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PALCOSCENICO DANZA 2026

Conferenza stampa della decima edizione

Palcoscenico Danza; manifesto da: Aurunca – Elìas Aguirre ph Senda Del Manso – Danilo Moroni Juan Carlos Toledo

Palcoscenico Danza è la rassegna internazionale di danza diretta da Paolo Mohovich che ha luogo tutti gli anni nell’ambito della stagione teatrale della Fondazione Teatro Piemonte Europa che ha sede al Teatro Astra di Torino. 

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Quest’anno la decima edizione si tiene dal 25 gennaio al 29 aprile con 8 spettacoli e una masterclass.

Durante la conferenza stampa si è parlato degli spettacoli in cartellone durante tutto il primo  quadrimestre  2026.

Domenica 25 gennaio avremo BROTHERS TO BROTHERS DALL’ETNA AL FUJI di Roberto Zappalà.

Giovedì 5 febbraio CALLAS, CALLAS, CALLAS, per la regia di Rossana Broncanella che con la sua Compagnia Opus Ballet ci fa rivivere, nel centenario della nascita di Maria Callas, tre sguardi e approcci differenti dal linguaggio artistico contemporaneo.

Il 28 febbraio e il 1 Marzo è in programma DIVINE MONSTERS, una doppia coreografia di due danzatori molto apprezzati all’estero, Lai Hung Chung e il coreografo Giovanni Insaudo. 

Martedì 24 marzo è previsto SHORTCUT di Emanuela Tagliaviva. Uno spettacolo che mette insieme ex allievi danzatori della scuola Paolo Grassi e del Teatro alla Scala, diversi tra loro ma che hanno trovato il terreno giusto per affrontare un lavoro incentrato su un ibrido mostruoso. Arte figurativa e musica fanno da cornice alla drammaturgia coreica.

Martedì 31 marzo è in programma AURUNCA, del coreografo Elìas Aguirre, un performer spagnolo straordinario, già ospite di Interplay, molto interessante perché esperto in arti visive. L’opera trae spunto da un viaggio fatto in una località deserta tra i paesi della provincia di Caserta, una riflessione sulla solitudine, vagando tra i propri pensieri, in stretta correlazione con il progetto fotografico Imbermoves.

Giovedì 23 e 24 aprile in cartellone avremo MADE4YOU.X. Per il decimo anniversario del progetto ci sarà una sorpresa. La coreografa Pompea Santoro parla di questo spettacolo mettendo insieme quello che permette ai danzatori di liberarsi dai tanti mostri che abbiamo, unendo fisicità e creatività e coinvolgendo diversi altri artisti (Nacho Duato, Salvatore de Simone, Paolo Mohovich, Giovanni Insaudo).

Il padrino della manifestazione sarà un mostro, creato appositamente dall’artista Nacho Duato, che donerà un estratto dalla coreografia realizzata nel 1990 al teatro Passadori. Trasmettere la sensibilità e la poetica di Nacho è bellissimo perché i danzatori devono far vedere non solo la fisicità ma anche il piacere di sentire e di muoversi come culto dell’anima.  Nacho e la Santoro porteranno in scena uno spettacolo unico e straordinario.

Martedì 28 e 29 aprile è previsto OF RESTLESS NATURE di Cristiana Casadio, un’artista che si muove fra danza, performance e giocoleria circense; lo spettacolo parla di esseri mostruosi ispirati ad un’opera scultorea di Germaine Richier in una sorta di terrario che nessuno può capire o seguire ove tre danzatrici celebrano l’ambiguo tra diverse forme di resistenza e  di possibilità.

Il 29 aprile, infine, la Giornata Mondiale della Danza, verrà celebrata con la collaborazione di INTERPLAY LINK tramite un progetto coreografico di esseri e corpi che si interfacciano tra loro.

MASTERCLASS presso ℅ Eko Dance Project. Il 1 aprile per tutta la mattinata si terrà una masterclass dell’artista Elìas Aguirre in collaborazione con Moving Pause.

Ci vediamo per Palcoscenico Danza al teatro Astra TPE!

LUIGI RINALDI

BLOOMSVILLE – TEDACÀ

Luci di una città frenetica

Una bombetta illuminata da una luce calda al centro della scena: è così che ha inizio questo spettacolo di Tedacà, ispirato a uno dei maestri della risata, Charlie Chaplin, e a uno dei suoi film più celebri, Luci della Città, che ha fatto la storia del cinema muto. Al teatro Astra assistiamo ad uno show in cui il linguaggio non verbale ha un ruolo centrale con street dance, danza jazz, tip tap e teatro fisico. La trama del film viene ripresa e rielaborata senza utilizzare nemmeno una parola. A far da accompagnamento e descrizione ai movimenti dei performers c’è la musica suonata dal vivo da Supershock, Paolo Cipriano, accompagnato dalla voce di Michela Paleologo, che ha contribuito in modo significativo anche alla coreografia.

Come in una qualunque città, nel film, così nello spettacolo ritroviamo la figura del Tramp, Chaplin, un vagabondo di animo gentile innamorato di una fioraia. Il Tramp nel mondo comico, è un ruolo che va a delineare il cliché di un giramondo arguto ma che, se ci atteniamo ad una traduzione letterale, va a sottolineare il suo passo pesante, rappresentando il tipico clochard sbadato e goffo. La figura richiama nel nostro vissuto il personaggio e il ruolo sociale del barbone, molto utilizzato anche nell’ambito circense classico e contemporaneo. Esattamente come accadrebbe in un circo, nella rappresentazione di Tedacà, accanto alla trama, ritroviamo danze di gruppo che con abilità lasciano intravedere dietro alla figura di Chaplin, l’identità creativa della compagnia. Il pubblico si ritrova un po’ disorientato nel cercare di comprendere e seguire il filo narrativo, come in una città frenetica, si perde confuso, nelle tante danze del tran-tran quotidiano, che fanno quasi dimenticare l’aspetto più romantico della nostra esistenza.

In onore a uno dei più grandi esponenti della risata cinematografica, sarebbe più efficace aggiungere alle danze, perfettamente riuscite, un aspetto umoristico più marcato, in quanto Chaplin non solo danzava con grande passione ma trasmetteva attraverso il comico, messaggi profondi e tutt’ora molto attuali. In una società dove il Tramp finisce spesso per essere ignorato in mezzo all’egoismo, alla frenesia, alle luci di una città caratterizzata da una vita caotica, ci viene ricordato che il sogno deve scendere comunque e sempre a patti con la dura realtà.

Linda Steur

Ispirato a Luci della città di Charlie Chaplin

Regia Valentina Renna

Con la supervisione di Simone Schinocca

Composizioni originali e colonna sonora live Supershock (Paolo Cipriano)

Con Francesca Bovolenta, Simone Fava, Diva Franceschini, Michela Paleologo, Andrea Semestrali

Lighting Design, coordinamento tecnico e scenico Florinda Lombardi e Sara Brigatti

Produzione Tedacà,

con il sostegno del Ministero della Cultura

INTERVISTA A STEFANO MAZZOTTA – COMPAGNIA ZERO GRAMMI

I luoghi che ospitano il teatro, la danza o la performance sono spesso luoghi che possono apparire come una parentesi nel nostro quotidiano. Posti nel quale ci abbandoniamo a delle ore di riflessione, divertimento, empatia, tristezza e così via e non appena usciamo da quelle porte e ci riaffacciamo sul mondo, tutto torna ad avere il gusto della nostra vita con un pezzetto in più proveniente dallo spettacolo. Per la prima volta, sono stata in un luogo che si presenta allo stesso modo ma che all’uscita mi ha donato molto di più, sto parlando di Casa Luft della Compagnia Zerogrammi. La sede si presenta come una casa, un luogo accogliente e caloroso, nel quale sentivo di sostare quanto desideravo e poter vivere la magia del dietro le quinte con la massima libertà. Ad aprirmi le porte di questa Casa è stata Valentina Tibaldi, Stefano Mazzotta, Amina Amici, Damien Camunez, Martina Cinti e Pierandrea Rosato che mi hanno reso subito parte dell’unico mondo in grado di far vivere e percepire il senso di umanità…il mondo artistico. Con tali premesse, lascio la testimonianza dell’intervista a Stefano Mazzotta – direzione artistica, coreografo e danzatore – della compagnia.

Jadore: Come mai hai scelto la danza come mezzo d’espressivo?

Stefano: Ho sempre amato il teatro in tutte le sue forme, intendendolo
come un insieme di linguaggi della scena: dalla parola alla danza,
fino al linguaggio del corpo. Mi ha sempre affascinato il teatro
fisico. Sono cresciuto in Puglia e ho avuto la fortuna di iniziare la
mia formazione entrando in contatto con i Cantieri Teatrali Koreja,
una delle realtà più importanti della regione.
Nata anche grazie al passaggio di Eugenio Barba in Puglia negli
anni ‘70, Koreja ha sempre posto grande attenzione alla
componente fisica del mestiere attorale, lavorando con giovani
attori e danzatori. All’inizio non pensavo di dedicarmi
esclusivamente alla danza: ciò che mi interessava era la
comunicazione attraverso il corpo. Ho studiato anche la parte
attoriale, ma presto ho capito che non ero portato per la recitazione
e l’uso della voce. Progressivamente ho realizzato che il
linguaggio corporeo mi coinvolgeva molto di più: mentre la parola
resta una sovrastruttura culturale, variabile e relativa, il corpo
conserva una verità, un’efficacia e una chiarezza che, se ben
veicolate, rendono la comunicazione artistica più profonda. Per
questo ho scelto la danza e ho continuato a formarmi in quella
direzione ed oggi è la mia professione.”


J: Pensi che la danza e il movimento abbiano un valore
comunicativo più chiaro rispetto alla parola?


S: Sì, il corpo ha un potere comunicativo enorme che prescinde
dal nostro volere. Comunichiamo in ogni istante, dal primo
momento in cui nasciamo fino all’ultimo della vita. È interessante
studiare i sensi del coro, che si stratificano attraverso le esperienze
e risiedono in noi, diventando un veicolo di comunicazione
potentissimo.
Le nostre memorie, le nostre esperienze, ciò che siamo si deposita
nel corpo. Lo studio della danza è proprio questa analisi costante: capire come far emergere quelle stratificazioni di significato. Non
puoi guardarmi dentro, quindi devo trovare gli strumenti per far
affiorare il senso sulla e oltre la pelle così da comunicarti qualcosa
che anche tu possa sentire con il tuo corpo, pur senza agire.


J: Lo sento molto come concetto da quando mi sono avvicinata al
mondo della danza. Inoltre provengo dall’arte grafica, che è
anch’essa una forma di comunicazione senza parola. Come te,
anche io ho un rapporto complicato con la parola…


S: Il corpo ha meno filtri, no? Se trovi la cosa giusta è come una
fotografia.


J: Sì, e forse sono forme di comunicazione in cui
l’interpretazione dipende molto anche dal sentire del pubblico in
quel momento. Per questo ci possono essere più letture di quella
stratificazione.


S: È chiaro che nel movimento si apre un ventaglio di significati
più ampio rispetto a quello che può suggerire la parola, pur entro
un certo range e una chiara coscienza di ciò che stiamo
raccontando. Un aspetto predominante del mio lavoro
coreografico è il gesto. Nel piccolo gesto si concentra una forza
enorme. Un gesto efficace ha una grande potenza comunicativa. È
un po’ come l’idea di un cliché, tale proprio perché ha acquisito
una forza universale, riconoscibile da tutti. Il gesto funziona allo stesso modo: la manualità, l’uso della mano, il primo strumento con cui impariamo a entrare in contatto con l’esterno, veicola significati potentissimi, più di quanto possa accadere con qualunque altra parte del corpo”


J: Quindi il tuo lavoro analizza sia il dettaglio che l’insieme, con
un equilibrio quasi paritario?

S: Sì, è un rapporto paritario: una cosa nutre l’altra. Per
raccontare concetti universali è necessario ridurre, partire da
qualcosa di piccolo. Se ad esempio desiderassi parlare d’amore, un
tema enorme e articolato, dovrei trovare un dettaglio che ne
restituisca il senso. Non si può che concentrarsi sul dettaglio.
Altrimenti sarebbe impossibile dire l’universale.
Il micro, inteso come dettaglio o particolare narrativo astratto,
diventa così il punto di partenza per una
semplificazione necessaria, che però apre a un senso più ampio del
tutto.

J: Leggendo sullo spettacolo mi hanno incuriosito molto le parole
scelte attorno alla ricerca: identità, desiderio e, più in generale, il
tema del ‘chi siamo’. Vorrei partire da una tua riflessione su cosa
significhino per te desiderio e identità.


S: Il desiderio è ciò che ci muove in ogni direzione. Ogni azione
che compiamo, piccola o grande, è espressione di un desiderio: di
vivere, respirare, mangiare, divertirsi, piangere, ridere. Il desiderio
è il motore della vita in tutte le sue sfumature.
L’identità, invece, è quella stratificazione di esperienze di cui
parlavamo prima. Non nasciamo come una tabula rasa: c’è già
qualcosa che ci precede nella cultura in cui veniamo al mondo,
l’eco di un passato che anticipa la nostra esistenza. Poi, attraverso
le esperienze, costruiamo e definiamo ciò che siamo.
Ma l’identità non è qualcosa che si può fotografare o fissare una
volta per tutte. È fluida, cambia continuamente, perché ogni
istante siamo attraversati da nuove esperienze. Per questo la
domanda ‘chi sono?’ non conduce mai a una conclusione
definitiva. Se accettiamo questa consapevolezza, smettiamo di
cercare affannosamente di definirci attraverso il lavoro o
attraverso ciò che gli altri dicono di noi: l’identità è un processo in
costante trasformazione. È importante, soprattutto in giovane età ma anche più avanti, avere la spinta a definire qualcosa, a creare un punto. Ma è un punto in movimento, come lo definisce Peter Brook: non qualcosa di fermo, bensì una stazione di posta all’interno di un viaggio più articolato. La ricerca di chi siamo diventa così un motore delle
relazioni, perché ci definiamo anche attraverso gli altri. Ed è
positivo riconoscere che ogni istante possiamo cambiare: opinioni,
aspetto esteriore, ciò che sentiamo. L’identità è fluida.


J: Trovo interessante la tua riflessione. Cosa ti ha portato a
scegliere il testo Il racconto dell’isola sconosciuta di José
Saramago
?


S: Mi capita spesso di incontrare testi e libri che mi attraversano.
La letteratura ispira molti lavori coreografici, perché di fronte a
certi maestri, come Saramago, la potenza della forma e del
contenuto scuote inevitabilmente. Ovviamente non è sempre
necessario trasformare un libro in uno spettacolo: a volte basta
leggerlo. Ma in questo caso la scrittura, così breve e
intensa, mi ha colpito profondamente. Saramago scrive senza
punteggiatura, eppure dopo poche righe sei già dentro il flusso: sei
tu a mettere i respiri, a costruire la logica insieme a lui. Questo
sogno di una partenza e le immagini che evoca mi hanno fatto
pensare che potesse essere uno spunto perfetto per il tema dello
spettacolo. È la storia di un uomo di mezza età, di cui non conosciamo il
nome, così come non conosciamo quello degli altri personaggi.
Saramago li identifica attraverso ciò che fanno o desiderano: la
donna delle pulizie, l’uomo che voleva una barca. In questo modo
emerge un tentativo di definire l’identità attraverso l’azione e il
desiderio, fino alla ricerca di un’isola sconosciuta, allegoria
dell’altrove. La letteratura di tutti i tempi ci parla di questo: la
bellezza del viaggio verso ciò che non conosciamo.

J: Quindi possiamo dire che il desiderio è ciò che ridisegna
l’identità, in continuità con il concetto che hai espresso?


S: Sì, esattamente.


J: In che modo hai scoperto questo libro? È nato da una lettura
casuale o da una ricerca mirata?


S: È stata una lettura casuale. Avevo letto altre opere di
Saramago, poche in realtà, e poi ho trovato questo piccolo libro,
una fiaba che si legge in poco più di un’ora. Mi ha incuriosito,
forse sette-otto anni fa. L’ho messo da parte e, a un certo punto, è
tornato a risuonare, aiutandomi a raccontare questo tema. Mi è
sembrato che fosse perfetto.


J: Quando lo hai letto, ti ha aperto subito delle domande su questi
temi, o è stato un seme che hai ripreso più tardi?


S: L’ho adorato subito, poi è rimasto sul comodino e ci sono
tornato più volte, perché alcune immagini mi colpivano e volevo
riviverle. Il tema dell’identità e del desiderio, la dinamica di un
viaggio che porta ad attraversare un’esperienza con una tensione
verso, sono più o meno sempre alla base di qualunque spettacolo.
In questo caso mi sembrava che l’elemento del desiderio, inteso
come proiezione verso il futuro, fosse particolarmente interessante.
Arrivavo da un lavoro precedente che invece guardava al passato,
con la nostalgia e la malinconia per ciò che non c’è più, Elegia
delle cose perdute
. A quel punto ho sentito fosse il momento di
raccontare il presente in funzione del futuro, dopo averlo fatto in
funzione del passato. Mi intriga molto la relazione che abbiamo con il tempo e con il suo scorrere: quella coscienza di essere sospesi tra passato, presente e futuro, che forse è propria solo dell’essere umano. È proprio questo spessore che ci spinge a raccontare, la base della
nostra narrativa. Così, quasi magicamente, le cose si sono
allineate: l’idea c’era, il desiderio di raccontare questa relazione
col futuro pure, e il libro era lì, pronto ad accompagnarmi.”


J: Dal tema della nostalgia sei passato a quello del desiderio.
Questo percorso ti ha portato a nuove consapevolezze su chi sei?”


S: “Assolutamente no. Mi hanno spronato a continuare a farmi
domande, ed è questa la parte più interessante: restare nella
domanda e ascoltare le possibili risposte, sapendo che non ce n’è
una sola. Ogni risposta ha una sua struttura, può arrivare in
momenti diversi, ma l’importante è continuare a stare nella
domanda, perché è l’innesco del fare e della relazione. Quando
pongo una domanda, la rivolgo verso l’esterno, a qualcuno: non
necessariamente per avere una risposta, ma per condividere una riflessione. È la base del gioco teatrale per me. Provo a raccontare storie che pongono domande, più che offrire risposte.”


J: Il teatro, come dice Servillo, ha una funzione educativa. Come
risponde oggi il pubblico a tematiche esistenziali e complesse, in
un contesto in cui l’arte sembra avere perso parte della sua forza
sociale e politica?


S: Abbiamo perso questa urgenza – di funzione educativa – perché
siamo poco nel comunitario e molto nell’individuale. Così
smettiamo di perfezionare gli strumenti per entrare in relazione
con l’altro. In realtà, l’arte dovrebbe essere il mezzo che parla più
in profondità di qualunque altra cosa. Io non ho la presunzione di
dare risposte definitive su temi enormi come l’identità, ma provo a
fornire piccole chiavi, immagini che muovano lo spettatore a
formulare le proprie soluzioni. In questo spettacolo ci siamo concentrati sul desiderio di muoversi verso, sul desiderio di fare, e su tutto ciò che ci impedisce di muoverci: le procrastinazioni, le zavorre concettuali e quelle fisiche, i troppi oggetti, i troppi bagagli. I personaggi imparano a
lasciarli indietro serenamente, e in quella leggerezza trovano lo
strumento per viaggiare. Non racconto l’identità in modo diretto,
ma attraverso piccoli messaggi e immagini che possono ricondurci
a un’idea più ampia.”


J: L’immagine della valigia mi ha colpito: simbolo del viaggio,
ma anche di una sospensione. Non sempre si parte, e ciò che resta
fermo può diventare ciò che ci trattiene. È un’immagine molto
suggestiva.


S: In questo momento, nella vita privata, sto affrontando un
trasloco. Ne parlavo con un amico che mi ha fatto notare una cosa
sorprendente: un nomade della Mongolia possiede in media 30
oggetti, un giapponese circa 300, mentre un occidentale arriva a
possederne oltre 30.000. Quanti di questi sono pesi? Quanti ci
impediscono di andare? Per me la vita ha senso solo nell’andare, nel movimento. Cercare un senso più profondo nel lavoro è un attraversamento, ma più lo facciamo leggeri, meglio è. Soprattutto dopo una certa età, la leggerezza diventa fondamentale.


J: Mi chiedo: la ricerca su questo spettacolo come si è
sviluppata? Ci sono state domande o task iniziali, oppure è nata
direttamente dal lavoro fisico?

S: La ricerca parte da un riferimento letterario: un libro che tutti
noi abbiamo letto e su cui abbiamo ragionato insieme. Ognuno
porta il proprio punto di vista, e questo diventa subito un terreno
di condivisione. Un elemento che mi piace molto, e che arriva
dalla grande Pina Bausch, è il coinvolgimento personale degli interpreti che è operato attraverso la scrittura. Non significa
raccontare i fatti propri in scena, ma attingere a sensazioni, stati
d’animo e ricordi legati al tema, trasformandoli in strumenti per
nutrire il corpo. Questo vale non solo nella danza, ma anche
attraverso altri linguaggi. Mi interessa molto il crossover: prendere
regole di un linguaggio e applicarle a un altro. La scrittura, ad
esempio, è un atto politico, ha un peso. E tecnicamente nutre la
relazione profonda tra pensiero e corpo attraverso la connessione
mente-mano. Ogni parola ha un suono, un significato, una
punteggiatura: elementi che possono diventare movimento, gesto,
azione. Per questo non realizzo mai da solo le coreografie. Coinvolgo
attivamente i danzatori, che diventano autori di se stessi in alcuni
momenti. Ci sono materiali che nascono da loro e che io poi
articolo nella regia dello spettacolo. Così si generano micromondi,
espressioni di punti di vista diversi intorno a un tema. La parte più
bella, anche se impegnativa, è costruire la drammaturgia: come
avere tante piccole parole e dover comporre una frase. Mettere
insieme i pezzi del puzzle per creare un racconto di senso, con un
inizio, uno svolgimento e una fine.


J: L’eredità di Pina Bausch ha influenzato profondamente la
danza e la cultura. Oggi vediamo una nuova attenzione alla danza
di comunità, che coinvolge anche chi non ha mai praticato il
movimento corporeo. Un tempo la danza era un percorso
istituzionale e selettivo, oggi sembra aprirsi a una nuova onda più
inclusiva. In che modo questo sta trasformando lo scenario della
danza contemporanea?


S: L’aspetto comunitario della danza è sempre esistito. Un tempo
lo si viveva in modo informale, attraverso le restituzioni o il
confronto con colleghi e piccole comunità, oggi lo abbiamo
semplicemente istituzionalizzato e nominato. Anche il teatro e la
danza in formati non convenzionali hanno da sempre avuto la capacità di rivolgersi direttamente alla comunità. Per me, come coreografo di una compagnia di professionisti, la relazione con il territorio e con le persone è essenziale: rinnova quell’urgenza comunicativa che è alla base del mio lavoro. Negli ultimi anni abbiamo aperto molti processi alla dimensione comunitaria: con Pesaro 24, capitale della cultura, abbiamo lavorato nei borghi sui temi dell’elegia e della memoria delle radici; in Islanda, con la
Croce Rossa, abbiamo coinvolto 150 richiedenti asilo e rifugiati in
un progetto delicato e articolato. Bisogna però fare attenzione: il
rischio, in tempi veloci, è semplificare troppo il linguaggio
artistico rivolto alle comunità, riducendolo a proposte superficiali a
uso e consumo. È importante rilanciare più in alto, senza piegarsi
alle mode del momento ma ascoltando un ‘urgenza artistica
autonoma e personale. Altrimenti si rischia di produrre mediocrità.
Detto questo, è positivo che esistano sperimentazioni e percorsi
partecipativi: sono fondamentali per rinnovare il senso dello
spettacolo e il suo legame con la società.

Grazie

Chiara Jadore Cacciari

IL RACCONTO DELL’ISOLA SCONOSCIUTA – ZEROGRAMMI

Inefficace, mi pare, è il tentativo di definire qualcosa che negli intenti non vuole definirsi fino in fondo, che sceglie di mantenere delle zone d’ombra e che proprio negli aspetti più incerti e nebulosi esprime una visione artistica lucida e consapevole.

La percezione è che il linguaggio di Zerogrammi tracci su un vetro appannato dei tratti precisi, delle linee, delle forme che sembra scontornare con lo scalpello. Eppure, quando il vetro sta tornando limpido, lo offusca e si ricomincia daccapo. Strappi in una patina torbida, cuciti e poi squarciati di nuovo. E allora sbircio in quelle fenditure e scovo delle possibilità, delle proposte, delle domande. Laddove l’artista che dispensa risposte e rassicurazioni confeziona una verità allettante (spesso discutibile) e offre una sorgente cristallina in cui dissetarsi, Zerogrammi

ha accentuato la sete, mi ha costretta a cercare in ogni crepa e non so nemmeno se troverò un po’ d’acqua.

(note, sera del 16 novembre 2025).
Continua la lettura di IL RACCONTO DELL’ISOLA SCONOSCIUTA – ZEROGRAMMI

IGIRL- FEDERICA ROSELLINI

Noi, gli aborti di Dio

Eccoci qui. Noi. Gli aborti di Dio. Poche luci illuminano lo spazio che come una passerella sembra fare da ponte tra quello che siamo e quello che è stato di noi sin dai tempi più antichi. Infatti eccoci riuniti a rivivere tutte le tappe che hanno portato la specie umana, personificata in una donna, a diventare una creatura complessa come la conosciamo oggi. I segni del passato sono tatuaggi cicatrizzati sul corpo dell’attrice come disegni del destino che inesorabilmente compie il suo corso. È impressionante la dolcezza con cui Federica  Rosellini li indossa, senza alcun tipo di giudizio né retorica. L’attrice si mostra nella sua semplicità di donna che ha vissuto sul suo corpo la storia di Antigone, di Edipo, di Giocasta, di Persefone, è stata una donna che perde suo padre, è stata un corpo sacrificato. La Rosellini diventa una bomba vivente portatrice dei traumi e delle catastrofi di tutti i tempi. Il suo corpo ricorda cosa significa essere stati un uomo di Neanderthal e ci mostra come quell’uomo  sia ancora inesorabilmente parte di noi e del nostro essere.  

Ogni persona che assiste a questa videocassetta live sulla storia dell’umanità è illuminata in controluce dando vita a una scenografia fatta di teste , anime che assistono a questo rito di autoriconoscimento.

La loop station in scena rimanda a un mondo in cui è lo stesso umano a creare la sua colonna sonora personale, fino a crearne una corale che accompagna e dà un ritmo al movimento del mondo.

La voce che sentiamo è sempre di questa donna che è direttamente collegata con la voce della Luna, con quella di nostro padre, quella della Terra, del ghiaccio, della sabbia dei tempi primordiali. La scienza e la poesia di Marina Car si intrecciano violentemente con la personalità artistica di Federica Rosellini. Lei porta una testimonianza, è la prova vivente che esistiamo, che le donne sono sempre esistite e il mondo non gli è mai appartenuto e probabilmente non gli apparterrà mai.

Eppure eccoci qua, tutti ad ascoltare lei, che con le parole scritte e tradotte da altre formidabili donne, si assume la responsabilità di incarnare l’umanità. Nonostante tutto.

Il teatro in cui ci troviamo sembra improvvisamente la scena di un mondo post apocalittico, in cui , prima di morire, l’umanità ha la possibilità di guardare per l’ultima volta quello che è stato e decidere come andare avanti. È emozionante il legame uomo-tecnologia-natura che emerge dalla relazione tra l’attrice e la sua gallina domestica. È reale il loro legame? O si tratta di un’illusione in cui l’attrice domina i movimenti dell’oggetto tecnologico nel ricordo di una natura che non è più?

Marina Car sembra volerci gridare che il nostro antropocentrismo è in rotta di collisione contro una natura più potente. Forse questo è un viaggio di ritorno alle origini come quello di Persefone che ciclicamente ritorna giù nel mondo dei morti, dichiarando che la sua assenza non è un fatto personale, ma genetico. È la nostra genetica che ci riporta a quello che siamo stati. Sento le mie costole aprirsi ed espandersi di fronte al corpo nudo della Rosellini che ai miei occhi si trasforma nel tenero corpo di un cerbiatto sacrificato. Non siamo altro che questo: cerbiatti sgozzati per volere di un dio. 

Irene Mori

di Marina Carr

traduzione Monica Capuani e Valentina Rapetti

performer e regia Federica Rosellini

video Rä di Martino

musica originale Daniela Pes

sound designer GUP Alcaro

costumi e tatuaggi Simona D’Amico

light designer Simona Gallo

scenografia Paola Villani

dramaturg Monica Capuani

aiuto regia Elvira Berarducci

assistente alla regia Barbara Mazzi

in collaborazione con Festival delle Colline Torinesi

coproduzioneTPE – Teatro Piemonte Europa, Teatro Stabile Bolzano, Elsinor – Centro di Produzione Teatrale

sostegno e debutto nazionale Romaeuropa Festival

diritti di rappresentazione a cura di THE AGENCY (London) LTD

TORINODANZA – TEMOIN

TÉMOIN

COLLECTIF FAIR-E

SAÏDO LEHLOUH

“TEMOIN”: l’arte del collettivo FAIR-E incanta Torinodanza

“TÉMOIN” di FAIR-E: il corpo come testimone di una società in movimento

In prima nazionale al festival Torinodanza, il collettivo FAIR-E, fondato da Bouzid Art Atmane, Iffra Dia e Johanna Faye, porta in scena TÉMOIN, un’opera firmata dal coreografo Saïdo Lehouh (danzatore, coreografo francese d’origine algerina, noto anche con lo pseudomnimo “Darwin”, cofondatore del collettivo, che ha lasciato un’impronta nella scena francese del b-boying negli anni 2000). Il lavoro si rivela fin da subito potente e intenso, nella forma come nel contenuto. Nulla è lasciato al caso: la cura per il dettaglio, l’equilibrio delle coreografie, l’uso magistrale delle luci e dello spazio restituiscono una visione scenica elegante, strutturata e al tempo stesso pulsante di vita.

Lo spettacolo prende le mosse da una scena culturale ben precisa: quella degli anni ’90, in cui il b-boying — evoluzione della breakdance — ha dato forma a nuovi linguaggi urbani come hip hop, krump, popping, diventando espressione di una società contemporanea e multiculturale. Ed è proprio in questa cornice che TÉMOIN trova il suo cuore: un’indagine sul tema della presenza, intesa come esistenza condivisa e riconosciuta, a cui viene attribuito un valore assoluto di rispetto e ascolto.

Il titolo, Témoin — che in francese significa “testimone” — suggerisce il senso profondo di questo lavoro: una testimonianza viva di una condizione multigenerazionale, che attraversa esperienze, culture, vissuti. I venti danzatori in scena, a loro volta coreografi, musicisti, fotografi, incarnano questa molteplicità. Si muovono come flussi di energia, tra assoli tecnicamente impeccabili, duetti intensi e momenti corali di rara forza espressiva.

Lehlouh e il collettivo FAIR-E non offrono solo uno spettacolo di danza: propongono una poetica del corpo, una visione della contemporaneità che commuove, interroga, coinvolge. TÉMOIN è un atto di presenza, un invito alla riflessione, ma anche un omaggio alla danza come linguaggio universale, capace di restituire la complessità del reale con grazia e potenza.

Le musiche sono state composte da Mackenzy Bergile( Artista franco‑haitiano, Mackenzy Bergile è una figura poliedrica della scena contemporanea europea) e curate drammaturgicamente da Raphael Stora (nel suo lavoro, Stora riflette molto sull’urgenza della memoria nella danza urbana: filmare, documentare, registrare movimenti e corpi che spesso sono fugaci, momenti di improvvisazione, culture di strada).

Lo spettacolo si conclude con un momento di grande intensità: i danzatori avanzano lentamente verso il pubblico, rompendo la distanza tra scena e platea. È un gesto semplice, ma profondamente simbolico. Una scelta coreografica che crea una vicinanza reale, tangibile, in cui la relazione tra chi guarda e chi danza si fa potente, diretta, umana.

E se capita — come è successo a me — di incrociare lo sguardo di uno dei performer, si percepisce una commozione reciproca. Non è più solo danza: è uno scambio, un riconoscersi, un’emozione condivisa che arriva dritta al cuore.

Alessandra Lai

coreografia Saïdo Lehlouh
assistenti alla coreografia Mehdi Baki, Evan Greenaway, Karim Khouader aka Karim KH
interpreti Ndoho Ange, Mehdi Baki, Audric Chauvin, Marina de Remedios, Jerson Diasonama, Johanna Faye, Evan Greenaway, Théodora Guermonprez, Linda Hayford, Marvin Kemat aka Zulu, Karim Khouader aka Karim KH, Odile Lacides, Timotkn, Mattéo Raoelison aka Rao, Mathias Rassin aka Thias, Émilie Ouedraogo Spencer aka Wounded, Raphaël Stora, Clarisse Tognella
Lorenzo «Sweet» Vayssière
luci Tom Visser, Gwendal Malard
musica Mackenzy Bergile (compositore), Raphaël Henard (drammaturgo musicale)
stile Johanna Faye
costumi Lydie Tarragon
Collectif FAIR-E / CCN di Rennes e della Bretagna
Co-produzione Théâtre de la Ville (Parigi), Théâtre National de Bretagne (Rennes), Maison de la Danse (Lione) Le Cratère – scena nazionale (Alès), Charleroi Danse
centro coreografico della Wallonia (Bruxelles) Château Rouge (Annemasse), tanzhaus nrw (Düsseldorf), Residenze Théâtre de la Ville (Parigi) – Espace Cardin Théâtre
National de Bretagne (Rennes) – sala Gabily CCN di Rennes e della Bretagna

photo © David Le Borgne

MI PROMETTI UN BALLO ? – ERIKA DI CRESCENZO, SIMONA CECCOBELLI, AMALIA FRANCO

“Sia bella e che possa accogliere tutti
Mettila alta da poter far dire ‘Bellissimo sto pezzo! Che gruppo è?’
Ma non troppo alta, lascia che i vostri dialoghi
Non vengano coperti dagli assoli”
“Invita amici”, mi diceva, “Invitane tanti
Invita tutti gli amici che conosci
E poi, finita la festa, lascia che ognuno prenda la via che preferisce …”

FINITA LA FESTA – GIO EVAN

Provengo da una piccola città della toscana, definita da me il “paesone”. Vivendo e crescendo lì, ho imparato a comprendere i meccanismi interni di queste piccole realtà, dove tutto appare sospeso e fermo. Sono meccanismi in cui rientri se conosci determinati luoghi, determinate persone; nei paesoni il divertimento non è in piazza ma nei garage, nelle case in campagna, nelle mansarde, sul mare, vicino alle statue. Tutti luoghi privati e non.

La festa è qualche cosa di perfettamente artigianale, arrangiata a tratti, che ha l’unico obiettivo di far divertire. Un luogo di ritrovo per sfuggire dalla noia, per sentirsi meno emarginati da un centro che si propone invece di soddisfare i divertimenti di chi è fortunato a vivere in quei paraggi.

Se nelle piccole città, nei paesi e paesoni questo sentimento è meno sentito perché intorno non ci sono troppi riferimenti e vige la regola del ‘si fa quel che si può’; nelle città grandi è ben diverso, almeno per me. I quartieri marginali per me non sono altro che una trasposizione del “paesone”, ma lo vedo nettamente più sofferente perché sono parte di una città che li ignora. E quindi non resta che organizzare tutto come nei paesi, nel silenzio e quando irrompe un evento che è per tutti, quasi si rimane sorpresi.

Questa sorpresa l’ha regalata la performance Mi prometti un ballo ? di Erika Di Crescenzo, Simona Ceccobelli e Amalia Franco. Un accadimento che è riuscito a spezzare la sospensione del tempo di quel luogo, di quel silenzio e ha permesso di andare in un altrove con il ballo.

ACCADIMENTO

Tutto è accaduto nel piazzale di Officine Caos del quartiere Vallette. Un luogo ricco di energia, di obiettivi, di creatività che si trova collocato in un punto nel quale intorno troviamo tutto l’opposto: una scuola abbandonata, piccole vie cittadine che non sembrano percorse da anni e infine quel silenzio, quella sospensione quasi tombale.

Non appena si entra nel luogo performatico ciò che ci troviamo davanti non ci appare con una disposizione palco-platea bensì sembra di essere immersi in un contesto di sagra. Di fatto, non può sfuggire all’occhio la disposizione dei tavoli, che avvolgono lo spiazzo e rompono immediatamente l’idea, o il pensiero, di quarta parete, provocando fin da subito un’idea di familiarità. È come se questa organizzazione dello spazio rompesse fin da subito il modo di stare classico di un teatro, e aprisse invece un immaginario libero.

Inoltre lo spazio, oltre al piazzale, è quasi del tutto occupato con diverse azioni che generano una stratificazione. C’era chi giocava a palla nel campo di calcio, chi girava in bici, chi disegnava, chi accoglieva il pubblico e così via. Queste diverse attività, unito ad un’entrata del pubblico, ha generato un momento polifonico, già denso di azioni che scaturivano da un micro-sistema in formazione.

Al tavolo, avevi fin da subito la possibilità di interagire nell’accadimento, di esserne parte attraverso il disegno, ovviamente non c’era un compito da eseguire.

Riconoscere l’inizio è difficile, potrebbe forse collocarsi nel momento in cui un ragazzo con un microfono ha fatto il suo ingresso nel piazzale e ha iniziato a leggere un testo. Da lì sono iniziate diverse azioni di altri performer che portavano successivamente ad un inizio di danze condivise fra di loro. Dei balli che però seguivano dei codici di invito, di saluto e di condivisione; questo momento è stato fondamentale per educare il pubblico. Infatti, nel momento in cui è stato portato all’interno, sapeva già come agire.

Poco dopo questo coinvolgimento il luogo scenico è diventato vorace: il pubblico non era più confinato al suo ruolo ma si è prodotto uno sconfinamento, nel quale tutti sono tutto e il tutto si dissolve in un niente, in grado di rappresentare la possibilità di non aderire a strutture rigide, ma di reinventarle e modificarle. Così è stato anche per il posto che diventava man mano un tempo-altro, dove il quotidiano sembrava avvenire in un altro periodo ma dentro un atto nato come scenico. Era come se tutto diventasse performatico: per esempio l’angolo bar, in funzione di essere un punto ristoro, apriva a degli scenari che uscivano dalla sua finalità primaria.

Improvvisamente tutta questa libertà è stata infranta da un fischio, un ritorno a una struttura drammaturgica, a ruoli netti dove i performer agiscono e il pubblico resta seduto a guardare. Una realtà in cui il “fuori regola” non è più concesso. È proprio da questo ritorno che emergono le caratterizzazioni dei performer, dei personaggi, attraverso il come si ponevano di fronte a tale rigidità. Ed è così che subentra il ruolo del gioco, il quale man mano è riuscito a far tornare il tutto ad una complicità festaiola, eliminando la “disciplina”. In effetti, il finale si potrebbe ricondurre ad una glorificazione del calcio, uno dei giochi più praticati al mondo, oppure più direttamente ad una celebrazione del gioco, del desiderio di partecipare, di divertirsi, di condividere un tempo festivo.

Chiara Jadore Cacciari

Luogo Officine Caos

All’interno della rassegna di Officine Caos IL CORAGGIO DI ESSERE FELICI

All’interno del programma culturale TORINO, CHE SPETTACOLO! CHE BELLA L’ESTATE!

Spettacolo di Erika Di Crescenzo, Simona Ceccobelli, Amalia Franco

con Riccardo Ruggieri – musicista dj

Performer Complici:

Gianluca Bottoni

Renato Cravero

Roberto Montarulo

Luigi Piccarreta

Pietro Barbanente

Giuseppe Saccotelli

Ettore Bosco

Mirella Maruri

Margherita Fantini

Lina Maria Garcia Nino

Ornella Bavaro

Cristina Foti

VIRO – Michele Abbondanza e Antonella Bertoni

Inaugura,alla Casa del Teatro Ragazzi, il Festival Interplay/25 con lo spettacolo di Antonella Bertoni e Michele Abbondanza che come sempre ci accompagnano in dimensioni che incantano per la loro simbologia.

VIRO, interpretato da due danzatori precisi nell’esecuzione e che iniziano con semplici gesti del quotidiano per poi amplificarli, sottrarli e dettagliarli sugli impulsi elettronici di Byetone, ci porta  nel mondo maschile e  in  quello virale: X e Y.

Sono due danzatori dalla chioma grigioblu, ma ci parlano di un personaggio, di un maschio femmineo che ostenta l’inessenziale.

Viro è un’identità spezzata e ferita, è l’uomo contemporaneo, la tensione erotica, la spregiudicatezza e anche un velo di ironia che delinea la sua ovvietà.

 Sul finale una voce robotica  pone delle simboliche e retoriche domande: “Ciao Y! Ciao X! Anche tu da queste parti? Chi, io? Hai voglia di farmi compagnia? Potremmo anche.. Tu non sei stanco? Non mi dire.. Chi, io? Oh, sì, tu, davvero, X”

La Bertoni spiega come i due avatar stiano aderenti alla musica elettronica che impone il proprio ritmo, creando una partitura sociologica per leggere il nostro tempo.

Un lavoro estremamente attinente alla società odierna, curato nei dettagli e che lentamente ti cattura nella sua esasperazione ,facendoti quasi empatizzare con X e Y per la loro banalità che trasuda fragilità emotiva in un gesto cosi ritmicamente preciso.

Alessandra Lai

di Michele Abbondanza e Antonella Bertoni
coreografia Antonella Bertoni
regia Michele Abbondanza
con Cristian Cucco e Filippo Porro
disegno luci Andrea Gentili
direzione tecnica Claudio Modugno
sound design Giacomo Plotegher
consulenza musicale Marco Dalpane
organizzazione, strategia e sviluppo Dalia Macii
amministrazione e produzione esecutiva Francesca Leonelli
comunicazione Erika Parise
ufficio stampa Marilù Ursi
produzione Compagnia Abbondanza/Bertoni

Con Il Sostegno Di Mic – Ministero Della Cultura, Provincia Autonoma Di Trento, Comune Di Rovereto, Fondazione Cassa Di Risparmio Di Trento E Rovereto
Con Il Contributo Di Cassa Rurale Vallagarina Bcc
Si Ringrazia Danio Manfredini, Nadezhda Simenova, Orlando Cainelli

Artisti vincitori del premio Danza&Danza Migliori Interpreti, premio Danza&Danza per Miglior Produzione Italiana dell’Anno 2017, Premio alla Carriera nel 2019, Premio UBU 2021 Miglior Spettacolo di Danza

ACCANTO – BARBARA ALTISSIMO

Qual è il tuo fantasma? Chi, che cosa ti cammina accanto?

Si può vivere accanto ai propri fantasmi? I cittadini di varie età coinvolti nel progetto di Barbara Altissimo rispondono a questa domanda con la propria vita, offrendo in scena, con delicatezza, cura, danza e sospensioni, e con infinite fragilità vissute, ricordi, memorie che affiorano. Il coro è mosso da un desiderio di grande umanità ed è forse questa la strada che lo spettacolo ci invita a prendere in considerazione.

Il pubblico viene invitato ,prima di entrare in sala ,a rispondere alla domanda “qual è il tuo fantasma? Chi, che cosa ti cammina accanto? “Ed è così che ci accoglie lo spettacolo ospite della stagione 24/ 25 Fantasmi, a cura della fondazione TPE. 

“Lo spettacolo è il frutto di una lunga attività di formazione in diversi presidi civici territoriali, per il progetto la cultura dietro l’angolo, promosso dalla fondazione compagnia di San Paolo e dalla città di Torino in collaborazione con la fondazione per la cultura di Torino,per più di un anno centinaia di persone hanno lavorato intorno ad una riflessione collettiva per arrivare ad incontrare, riconoscere i propri fantasmi, regalando frammenti di vita, condividendo gioie e dolori e tessendo insieme una trama.Iprotagonisti sono donne, uomini comuni, persone che abitualmente non vivono il palcoscenico e che hanno camminato accanto i loro fantasmi.Un gioco di specchi in cui tutti possiamo trovare un riflesso che ci appartiene, che riconosciamo e che possiamo condividere”(Liberamente Unico)

 Lo spettacolo si presenta ottimamente orchestrato, gli ingredienti del teatrodanza ci sono tutti e si annusa nell’aria l’atmosfera e le memorie della Bausch; una rassegna di micro narrazioni offre al pubblico una possibilità di maggiore attenzione per la vita stessa e nel contempo l’occasione di mettersi a nudo per i performers che si appropriano di un tempo e di uno spazio per dichiararsi (unico rammarico, a mio parere, è per il pubblico che confonde il mettersi a nudo con discrezione degli attori e trasforma in spettacolarizzazione il loro dramma applaudendo ad ogni assolo)

La coreografa si districa abilmente nel territorio del teatro collettivo e offre con eleganza il suo gusto per l’estetica, la scelta delle musiche e il disegno luci ineccepibile di Massimo Vesco, a volte affiora un’immagine fotografica, a volte filmica e resta nel ricordo catturato. Tutto perfetto, forse troppo perfetto e forse qualche “sporcatura”ogni tanto la bravissima Barbara Altissimo poteva concedersela. La coreografa, ad ogni modo, ha saputo confermarsi una brava regista con il suo buon gusto e la sua sensibilità. La creazione si completa con la drammaturgia di Emanuela Currao ,gli oggetti scenici di Jasmine Pochat,i costumi di Gualtiero Scola e l’assistenza alla regia di Fabio Castello.

Alessandra Lai

creazione e regia Barbara Altissimo

drammaturgiaEmanuela Currao

in scenaFranco Albanese, Laura Brunetta, Martina Caruso, Loredana Casorio, Francesca Catania, Tommy Crosara, Emanuela Currao, Alessandro Dichirico, Allegra Florioli, Alessia Garombo, Rosaria Giangreco, Salvatore Loiodice, Francesco Piarulli, Raffaella Pitrolo, Amalia Piumatti, Stefania Savelli, Renato Scarpato, Amalia Scotti, Stefano Tubia

disegno luci e spazio scenicoMassimo Vesco

elementi sceniciYasmin Pochat

costumi di scenaGualtiero Scola

assistente alla regiaFabio Castello

organizzazioneNadia Frola

amministrazioneIsabella Saliceti

comunicazione e ufficio stampaRoberta Cipriani

produzioneLiberamenteUnico