Ogni ritorno di Pirandello a teatro sembra ricordarci quanto sia sottile la distanza tra le maschere dei suoi personaggi e le nostre. E Il berretto a sonagli, andato in scena al Teatro Carignano dal 28 aprile al 10 maggio, lascia nello spettatore proprio questa sensazione: quella di aver osservato qualcosa che ci riguarda molto più da vicino di quanto vorremmo ammettere.
Per gran parte dello spettacolo si ride, lasciandosi trascinare dall’assurdità dei personaggi e delle situazioni. Poi, lentamente, si arriva a riconoscersi improvvisamente in ciò che fino a pochi istanti prima sembrava distante.
La regia di Andrea Baracco accompagna questo slittamento costruendo uno spazio scenico a tratti sospeso e quasi intangibile, che in alcuni momenti sembra ricordare le atmosfere stranianti del pittore René Magritte. Tutto sembra apparentemente ordinario, ma sempre sul punto di inclinarsi a causa di sguardi, silenzi e movimenti che paiono nascondere una verità che nessuno vuole vedere davvero.
Perché il mondo costruito da Pirandello non è fatto soltanto di tradimenti, gelosie e scandali borghesi. È un mondo in cui la verità diventa pericolosa nel momento stesso in cui viene pronunciata ad alta voce. E Beatrice Fiorica questo non riesce ad accettarlo. Vuole smascherare il marito traditore, rompere il silenzio, costringere tutti a guardare ciò che fingono di non vedere. A differenza di Ciampa, scrivano del marito di Beatrice, che, invece, ha già capito tutto: la società può sopportare qualsiasi menzogna, ma non lo scandalo e il ridicolo.
A vestire i panni di Ciampa è Silvio Orlando, accolto con entusiasmo dal pubblico del Carignano e capace di dare volto al personaggio forse più tragico della commedia. Il suo Ciampa è stanco ma lucidissimo, profondamente consapevole del mondo in cui vive. Orlando restituisce tutta l’amarezza di un uomo che ha compreso quanto gli esseri umani abbiano bisogno delle proprie maschere per sopravvivere.
Accanto a lui, la Beatrice interpretata da Stefania Medri porta in scena una tensione continua, e nervosa che rende ancora più evidente il contrasto tra i due protagonisti. Intorno a loro, gli altri personaggi — interpretati da Francesca Botti, Michele Eburnea, Francesca Farcomeni, Davide Lorino, Annabella Marotta, Marta Nuti — contribuiscono a costruire quell’universo soffocante di verità taciute e rapporti regolati dall’apparenza che attraversa tutta la commedia. Particolarmente significativa è la Saracena interpretata da Francesca Farcomeni, che con il suo abito rosso sembra incarnare una presenza perfida e disturbante all’interno di un mondo in continua fuga.
Ma sono soprattutto Ciampa e Beatrice a contendersi il senso più profondo del titolo dell’opera, Il berretto a sonagli, il cappello del buffone, di colui che viene deriso pubblicamente e trasformato in oggetto di scherno. È il vero incubo di Ciampa. Non il tradimento della moglie con il Signor Fiorica, ma l’umiliazione pubblica, la possibilità di diventare il bersaglio dello sguardo degli altri.
È il riconoscersi in una delle tre corde. «La seria, la civile, la pazza», dice Ciampa, spiegando come ogni individuo viva continuamente sospeso tra queste tre dimensioni. La corda seria è quella della ragione e dell’ordine; la corda pazza, invece, è l’istinto incontrollabile, ciò che esplode quando il dolore e la rabbia non riescono più a restare compressi. In mezzo c’è la corda civile, «quella che sta qua, in mezzo alla fronte», quella che serve agli uomini per vivere in società.
Ed è proprio la corda civile a dominare il mondo del Berretto a sonagli. Perché la follia può esistere, ma solo finché resta nascosta. Quando qualcuno, come Beatrice, osa strapparsi la maschera e dire apertamente la verità, allora la società trova immediatamente il modo di difendersi: dichiarandola folle.
«È pazza! È pazza!… Se la portano al manicomio! È pazza.»
Certo che Beatrice è pazza , o meglio, viene definita tale, perché qualcuno deve necessariamente esserlo. Qualcuno deve portare il peso della verità dichiarata, della maschera strappata davanti a tutti. E allora il mondo può tornare al suo equilibrio apparente, le convenzioni restare intatte, il berretto a sonagli finire sulla testa di qualcun altro.
Ecco allora che si smette di ridere e si rimane fermi, quasi spiazzati, sulle poltrone a chiedersi: quante volte, nella vita, abbiamo scelto anche noi di essere Ciampa? Quante volte abbiamo lasciato che fosse proprio quella corda civile a guidarci, imponendoci silenzio, controllo e prudenza pur di non spezzare un equilibrio? Perché la verità, in fondo, è che è molto più semplice proteggere l’immagine che gli altri hanno di noi piuttosto che rischiare di incrinarla. È molto più semplice sopravvivere dentro una maschera che affrontare ciò che potrebbe accadere senza di essa. È molto più semplice esistere nelle apparenze, in superficie.
Ogni ritorno di Pirandello a teatro sembra volerci ricordare ancora una volta l’immensità del suo genio: aver compreso la natura umana molto prima di noi, e aver avuto il coraggio di mostrarcela senza alcuna illusione.
Emanuela Cerino
di Luigi Pirandello
con Silvio Orlando
e con (in ordine alfabetico) Francesca Botti, Michele Eburnea, Francesca Farcomeni, Davide Lorino, Annabella Marotta, Stefania Medri, Marta Nuti
regia Andrea Baracco
revisione Linguistica Letizia Russo e Andrea Baracco
scena Roberto Crea
costumi Marta Crisolini Malatesta
luci Simone De Angelis
sound designer Giacomo Vezzani
Cardellino Srl
Teatro Stabile Dell’umbria
Teatro Stabile Di Bolzano
Direzione Generale Maria Laura Rondanini