mente e il cuore per far spazio a questi piccoli cambiamenti e accogliere prospettive nuove.

Sono questi personaggi così complessi e così fragili che ci commuovono, che rendono umano e vero questo racconto incantato. Personaggi che disegnano un quadro curato e ben definito, un insieme omogeneo fatto di tante piccole caratteristiche differenti. Ognuno ha la propria personalità, il proprio modo di camminare, di parlare, di porsi in relazione con gli altri, il tutto inserito in una cornice che sa di magia ma anche di tanta realtà: la storia di Pinocchio, burattino che voleva diventare un bambino vero e poi un adulto responsabile, ma che non sapeva bene come fare.

Eleonora Monticone

fotografie di Roberta Savian

 

Pinocchio dei balocchi

Riscrittura liberamente ispirata a “Pinocchio” di Carlo Collodi

Regia, coreografie e drammaturgia di Silvia Battaglio

Progetto LART: Alessandra Minchillo, Giulia Madau, Greta Fanelli, Francesca Gallo, Lorenzo Paladini, Luca Molinari, Luca Manero, Federico Rinaudi

Produzione Biancateatro/Progetto LART

in collaborazione con Tangram Teatro, Fondazione Sandretto Rebaudengo e liceo scientifico Ettore Majorana

Masculu e fìammina

Inverno, piccolo paese calabro: Peppino va a fare visita alla tomba della madre in un freddo giorno di neve. Si scusa per essere in ritardo, ma una delle tante comari del paese lo ha trattenuto con le solite chiacchiere. Si mette a pulire dolcemente l’immagine della vecchina che non c’è più, mentre le chiede come vanno le cose lassù in cielo. Ma è veramente azzurro come si vede dalla terra, o una volta saliti là sopra cambia colore? E Gesù Cristo e la Madonna, come sono in realtà? Ed è vero quello che si dice sulla famosa porta del Paradiso, dove una volta arrivati ci si trova davanti San Pietro con le sue chiavi e la lista degli ammessi? “Tu sì. Tu no. Tu aspetta un attimo”. Poi comincia a raccontarle di quello che succede in paese. Chiacchiera spensierato come si fa davanti a un amico che non si vede da tempo, chiacchiera e sorride di tutte quelle piccole cose che sono sempre le stesse. Sembra tranquillo e sereno, ma il suo racconto si fa sempre più incerto, sempre più scarno, come se qualcos’altro riempisse i suoi pensieri. Non dobbiamo aspettare molto. Scopriamo quasi subito cosa lo tormenta da tutta una vita, quel segreto che si porta dentro da sempre e che ora è pronto a confessare: è questa la vera ragione che lo ha portato a far visita alla madre, poterle finalmente dire ciò che non aveva avuto il coraggio di dirle quando era ancora in vita. Peppino è omosessuale, come dice lui “nu masculu ch’i piacciono i masculi”, “o masculu e fìammina” come diceva la mamma. Ma quella definizione non è mai piaciuta a Peppino. “Nu masculu ch’i piacciono i masculi” è un maschio a cui piacciono i maschi, ma sempre maschio rimane, di femmina non c’è proprio niente. Non gli piace nessuna delle tante parole che si utilizzano per definire chi è come lui, in particolare la parola diverso. “Diverso da chi?” si domanda. “Perché non siamo tutti diversi l’uno dall’altro?” Peppino rivela così a sua madre il grande peso che si porta dentro da sempre, fin da quando era solo un bambino e guardava incantato il ragazzo biondo suo vicino di ombrellone mentre giocava sulla spiaggia, d’estate, o quando ammirava di nascosto le gambe dei suoi compagni di scuola durante l’ora di educazione fisica. Non erano le ragazze o le maestre a fargli nascere della fantasie, ma i suoi compagni di scuola. Pensando a loro si toccava nei momenti di intimità, e poi si guardava allo specchio, disperato e pieno di vergogna, confessando a se stesso: “sono un ricchione”. Quella era la parola più gettonata dai suoi compaesani per definire gli omosessuali. All’epoca, quando era un ragazzino, ricorda Peppino, di omosessuale dichiarato ce n’era solo uno, e ogni volta che usciva per strada era sempre accompagnato dal solito coro che riecheggiava in tutto il paese: “Ricchiù! Ricchiù!”. A ogni incrocio di ogni via, per cinquecento metri e più, a ogni singolo incrocio il gruppo lo aspettava e intonava un “Ricchiù! Ricchiù!” come se fosse una specie di Rosario: per ogni grano, si recitava un “Ricchiù!”. Sono ricordi accompagnati da sorrisi amari quelli che Peppino condivide con la foto sorridente e silenziosa della madre, una madre che non aveva mai chiesto niente, non aveva mai accennato alla questione, ma che sapeva, che probabilmente aveva intuito tutto del figlio. E il figlio sapeva che la madre era a conoscenza della sua situazione. Quella donna non aveva mai fatto una domanda al riguardo, ma lo aveva silenziosamente rispettato per tutto il corso della sua vita. E non è una questione di istruzione, è rispetto, dice Peppino, perché la madre lo aveva rispettato e per farlo le era bastata la terza elementare. Per questo Peppino la ringrazia, per quel rispetto intimo e profondo che gli aveva sempre riservato, quella madre che durante un Natale, quando davanti alla tavola imbandita il figlio se ne stava in silenzio e non toccava cibo, si chiedeva chi era quel “cornuto” che lo riduceva così.

Masculu e Fìammina, con Saverio La Ruina. Foto ©Masiar Pasquali

Tante sono le persone e i momenti che hanno fatto parte della sua vita e che ora vivono nei suoi ricordi, molti di questi collegati tra loro da un sottile filo rosso: la perdita di un amore. La perdita della madre, che vive proprio davanti ai nostri occhi. La perdita di Angelo, il suo primo grande amore, “Angelo di nome e di fatto” come ricorda Peppino, il primo ragazzo che gli aveva fatto pensare che due uomini potessero veramente stare insieme. Ma la verità, gli diceva Angelo, è che due uomini che stanno insieme sono e saranno sempre due ricchioni. La perdita di Alfredo, incontrato in gioventù nella fantastica Riccione. Alfredo che aveva amato intensamente e che aveva perso in un modo così doloroso e insensato da non sembrare quasi possibile, ucciso da una specie di spedizione punitiva contro chi, come loro, viveva un amore proibito, diverso. Un piccolo spiraglio di luce illumina la sua triste storia quando riceve una telefonata da parte della sorella di Alfredo, che lo invita a far visita a lei a alla sua famiglia a Treviso. Peppino viene accolto con calore dai famigliari dell’uomo che ha amato e perso, ma quando, tornato in Calabria, spedisce loro una lettera raccontando la storia d’amore che avevano condiviso, vede sparire anche quella famiglia che sembrava aver capito e accettato.

Il Peppino di Saverio La Ruina è un uomo semplice, modesto, molto gradevole e pacato. I suoi ricordi, frutto di una vita costellata di piccole e grandi battaglie private e non, si trasformano in storie leggere, ricche di una nostalgia delicata, la nostalgia delle cose belle che non ci sono più, la nostalgia di ciò che poteva essere e che non è stato. Le sue parole sono cariche di un peso importante che però percepiamo come lieve e delicato, perché sono parole che non colpiscono duramente, ma che accarezzano chi ascolta. Sono parole gentili ed eleganti, caratterizzate da un’inflessione dialettale che ci trasporta in una terra così bella e piena di contraddizioni, una terra del sud alla quale Peppino è molto affezionato ma che descrive con grande amarezza. Amara è anche la consapevolezza di quest’uomo, una consapevolezza che sfiora la rassegnazione. Arrivato a questo punto della sua vita, dice di non trovarsi poi così male a stare da solo. Qualche vicino pensa che sia single, altri che sia vedovo, alcuni dichiarano addirittura di aver visto sua moglie. Peppino sorride quando racconta di queste persone che costruiscono attorno alla sua figura ogni sorta di situazione possibile, spinti dall’irrefrenabile impulso di collocarlo in una qualche categoria umana. Se va bene a loro, allora va bene anche lui.

Un racconto commovente, a tratti molto ironico, spensierato e colorato, a tratti silenzioso, sofferto, fatto di violenze subite e taciute e di una profonda solitudine. Una racconto che finisce nel modo più dolce possibile: Peppino, seduto accanto alla tomba della madre, scrive su un vecchio scontrino trovato in tasca: “Svegliatemi in un mondo più gentile”. E mentre gioca con la neve con un sorriso quasi infantile, noi lo vediamo scivolare nel buio che cala in sala, e ci auguriamo la stessa cosa per quest’uomo che ci ha raccontato una vita intera, ma anche per noi.

Eleonora Monticone

Masculu e fìammina

di e con Saverio La Ruina

musiche originali Gianfranco De Franco
collaborazione alla regia Cecilia Foti
scene Cristina Ipsaro e Riccardo De Leo
disegno luci Dario De Luca e Mario Giordano
audio e luci Mario Giordano
organizzazione Settimio Pisano

Spettacolo realizzato in collaborazione con la Fondazione Piemonte dal Vivo

Tangram Teatro, MaldiPalco 2017

METAmORFOSI: LO SCARAFAGGIO SOCIALE A PANCIA IN SU

All’interno del variegato programma del Torino Fringe Festival 2017 troviamo con diverse repliche  lo spettacolo, vincitore di Maldipalco 2014, METAmORFOSI della compagnia Officina per la scena. La rappresentazione, di e con Luca Busnengo e con la supervisione artistica di Michele Guararldo, si tiene presso l’Unione Culturale Franco Antonicelli, un luogo intimo e raccolto, particolarmente adatto per un tipo di lavoro  quale quello proposto da Busnengo.

Sembra infatti quasi di scendere in un sotterraneo, i soffitti sono a volta e le sedie per accomodarsi poche, situate vicine al palco, che è molto basso. Ed è proprio per questo che quando l’attore fa il suo ingresso e inizia a parlare, non si può fare a meno di sentirsi parte della sua narrazione, di sentire il suo respiro; non c’è distanza tra il pubblico e chi gli si sta rivolgendo, siamo immersi insieme a lui nella storia. L’attore è talmente vicino a noi da farci sentire tutto il dolore del personaggio, e l’empatia cresce sempre di più, mano a mano che lo spettacolo prende vita. Dobbiamo accettare l’idea che assisteremo ad uno spettacolo che non ci vuole passivi, che proveremo emozioni intense,  e che ascolteremo argomenti che forse ci toccheranno nel profondo.
Tutti gli elementi per una forte immedesimazione sembrano quindi essere presenti, ma grazie all’uso della luce, talvolta colorata e psichedelica, e della musica, che vede l’utilizzo di brani di Caparezza o Giorgio Gaber, si crea un’atmosfera straniante che porta lo spettatore a distaccarsi quanto basta per poter ragionare razionalmente sui temi trattati.

Colpisce l’estrema attualità di quello che viene narrato: il disagio che le generazioni provano in questo tempo dove i cambiamenti e le regole della società sono talmente rapidi che per stare al passo non si può far altro che abbandonare la propria identità. Per parlare di questo vediamo sulla scena un personaggio anonimo che racconta cosa succede a coloro che invece non vogliono omologarsi, ma che finiscono con il sentirsi inadeguati alla vita poiché questa società non premia più la diversità come una ricchezza.
Storie comuni di disagi, di suicidi, storie individuali e collettive, di cambiamenti e di trasformazioni, prendono vita attraverso le parole di uno “scarafaggio” che rappresenta tutti e nessuno. Il richiamo a Kafka è chiaro e la capacità di Luca Busnengo di muoversi e modificare la voce per ricordare l’insetto è ammirevole. Lo scarafaggio non è altro che colui che decide di uscire allo scoperto e mostrarsi nella sua particolarità, sicuro di essere protetto dalla sua forte corazza. Ma, come viene detto  nella parte finale del monologo, se lo scarafaggio viene capovolto dalla società e non viene aiutato da nessuno, non può far altro che mostrarsi vulnerabile, soffrire per la sua condizione personale e annegare nelle proprie lacrime. Perché quando viene accesa la luce e non ci sono più le tenebre a nasconderti, non si può più scappare.

Oltre al richiamo letterario a La metamorfosi di Franz Kafka, è presente anche quello a Amleto di William Shakespeare, in particolare al  celebre monologo “Essere o non essere…”, usato nel momento in cui la soluzione di chi soffre sembra essere solo quella del suicidio, ovvero quella di abbandonarsi ad un sonno senza sofferenze che possa anche includere sogni.

La scenografia è composta da uno sgabello nero e anche i costumi usati dall’attore sono scuri, eccezion fatta per la camicia bianca, che viene però coperta per la maggior parte del tempo da un cappotto. Non siamo quindi di fronte ad un’ambientazione naturalistica e questo non può far altro che attivare l’immaginazione del pubblico, che cerca di dare un luogo e un tempo nella sua mente alle storie narrate. L’unico oggetto colorato che viene usato come un simbolo è una mela verde, bellissima e perfetta, in grado proprio per questo di adattarsi ad ogni situazione, esattamente come le regole sociali vorrebbero che fosse ogni individuo.

di Alice Del Mutolo

di e con Luca Busnengo
supervisione artistica Michele Guaraldo
spettacolo vincitore MALDIPALCO 2014
Tangram Teatro

 

 

Confessioni di chi? – MAL DI PALCO

Michele di Mauro ha portato in scena CONFESSIONE il 16 ottobre a conclusione della giornata del Festival MaldiPalco, presso il Tangramm teatro, che ha visto prima di lui, due giovani attori emergenti della scena italiana con : I BAMBINI DELLA NOTTE  e DIARIO DI UNA CASALINGA SERBA.

Le “confessioni di un ex presidente che ha portato il suo paese sull’orlo di una crisi”, oltre a essere il sottotitolo dell’opera, è un indizio che viene dato anche allo spettatore sulla persona che avremo davanti.
Un comizio politico? Una rappresentazione televisiva? Un’intervista alla radio?  No, nulla di ciò. Il Presidente, si presenta a noi come uomo che vuole spiegarci il suo animo, dandoci le sue ridicole ragioni per ciò che ha fatto col suo paese.
Ci racconta le sue debolezze, i suoi desideri, tutto ciò che non avevamo mai sentito. Ma ci racconta anche dei fatti che abbiamo vissuto, ma dal suo punto di vista.
Però non dimentichiamo la sua indole: lui è un politico. Inevitabile è che si lasci trasportare dal modo propagandistico di presentare se stesso alternato da grandi e grossi falsi sorrisi tipici della campagna elettorale delle sue confessioni.

Chi è questo presidente? Berlusconi? Renzi? Continua la lettura di Confessioni di chi? – MAL DI PALCO

La follia di Ofelia – MaldiPalco

Il 21 ottobre Silvia Battaglio ha portato sul palco del Tangram Teatro Ofelia, uno spettacolo della rassegna MaldiPalco.
L’attrice si è misurata nuovamente con la sua prima creazione, parte di una serie di rappresentazioni che indagano dentro la letteratura e i personaggi femminili. Silvia si è legata a Ofelia quasi per caso durante gli anni di formazione accademica teatrale e si è portata dietro il personaggio shakespeariano fino al 2005, quando ha finalmente deciso di rappresentare la sua Ofelia in scena. Lo spettacolo ha debuttato nel 2006 nel cartellone del Teatro Stabile di Torino, per poi esser messo in scena con frequenza minore.

ofeliaSilvia Battaglio ci introduce all’interno del palco usando le parole d’amore di Amleto, parole tenere che sembrano dimostrare la veridicità dei suoi sentimenti nei confronti di Ofelia. A seguire l’attrice interpreta un dialogo tra Ofelia e Polonio, che consiglia alla figlia di stare attenta e di non fidarsi delle parole che sono capaci di ingannare. Anche Laerte la mette in guardia ma Ofelia è innamorata e non può fare a meno di lasciarsi trasportare dall’amore, fino a quando Amleto non le spezza il cuore e l’accusa di essere spregevole come tutte le donne, come lo è anche sua madre che ha sposato lo zio dopo la morte del padre. L’attrice riesce sul palco a impersonificare con grande bravura sia Ofelia che Amleto, usando metà del corpo per rappresentare una e metà per l’altro. Amleto con addosso un cappotto ha una voce sicura ed è deciso ad allontana la fanciulla, mentre Ofelia tiene un fiore in mano, trema e anche la sua voce è vibrante durante il dialogo.
Il rifiuto provoca in Ofelia sconforto e con l’assassinio del padre Polonio da parte di Amleto la giovane si abbandona alla follia più totale. Silvia Battaglio si concentra particolarmente nella resa di questa scena, usando un gancio posto nel mezzo del palco che le permette di muoversi ma al contempo la tiene bloccata sul posto. Ofelia si materializza in una danza sofferta e piano piano si lascia scivolare nella follia. Si convince di meritare il rifiuto e la perdita del padre e cade in una nevrosi ossessiva in cui ripete dialoghi tra sé, desiderosa di essere salvata e amata da Amleto. Ma nessuno corre in suo aiuto e lei si lascia annegare nel fiume. L’attrice per rappresentare la morte di Ofelia si sveste e consegna in una bacinella piena di petali rossi le vesti della giovane innamorata e folle.

“C’è un salice che cresce di traverso a un ruscello e specchia le sue foglie nella vitrea corrente; qui ella venne, il capo adorno di strane ghirlande di ranuncoli, ortiche, margherite e di quei lunghi fiori color porpora che i licenziosi poeti bucolici designano con più corrivo nome ma che le nostre ritrose fanciulle chiaman “dita di morto”; ella lassù, mentre si arrampicava per appendere l’erboree sue ghirlande ai rami penduli, un ramo, invidioso, s’è spezzato e gli erbosi trofei ed ella stessa sono caduti nel piangente fiume. Le sue vesti, gonfiandosi sull’acqua, l’han sostenuta per un poco a galla,nnel mentre ch’ella, come una sirena, cantava spunti d’antiche canzoni, come incosciente della sua sciagura o come una creatura d’altro regno e familiare con quell’elemento. Ma non per molto, perché le sue vesti appesantite dall’acqua assorbita, trascinaron la misera dal letto del suo canto a una fangosa morte.”
(Gertrude, Amleto)

Tutto lo spettacolo si svolge su un fondale nero e la scenografia, semplice ma d’effetto, è composta solo da una sedia posta al fondo del palco, la teca d’acqua con i petali rossi, il gancio e dei petali bianchi sparsi su tutta la scena. La musica e i suoni sono in stretto rapporto con la voce e i sospiri dell’attrice. Dopo dieci anni dalla creazione, Silvia Battaglio ci ha presentato un’Ofelia rinata, più affine all’attrice grazie al testo che ha attraversato qualche modifica dal 2006 ad oggi.

Andreea Hutanu

Di e con Silvia Battaglio
Liberamente tratto da Amleto di William Shakespeare
Suggestioni letterarie di Pier Paolo Pasolini, Mariangela Gualtieri, Albert Camus
Suggestioni musicali di Quintorigo, Opus Avantra, Peter Gabriel
Disegno luci e scene Lucio Diana
Produzione Tangram Teatro Torino
Con il sostegno di Regione Piemonte, Sistema Teatro Torino, Città di Torino

UN FIORE PER OFELIA – MALDIPALCO

Per la rassegna teatrale MaldiPalco2016, venerdì 21 ottobre il Tangram Teatro Torino ha ospitato SILVIA BATTAGLIO con Ofelia, spettacolo che ritorna in scena dopo dieci anni dalla nascita.

L’attrice e autrice racconta infatti di come quasi per caso, conversando con Madga Siti una volta terminata la Scuola di Specializzazione Superiore del Teatro Fisico presso l’ERT di Modena, comincia a pensare e a ideare quello che diventerà poi uno spettacolo che debutterà nel 2006 al Teatro Gobetti.

Conclusa la stagione del Teatro Stabile di Torino, il lavoro rimane fermo per molti anni. Durante questo tempo Silvia Battaglio cresce come persona e come artista, dedicandosi a tanti altri progetti, ed è restia quando Tangram Teatro le propone di riprendere la sua Ofelia. Ma dopo aver rivisto e rielaborato lo spettacolo, si scopre invece contenta di ritrovare un personaggio che credeva non appartenerle più, e il risultato finale che ci è stato proposto venerdì sera lo dimostra.

In scena troviamo una sedia, un cavo che pende dal soffitto, una teca trasparente con dentro acqua e petali rossi, e sparsi per tutto il resto del palco altri petali bianchi. Pochi secondi dopo il buio iniziale si sente una voce: è Amleto, che dedica semplici parole d’amore alla sua amata Ofelia. Ed è Silvia che recita queste parole, ma fuori dal palco, a lato della sala, poche persone del pubblico presente girano la testa e la notano. Comincia così, in un modo discreto, quasi in punta di piedi, la storia di Ofelia, giovane donna innamorata che crede ciecamente alle parole del suo amato, senza mai dubitare della loro autenticità, e si abbandona a lui senza esitazioni come solo un cuore puro e ingenuo saprebbe fare.

Silvia è sola, ma fa vivere sul palco mille personaggi. Porta avanti il suo racconto danzando sempre, anche quando è seduta sulla sedia in fondo alla scena, mentre Ofelia e Polonio discutono sulla falsità delle parole d’amore del Principe di Danimarca. Anche quando è immobile, lo sguardo fisso davanti a sé, il cappotto nero infilato solo per un braccio e un fiore nell’altra mano, mentre Amleto spezza il cuore alla sua amata. Danza appesa al gancio che pende dal soffitto, in quel cappotto nero che la protegge, forse dagli altri, forse da se stessa. Danza nella sua follia.

Ed è attraverso le parole dello stesso Amleto, e poi di suo padre Polonio, del fratello Laerte, della regina Gertrude, attraverso i loro pensieri, i loro sentimenti e le loro azioni che Ofelia si racconta. Racconta di quando si ritrova faccia a faccia con la dura verità, e scopre che Amleto l’ha ingannata per poi andarsene e lasciarla sola. Racconta della perdita di un padre, di un fratello che torna per vendicarlo. Racconta del dolore immenso che nasce dall’abbandono dell’amore stesso, e di come questo porti alla follia. Follia, culmine di un percorso che non ha scelto di intraprendere, e che le offre forse una via di fuga, una scappatoia che diventa tragedia quando, nella scena finale, Ofelia si sfila la veste bianca e la lascia scivolare dolcemente, quasi come un rito, nelle acque dove troverà la pace.

Ofelia

liberamente ispirato a Amleto di William Shakespeare; frammenti letterari di Pier Paolo Pasolini, Mariangela Gualtieri, Albert Camus

di e con Silvia Battaglio

scene e disegno luci Lucio Diana

suggestioni musicali Quintirigo, Opus Avantra, Peter Gabriel

produzione Tangram Teatro Torino

 

Eleonora Monticone

Un walkman come diario – MaldiPalco

Siamo ancora all’interno della rassegna teatrale MaldiPalco se parliamo dello spettacolo di Ksnenija Martìnovic : DIARIO DI UNA CASALINGA SERBA , andata in scena domenica 16 ottobre presso il Tangram Teatro La Martinovic è la seconda artista selezionata all’interno delle giovani proposte del panorama italiano.

Una ragazza,

Udine, 15/11/2015 - Teatro San Giorgio - Diario di una casalinga serba - Progetto StartART - testo liberamente tratto dal romanzo Diario di una casalinga serba di Mirjana Bobic Mojsilovic - regia Fiona Sansone - interpreti Ksenija Martinovic - musiche Idoli - produzione CSS Teatro stabile di innovazione del FVG per startART - si ringrazia Centrale Preneste Teatro/Ruotalibera Teatro - Foto Luca A. d'Agostino/Phocus Agency © 2015

Andjelka, ripercorre la sua breve vita vissuta fino a quel giorno, breve ma estremamente piena. Da bambina vissuta nella  Yugoslavia di Tito, una bambina felice del suo paese col fazzoletto rosso legato al collo come una scout, che ripete al suo walkman chi ama: prima di tutti Tito, poi la sua famiglia.
Gli anni passano e lei è una ragazzina ormai nella bellezza del benessere economico: Trieste, la pizza, i vestiti belli, il primo amore. Non c’è piu Tito e nemmeno la Yugoslavia. Ora al suo walkman dice che c’è un altro amore, un altro ideale da seguire. Andjelka ha voglia di scoprire,  si chiede il perchè di tante cose, ma sia la sua famiglia che l’uomo che ama hanno osato picchiarla. Lei cambia, si chiude in se stessa e nelle scatole che dominano il palco, non indossa più le scarpe col tacco. Non si fa più domande, ora è lei a dover rispondere, ma la sua voce trema e non sa bene che cosa sccadrà a lei e alla sua amata terra.
La bambina inizialmente felice, che si presenta e che usa la scatola per nascondersi e giocare con la propria voce, ora è diventata una donna che non sa cosa aspettarsi dal paese che tanto ama. Lei è ancora serba, lo ripete chiaro al suo walkman, scatola di tutti i segreti, delle gioie e delle tristezze e dei punti focali della sua vita, una scatola di cui ha bisogno e che vuole riscoltare.

Un vero viaggio nel tempo grazie ad Andjelka, che ci parla nella sua lingua e nella nostra, che ci racconta con parole semplici e in poco più di mezz’ora la sua storia, la storia di molte ragazze vissute nella Serbia degli anni Sessanta-Novanta.
Uno spettacolo brillante, coinvolgente, emozionante.

Nata a Belgrado nel 1989 ma italiana per formazione teatrale,  diplomata presso la Civica Accademia D’arte Drammatica Nico Pepe, Ksenija Martinovic ha chiuso, domenica 16 ottobre alle 18.15, il primo fine settimana di Maldipalco: bilingue dalla nascita, la Martinovic ha presentato sul palco di 644_8593_iconavia don Orione Diario di una casalinga serba, lo spettacolo prodotto dal CSS Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia con cui nel 2014 ha vinto la sezione monologhi del Premio Nazionale Giovani Realtà del Teatro. Ha partecipato a In scena! Italian Theatre Festival a New York.

Elisa Mina

Diario di una casalinga serba
Liberamente tratto dal romanzo di Mirjana Bobic Mojsilovic
regia Fiorana Sansone
Musiche Idoli
con Ksenija Martìnovic

Vie di vita – MaldiPalco

Il Tangram Teatro Torino sta ospitando dal 14 al 23 ottobre una rassegna teatrale dal titolo MaldiPalco2016 che coinvolge attori di fama nazionale, riconosciuti e premiati dalla critica, e giovanissimi professionisti al fine di creare un confronto stimolante e proficuo fra generazioni diverse. Quest’anno il Tangram Teatro ha deciso di  dedicare ampio spazio a una selezione di giovani attori da tutta italia under32 , con quattro appuntamenti

Siciliano di Messina, classe 1983, diplomato alla Scuola del Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Angelo Campolo è il primo dei selezionati per l’edizione 2016 di Maldipalco: a lui, domenica 16 ottobre alle 17 il angelo-campolocompito di inaugurare con 
I bambini della notte
il ciclo di performance riservate ai quattro giovani interpreti. Non di rado impegnato nella tripla veste di autore, regista ed attore dei suoi testi, Angelo Campolo vanta già un ricco curriculum di interpretazioni teatrali, cinematografiche e televisive, costante impegno cui, da tredici anni, affianca quello di direttore artistico della compagnia Daf per la quale ha realizzato numerosi allestimenti.

Il suo spettacolo si apre con una scenografia minimale ma molto incisiva che ci fa già intuire che si parlerà di cose lontane ma che in realtà sono molto più vicine di quanto ci sembri.
L’unico oggetto di scena è un cartello direzionale che indica le VITE. Esatto, non le “vie” di una città ma la strada di quelle vite che “Francesco” ci racconta.
Partendo da un colloquio a cui nemmeno lui sa ben rispondere con certezza,  capisce che deve andare a lavorare in quell’ospedale di cui gli hanno tanto parlato : Sant Mary Hospital, in Uganda. Li capisce veramente che significato ha la vita anche per i bambini, quella distesa di bambini che vogliono fuggire dalla guerra e si riparano nel cortile di un ospedale. E’ un luogo tanto speciale, dove anche quei bambini possono sognare.  Successivamnte, ci racconta la storia di come quell’ospedale sia stata la vita della coppia che lo ha costruito: lei canadese, lui italiano. Hanno due bambine, la seconda soffre la mancanza dei genitori che dedicano tutta la loro vita a quel’ospedale e a curare i bambini di altri. Attraverso la voce della figlia capiamo che avrebbe voluto una dimostrazione d’affetto diversa e più vera, ma sua madre e suo padre sapevano occuparsi solo di salvare vite di bambini scampati dalla guerra.

Francesco ci racconta di problemi che ci sembrano così lontani. Lui stesso alla fine ci chiede perchè e dice che ci sono anche i problemi qui e bisognerebbe parare di quelli e che ci sembrano molto più importanti. Ma la verità è che in questo mondo globalizzato dove tutti sano tutto di tutti, dove nessuno si conosce davvero: i problemi sono di tutti e ci dobbiamo preoccupare veramente delle cose che ci sembrano lontane perchè potresti ritrovarti a parlare dei tuoi stupidi problemi con un “bambino della notte”. I problemi non sono lontani, sono qui, quelli veri, vivi sul palco e ci stanno chiedendo perchè non ci muoviamo

Tutte queste immagini, queste vite di vie, sono costruite e ben chiare grazie a un magistrale utilizzo del corpo e della costruangelo-campolo-in-i-bambini-della-nottezione di immagini belle e vive. Immagini che ci trasportano su una gip che sussulta e scansa i colpi del fucile, immagini come quella di un pavimento costellato da piccole stelle che chiedono solo di sognare, facendo attenzione a non calpestare i loro magri corpicini.

I BAMBINI DELLA NOTTE
di e con Angelo Campolo
dal’omonimo libro di Mariapia Bonata e Francesco Bevilacqua
scene e costumi Giulia Drogo