BORBORYGMUS – RABIH MROUÉ / lina majdalanie

Un borborygmus è un segnale molto forte proveniente dal nostro interno, ciò può comunicare tutto e niente e presenta un bisogno di comunicare, dallo stomaco, una sensazione vitale. Su questa linea si muove l’interpretazione di Rabih Mroué, Lina Majdalanie e Mazen Kerbaj. Un discorso basato sul ritmo, sulla ripetizione, sull’inconscio, su ciò che comunichiamo e non comunichiamo in relazione alle nostre vite che porta ad esporci, mettendo in luce ed in scena paure, angosce e modi di essere nascosti, il più delle volte, nella relazione con il mondo esterno. Questo spettacolo coincide con una serie di scene che passa per segmenti visivi e musicali che hanno come base il suono, il disturbo e la ripetizione per palesare la condizione recondita dell’uomo.

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– Geografia umana –

 

 Due spettacoli a confronto – LA DIMORA DEL VOLTO ed EXIBITION

“Bisogna intendere la geografia non come un contenitore chiuso dove gli uomini si lasciano osservare ma come un mezzo con cui essi realizzano la loro esistenza, essendo la Terra una possibilità essenziale del destino umano.” – (Eric Dardel)

La Geografia Umana si occupa dei luoghi sia in termini oggettivi che in termini soggettivi come spazi emotivamente vissuti. Il luogo è un posto preciso che ha specifiche caratteristiche fisiche, culturali e sociali che lo rendono unico. Riveste inoltre una funzione molto importante perché consente alle identità umane di avere un punto di riferimento. Questo attaccamento emozionale, sviluppa un senso del luogo che genera un senso di appartenenza condiviso con altri individui che abitano quello stesso determinato luogo.

In un certo senso questo è quello che accumuna il lavoro di ricerca di Virgilio Sieni e di Roberta Bosetti – Renato Cuocolo. In entrambi i percorsi si scorgono alcuni temi condivisi: l’intimo, la casa, l’architettura, l’ospite, la geografia, la memoria, il tempo/spazio, l’intero, l’interiore, la mappa, l’identità, l’alterità che Cuocolo/Bosetti traducono con il suono di parole: calde, dense, avvolgenti che gravano; e che Sieni traduce con il silenzio di corpi: leggeri, che, seppur consapevoli di gravare, tendono a smaterializzarsi.

All’interno del Festival delle Colline Torinesi, gli spettacoli La dimora del Volto di Virigilio Sieni ed Exibition di Cuocolo/Bosetti abitano lo stesso luogo non in termini fisici ma in termini soggettivi, inteso come un preciso spazio emotivamente vissuto, uno spazio che in qualche modo assolve a una stessa funzione: il museo.

“Esistono luoghi che ci chiamano, magari anche da molto lontano. Non ne conosciamo la ragione, ma, ancora prima di averli visti, sappiamo che seguendo il loro richiamo ritroveremo un pezzo della nostra anima.” – (Silvia Montemurro)

La fondazione Merz per La dimora del Volto e il museo di arte contemporanea del Castello di Rivoli per Exibition sono i luoghi dove si costruiscono identità attraverso la loro frantumazione.

 Lo spettatore che assiste a questi spettacoli, seppure ubicati in situazioni diverse, subisce lo stesso effetto, quello dell’infinity mirror. Avere una performance artistica che ti guida all’interno di opere d’arte, è come trovarsi in mezzo a due specchi paralleli che riflettono la tua immagine all’infinito. Questo effetto, se da un lato ti definisce, perché restituisce l’immagine di te, dall’altra la frantuma, proprio perché la restituisce all’ “infinito”. La sensazione che ne deriva è, allo stesso tempo, di vertigine, frustrazione e meraviglia.

Ed è proprio grazie alla meraviglia che queste performance riescono a restituire al luogo dove si svolgono, la sua funzione originale.

Le “Stanze delle meraviglie”, così venivano chiamati i primi musei della storia, nascono con l’intento di suscitare stupore, raccogliendo oggetti che cominciavano ad arrivare da terre lontane e di cui non se ne conosceva il significato. Come dice Frank Raes noi uomini moderni abbiamo perso lo stupore che dobbiamo assolutamente ritrovare, perché solo così potremmo ricominciare a mettere le cose in discussione. “Cercare di dare un senso definitivo creando categorie fisse e assolute è un grave errore se vogliamo davvero comprendere la complessità di un mondo in continuo divenire”. L’arte, e in modo particolare l’arte contemporanea, ha questo compito, suscitare stupore e mettere le cose in discussione e il museo, lontano dal pregiudizio di essere un polveroso contenitore di oggetti inanimati, è il luogo ideale perché ciò accada.  

“Il Museo può stare al pensare come un libro sta al comunicare […] raccogliendo elementi permette alla gente di raccogliere i propri pensieri” (Frank Raes)

Lo spettatore è il perno su cui ruotano entrambe le performance con risultati molto diversi. La condivisione dello spazio scenico tra performer e pubblico, che è presente in entrambi gli spettacoli, si realizza infatti in maniera diametralmente opposta. Se in La dimora del volto è lo spettatore che entra nello spazio scenico condiviso e trova i corpi degli interpreti lì fermi ad attenderlo, in Exibition è la performance che “entra” nello spettatore, dapprima attraverso la calda voce di una donna che giunge dalle radio-cuffie, consegnate ad ognuno all’ingresso del castello, e poi con l’ingresso di quella stessa donna in carne ed ossa all’interno dello spazio condiviso.

Lo spettacolo La dimora del volto ha una direzione ontologica che va da uno stato di densità corporea a quello di rarefazione, con un movimento che assume a tratti quello del respiro. I 25 attori che troviamo compatti all’inizio dello spettacolo, schierati su due file una di fronte all’altra, sembrano un corpo unico formato da “colori” differenti tanto quanto differenti sono le qualità che ognuno di quei corpi esprime, essendoci tra i performer danzatori professionisti e comuni cittadini. L’ingresso degli spettatori nello spazio, invitati a muoversi “liberamente”, avviene molto lentamente come se si sentisse di entrare in un’atmosfera più densa, e solo dopo che l’ultimo spettatore è entrato nello spazio condiviso l’azione, che era già invisibilmente in essere, in qualche modo esplode. Un’esplosione che va comunque contestualizzata in quell’ambiente dove l’aria risulta più corposa, dove tutto è ovattato, come se la palla bianca del biliardo colpisse al rallentatore, durante il suo tiro di inizio, il castello, quel triangolo formato al centro del tavolo dalle 15 palle colorate, conferendo ad ognuna di esse una traiettoria diversa in base all’angolazione del colpo ricevuto. In mezzo a quelle traiettorie, definite scientificamente dalla fisica, si trova lo spettatore. Ma mano che queste monadi si allontano dal luogo di partenza tendendo ad occupare tutto lo spazio, ogni volta che sul loro percorso investono lo spettatore lo inglobano cambiando consistenza, ricompattandosi in una nuova materia che si aggrega il tempo di un respiro per poi disgregarsi nuovamente.  

In Exibition una dozzina di spettatori è invitata a sostare nell’atrio del castello sotto la prima opera d’arte in attesa che qualcosa accada. Se all’inizio, questo aggregarsi compatto, nella prospettiva della condivisione di un destino comune, li fa reagire come corpo aggregante e aggregato non appena parte l’audio nelle cuffie, il movimento seppur minimo dell’attesa, lo stesso sguardo che vagava nell’esplorazione del luogo intorno e degli altri, cessa del tutto. Ci si ferma lì dove si è, concentrati con ogni fibra del corpo a cogliere l’effimero flusso di parole così difficile da afferrare, che da quel momento in poi non cesserà mai di fluire. Non sono tanto le parole quanto il suono di quella voce che rapisce. Questa è la palla bianca che spacca il castello del nostro biliardo, ma le 15 palle colorare, che in questo caso sono gli spettatori, non si muovono seguendo come nel primo spettacolo una direzione orizzontale nello spazio ma verticale. La staticità è solo apparente visto che ognuno ha intrapreso, nell’esatto momento in cui la voce entra in cuffia, direzioni introspettive differenti. Qui il precipitare non è al rallentatore, è fulmineo. Contrariamente al precedente la direzione ontologica di questo spettacolo va dall’invisibile e impalpabile al peso del corpo gravoso.

Così dopo l’ingresso della voce assistiamo all’ingresso del corpo dell’attrice, all’apparente ricompattarsi di un corpo unico degli spettatori, che durante tutto lo spettacolo cominceremo a sentire sempre più intensamente la gravosità del proprio corpo.

Se esteriormente, l’ingresso del corpo dell’attrice in quell’iniziale spazio condiviso, può fungere come nuovo collante aggregativo che ricompatta l’unità del gruppo e gli indica la direzione da seguire, la frattura iniziale causata dalla voce grave di quella stessa attrice ha ormai aperto voragini interiori che fanno vivere lo spettatore in due dimensioni contemporaneamente: quella pubblica orizzontale e quella privata verticale. Il corpo dello spettatore che deve giostrarsi tra queste due forze contrapposte, durante il procedere dello spettacolo, si sentirà sempre più spinto al suolo, si cercheranno sedute, appoggi.

Fini diversi sottendono a consistenze diverse, gassosa quella di Sieni e liquida quella di Cuocolo/Bosetti.

Il fine di Sieni è quello di esaurirsi nel suo compiersi. Un po’ come il cibo che una volta consumato sparisce alla vista ma viene assimilato dal corpo che lo trasforma in energia. Lo spettacolo La dimora del volto è pensato come laboratorio di esplorazione di un corpo che reagisce alle vibrazioni di oggetti e dipinti specifici, di un luogo specifico, in un tempo specifico. La coreografia di queste reazioni diventa l’essenza dello spettacolo e, in maniera tutt’altro che inconsapevole, tramite critico tra lo spettatore e l’opera d’arte dalla quale tale azione è generata.

Lo spettacolo di Cuocolo/Bosetti non è stato pensato in funzione del museo di arte contemporanea del castello di Rivoli ma di tutti i musei di arte contemporanea in cui lo spettacolo sarà portato in tournèe. In questo caso lo spazio non è la fonte di ispirazione dell’azione scenica ma il pretesto per un’azione scenica che già dall’inizio abbiamo visto essere in realtà estremamente introspettiva. Il vero luogo in cui si svolge l’azione è il luogo della memoria, dell’attrice che attraverso la sua voce ci dipinge immagini chiare e nitide di un passato intimo e privato, come intimo e privato è il vissuto che ha portato alla manifestazione esteriore delle forme d’arte che troviamo attorno a noi, come intime e private sono le immagini che affiorano dal nostro interno sollecitato da tali stimoli esterni.

Giulia Alonzo ci ricorda che “il gesto creativo, quello che genera l’opera d’arte, è sempre determinato da una scelta. È il frutto di una crisi che si concretizza e prende la sua forma nel momento della creazione. Quello che vediamo esposto, leggiamo, ascoltiamo, se si tratta di un’autentica opera d’arte, è la risoluzione, il precipitato della crisi dell’autore, dell’artista (o degli artisti) che ha determinato la nascita di quell’opera”.

Lo spettatore in entrambi gli spettacoli, con le dovute differenze, è gettato nella profondità di una crisi, che nella misura in cui gli fa vivere la frustrazione di uno spaesamento, l’abisso di una vertigine, lo ridesta a quello stupore, a quella meraviglia che è necessaria per prendere coscienza della vita nella sua complessità.

D’accordo con Virgilio Sieni, il punto non è solo e semplicemente mettersi in discussione, ma riuscire a “praticare più volte la stessa cosa e trovare sempre delle novità, riconoscere che le cose non sono mai identiche”: avere questo tipo di sguardo ci riconnette alla nostra dimensione di viventi.

Nina Margeri

ALL THE GOOD – JAN LAUWERS | NEEDCOMPANY

Everybody knows that the naked man and woman are shiny artefact oh the past

“(…) Brexit, Trump, Erdoğan, the abuse of our planet, the terror of an expansive economy, the loss of solidarity – those have to be dealt with politically. But the poetry of arts has to provide for the humanity.”

All the good è un’immagine estremamente complicata‘.
Le parole conclusive dell’opera di Jan Lauwers restituiscono in una rapida pennellata la quantità di materia vivente presente in scena.

Che cos’è l’amore – e quali sono le storie d’amore – in un presente in cui tutto sembra sgretolarsi e passare oltre? Qual è il nostro rapporto con la morte oggi, non soltanto onnipresente, ma anche spettacolarizzata se non banalizzata? Lauwers invita gli spettatori a sedersi a casa con la sua ‘famiglia’, apre le porte del loro atelier, mostra le sue incapacità, si dichiara immediatamente fallace, rendendo il pubblico partecipe dei suoi dubbi, mostrandogli la sua verità. Parla in qualità di regista, ma anche di padre e marito, racconta alcuni aneddoti della vita delle persone in scena. Lo fa anche sorridere, con un umorismo decisamente europeo. Ma le questioni che pone non sono assolutamente leggere, e subito si avverte la sensazione di poter cogliere soltanto una piccola parte di questo enorme quadro vivente in movimento. Gli occhi si spostano avidamente da una parte all’altra, da una lingua all’altra, cercando di catturare un’espressione su un volto, i colori, gli oggetti, la musica; ma tutto si trasforma e sembra non esserci il tempo necessario per carpire ogni cosa: “(…) works of art are not lonely, they are what the viewer has missed. What all the living and dead missed when they looked too quickly. Did not dare look alone, because ‘all the good’ is so much.”

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EXHIBITION

Pensato per i musei, Exhibition si interroga sulla natura della fruizione dell’arte. Un gruppo di visitatori muniti di radio guida attraversa gli spazi del museo di Rivoli guidato dalla voce dell’attrice performer.

Non è una novità per la compagnia Cuocolo/Bosetti presentare uno spettacolo al di fuori degli spazi tradizionali della scena. Al contrario, si tratta di una peculiarità del loro lavoro la ricerca di luoghi non convenzionali del teatro comunemente inteso. Basti pensare a Roberta Torna a Casa nel 2011, ambientato nella casa d’infanzia di Roberta a Vercelli e successivamente a The Walk, percorso radio guidato nella città.

Il filo conduttore di questi spettacoli è la memoria, la creazione di una geografia dei ricordi dove non è chiaro il limite tra realtà e finzione.

Exhibition cattura completamente lo spettatore, un’esperienza altamente immersiva in cui risulta impossibile distrarsi talmente pervasiva è la voce di Roberta Bosetti la quale ci invita a seguirla in un viaggio, sia fisico tra i quadri e le sale del Castello di Rivoli, sia immaginato, fatto di racconti e di ricordi. L’idea del ricordo è rafforzata da una sorta di taccuino/diario che l’attrice porta in mano per tutta la durata della performance e talvolta consulta.

Sostenere questa sorta di stream of consciousness, un flusso ininterrotto di pensieri quasi senza fiato, per più di un’ora è un lavoro estremamente faticoso e difficile ma perfettamente gestito con disinvoltura e scioltezza dall’attrice performer.

“I musei li frequentavo da giovane, allora cercavo delle risposte. Ora ritorno lì per sapere se i quadri possono davvero riparare un danno. Ci serviranno questi quadri? Ci salveranno questi quadri?”

Un percorso emozionante e suggestivo che inizia e si conclude con un decalogo numerato dei più grandi artisti, soprattutto pittori, del passato come Cézanne, Van Gogh, Marina Abramovic, Gauguin,… una sorta di Rosario di carattere evocativo con il quale l’attrice si allontana per poi scomparire, insieme alla sua voce, nel parco del Castello.

Sicuramente la scelta del luogo ha contribuito positivamente alla realizzazione della performance vista come riflessione sull’arte in generale e sul ruolo che essa ha nella nostra vita.

Irene Merendelli

di Cuocolo / Bosetti
con Roberta Bosetti
regia Renato Cuocolo
curatrice Gaia Morrione
produzione NPU(Nuovi Paesaggi Urbani) Roma, Teatro di Dioniso Torino, IRAA Theatre Melbourne in collaborazione con Aldo Miguel Grompone (Roma), Nicoletta Scrivo (Verona), Claudio Ponzana (Modena)
amministrazione Paola Falorni
ufficio stampa Paola Maritan

SCHWANENGESANG D 744 – ROMEO CASTELLUCCI

Un’intervista

Kerstin Avemo canta dei lieder schubertiani accompagnata dal pianista Alain Franco. “È solo un concerto? È solo un concerto…”, si domandano e rispondono gli spettatori. Ma ecco comparire un lago fiocamente increspato nella notte buia – il cigno cammina sul lieve ondeggiare, invoca la luna; poi, un lampo di vergogna! – e sprofonda nell’abisso.

Romeo Castellucci, Leone d’oro alla Biennale Teatro 2013 presenta, nelle serate del 30 e 31 ottobre presso il Festival delle Colline Torinesi 2021, Schwanengesang D 744. Colgo l’occasione per strappargli un’intervista, ma presto verifico che la mole di materiali online inibisce ogni mia domanda. Decido quindi di battere una strada alternativa.

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IMITATION OF LIFE – Proton theater

It is not Shakespeare or Chekhov when you immediately feel something. It is a slow drill that goes though your brain

Based on the concept of Kornél Mundruczó, written by Kata Wéber

 Directed by Kornél Mundruczó

Duration: 1h 30min

Performed in Hungarian, subtitled in Italian and English.

Photo by Rev Marcell – Proton theater

Place: Teatro Astra, Turin, 21.10.2021

Darkness, we hear the Hungarian language, for us foreigners, as well as for Italians it is unusual, our ears haven`t used to Hungarian 25 minutes long dialogue. Video material of an old gypsy woman, who is telling scary stories about her life and surviving in Budapest, makes you feel disgusted mixed with compassion for her and this minority. You feel desperate after the 26th minute of the video. Suddenly, staging and play begin. I felt relief and relaxed after I saw that we are actually in that room, that video was taken from. Director put us in the room with the gypsy to feel all her pain, to see the interior of an old, small apartment that stinks of poverty and hopelessness. BUT. Apartment with memories, apartment full of necessary supplies, apartment of simple, free life. 

I was fascinated to be there, inside that room, fell true deep compassion to the character, live with her one day. 

Night, time of magic, people usually pass away during the night.

Day, clarity, change, everything is possible during the day. Day as a representation of life, representation of changes. 

The amazing culmination of the show. 360-degree rotation of apartment. 360 degrees of rotation of life. Absolutely joy from destruction and chaos of useless utilities. What is that apartment without family? What is a city without citizens? What is a planet without population? I think the main idea I caught. 

Day after, night after, I meet with one of the actresses, to approve or expose my guesses. Annamaria Láng in role of Veronika Fenyvesi. Fascinating actress, by meeting with who, my satisfaction from spectacular has doubled. Interview highlights :

Daria: “ What is the base of the plot? Could you tell me any background story about gypsies in Hungary? ”

Annamaria:  “Out of 9 million ppl in Hungary, 1 million are gypsies, so it`s quite a big number, but they live on the edge of the society. 9 years ago it was a conflict when a white boy killed a gypsy one and it had a big resonance, but in the end both, the killer and victim were gypsies. So that relationship and frustration between the Hungarians and the minority made this show exist. Now we live in a democracy, but it is not true liberty and we wanted to talk about it. Aggression makes aggression and then it`s growing.”

Daria: “As I understood correctly, there were some common features between two characters, one gypsy another one – Hungarian, do you agree and what do you think? Is there a parallel between the 2 characters? Do you think that it was a representation of the statement: Doesn’t matter where you are from, but matters who you are?”

Annamaria Lang

Annamaria: “I think it is disorientation in life and loneliness. Both of the characters needed some help, they both are lonely, they both have a lack of a partner in their life, both are very poor. Me, like younger ones, I`m rising a little son, the elder one has one as well. A similarity that I see: they both don`t get official help from the state, they try to survive. They have scary behavior because they are also scared and if you are scared and frustrated- your answer is FRUSTRATION. Another thing, when the flat is turning upside-down, every object is staying in the flat, but in a different order. So it`s chaos. In their brain, you can find also chaos. They both are animals, who are willing to find something in life and no one gives them anything. Social undertone: single women with children, gypsies, and other minorities, are the weakest interlayer and who never would have any priority in society.”

Daria: “What were your first thoughts and feeling when you read a script?”

Annamaria: “First of all, when we started to work on this project, we have seen some documentaries about evocation, at that time it happened several times with people from Budapest. So, what we have is a storyline, not a script. But normally we work with writers, partners, and we need to put the flash on the bones, so we make improvisations, and then we have to start to work on the project.”

Daria: “Do you think that the show had enough impact on the international audience to understand your pain better? Because we are foreigners, we don`t understand the Hungarian language, so from my point of view, we couldn`t empathize on that level that you probably needed.”

Annamaria: “We play the show with subtitles. There is indeed a certain filter between the audience and the performance, of course, but I think the performance visually is very strong. There is a lot of science in the show, so it gives you time to read text, but also be concentrated on the stage, on actors. I think this performance is a long-lasting one: you have to watch and you need to oversleep it, then it will happen. It is not Shakespeare or Chekhov when you immediately feel something. It is a slow drill that goes through your brain. This is kind of torture when you watch it, torture with a lot of poesies.”  

Daria: “Why this project is interesting personally for you?”

Annamaria: “It is important because it tries to bring questions about nowadays politics and social problems. It also tries to evoke empathy in the public, to think about those things, what`s going on outside, with those people, who would never come to the theater for example.”

Daria: “Do you think after this performance worldwide, articles, reviews, these people, who are main characters (gypsies), would come to visit the show?”

Annamaria: “I think there are some ways to reach them, but not in this way, they would not come to watch the show. It is not only about gypsies, it`s about listening and feeling empathy towards everybody around you.”

Daria: “You know I am also an ex-pat, and after living in China and Italy, a story that I have seen, touched my heart, since I also had some moments in. my life where I felt like the main characters, have you ever felt it on you?”

Annamaria: “Yes, every day. I am a Hungarian actress who is based in Vienna. I live in Budapest, but I work almost every day in Western society, so I every day have this experience. I have a strong accent on the stage of drama theater, everyone understands that I am a foreigner. And I need to explain to myself every day, why they are coming to see me on the stage, why am I so interesting for that audience.” 

The story is simple, meanings are hard, and the only spectacular that touched my soul so deep for the last several years. Absolute delight. 

Daria Malinina

Imitation of Life – Proton Theater (italian version)

Basato su un’idea di Kornél Mundruczó, scritto da Kata Wéber
Diretto da Kornél Mundruczó

Durata: 1h 30min

Interpretato in ungherese, sottotitolato in italiano e inglese.

Foto di Rev Marcell – Proton theater

Luogo: Teatro Astra, Torino, 21.10.2021

Oscurità, sentiamo parlare ungherese, per noi stranieri, così come per gli italiani, è insolito, le nostre orecchie non sono abituate a 25 minuti di dialogo in ungherese. Il video di un’anziana signora zingara, che racconta storie spaventose sulla sua vita e la sopravvivenza a Budapest, provoca un misto di disgusto e compassione per lei e questa minoranza. Ti senti disperato dopo il ventiseiesimo minuto di video. Improvvisamente, la messa in scena e la recitazione hanno inizio. Mi sono sentita sollevata e rilassata dopo aver visto che eravamo effettivamente nella stanza in cui era stato girato il video. Il regista ci ha piazzati nella stanza con la signora zingara per farci sentire tutto il dolore di lei, per farci vedere l’interno di un vecchio, piccolo appartamento che puzza di povertà e disperazione. MA. Un appartamento con dei ricordi, un appartamento pieno di tutto il necessario, un appartamento di semplice vita libera.

Ero stregata dall’essere lì, in quella sala, ho sentito una profonda compassione per il personaggio, ho vissuto con lei per un giorno.

Notte, tempo di magia, le persone di solito ci lasciano durante la notte.

Giorno, chiarezza, cambiamento, tutto è possibile durante il giorno. Il giorno come rappresentazione della vita, rappresentazione dei cambiamenti.

Incredibile apice dello spettacolo. Rotazione a 360 gradi dell’appartamento. 360 gradi di rotazione della vita. Gioia assoluta data dalla distruzione e dal caos creato da apparecchi inutili. Cos’è quell’appartamento senza famiglia? Cos’è la città senza cittadini? Cos’è il pianeta senza popolazione? Penso all’idea principale che ho colto.

La sera dopo, incontro una delle attrici, per approvare o esporre le mie supposizioni.

Annamaria Láng nel ruolo di Veronika Fenyvesi. Attrice affascinante, con il cui incontro, la mia soddisfazione da spettatrice si è raddoppiata. Momenti salienti dell’intervista:

Daria: “Qual è la base della trama? Potresti raccontarmi qualche storia sugli zingari in Ungheria che vi ha ispirati?”

Annamaria: “Di 9 milioni di persone in Ungheria, 1 milione sono zingari, per cui è un numero abbastanza grande, ma vivono ai margini della società. Nove anni fa ci fu un conflitto, in cui un ragazzo bianco ne uccise uno zingaro ed ebbe una grande risonanza, ma alla fine si scoprì che sia il colpevole sia la vittima erano zingari. Così quella relazione e frustrazione tra ungheresi e minoranze ha fatto sì che questo spettacolo esistesse. Adesso viviamo in una democrazia, ma non è assolutamente una vera libertà e volevamo parlare di questo. L’aggressività genera aggressività e così sta crescendo.”

Daria: “Se capisco bene, c’erano alcuni tratti comuni tra due personaggi, uno zingaro e uno ungherese, cosa ne pensi, sei d’accordo? C’è un parallelismo tra i due personaggi? Pensi sia una rappresentazione dell’affermazione: non importa da dove vieni, ma è importante chi sei?”

Annamaria: “Io penso si tratti di un disorientamento nella vita e di solitudine. Entrambi i personaggi avevano bisogno di aiuto, sono entrambe sole, nella vita di entrambe manca un compagno, entrambe sono molto povere.  Io, che sono la più giovane, sto crescendo un figlio piccolo, ma anche l’anziana ne ha uno. Una similitudine che vedo: entrambe non ricevono un aiuto ufficiale dallo stato, cercano di sopravvivere. Hanno comportamenti spaventosi, perché anch’ esse sono spaventate e se sei spaventato e frustrato, la tua risposta è FRUSTRAZIONE. Un’altra cosa, quando l’appartamento sta girando sottosopra, tutti gli oggetti rimangono nell’appartamento, ma in un ordine totalmente diverso. Così c’è il caos.  Caos che trovi anche nelle loro teste. Entrambe sono animali, che desiderano trovare qualcosa nella vita e nessuno dà loro questo qualcosa. C’è una sfumatura sociale: donne sole con figli, zingari e altre minoranze sono l’interstrato più debole e che non ha nessuna priorità nella società.”

Daria: “Quali sono stati i tuoi primi pensieri e sensazioni quando hai letto il copione?”

Annamaria: “Prima di tutto, quando abbiamo iniziato a lavorare su questo progetto, abbiamo visto documentari sulla rievocazione. A quel tempo cose del genere accadevano diverse volte con le persone di Budapest. Per cui ciò che abbiamo in realtà è una trama, non un copione. Però di solito lavoriamo con scrittori, collaboratori, e dobbiamo fare luce sui reperti, così facciamo delle improvvisazioni e solo dopo iniziamo a lavorare al progetto.”

Daria: “Pensi che lo spettacolo abbia avuto abbastanza impatto sul pubblico internazionale da far comprendere meglio il vostro dolore? Perché noi siamo stranieri, non capiamo l’ungherese, così dal mio punto di vista, non potevamo empatizzare al livello che probabilmente vi serviva.”

Annamaria: “Interpretiamo lo spettacolo con i sottotitoli. È vero che c’è un certo filtro tra il pubblico e lo spettacolo, certo, ma credo che visivamente lo spettacolo sia molto forte. C’è molta tecnica nello spettacolo, perciò ti dà il tempo di leggere il testo, ma anche di concentrarti sul palco, sugli attori. Penso che questo spettacolo duri nel tempo: devi guardarlo e hai bisogno di dormirci su, allora accadrà qualcosa. Non è Shakespeare o Čhecov, in cui senti immediatamente qualcosa. È un trapano lento che ti entra in testa. Questo è il tipo di tortura a cui sei sottoposto durante la visione, tortura con molta poesia.”

Daria: “Perché questo progetto è personalmente interessante per te?”

Annamaria: “È importante perché cerca di portare avanti domande sulla politica attuale e su alcuni problemi sociali. Cerca anche di suscitare empatia nel pubblico, di far pensare a queste cose, cosa succede fuori, con queste persone, che non verrebbero mai a teatro, per esempio.”

Daria: “Pensi che dopo gli articoli e le recensioni di questo spettacolo internazionale queste persone, che sono i personaggi principali (gli zingari) verranno a vederne la rappresentazione?”

Annamaria: “Penso ci siano dei modi per raggiungerli, ma non è questo il modo, non verrebbero a vedere lo spettacolo. Non riguarda solo gli zingari, riguarda il sentire e provare empatia verso chiunque ti circondi.”

Daria: “Come sai, anche io sono straniera e dopo aver vissuto in Cina e in Italia, la storia che ho visto mi ha toccato il cuore, dato che anche io ho avuto momenti in cui mi sono sentita come i personaggi principali, ti sei mai sentita così anche tu?”

Annamaria: “Sì, ogni giorno. Sono un’attrice ungherese stanziata a Vienna. Vivo a Budapest, ma lavoro quasi tutti i giorni nella società occidentale, perciò vivo questo tipo di esperienza ogni giorno. Sul palco del teatro ho un accento forte, tutti capiscono che sono straniera. E devo spiegare me stessa ogni giorno, il perché sono venuti a vedermi sul palco, il perché io dovrei essere così interessante per quel pubblico.”

La storia è semplice, i significati sono duri, ed è l’unico spettacolo che ha toccato la mia anima in modo così profondo negli ultimi anni. Meraviglia assoluta.

Testo originale di: Daria Malinina

Traduzione a cura di: Erica Marchese

LA DIMORA DEL VOLTO

Pensato da Virgilio Sieni per gli spazi della Fondazione Merz, il progetto intende instaurare un dialogo sulla vicinanza con le opere di Marisa e Mario Merz, esposte in occasione della mostra a loro dedicata La punta della matita può eseguire un sorpasso di coscienza a cura di Mariano Boggia.

Lo spazio non tradizionale della scena è il primo elemento che destabilizza. Infatti lo spettatore si trova subito immerso in medias res, senza la canonica distinzione tra platea e palcoscenico, i danzatori si trovano sullo stesso piano e condividono lo spazio con il pubblico. Inizialmente disposti in due file, i danzatori si disperdono poi nell’ampio spazio della Fondazione disorientando chi li osserva che non sa come posizionarsi all’interno di questo “quadro” in movimento e da che punto vada guardato. Da qualunque prospettiva lo spettatore decida di posizionarsi, si perderà necessariamente quello che accade dall’altra parte della sala, data la vastità dello spazio. Così si viene a creare un unicum tra danzatori e spettatori che rende anche difficile la distinzione tra i due ruoli. 

La performance infatti presenta un alto grado di interazione con il pubblico, resa ancor più forte dalla presenza di danzatori non professionisti selezionati tra i cittadini, nonché con le opere stesse ed in particolare con i volti di Marisa Merz. Il volto – come ci viene raccontato dallo stesso Sieni in un’intervista svolta dopo lo spettacolo – è proprio la parte del corpo presa come punto di partenza della ricerca perché “crogiolo di tutte le nostre capacità sensoriali e elemento di liberazione e democrazia”.

La spontaneità dei gesti e la forte presenza del corpo nell’hic et nunc crea, in certi passaggi, l’illusione di una coreografia nata sul momento. Al contrario però di quanto appare in realtà, si tratta di 35 situazioni coreografate in cui l’unica cosa che viene lasciata alla casualità è la direzione delle traiettorie che sono inevitabilmente condizionate dal pubblico presente. Questo aspetto risulta particolarmente significativo perché ogni replica sarà diversa a seconda delle reazioni e dei movimenti del pubblico presente.

La ricerca e lo studio svolti da Sieni in questa performance sono piuttosto interessanti soprattutto per questo rapporto che si viene a creare tra performer, cittadini, pubblico e spazio della scena. Un’esperienza sicuramente diversa da quella a cui siamo generalmente abituati come spettatori che conduce a spunti di riflessione su noi stessi, sul dialogo con il corpo, con l’altro e con lo spazio.

Coreografia Virgilio Sieni
Assistente alla coreografia e cura Delfina Stella
Assistente al progetto Clelia Riva

Interpreti
Danzatori Ilaria Bagarolo, Lara Di Bello, Gaia Figini, Rebecca Moriondo, Michele Noce, Roberta Piazza, Clelia Riva, Delfina Stella
Cittadini Claudia Apostolo, Valentina Bosio, Laura Caspani, Petra Comaschi, Vincenzo D’elia, Vanessa Depetris, Chiara Galeazzi, Rosaria Gaudiano, Cristiana Geremia, Andreea Ioana Hutanu, Silvia Limone, Alessia Pedio, Carla Perrone, Maria Carmela Saba, Angela Scazzari, Mario Steffenino, Domenica Vittorini.

Produzione Fondazione Merz, Festival delle Colline Torinesi 2021, Centro Nazionale di Produzione della Danza Virgilio Sieni.

Irene Merendelli

THE MOUNTAIN – agrupacion seÑor serrano

“Buonasera, e benvenuti a The Mountain.” Si apre così l’ultimo lavoro della compagnia teatrale catalana Agrupación Señor Serrano, ospite al 26° Festival delle Colline Torinesi. Uno spettacolo teatrale a cavallo tra la performance multimediale e l’esperimento sociale, che dopo pochi istanti dall’inizio, dà il via al percorso che gli artisti propongono al pubblico: “Facciamo un esperimento”. Lo spettacolo si presenta come un viaggio alla scoperta dei meccanismi che definiscono vero o non vero un certo evento, una scalata sulla montagna della verità, alla cui vetta dovrebbe trovarsi la risposta che tutti cerchiamo. Ma è davvero questo il tema di fondo di The Mountain, il messaggio che la compagnia vuole portare al pubblico? Proviamo a dare una risposta procedendo per gradi.

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LIVORE, MOZART E SALIERI – VICOQUARTOMAZZINI

No, non conobbi mai l’invidia, mai! Di me chi avrebbe mai potuto dire che ero uno spregevole invidioso, un verme che si schiaccia sotto i piedi, un’impotente serpe che si ciba di polvere e di sabbia? Nessuno! Ed ora – lo confesso – invidio”.  In queste parole, tratte dal breve dramma Mozart e Salieri di  Puškin ed enunciate da uno dei personaggi, si racchiude probabilmente l’essenza di Livore, portato in scena alla Lavanderia a Vapore di Collegno dalla compagnia VicoQuartoMazzini. Lo spettacolo prende infatti spunto dall’ormai celebre rivalità fittizia tra i due compositori e, trasponendola ai giorni nostri, la utilizza come punto di partenza per esplorare il tema dell’invidia nel mondo contemporaneo. Non più quindi Mozart e Salieri, ma Amedeo e Antonio, due attori, uno di teatro sperimentale dai forti princìpi, l’altro già ampiamente inserito nella macchina della fiction e con una carriera in ascesa, anche grazie all’aiuto del suo agente e fidanzato Rosario. I due, entrambi coinvolti nella realizzazione di una serie tv su Mozart, si confrontano a casa di Antonio, nelle ore che precedono un’importante cena organizzata per lanciare definitivamente la carriera di quest’ultimo.

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