Egribiancodanza e il BALLETTO DI GYOR alle fonderie limone di moncalieri

Sabato 2 marzo, alle Fonderie Limone di Moncalieri, si è esibito il Balletto Nazionale di Gyor, ospite internazionale all’interno della stagione IPUNTIDANZA 2018/2019 della Fondazione Egri per la Danza.

La serata è iniziata con un caloroso saluto di benvenuto da parte di Susanna Egri seguita da una breve introduzione agli spettacoli Apparizione #5 della compagnia EgriBiancoDanza, PianoPlays e Passage del Balletto Nazionale di Gyor.

La piacevole pièce di apertura è stata quella della compagnia EgriBiancoDanza: uno spettacolo estratto dal lavoro “APPARIZIONI”, coreografia di Raphael Bianco.

Continua la lettura di Egribiancodanza e il BALLETTO DI GYOR alle fonderie limone di moncalieri

Da Dove guardi il mondo?

DA DOVE GUARDI IL MONDO? 

“Ciao, io mi chiamo Danya, ho 9 anni e non ho ancora imparato a scrivere il mio nome.”

Un banco di scuola, una sedia, un fischietto, unaschiuma da barba, un frullatore e una bacinella, Freddie Mercury a tutto volume e la protagonista che si scatena sul palco come se fosse nella sua cameretta, è quello che ci aspetta quando si spengono le luci in sala.

Continua la lettura di Da Dove guardi il mondo?

LE BARUFFE CHIOZZOTTE

Le baruffe chiozzotte, testo di Carlo Goldoni pubblicato nel 1762, è incredibilmente attuale. In esso ci sono emozioni che siamo abituati a pensare come primordiali, come la gelosia o l’esclusività dei sentimenti. Non manca ciò che si può chiamare differenza tra i sessi: la donna socialmente sottomessa all’uomo, che va per mare come pescatore, senza certezza di ritorno.

Continua la lettura di LE BARUFFE CHIOZZOTTE

Il Primo Omicidio all’Opéra Garnier

Il Primo Omicidio, ovvero Caino di Alessandro Scarlatti è in scena per la prima volta all’Opéra de Paris, a Palais Garnier dal 22 gennaio al 23 febbraio. L’oratorio a sei voci, composto a Venezia nel 1707, fu “scoperto” da René Jacobs nella biblioteca del Conservatoire de Bâle e registrato nel 1998 proprio sotto la direzione del direttore d’orchestra e controtenore belga, che interpretava anche la voce di Dio, alla testa dell’Akademie für alte Musik. Per la prima moderna all’Opéra de Paris ritroviamo René Jacobs, questa volta con la B’Rock Orchestra. Questa esecuzione sa restituirci la musica austera e allo stesso tempo dolcissima di Alessandro Scarlatti, a cui si accompagna il libretto di Antonio Ottoboni, che coniuga precisione e sobrietà del vocabolario con immagini di estrema bellezza.

Continua la lettura di Il Primo Omicidio all’Opéra Garnier

‘Frame’ di Alessandro Serra – Urli silenziosi

Il maestro Alessandro Serra, già vincitore del premio UBU 2017 e ANCT 2017 per Macbettu, ha portato in scena al teatro Astra, il 14 febbraio, un nuovo spettacolo: Frame.

In una sorta di commistione tra una pinacoteca, un’opera di teatro d’ambiente e di teatro danza, Frame racconta la solitudine, la quotidianità e l’amore attraverso il corpo degli attori dando vita ad alcune delle opere più famose del pittore newyorkese Edward Hopper (come, ad esempio, Automat, Morning Sun e Summer Interior). Continua la lettura di ‘Frame’ di Alessandro Serra – Urli silenziosi

TOURDEDANSE A’ LA ROSSINI

Cosa accade quando proviamo a mescolare insieme due mondi apparentemente diversi come la danza e la cucina? Raphael Bianco con la Compagnia EgriBiancoDanza  ha provato a sperimentare questo bizzarro connubio. “Tourdedanse a’ la Rossini” utilizza le musiche del compositore marchigiano famoso per aver celebrato durante il suo lavoro le nozze tra musica e enogastronomia.
Prendendo spunto dal genio del musicista, il coreografo ha portato in scenda due pezzi: uno dedicato al dolce più amato nel mondo: “Il cioccolato”; l’altro prendendo in prestito il format dei programmi culinari televisivi: “Spezie e aromi”. Continua la lettura di TOURDEDANSE A’ LA ROSSINI

PROVE D’AUTORE

La Lavanderia a Vapore di Collegno è la prestigiosa Casa della Danza della Regione Piemonte, luogo di sperimentazione nel quale l’arte coreutica si presenta come motore portante di un’intensa attività relazionale, che coinvolge non solo il territorio limitrofo ma si apre anche a molte altre realtà nazionali e internazionali. Ispirandosi al libro Quello che ci muove. Una storia di Pina Bausch dell’autrice Beatrice Masini, QUELLO CHE CI MUOVE è anche il titolo dato alla rassegna di alcune proposte della stagione 2018/2019. L’obiettivo è quello essere fonte d’ispirazione per tutte le attività che vedono la propria centralità non solo in quello che è stato ma soprattutto in quello che sarà, un itinerario della memoria, partendo dal ricordo dei lavori della famosa coreografa e danzatrice Pina Bausch, e un’esplorazione dei temi della creazione contemporanea. Lo sguardo degli spettatori viene dunque condotto non solo verso il passato ma anche verso il “terzo paesaggio della danza”, quello formatosi come “residuo” di una scena ufficiale che tutela la tradizione e che si configura come “luogo di conservazione”, e si distanzia dal “secondo paesaggio”, luogo di incontro tra “nuovo o meno nuovo [..], in cui i linguaggi conosciuti e leggibili anche da un pubblico relativamente ampio creano nuove suggestioni”. Continua la lettura di PROVE D’AUTORE

RAGAZZI DI VITA

“Faceva un caldo, che non era scirocco, che non era arsura, ma era soltanto caldo. Era come una mano de colore”;  esordisce  così Lino Guanciale, il narratore di “Ragazzi di Vita” nel primo adattamento teatrale dell’omonimo romanzo di Pasolini.

 

 

 

Un’idea nata nel 2016, a quarant’anni dalla morte dell’autore, che riproduce fedelmente il contenuto dell’opera pasoliniana, raccontando le vicende di alcuni ragazzi appartenenti al sottoproletariato romano.

La storia si svolge nell’immediato dopoguerra: le vicissitudini dei personaggi sono in realtà lo specchio del degrado sociale  di un paese profondamente segnato dal conflitto.
La miseria è la protagonista indiscussa delle vite di questi giovani -i “ragazzi di vita”- che della vita sono pedine in mano al fato, ma che non si arrendono all’idea di un’esistenza passiva, cercando di arrangiarsi come possono. Le famiglie non sono più un punto di riferimento e spesso anzi sono contenitori vuoti, senza valori.
I ragazzi , allo sbando più totale, non vogliono rassegnarsi allo scorrere tedioso del tempo e pertanto ricorrono a  passatempi che sono il ritratto della povertà morale e materiale che li circonda.
Le parole cominciano a manifestarsi ai nostri occhi in maniera tangibile, nonostante la presenza di una scenografia minimalista ma funzionale e coerente all’idea di decadenza che si vuole trasmettere.

 

Il racconto procede per capitoli isolati, sviscerando brevi aneddoti significativi tenuti insieme dall’abile maestria di Lino Guanciale, alter ego di Pasolini.
Egli si aggira tra una scena e l’altra un po’ narratore un po’ spettatore, talvolta insinuandosi in punta di piedi nella narrazione, senza mai però scombinare gli equilibri di quello spettacolo di vite incerte ma strepitanti.

 

 

I personaggi (18 attori in scena) si esprimono in un dialetto romanesco di borgata e contemporaneamente parlano in terza persona attraverso la prosa letteraria, come a voler segnare un distacco narrativo nella descrizione delle azioni da loro compiute.

Ogni attore, proprio come una piccola rotella dentata, ha reso possibile il funzionamento di un complesso ingranaggio con il risultato di un meccanismo pressocché  perfetto. Ogni storia lascia il segno, passando in pochi minuti dal dramma alla pura leggerezza, il tutto con un ritmo ben sostenuto.

Oggettivo merito va conferito, oltre che ad un bravissimo narratore, a ogni interprete e alla raffinata regia di Popolizio:  grazie anche all’esperienza attoriale, riesce  a conferire consapevolezza alle parole sul palcoscenico, conscio di come l’attore ne diventi veicolo. Vincitore di tre premi alla regia: “Ubu”, “Critica” e “Le Maschere”.

Va riconosciuta inoltre la nota piacevole data dalle canzoni dal vivo inserite nella partitura, che pervadono lo spettatore di una struggente tenerezza.

In tal senso è doveroso citare tutta la compagnia oltre a Guanciale: Lorenzo Grilli (Riccetto), Alberto Onofrietti (Genesio), Josafat Vagni (Agnolo) Sonia Barbadoro, Giampiero Cicciò, Roberta Crivelli, Flavio Francucci, Francesco Giordano, Michele Lisi, Pietro Masotti, Paolo Minnielli, Cristina Pellica , Lorenzo Parrotto, Silvia Pernarella, Elena Polic Greco, Francesco Santagada, Stefano Scialanga e Andrea Volpetti.

Una furiosa ed impulsiva lotta alla quotidianità, che ci fa uscire da teatro colmi di una felicità apparente, rivolgendo un ultimo tenero e malinconico sguardo a quei ragazzi che la vita l’hanno segnata sulla pelle.

Di Pier Paolo Pasolini

Drammaturgia: Emanuele Trevi
Regia Massimo:  Popolizio

Scene: Marco Rossi
Costumi: Gianluca Sbicca
Luci: Lugi Biondi
Canto: Francesca della Monica

 

Ilaria Stigliano

 

Matilde e il tram per San Vittore

Il sipario è aperto quando ci sediamo in platea. Delle grandi e alte lastre di ferro sovrastano il fondo del palco in una fila orizzontale che sembra infinita, e in mezzo alla scena vediamo solo un tavolo con due panche, anch’essi di ferro. L’atmosfera è quindi fredda, pesante, inquietante, come lo è il tempo in cui saremo catapultati a breve.

Del resto siamo in una fabbrica, e l’ambiente non può altro che essere grigio e opprimente. Ce lo rivela la prima attrice che entra in scena, iniziando a raccontare la storia dei tre grandi scioperi partiti dalle fabbriche di Milano dal 1943, durante la seconda guerra mondiale. Migliaia di operai, stanchi delle condizioni di lavoro inumane, della fame, della vita che stavano conducendo sotto la scure fascista, si ribellano con fierezza alla logica della guerra: se non si fabbricano più le armi, forse anche la guerra finirà. A seguito dello sciopero del 1943 ce ne furono altri due, nel ’44 e nel ’45: una lenta marcia verso la deportazione e la morte per centinaia di operai.

Presto scopriamo che le attrici in scena saranno tre, ma le anime a cui daranno voce sono molte di più: tratto dal libro Dalla fabbrica ai lager di Renato Sarti, lo spettacolo rende giustizia alle storie delle donne, madri, figlie, sorelle degli uomini deportati nei campi nazisti, che prendono vita attraverso l’impeccabile performance artistica di Maddalena Crippa, Debora Villa, Rossana Mola: emozionanti, emozionate, ci trasportano in un epoca buia con le loro parole e azioni taglienti come lame.

Le vicissitudini di queste famiglie si susseguono senza sosta, dando vita a un puzzle che sembra quasi impossibile: la paralisi dei grandi stabilimenti del milanese porta alla paura di essere trovati dalla polizia nazifascista, allo smarrimento di non sapere che fine abbiano fatto i propri uomini.

Poi c’è la speranza di poterli rivedere, di potergli portare vestiti e viveri prima che siano trasferiti a “lavorare” in Germania: là fa freddo, ci ricordano le voci che aleggiano come fantasmi disperati intorno a noi, ed è necessario riuscire a portare ai cari in partenza almeno il cappotto. La frenesia del viaggio attraverso le stazioni lombarde di queste donne viene resa perfettamente dalla recitazione che si fa sempre più ritmata, come una marcia, quasi esasperata, fino ad arrivare alla partenza del treno, verso una meta ignota. Tante donne non erano nemmeno riuscite, nella calca impazzita, a salutare i figli, i mariti, i fratelli, a dargli il maglione o il tozzo di pane che avevano preso repentinamente da casa prima di andare di corsa alla stazione più vicina per raggiungerli.

E tante donne non parleranno nemmeno più con i loro familiari, amici: l’ultima parte dello spettacolo è infatti dedicata alle storie di chi non è più tornato, del vuoto che ha lasciato nel cuore e nelle case di molte famiglie. Ma anche a chi è riuscito a tornare, e negli occhi e nel cuore non ha più avuto lo stesso vigore con il quale era partito: uomini che non riusciranno mai a esprimere la sofferenza che hanno visto e vissuto sulla loro pelle, ma che ogni notte piangeranno in silenzio accanto alle mogli apparentemente addormentate.

Notevole la regia, che attraverso le luci ha esaltato perfettamente i sentimenti di panico, dolore, paura, smarrimento provati dalle tante donne che hanno avuto il coraggio di raccontare la loro storia. Inoltre è stato dato grande rilievo alla componente uditiva, soprattutto durante i racconti delle retate notturne nazifasciste: grazie all’uso abile delle componenti scenografiche in ferro, le attrici riuscivano a far emergere, almeno in parte, quella che doveva essere la confusione e il terrore dato anche dai forti rumori e suoni che rimbombavano nella notte silenziosa.

Una Resistenza, quindi, narrata in modo commovente dal punto di vista femminile di donne forti che si sono trovate improvvisamente a gestire situazioni impensabili, di violenza, miseria e dolore. Come ricorda infatti il regista Renato Sarti: “Fin dalle tragedie greche la voce delle donne è quella che meglio di ogni altra riesce a rievocare l’orrore della guerra, che sempre nuovo, purtroppo, si ripete”.

 

Di Alice Del Mutolo

 

di Renato Sarti
dal libro di Giuseppe Valota Dalla fabbrica ai lager
con Maddalena Crippa, Debora Villa, Rossana Mola
regia Renato Sarti
scena e costumi Carlo Sala
musiche Carlo Boccadoro
luci Claudio De Pace
progetto audio Luca De Marinis
dramaturg Marco Di Stefano
Teatro della Cooperativa
sostenuto da NEXT 2017/18 – Regione Lombardia con il patrocinio di ANPI, Istituto Nazionale Ferruccio Parri
e ISEC e dei comuni di Albiate, Bresso, Cinisello Balsamo, Monza e Muggiò con il sostegno di ANED

 

 

 

Rigoletto al Teatro Regio: incontro coi protagonisti

Uno degli spettacoli di punta del Teatro Regio, quest’anno, è senza dubbio Rigoletto, ultimo titolo della ‘trilogia popolare’ di Giuseppe Verdi rappresentato sul palco torinese (ma primo ad essere composto, e del perché di quest’ordine si parlerà più avanti), che attira intorno a sé motivi d’interesse dovuti principalmente alla regia firmata da John Turturro, celebre attore hollywoodiano di formazione teatrale, volto e voce di registi quali Woody Allen, Martin Scorsese, Spike Lee e i fratelli Coen, al suo debutto nel mondo dell’opera. Si è dunque andati con grande curiosità sia alla prova generale per vedere il suo lavoro (qui la recensione a cura di Francesca Slaviero) sia, due giorni dopo – insieme a un nutrito manipolo di giornalisti – a un incontro con il cast, il direttore d’orchestra e il regista, pronto, quest’ultimo, a rispondere alla domanda tanto spontanea quanto inevitabile: che ci azzecca John Turturro con Rigoletto? «Sono cresciuto ascoltando l’opera, l’ho sempre amata – risponde Turturro – e credo sia per questa mia passione che mi hanno chiesto di metterne una in scena. Me ne hanno proposte tre: non so bene perché ho scelto Rigoletto. Forse perché è l’opera preferita di un mio caro amico. Forse anche perché, oltre a Verdi, adoro Victor Hugo. E mi piacciono le gobbe». E, visto il pubblico e il luogo, aggiunge: «E i gobbi». Sull’attualità del genere operistico non ha dubbi: «Come la tragedia greca, l’opera racconta storie universali servendosi di parola, musica e coro. E universale è anche la storia tra un padre, Rigoletto, e sua figlia».

Cruciale per questo spettacolo è il tema degli attori che fanno i registi, sia a teatro che al cinema, con risultati alterni, ma in curioso aumento. Nell’ultima edizione del Torino Film Festival, per dirne una, si sono visti film di James Franco, Ralph Fiennes, Ethan Hawke e Paul Dano (quest’ultimo vincitore nel concorso principale Torino 36). Ma al di là della riuscita del film o della pièce, è molto interessante il lavoro che c’è dietro, e la differenza, nel modo di dirigere gli attori, tra chi attore lo è e chi non lo è. «Di sicuro la formazione di attore male non fa – continua Turturro – anzi, come attore capisco meglio le esigenze di chi sta sul palco, le loro ansie e la loro tensione, e posso porvi rimedio».

Il direttore Renato Palumbo e il baritono Carlos Álvarez (Rigoletto).

Circa il rapporto tra musica e cinema, rapporto che spesso emerge quando sono registi o attori cinematografici a mettere le mani sulle opere dei nostri beniamini musicali, Turturro ribadisce la diversità dei due mondi dichiarando di non aver voluto dare un taglio cinematografico allo spettacolo, ma di aver cercato di esaltarne la dimensione teatrale, con una regia al servizio di quella musica e di quel dramma creati apposta per stare sul palcoscenico. Il direttore d’orchestra, Renato Palumbo, aggiunge: «Sono convinto che come il cinema vada visto solo al cinema, così l’opera si possa vedere solo a teatro. Le opere filmate, che ultimamente sono state sdoganate nei cinema, possono essere utili a diffondere questo linguaggio, però si perde quel qualcosa che possiede il live, e che non può essere riprodotto». E se pure le arie che tutti conosciamo e che hanno reso famoso Rigoletto sono parte della sua complessa costruzione drammaturgica, Palumbo ci tiene a spiegare che la grandezza di quest’opera sta nell’insieme dell’architettura musicale di Verdi. È in momenti come «Pari siamo!» che emerge il dramma esistenziale del buffone storpio, è nei declamati e nei recitativi che la musica diventa tutt’uno con la tragedia imminente, annunciata sin dall’inizio dalle trombe della maledizione. «Sono questi i momenti più difficili da dirigere, non “La donna è mobile”o “Caro nome”».

C’è poi la famigerata questione dello zumpappà. Motivo ancora oggi di derisione nei confronti del nostro massimo compositore, il tempo di valzer è uno stilema su cui Palumbo ha maturato una propria visione consapevole, basata sulle più recenti edizioni critiche delle opere di Verdi: «Io credo che Verdi odiasse il valzer. Perché è una cosa che apparteneva agli austriaci, ai dominatori. Quando lo si esegue bisogna cercare di dargli sempre delle sfumature adeguate a quello che sta succedendo sul palcoscenico, usando gli accenti, i crescendo e i diminuendo. Il valzer, in un modo o nell’altro, va spesso camuffato. Anche perché sulla musica comanda la parola, per cui se il cantante sta dicendo “egli ha il pugnale!” bisogna dare all’orchestra una sonorità violenta e quasi fastidiosa. La musica, e quindi anche il valzer, in Verdi non è mai fine a se stessa, ma è sempre al servizio del dramma».

A proposito dell’importanza della dimensione drammaturgica, il baritono Carlos Álvarez, interprete del title role, racconta un aneddoto singolare: «Non so se lo sapete, ma quando ero più giovane il maestro Muti mi propose di cantare Rigoletto alla Scala, sotto la sua direzione. Rifiutai perché non avevo ancora vissuto abbastanza, non sapevo cosa volesse dire essere padre, e non avevo sufficienti dolori alle spalle. Credo che per cantare un ruolo così complesso sia necessario aver fatto certe esperienze. Nella voce si sentono».

Il baritono Carlos Álvarez (Rigoletto).

Ma in tutto questo, perché Rigoletto l’hanno fatto per ultimo, se è il primo titolo della trilogia? Lo spiega Alessandro Galoppini, il direttore artistico: «Rigoletto è molto più ‘avanti’ delle opere successive della trilogia, Trovatore e Traviata. Scombinando l’ordine, abbiamo voluto rendere evidente al pubblico l’evoluzione tra le arie e cabalette – bellissime – del Trovatore e la modernità di linguaggio di Rigoletto, opera rivoluzionaria per il teatro musicale tanto quanto la Terza sinfonia di Beethoven per il repertorio sinfonico».