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Va Pensiero – una settima con la compagnia Teatro delle Albe

Può la parola farsi vita? Con certezza rispondo negativamente a questa domanda: nell’eterna lotta con la vita la parola scritta perde. La sua salvezza è tornare alla fonte, alla vita, alla carne. È questo che cerco che e che trovo nel teatro che più mi segna.

Accompagnato da queste riflessioni vado  un pomeriggio, nello studio del  mio docente di Storia del teatro con l’intenzione di farmi indicare le strade più interessanti da seguire in questa forma d’arte così antica, eppure per me ventenne pressoché inesplorata.

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Rigoletto al Teatro Regio: incontro coi protagonisti

Uno degli spettacoli di punta del Teatro Regio, quest’anno, è senza dubbio Rigoletto, ultimo titolo della ‘trilogia popolare’ di Giuseppe Verdi rappresentato sul palco torinese (ma primo ad essere composto, e del perché di quest’ordine si parlerà più avanti), che attira intorno a sé motivi d’interesse dovuti principalmente alla regia firmata da John Turturro, celebre attore hollywoodiano di formazione teatrale, volto e voce di registi quali Woody Allen, Martin Scorsese, Spike Lee e i fratelli Coen, al suo debutto nel mondo dell’opera. Si è dunque andati con grande curiosità sia alla prova generale per vedere il suo lavoro (qui la recensione a cura di Francesca Slaviero) sia, due giorni dopo – insieme a un nutrito manipolo di giornalisti – a un incontro con il cast, il direttore d’orchestra e il regista, pronto, quest’ultimo, a rispondere alla domanda tanto spontanea quanto inevitabile: che ci azzecca John Turturro con Rigoletto? «Sono cresciuto ascoltando l’opera, l’ho sempre amata – risponde Turturro – e credo sia per questa mia passione che mi hanno chiesto di metterne una in scena. Me ne hanno proposte tre: non so bene perché ho scelto Rigoletto. Forse perché è l’opera preferita di un mio caro amico. Forse anche perché, oltre a Verdi, adoro Victor Hugo. E mi piacciono le gobbe». E, visto il pubblico e il luogo, aggiunge: «E i gobbi». Sull’attualità del genere operistico non ha dubbi: «Come la tragedia greca, l’opera racconta storie universali servendosi di parola, musica e coro. E universale è anche la storia tra un padre, Rigoletto, e sua figlia».

Cruciale per questo spettacolo è il tema degli attori che fanno i registi, sia a teatro che al cinema, con risultati alterni, ma in curioso aumento. Nell’ultima edizione del Torino Film Festival, per dirne una, si sono visti film di James Franco, Ralph Fiennes, Ethan Hawke e Paul Dano (quest’ultimo vincitore nel concorso principale Torino 36). Ma al di là della riuscita del film o della pièce, è molto interessante il lavoro che c’è dietro, e la differenza, nel modo di dirigere gli attori, tra chi attore lo è e chi non lo è. «Di sicuro la formazione di attore male non fa – continua Turturro – anzi, come attore capisco meglio le esigenze di chi sta sul palco, le loro ansie e la loro tensione, e posso porvi rimedio».

Il direttore Renato Palumbo e il baritono Carlos Álvarez (Rigoletto).

Circa il rapporto tra musica e cinema, rapporto che spesso emerge quando sono registi o attori cinematografici a mettere le mani sulle opere dei nostri beniamini musicali, Turturro ribadisce la diversità dei due mondi dichiarando di non aver voluto dare un taglio cinematografico allo spettacolo, ma di aver cercato di esaltarne la dimensione teatrale, con una regia al servizio di quella musica e di quel dramma creati apposta per stare sul palcoscenico. Il direttore d’orchestra, Renato Palumbo, aggiunge: «Sono convinto che come il cinema vada visto solo al cinema, così l’opera si possa vedere solo a teatro. Le opere filmate, che ultimamente sono state sdoganate nei cinema, possono essere utili a diffondere questo linguaggio, però si perde quel qualcosa che possiede il live, e che non può essere riprodotto». E se pure le arie che tutti conosciamo e che hanno reso famoso Rigoletto sono parte della sua complessa costruzione drammaturgica, Palumbo ci tiene a spiegare che la grandezza di quest’opera sta nell’insieme dell’architettura musicale di Verdi. È in momenti come «Pari siamo!» che emerge il dramma esistenziale del buffone storpio, è nei declamati e nei recitativi che la musica diventa tutt’uno con la tragedia imminente, annunciata sin dall’inizio dalle trombe della maledizione. «Sono questi i momenti più difficili da dirigere, non “La donna è mobile”o “Caro nome”».

C’è poi la famigerata questione dello zumpappà. Motivo ancora oggi di derisione nei confronti del nostro massimo compositore, il tempo di valzer è uno stilema su cui Palumbo ha maturato una propria visione consapevole, basata sulle più recenti edizioni critiche delle opere di Verdi: «Io credo che Verdi odiasse il valzer. Perché è una cosa che apparteneva agli austriaci, ai dominatori. Quando lo si esegue bisogna cercare di dargli sempre delle sfumature adeguate a quello che sta succedendo sul palcoscenico, usando gli accenti, i crescendo e i diminuendo. Il valzer, in un modo o nell’altro, va spesso camuffato. Anche perché sulla musica comanda la parola, per cui se il cantante sta dicendo “egli ha il pugnale!” bisogna dare all’orchestra una sonorità violenta e quasi fastidiosa. La musica, e quindi anche il valzer, in Verdi non è mai fine a se stessa, ma è sempre al servizio del dramma».

A proposito dell’importanza della dimensione drammaturgica, il baritono Carlos Álvarez, interprete del title role, racconta un aneddoto singolare: «Non so se lo sapete, ma quando ero più giovane il maestro Muti mi propose di cantare Rigoletto alla Scala, sotto la sua direzione. Rifiutai perché non avevo ancora vissuto abbastanza, non sapevo cosa volesse dire essere padre, e non avevo sufficienti dolori alle spalle. Credo che per cantare un ruolo così complesso sia necessario aver fatto certe esperienze. Nella voce si sentono».

Il baritono Carlos Álvarez (Rigoletto).

Ma in tutto questo, perché Rigoletto l’hanno fatto per ultimo, se è il primo titolo della trilogia? Lo spiega Alessandro Galoppini, il direttore artistico: «Rigoletto è molto più ‘avanti’ delle opere successive della trilogia, Trovatore e Traviata. Scombinando l’ordine, abbiamo voluto rendere evidente al pubblico l’evoluzione tra le arie e cabalette – bellissime – del Trovatore e la modernità di linguaggio di Rigoletto, opera rivoluzionaria per il teatro musicale tanto quanto la Terza sinfonia di Beethoven per il repertorio sinfonico».

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Il capitalismo in tre atti. Lehman Trilogy di Stefano Massini

C’è un libro che tutti gli studenti di economia dovrebbero leggere: Lehman Trilogy di Stefano Massini (Einaudi). E’ un testo teatrale del 2014 che segue la storia della banca americana Lehman Brothers, dalla nascita nel 1850 al fallimento nel 2008. Un fallimento con debiti per 613 miliardi di dollari, considerato una della cause principali della crisi attuale. Ma Lehman Trilogy non è solo una lezione di economia, è un testo scritto con perizia tecnica e molto divertente, in cui l’elemento centrale sono i singoli personaggi che dirigono la banca, che Massini ritrae in modo veramente originale.

Nel 1850 Hayum Lehmann, ventiduenne ebreo di origini tedesche, sbarca a New York e il suo nome diventa Henry Lehman; apre un negozio di stoffe a Montgomery, capitale dell’Alabama, dove lo raggiungono i fratelli Emanuel e Mayer. Questo è il punto di partenza della Lehman Brothers. Da qui in poi la loro storia non sarà che un scalata nel mondo del commercio, una scalata che inizia per caso e forse nemmeno desiderata, portata avanti con umiltà, profondo senso religioso e capacità di adattamento. Quando le piantagioni della città vanno a fuoco Lehman Brothers diventa un’azienda di compravendita di cotone; quando la guerra civile devasta gli Stati Uniti Mayer trasforma l’azienda in banca con l’incarico di finanziare la ricostruzione del Sud. Poi il trasferimento a New York e l’ingresso a Wall Street: la banca è tra le più importanti al mondo e investe in carbone, caffè, ferro, in tutto. Nel frattempo il figlio di Emanuel, Philip, un calcolatore, un parlatore, già a dieci anni un banchiere perfetto, diventa direttore della banca e non sbaglia una mossa: è lui che investe sulle sigarette, sulle ferrovie, sulla costruzione del canale di Panama. E’ lui soprattutto che trasforma la Lehman Brothers in una banca che non investe più in oggetti concreti come il caffè o la stoffa, ma in denaro: ecco la borsa valori. Il figlio Robert lo affianca nella direzione, ma nel frattempo siamo già al 24 ottobre del ’29…

 

Il testo è di sicuro una lezione di storia dell’economia. Viene spiegato come la Lehman Brothers è organizzata internamente, come discute un progetto che deve finanziare, come si crea la propria rete di collaboratori. Come un padre tiene lontano un figlio dalla banca, o un neolaureato arriva a essere dirigente. E’ molto interessante vedere che quando si affacciano sul mercato le invenzioni che cambieranno il mondo, l’aereo, la televisione, il cinema, alcuni perplessi non vogliono investire. Nascono nuovi campi in cui allargarsi, situazioni da sfruttare e perciò scelte da fare: scopriamo che è grazie alla Lehman Brothers che certi prodotti sono entrati nelle case di tutti. In generale il libro mostra la trasformazione dell’economia nel corso del tempo, fino al concetto di agenzia di trading.

 

Ma Lehman Trilogy è particolare anche per altre cose, a cominciare dal modo in cui sono descritti i personaggi. E’ un testo teatrale, ma non ci sono parti: un’unica voce racconta, parla dei personaggi in terza persona, in versi, interrotta qua è là da schegge di discorsi diretti o dialoghi. Questo permette di raccontare la vita dei personaggi e scrivere i loro pensieri come in un romanzo, ma è chiaro che a teatro si sarà costretti ad adottare soluzioni insolite. Baricco ha scritto: “Avevo pensato: impossibile farla a teatro. Mica per altro, è che il testo non ha le parti per gli attori, non ha dei personaggi, non ha una struttura da testo teatrale: è un fiume, in cui le voci si mescolano, i dialoghi nuotano dentro il racconto, la voce narrante compare e scompare, cose così. È molto più un romanzo o un poema epico” (Luca, Vanity Fair del 9 dicembre 2016). Così nel fortunatissimo spettacolo che ne è stato tratto, l’ultima regia di Luca Ronconi, gli attori parlavano in terza persona di se stessi.

 

Massini affronta le figure di questi banchieri con pagine veloci, con tecniche che spiegano il personaggio in poche righe. Per esempio, a ognuno è attribuito un oggetto che lo rappresenta: Henry è la testa, Emanuel il braccio, Mayer una patata. Philip è l’agenda, dove segna in stampatello tutti i suoi problemi/ e giorno per giorno deve scrivere anche la soluzione. Con strumenti come questo l’autore costruisce i personaggi, anche estremizzando alcune personalità, e scrive pagine a volte divertenti, a volte profonde, ma sempre immediate. Un esempio, il matrimonio di Philip Lehman. Philip è talmente quadrato che sceglie la moglie con una classifica sull’agenda, con una stretta selezione tra 12 candidate, del tipo:

 

MESE: NISSAN

CANDIDATA: ADA LUTMAN-DISRAELI

PORTAMENTO: AUSTERO

SPIRITO: ACCIGLIATO

CULTURA: MASSIMA

SINTESI: UN RABBINO

PUNTEGGIO: 120 SU 200

 

MESE: TAMUZ

CANDIDATA: ELGA ROSENBERG

PORTAMENTO: DECORATO

SPIRITO: INGESSATO

CULTURA: ELEMENTARE

SINTESI: CERAMICA DIPINTA

PUNTEGGIO: 71 SU 200

 

I tre fratelli fondatori, invece, sono ritratti da Massini con molto più affetto, sottolineandone l’umanità e la semplice voglia di farsi strada. Ecco come Emanuel corteggia una ragazza, ma da bravo braccio non sa cosa sia la diplomazia:

 

“Non potreste fare un matrimonio migliore

e al tempo stesso un affare:

vendiamo il cotone di 24 piantagioni.”

“Complimenti, ma io che c’entro?”

“C’entrate molto

 dal momento che ci sposeremo

 io e voi.”

“Io e voi?”

“Lascio vostro padre

 decidere la data e la ketubàh.”

“E a me cosa lasciate?”

“Perché? Volete qualcosa?”

Quando la porta di casa Sondheim

si chiuse

violentemente

sulla sua faccia

Emanuel Lehman non si perse d’animo:

dette a se stesso appuntamento

lì davanti

fra non più di una settimana

e mise il mazzolino di fiori dentro un vaso

per non doverlo ricomprare.

 

Questi sono estratti divertenti; soprattutto nella seconda e terza parte però i personaggi sono tormentati, frustrati, e comunque raffigurati con pagine limpide. Con Robert Lehman, figlio di Philip, l’autore costruisce il personaggio più complicato del libro. Robert ha la passione dei cavalli, delle corse e delle scommesse, e il cavallo ovviamente sarà il suo simbolo: su cui puntare, ma che deve correre, che può anche perdere. Che a pochi secondi dalla fine improvvisamente supera tutti e vince. Pur essendo a capo della Lehman Brohers, Robert è oscurato dal cugino Herbert, governatore di New York dal ’33 al ’42, e lo sforzo immane che sta facendo per tirare la banca fuori dalla crisi passa inosservato; eppure è lui è quello che capisce che bisogna investire nel cinema e nei computer. La parte del libro dedicata a Robert è quella più complessa perché si mischiano molti stili, i sogni si sovrappongono alla realtà, l’ebraismo diventa protagonista (Robert si convince di essere Mosé).

 

Ronconi scrive nella prefazione all’edizione Einaudi: “In questo navigare tra i due opposti rischi- egualmente retorici- di assoluta esecrazione e piena incensazione del capitalismo, Massini riesce tuttavia a consegnarci un catalogo di personaggi privi di tesi, teatralmente efficaci proprio perché mobili, inafferrabili, immuni da quella malattia che alla Walt Disney ci fa dividere agilmente la lavagna fra presunti buoni (anticapitalisti) e presunti cattivi”. E lo stesso Massini conferma in un’intervista: “Mi sono attenuto al mio obiettivo di non emettere nel modo più assoluto alcuna forma di condanna”. Questo è vero se guardiamo alla voce narrante, che non si lascia scappare nessun giudizio su quello che racconta. Tuttavia il lettore è chiamato a giudicare perché molte pagine sono scritte con una sottolineatura della degenerazione del mondo delle banche, della natura puramente speculativa dei dirigenti, che guardano alla popolazione americana come a una risorsa da sfruttare e da spremere. Nella seconda e terza parte è questa la visione del mondo della Lehman Brothers. Per noi è impossibile non giudicare:

 

Philip Lehman si è fatto furbo

-ed è il suo capolavoro-

scrivendo sull’agenda

in stampatello

NOVECENTO= NEVROSI, NEVROSI= SVAGO

E fra tutti gli svaghi da finanziare

non ha scelto quello che va per la maggiore

cioè l’acool

[…]

ha puntato sul tabacco

o meglio: sulla National Cigarettes.

 

Senza dimenticare il discorso del Direttore Ramo Pubblicità (già nel secondo dopoguerra) in una riunione:

 

“Se noi trasformeremo la fiducia fra uomini

nella fiducia in un marchio

noi otterremo ben altro che nuovi clienti

otterremo persone che su di noi

non si faranno domande.”

E’ qui che si vede di più la mediazione e la presenza di uno scrittore, che attribuisce una natura particolarmente negativa e grigia ad alcuni personaggi, discorsi e idee. Del resto nello spettacolo di Ronconi alcune figure sono state rese esplicitamente negative attraverso il modo in cui parlavano, l’abbigliamento e il trucco, come il broker Glucksman, pallido in faccia, addosso una specie di impermeabile nero, la voce stridente. Il lettore giudica perché confronta continuamente queste figure con gli umili e scrupolosi fratelli fondatori. Come dice Massimo Popolizio, che interpreta Mayer: “Questi tre ragazzi avevano un’idea del denaro diversa da quella che avranno poi i nipoti, più consona al tempo, più vicina all’umano, alle cose”.

Anche per questo ci sono riferimenti continui all’ebraismo. Dalla prima pagina viene chiarita l’importanza della religione nelle vite dei fratelli, una devozione prioritaria e scrupolosa. Quando muore Philip, invece, la Lehman Brothers non segue il rito ebraico da rispettare nei momenti di lutto e fa solo un minuto di silenzio. Questa perdita di radici coincide con la perdita della moralità della banca, con la trasformazione in squali.

 

La cosa che rimane di più del libro è la tecnica con la quale è scritto. Si mescolano più stili e il lettore riconosce non solo una perfetta conoscenza della lingua drammaturgica. C’è un certa musicalità in alcune pagine, nel senso che si costruisce un ritmo talmente incalzante che sembra di sentire sotto al testo una musica, allegra e molto veloce. Altre volte le pagine sono proprio costruite come strofa- ritornello, con un gruppo di parole sempre uguali che si ripetono durante la scena. Ma ci sono anche tecniche più nascoste: invece di scrivere semplicemente che il caffè viene spedito, Massini scrive: il caffè parte da New York/ contrattato/ firmato/ pagato/ imbarcato. Ci sono, poi, figure simboliche, come quella dell’uomo che cammina sul filo: ogni giorno, quando Philip Lehman va a Wall Street, trova un equilibrista che cammina su un filo sospeso tra due palazzi. Philip in borsa è quell’equilibrista. Già questa scena sarebbe impensabile se si girasse un film sui Lehman Brothers o se ne scrivesse un romanzo, perlomeno un romanzo con l’obiettivo del realismo. Iin verità tutte queste tecniche e questi personaggi sarebbero considerati inadeguati per altri generi, mentre questo è un testo in cui tutto è possibile, perché è una scrittura a metà tra la canzone, l’epica e il teatro.

Lehman Trilogy è un testo che certamente insegna molte cose, ma è un insegnamento che va di pari passo con la componente letteraria. E’ un libro che inizia con uomini che collaborano tra loro e finisce con uomini che cercano di superarsi e sfruttarsi a vicenda. Tu capisci i protagonisti, vivi le loro vite, i loro dolori, i pesi che hanno addosso, eppure da un certo momento in poi non stai più dalla loro parte.

Stefano Massini, Lehman Trilogy, pp 344, Torino, Einaudi, €17,50

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Incontro con Emma Dante – Tradire la fiaba per ritornare alle origini

Incontrarsi è una cosa sempre più rara siamo sempre con lo sguardo “calato” sui nostri display e il teatro serve ad avere questo sguardo dritto in un momento in cui dritto non è.

Emma Dante

1. Pre-messa o ri-messa in scena

Venerdì 7 dicembre 2018 all’Auditorium Quazza di Palazzo Nuovo (Università di Torino), Emma Dante ha incontrato gli studenti del DAMS per presentare i suoi tre spettacoli in scena a Torino nella stagione teatrale 2018/2019.  Accanto a lei, Anna Barsotti (Università di Pisa) e Federica Mazzocchi (DAMS, Torino).   

Emma Dante ha voluto precisare sin dall’inizio che per lei e per la sua compagnia è molto importante “fare repertorio”, ovvero far sì che spettacoli “antichi” possano continuare a vivere e a girare, confermandosi, modificandosi e arricchendosi, perché siano sempre vivi e attuali.

Così è per lo spettacolo Gli alti e bassi di Biancaneve che è già stato a Torino, ospitato dalla Fondazione TRG, e che tornerà a gennaio per Fertili Terreni Teatro; e ugualmente per La Scortecata, prima volta a Torino, ma che gira già da due anni. Questi spettacoli, che fanno parte della storia della compagnia, contribuiscono a definirne l’identità e il percorso poetico di ricerca. Non sono spettacoli che vengono poi accantonati: “Sono organismi viventi che hanno bisogno di un cammino e di crescere.”

Il debutto vero, prima assoluta, è quello di Hans e Gret, spettacolo per ragazzi prodotto dalla Fondazione Teatro Ragazzi e Giovani di Torino. Si tratta di un’anomalia per Dante che solitamente non accetta di affidare ad altri la produzione dei propri spettacoli (per paura che possano essere “sciupati”). Lo spettacolo resterà nel repertorio della Fondazione, una realtà che Emma riconosce come unica nel panorama del Teatro Ragazzi, in grado di avere quella cura e quel rispetto per la materia viva: non solo dello spettacolo in sé, ma anche degli interlocutori ragazzi, troppo spesso ‘abbindolati’ da spettacoli superficialmente ridanciani, ma che in realtà non sanno farsi vettore di quella che Rodari avrebbe definito la “capacità dei bambini a impegnarsi nelle cose grandi”.

Lavorare sul repertorio significa mantenere vivo uno spettacolo, che muta e si riadatta seguendo una continua ‘riscrittura’, in linea con il trascorrere del tempo e con la sua natura di organismo vivente.  Consideriamo per esempio Ballarini, spettacolo del 2011.  È stato ripreso di recente con gli attori storici che nel frattempo sono invecchiati. Uno spettacolo tutto ballato non parlato, quindi molto fisico che nella ripresa è stato modificato aggiungendo un dialogo tra i due protagonisti. La ‘riscrittura’ nasce da una maturazione sia dei tempi, ma anche del vissuto degli stessi interpreti e della regista. “Questo spettacolo, che parla di due vecchietti che danzando ritornano alla loro giovinezza, ripreso quasi dieci anni dopo la sua creazione, ha ancora qualcosa da dire se continua ancora oggi a commuovere giovani di vent’anni”, cioè – dice Emma Dante – gli allievi della sua scuola di teatro che hanno assistito alle prove.

2. La lingua teatrale di Emma Dante

“Chiamarlo dialetto è riduttivo”

Anna Barsotti docente dell’Università di Pisa ha parlato del lavoro sulla lingua di Emma Dante, soprattutto in rapporto alla prima trilogia della famiglia siciliana (mPalermu, Carnezzeria e Vita mia). La radice della lingua è il palermitano, ma un palermitano reinventato, perché è il lavoro con l’attore nelle prove non-prove che la lingua diventa corpo e si reinventa attraverso la struttura dell’opera. C’è un rispetto profondo per l’identità degli attori e dei loro idiomi. Nel teatro di Dante troviamo commistioni con il campano, con il pugliese, il siciliano e accenti francesi rubati all’identità e alla verità degli attori, che nei suoi spettacoli entrano a pieno titolo nella scrittura drammaturgica. La lingua del teatro nasce dalle lunghe sessioni di laboratorio, in cui avviene la reinvenzione della lingua per cui le parole diventano corpo e si modificano.

Sempre secondo Barsotti, la fiaba è all’origine di tutte le opere di Emma Dante, contiene i temi fondamentali della sua poetica: il tema della vita e della morte, il sesso, il rapporto tra le generazioni e la valorizzazione del diverso. Diverso per genere, nel teatro della Dante spesso i generi vengono mescolati donne interpretano uomini e viceversa, diverso per status sociale. E dulcis in fundo, commenta Barsotti, tematica cardine delle sue opere, la difficile compagine familiare che forse nelle Sorelle Macaluso viene smussata un po’, aprendo a una prospettiva più positiva, anche se la famiglia rimane per Dante il luogo dove si possono commettere le peggiori atrocità.

Per Barsotti un altro elemento caratterizza la produzione e lo stile di Emma Dante: il tragi-comico (non il grottesco, ci tiene a precisare). Nel senso che si va da una punta all’altra, dal tragico più aulico al comico più basso. Nella ripresa dei motivi classici, il fiabesco e il mito si uniscono spesso, e il tragicomico affiora dalla leggerezza della fiaba. Inoltre, l’alto e il basso si confermano nella mescolanza dei linguaggi.

Come in Gli alti e bassi di Biancaneve, essenziale nella scenografia dove una specie di paratia con delle cravatte permette di far interpretare ai soli tre attori tutti i personaggi, che sbucano da dietro con la sola testa incarnando di volta in volta un personaggio diverso, in un gioco di vestizione e svestizione anche questo tipico di Dante.  Viene ribadita l’importanza dell’aspetto filologico, che viene  trasformato,  ma non ignorato. Per la regista-autrice, la crudeltà delle fiabe non va edulcorata, tuttavia occorre mettere lo spettatore bambino/ragazzo di fronte a una realtà trasfigurata, filtrata, ma che deve conservare un riverbero cupo e brutale.

Secondo Barsotti, in La Scortecata, una fiaba questa esclusivamente per adulti come sottolinea la stessa Dante, l’originale di Basile è messo in scena da due bravissimi attori uomini, che interpretano due vecchie sorelle che si recitano la storia tra di loro per continuare a vivere attraverso la rievocazione di un fatto già avvenuto. Barsotti, ricordando i precedenti spettacoli di Dante, si aspettava un finale più cruento, più macabro, con la scena dello  scorticamento che in realtà non avviene: Dante blocca l’azione mentre una delle due sorelle brandisce il coltello, cristallizzando l’azione in un fermo immagine immerso in una luce drammatica, che evidenzia i corpi e che ricorda i quadri di Caravaggio. Non mostrare la scena dello scorticamento, per la regista significa rendere la minaccia più terribile e allo stesso tempo creare un finale più drammatico.

3. Hans e Gret – Cambiare il finale per ristabilire una morale

Secondo Federica Mazzocchi, nel teatro ragazzi di Emma Dante si riconosce una radice riconducibile al lavoro sulle fiabe fatto da Gianni Rodari, in particolare la possibilità di rimontarle, reinventarle in chiave ludica e liberatoria, nonostante poi, per Dante, ci sia sempre una cifra legata alla violenza, alla drammaticità, al conflitto tra adulti e ragazzi. Mazzocchi chiede a Dante come ha proceduto per l’adattamento drammaturgico di Hans e Gret, che cosa gli interessava di questa storia e come ha voluto raccontarla.

La regista-autrice risponde che, da bambina, nessuno le raccontava le fiabe, e che oggi le mette in scena anche per colmare quell’assenza, per raccontarsele. Della fiaba ama il fatto che non ci sia un’autorialità forte del testo –  “La fiaba non è di nessuno”, dichiara, appartiene al mito e dunque a tutti. Tuttavia, il fatto che le fiabe siano sempre state tramandate oralmente, e che ogni tanto qualcuno si sia preso la briga di scriverle, per Dante è uno stimolo a servirsene per un’esigenza particolare, per riflettere sulla propria epoca, insomma uno stimolo a prenderle e farle sue.  Molto importante, in questo percorso di ‘impossessamento’ e di rielaborazione della fiaba, è il lavoro di Dante sui finali, cioè sulla ‘morale della favola’. Se non c’è morale – dichiara – la fiaba non ha funzione. E’ lo stesso per il teatro: per Dante se lo spettacolo non fa riflettere, se lo spettatore non si alza dalla sedia un po’ cambiato rispetto a prima, il teatro fallisce la sua funzione, che è sempre anche una funzione sociale.

A maggior ragione, il teatro ragazzi: pur pensato per intrattenere, è un tipo di teatro che chiama a una responsabilità maggiore, perché i bambini non sono equipaggiati come i grandi, e quindi i gesti devono essere lineari e non equivocabili. In La bella Rosaspina addormentata, la principessa doveva essere svegliata dal primo che passava di lì e, poiché a passare per prima era una ragazza, per i bambini era naturale che fosse lei a baciare la principessa e che, una volta svegliatala, la principessa se ne innamorasse, perché questo è ciò che dice la favola (“Ti innamorerai della prima persona che ti risveglierà con un bacio”). Si trattava di un bacio tra le due donne, ma non significava qualcosa di erotico. A questo punto, di solito, i bambini guardano i genitori per capire se possono accettare in maniera libera questa cosa. Quasi sempre è l’adulto a intendere quel bacio in termini di erotismo osceno. Diversi genitori hanno protestato fuori dai teatri per questo bacio.

Per quanto riguarda Hans e Gret, Emma Dante cambia il finale per ristabilire una morale, perché per lei è importate dire ai bambini che cosa quella fiaba ci può insegnare. Nelle sue riscritture, la regista-autrice tende sempre a punire i cattivi, a non perdonarli (senza però, come uscì tempo fa sui giornali, demonizzare Walt Disney e i suoi happy end). Fa un lavoro che cerca di scardinare certe convenzioni, in primo luogo l’obbligo di perdonare un malvagio solo perché alla fine si pente. “Non è giusto ”, dice Emma Dante, che le matrigne siano perdonate e la  facciano franca. Per contrappasso, “La matrigna di Anastasia, Genoveffa e Cenerentola, per esempio, ho voluto trasformarla in una zecca e le due sorellastre in due cani su cui la matrigna va a vivere e di cui si nutre”. Dunque, fare in modo che i buoni vincano, ma anche che i cattivi non solo perdano, ma che siano puniti.

La riscrittura trasforma Hans e Gret in una favola sulla miseria, in una riflessione sulla mancanza di cibo, che in una società consumistica come la nostra forse non si sente più. Questa favola vuole raccontare la presenza dei poveri che nessuno vede, uno stato di privazione tale da generare un gesto mostruoso e vile:  spinto dalla matrigna, il padre arriva ad abbandonare i propri figli nel bosco. Dante prova imbarazzo a raccontare questa favola a suo figlio, soprattutto il punto in cui il padre abbandona i figli, e si chiede: “Che cosa può pensare mio figlio di questo momento? Se lo fa quel genitore allora potrei farlo anche io?”. In più, continua la regista, questo gesto terribile viene raccontato nella fiaba come la cosa più naturale del mondo, e viene addirittura ripetuto due volte. La favola permette anche di riflettere sulla distinzione tra matrigna e madre. Per Dante, “Chi cresce i figli è madre”. In questa fiaba la matrigna è la strega, è la vera cattiva che costringe il padre a compiere il gesto vile dell’abbandono. Il padre invece alla fine si redime, si pente e capisce che la vera ricchezza è stare insieme, dice Emma Dante, che ritiene sia molto importante che lo spettacolo si chiuda su questa battuta del padre. La scelta dettata dall’amore e lo stare insieme per superare le difficoltà: ecco la morale.

4. Crescere. Boschi e sottoboschi di una cultura consumistica

L’altro lato della medaglia, e dunque della storia, è l’importanza del distacco, della separazione come crescita, afferma Mazzocchi. Emma Dante ammette che c’è anche quest’aspetto, perché alla fine il bosco è il posto dove tutti finiamo, chi a 10 anni, chi a 40, chi a 60… Il bosco, commenta Dante, non è solo un luogo buio in cui perdersi, è anche luogo delle meraviglie. Compaiono colori, scendono dall’alto palle di fiori, i due piccoli protagonisti hanno paura, ma allo stesso tempo si abbandonano a questo bosco che è anche il luogo in cui le cose accadono, accadono illusioni, abbindolamenti… Si tratta di cose fondamentali, di prove che servono a trasformarci, a farci crescere, per tornare alle origini “con i sacchetti pieni” di conoscenza. Così i due bambini tornano a casa con sacchetti, sì, ma carichi di cibo. Del resto, per Dante il supermercato è il luogo in cui passiamo gran parte del nostro tempo, è un po’ diventato la nostra chiesa, una sorta di luogo della ricompensa. In Sicilia, come ovunque, ormai ci sono moltissimi centri commerciali, supermercati che sono diventai i nuovi luoghi di culto, lontani dalla tradizione genuina del mercato che, paradossalmente, è ormai sinonimo di radical chic.

Eppure, a Torino i mercati sono ancora i luoghi dove i poveri possono trovare solidarietà e cibo. Spesso i venditori mettono da parte il cibo non venduto prima di chiudere per donarlo agli anziani che non arrivano alla fine del mese, fa notare Graziano Melano, direttore artistico della Fondazione TRG. Egli sottolinea che è necessario raccontare, anche attraverso il teatro, la realtà difficile che ci circonda. “La povertà esiste eccome”, conclude.

5. La musica e il coraggio dei giovani di rompere i vetri

Simona Scattina (Università di Catania) interviene per ricordare il libro La favola del pesce cambiato, pubblicato da Emma Dante con illustrazioni di Toccafondo e Le principesse di Emma, questa volta con illustrazioni di Maria Cristina Costa, citata in apertura anche da Mazzocchi, e per chiedere a Dante quale sarà il ruolo della musica in Hans e Gret, considerando l’importanza che la musica ha nel suo linguaggio espressivo. 

Emma ricorda che questo è uno spettacolo molto melanconico che, soprattutto all’inizio, si svolge nel silenzio, in cui si sente molto lo scricchiolio del palcoscenico, che sembra avere una sua voce. La musica arriva non come sottofondo, ma come elemento creativo che aiuta il dialogo, e che dialoga con i corpi degli attori. In particolare, c’è una canzone scritta ed eseguita dai cinque attori, tutti usciti dalla scuola di teatro di Emma Dante. La regista ci tiene a sottolineare l’importanza di premiare il merito, promuovere i giovani. Cita a esempio la scelta di Maria Giulia Colace, sua ex-allieva, esordiente voluta come protagonista per Eracle (Teatro di Siracusa, 2018), con seimila spettatori a sera. “Mi sono presa un rischio grosso” –  dice Dante –  “ma non ho paura delle sfide. C’era in lei un’acerbità che trovavo interessante, è ai giovani che bisogna dare la parola, perché non hanno malizia scenica. Maria Giulia sentiva tutto con la verità di chi non ha i filtri smaliziati del mestiere. Bisogna avere il coraggio di mettere i giovani nei posti di prestigio.  I linguaggi nuovi vengono dagli errori, dal modo sgraziato con cui si prova a fare una cosa, non viene da una maturità, da una sapienza che però non ha più niente da dire. Ben venga l’immaturità di uno ‘sganazzato’, per dirla alla palermitana, che viene e rompe i vetri, che fa un sorta di piccola rivoluzione, che può fare paura perché non rispetta la tradizione”.

6. Domande a Emma Dante: curiosità e puntualizzazioni.

  • E se la famiglia che rimane insieme in Hans e Gret non fosse solo per amore ma per salvarsi dalla povertà?

E’ un po’ tutte e due le cose – afferma Emma Dante –, un po’ per esigenza, un po’ per amore. L’amore è qualcosa che ha a che fare con la convenienza, non ci sono dubbi su questo. Facciamo chiarezza su quello che è l’aggregazione degli esseri umani. Gli esseri umani sono animali feroci… Poi, noi siamo educati, abbiamo la virtù, perché abbiamo smesso di mangiarci gli uni con gli altri e quindi in qualche modo rispettiamo l’altro. Nel momento in cui non ti mangi l’altro diventi in qualche modo una persona virtuosa. Accetti la possibilità di una presenza dell’altro senza distruggerlo. Però questo non significa che l’essere umano non sia profondamente, dentro di sé, un animale feroce. Quindi, la famiglia diventa un po’ una tana, un posto comunque dove tornare, perché c’è una sorta di protezione, che è un po’ animale.

  • Che cos’è per te il tornare alle origini?

Tornare alle origini non è necessariamente tornare in un posto dove stai bene, ma tornare in questo posto dove ci sono tanti conflitti, tante cose non risolte e cercare di affrontale. Non tornare per chiudersi, ma andare via e tornare equipaggiati, per poter risolvere questioni lasciate in sospeso. Non credo nella fuga, credo nell’allontanamento, perché ci sono dei momenti in cui devi prendere un tempo e una distanza per capire le cose e poi tornare, perché alla fine torni sempre. Dove sei nato, tu torni sempre, ed è naturale che sia così. Questo è molto animale. Il nostro tornare a casa può essere tornare al posto dove siamo cresciuti, la via, la casa madre. Prima o poi, tutti ci torniamo, perché l’esigenza è troppo forte, ma ciò non significa che sia un ritorno sentimentale, romantico. Può essere anche solo semplicemente istintivo, di appartenenza.

  • Che cos’è per te la famiglia?

Mi sto sempre più convincendo che la famiglia per me non è quella in cui sono vissuta che era fatta di mamma, papà, figli, fratelli, ma quella attuale che mi sono costruita in maniera arbitraria. Mi sono scelta un marito e ho adottato un bambino. Quindi, è una famiglia strana perché noi tre – io, mio figlio e mio marito – non abbiamo geni in comune, non abbiamo lo stesso sangue, non ci assomigliamo neanche un po’, ma siamo una “verissima” famiglia. La famiglia più bella che io abbia mai conosciuto. 

7. Il repertorio della Fondazione TRG

Graziano Melano torna a precisare che, riguardo al discorso del repertorio degli spettacoli, la Fondazione ha quindici spettacoli prodotti e in repertorio che girano in Italia e all’estero. Per esempio Pigiami, che ha trentacinque anni di vita e che tutti conoscono, è a Montreal in questo momento. E’ ovvio che alcuni spettacoli sono invecchiati, non rappresentano più il linguaggio dell’infanzia o dei giovani e vengono messi da parte, oppure gli attori non li vogliono più fare, o ancora ci sono spettacoli che sono più impegnativi economicamente e quindi sono più difficili da far girare (l’economia ha, com’è ovvio, un grande peso nella diffusione di uno spettacolo). Fare repertorio sarebbe molto importante e potrebbe garantire un sano futuro per i giovani che vogliono fare teatro. Tuttavia, la situazione non è rosea, sempre meno le compagnie possono andare in tournée, e quindi fare esperienza e si fanno spettacoli che hanno un tempo di vita limitato, purtroppo per logiche poco lungimiranti dei nostri legislatori.

8. Nella mia fine è il mio principio

Tre spettacoli, tre momenti diversi di riflessione sulla fiaba, intesa come mito, relativo alle modalità in cui il mondo stesso e le creature viventi si delineano nella loro forma presente, si manifestano e, nel loro prender forma e manifestarsi, ce ne fanno scorgere un senso. Perché il teatro – ha detto Emma Dante – deve “avere una funzione sociale” o non ha motivo di esistere.

A cura di Nina Margeri

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LAVANDERIA A VAPORE – nuovo membro delle European Dancehouse Network.

 Attiva dal 2008, la Lavanderia a Vapore di Collegno, oggi è gestita da una RTO che vede a capo Fondazione Piemonte dal Vivo in collaborazione con Associazione Culturale Mosaico Danza, Associazione Culturale Zerogrammi, Associazione Coorpi e Associazione Didee Arti e Comunicazioni.

Riconosciuta a livello nazionale e internazionale, la Lavanderia a Vapore dal 2018 diventa membro della prestigiosa rete europea EDN (European Dancehouse Network), puntando a seguire il modello dei centri coreografici europei. Il centro è eccellenza regionale della danza e unico centro di residenza del Piemonte riconosciuto dal Mibact.
Fondamentale per la Lavanderia a Vapore è la centralità dell’artista che svolge la residenza: il processo creativo dell’artista, a cui viene dedicato non solo spazio ma anche tempo per il confronto, è di vitale importanza per la crescita artistica dei progetti e degli artisti.
L’obiettivo secondo Matteo Negrin, presidente di Fondazione Piemonte dal Vivo, potrebbe essere quello di coordinare le residenze artistiche e sostenere le realtà piemontesi, ponendosi come capofila di un processo di sviluppo della danza.

QUELLO CHE CI MUOVE, dichiaratamente ispirato al libro “quello che ci muove. Una storia di Pina Bausch” di Beatrice Masini, è il titolo della stagione 2018/2019; un omaggio a Pina, ricordando che proprio quest’anno ricorre il decennale della sua morte.

Dal 16 al 18 novembre, è stata organizzata un’immersione nel mondo del Tanztheater di Wuppertal; tre spettacoli, una video installazione, un cortometraggio, due mostre fotografiche, un workshop per danzatori, un seminario di studio, vari incontri con artisti e presentazione di libri si sono susseguiti durante la Maratona Bausch – danzare la memoria, ripensare la storia.
A cura di Susanne Franco, la volontà di questi tre giorni intensivi era quella di far confrontare lo spettatore con l’eredità che ci ha lasciato Pina, eredità reperibile in forme e molti modi diversi.

© Fabio Melotti

LA STAGIONE CONTINUA NEL 2019. Danzare la memoria, il progetto che già l’anno scorso aveva dato vita ad un evento specifico per la giornata internazionale della danza, verrà ripreso attraverso the Nelken-line by Pina Bausch e sarà realizzato il 28 aprile a Torino. Quest’anno la città vedrà persone di ogni età e preparazione riproporre un frammento della famosa coreografia Nelken, danzando per le sue strade

Il programma continua con la “nuova danza”, nello specifico con tre appuntamenti: prove d’autore, in collaborazione con la rete Anticorpi XL a febbraio, Cédric Andrieux di Jerom Bel e la morte e la fanciulla della compagnia Abbondanza/Bertoni, a marzo.

Fondazione Piemonte dal vivo e la Lavanderia a Vapore continuano a sviluppare percorsi finalizzati all’audience engagement: da un lato con il progetto Fuori da Coro, legato ai temi dell’inclusione sociale con il percorso Mediadance, e dall’altro con l’indagine delle metodologie di lavoro e delle modalità di inclusione attraverso la danza contemporanea. Questo secondo obiettivo viene realizzato con tre azioni specifiche dedicate: una ai malati di Parkinson con Dance Wells-movimento e ricerca per il Parkinson, in collaborazione con il comune di Bassano del Grappa, una ai giovani richiedenti asilo con le Residenze Trampolino, e una agli studenti con Mindset, laboratorio sui processi creativi degli artisti in residenza.
Mediadance, invece, è realizzato in collaborazione con Agis Piemonte e il sistema bibliotecario urbano della città di Torino e rivolto alle scuole per indagare temi diversi attraverso linguaggi multidisciplinari.
L’inconscio, il bullismo, la diversità, la disabilità, l’inclusione sociale, l’immigrazione, sono i focus centrali del progetto scelti per quest’anno. Gli spettacoli attraverso i quali verranno affrontate queste tematiche sono programmati in orario mattutino, ma aperti a tutti e accompagnati da dibattiti. Il primo è stato Pesadilla di Piergiorgio Milano, a novembre, seguiranno poi Da dove guardi il Mondo? di Valentina del Mas a febbraio, Le fumatrici di pecore della compagni Abbondanza/bertoni, a marzo, e Transhumanance 1 elogio a perdere del Teatro Metastasio di Prato per Contemporanea Festival 2016, ad aprile.
Troveranno casa alla Lavanderia del Vapore, tra aprile e maggio, anche Solocoreografico, rassegna ideata da Raffaelle Irace sulle coreografie d’assolo, con la partecipazione del coreografo Jacopo Jenna, e la serata Permutazioni in collaborazione con Zerogrammi, con il debutto dello spettacolo Luci di carni di Amina Amici.

L’idea di Fondazione Piemonte dal Vivo è quella di dare la possibilità di far vivere la Lavanderia a Vapore come vera e propria casa della danza, in tutte le declinazioni del linguaggio coreutico.

Foto di copertina © Beppe Giardino

A cura di Annalisa Luise

 

 

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La reprise. Histoire(s) ) du théâtre de Milo Rau a Nanterre-Amandiers

La Reprise di Milo Rau, creato in occasione del Kunstenfestivaldesarts e andato in scena al Centre Dramatique National di Nanterre-Amandiers dal 22 settembre al 5 ottobre, è il primo capitolo della serie Histoire(s) du théâtre. Il riferimento a Godard è esplicita: il regista svizzero, che ha recentemente assunto la carica di direttore artistico al Théâtre Royal Néerlandais di Gant, ha voluto creare un dispositivo teatrale capace di essere allo stesso tempo “saggistico” e personale come Histoire(s) du cinéma. Il progetto si svilupperà nell’arco di un decennio e, differenza essenziale rispetto all’opera godardiana, sarà collettivo: di stagione in stagione un nuovo capitolo sarà affidato a un nuovo gruppo, compagnia o artista.

Il titolo La reprise – La ripetizione è una citazione di Søren Kierkegaard e della sua opera La ripetizione. Un esperimento psicologico: la ripetizione è un atto creativo in cui non contano solo i fatti, ma anche l’interrogazione del perché i fatti sono avvenuti.
Perché Ihsane Jarfi è morto? Lo spettacolo di Milo Rau pone ossessivamente l’accento sul perché dell’assassinio di un giovane uomo a Liège, nel 2012. Uno dei molti casi di cronaca che scuotono l’opinione pubblica e muovono domande sulla zona d’ombra dell’umanità.

L’intento dichiarato del regista e sociologo è quello di interrogare la realtà per arrivare ad una comprensione autentica, intento perseguito attraverso una catena di domande senza risposta. Che cosa è possibile mettere in scena? Che cosa invece è osceno, cioè deve restare fuori? Una prescrizione della tragedia attica dice di non insanguinare la scena: Milo Rau la insanguina e gli spettatori si sentono presi in trappola. Tutti gli espedienti tecnici utilizzati vengono didascalicamente illustrati nella prima parte dello spettacolo, che si sviluppa come un’audizione-lezione di teatro: ciò nonostante, assistere all’omicidio è quasi insopportabile. Per qualcuno si tratta di una mancanza di pudore, ma forse è uno spettacolo pudico nella misura in cui non trasforma le testimonianza della mamma, dell’ex-compagno e di uno degli assassini della vittima in una narrazione strappalacrime. Certo, qualche lacrima può fare capolino in alcuni momenti, come quando l’attrice Sara De Bosschere ci dice di quel coniglio che attraversa la strada davanti all’ex compagno di Isahne, a quel momento del lutto in cui si intravede per la prima volta la possibilità di andare avanti.

La scrittura scenica segue le regole redatte da Milo Rau nel suo Manifesto di Gand: obbligo di almeno due lingue diverse parlate in scena, scenografia di meno di venti metri cubi e la presenza di almeno due attori non-professionisti, per citarne solo alcune.
La Reprise è un’incessante interrogazione sui perché della violenza, sul significato del tragico oggi e sulla banalità del male (l’espressione di Hannah Arendt dà il titolo ad uno dei capitoli dello spettacolo).
Abbiamo il diritto di metterla in scena, questa banalità? Abbiamo il diritto di dire che Isahne è come Edipo? E salire in quell’auto il suo errore, inteso come αμαρτία?
Teatrologia e sociologia si intrecciano: molti sono i riferimenti ai legami tra il tasso di disoccupazione nelle zone che attraversano processi di deindustrializzazione (come la periferia di Liège) e l’aumento esponenziale di fenomeni di brutale e insensata violenza.

La capacità di uccidere un altro essere umano è forse annidata in ognuno di noi, in una zona grigia, per dirla con Primo Levi. Eppure, rimanendo con lo scrittore torinese, alcuni non hanno mai ucciso nessuno.
Nella vita siamo tenuti a formulare giudizi e a tracciare linee di distinzione tra una cosa e l’altra. Il teatro e la vita non sono la stessa cosa: a teatro possiamo permetterci il privilegio di non giudicare.

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Aspettando il Trovatore

Entrando nel foyer del Teatro Regio, la mattina del 3 ottobre, per assistere alla conferenza di presentazione del titolo inaugurale, vediamo campeggiare la grande locandina dello spettacolo che aprirà la stagione d’opera e balletto 2018-2019. Sfondo nero, scritte bianche, al centro una grande rosa incendiata e sotto di essa una citazione: “Ah, l’amorosa fiamma/ m’arde ogni fibra”. I versi provengono dal primo atto de Il trovatore, amatissimo titolo della cosiddetta ‘trilogia popolare’ di Giuseppe Verdi, sebbene meno eseguito rispetto a Rigoletto e Traviata, tanto che al Regio manca da ben 13 anni: l’ultima esecuzione risale infatti al marzo 2005, e fu sotto la direzione di Renato Palumbo e la regia di Alberto Fassini. Sono presenti alla conferenza la direttrice dell’Ufficio Stampa Paola Giunti, l’assessore alla cultura della Città di Torino Francesca Leon, il direttore Comunicazione e Immagine di Intesa Sanpaolo Fabrizio Paschina, il nuovo sovrintendente William Graziosi, il nuovo direttore artistico Alessandro Galoppini, il regista Paul Curran, prima volta al Regio, e il direttore d’orchestra Pinchas Steinberg, la cui invece lunga collaborazione col teatro risale al 1993 con Il caso Makropoulos di Janáček, ed è proseguita negli anni con molti altri titoli, tra cui ricordiamo un Lohengrin di Wagner nel 2001 e un recente successo col Samson et Dalila di Saint-Saëns nel 2016. La conferenza comincia confermando gli intenti della nuova amministrazione: sia Leon sia Graziosi sia Galoppini affermano che l’obiettivo principale del Regio è quello di coinvolgere quanto più pubblico possibile, diffondendo la bellezza dell’opera (in particolare quella italiana, ammirata – si sa – in tutto il mondo) e facilitando l’accesso ai giovani, senza rinunciare, così promettono e rassicurano, a produzioni di qualità. Sull’accesso ai giovani non possiamo che essere d’accordo: lodevolissima ad esempio la nuova iniziativa Under 25 che regala spettacoli a 2 euro a tutti coloro che rientrano in questa fascia d’età. Sulla qualità degli spettacoli, non vediamo l’ora di assistervi, ma le parole di Paul Curran e di Pinchas Steinberg, bisogna dirlo, promettono bene. L’esperienza di quest’ultimo ci riconduce a due problemi fondamentali nell’esecuzione del Trovatore: la ricerca del colore del suono e l’efficacia espressiva della parola cantata. Steinberg spiega infatti che il cantante, a differenza dell’attore, deve saper conciliare la voce con il giusto ritmo e la giusta intonazione per riuscire a trasmettere sentimento, e su questo ha molto insistito durante le prove. Per quanto riguarda l’ambientazione, Paul Curran ha scelto il periodo risorgimentale al posto del fosco Medioevo previsto dal libretto. Questa sarebbe infatti l’epoca più adatta ad esprimere quelli che egli ritiene siano i tre nuclei fondamentali del dramma: religiosità, politica e amore, tanto romantico quanto sensuale, messi in scena in un allestimento dinamico, che prevede molti cambi di scena (tutti a vista tranne uno). A ciò si aggiunge la sua attenzione alle relazioni tra i personaggi, tanto affascinanti da accomunare, a suo dire, Il trovatore e la serie televisiva Game of Thrones proprio per il groviglio di trame e rapporti tra individui.

Il regista Paul Curran e il direttore Pinchas Steinberg.

Terminata la conferenza, ritroviamo Curran in platea, intento a controllare il palcoscenico su cui Manrico (Diego Torre) e Azucena (Anna Maria Chiuri) provano l’ultimo atto in quell’«orrido carcere» che qui è una cella incastrata tra due grandi scalinate circondate da pareti nude e verdastre. Ci avviciniamo al regista, disposto a concederci una piccola intervista.

“Lei ha detto che Il trovatore le ricorda Game of Thrones. Può spiegarci le affinità che accomunano due mondi apparentemente così distanti?”

“Innanzitutto il testo. Quando ho cominciato a preparare questo spettacolo ho notato che l’opera e la serie televisiva utilizzano praticamente le stesse parole. In entrambe poi c’è una violenza insanguinata, così come un modo orrendo di trattare le altre persone, soprattutto le donne. Infine mi ha colpito l’enorme successo che tutte e due hanno avuto ai loro tempi, nonostante Game of Thrones sia – diciamolo francamente – molto old fashioned, con un’estetica che soltanto 15 anni fa non avrebbe mai avuto un così largo seguito”.

“A cosa è dovuto, secondo lei, questo interesse rinnovato per un Medioevo di ferro e di sangue?”

“Credo ai videogames. Hanno riportato in auge un mondo di cappa e spada, simile a quello delle opere in voga nell’Ottocento, come appunto Il trovatore, o anche Rigoletto. Sono tutte storie estreme: amore, morte, suicidio, ossessioni e grandi passioni. Cose che ritroviamo anche oggi”.

“Come è arrivato a questa intuizione?”

“Mio marito è un grande videogiocatore. Un giorno, mentre lo osservavo giocare a uno di questi videogames, ho esclamato: ‘Ma questo è il Trovatore!’. L’immaginario è lo stesso, solo senza la musica di Verdi”.

A questo punto lo seguiamo direttamente sul palcoscenico, dove ci mostra i dettagli della sua scenografia. I muri del carcere sono costituiti da lunghe e spettrali assi rettangolari, alcune delle quali in rilievo.

“In effetti ricorda la grafica dell’Animus di Assassin’s Creed”.

“Per esempio. Poi, con l’illuminazione giusta, le ombre delle assi in rilievo daranno al carcere un aspetto ancora più sinistro. Abbiamo anche messo delle fenditure tra le assi, da cui far trasparire delle lame di luce da dietro le quinte”.

“A proposito del suo allestimento, mi è venuto in mente che Luchino Visconti apre Senso – forse ‘il film sul Risorgimento’ per antonomasia – proprio con una rappresentazione del Trovatore”.

“È stato uno dei motivi principali che mi hanno convinto ad ambientare questo Trovatore in quel periodo storico. Tra l’altro i vestiti dei miei soldati assomigliano molto a quelli di Farley Granger. In ogni caso, non c’è dubbio che Verdi sia stato la colonna sonora del Risorgimento”.

Il direttore d’orchestra Pinchas Steinberg, invece, per evitare di distrarsi sentendo i cantanti provare in scena, preferisce essere intervistato nel foyer, verso cui si avvia precedendoci e canticchiando “ed a qual prezzooooo” insieme al tenore.

“Maestro, cosa la affascina in particolare della musica di Verdi?”

“Tutto. Ma la cosa che rende questo autore unico è un’evoluzione musicale che nessun altro ha mai avuto. Un giorno di regno è completamente diverso da Rigoletto, che è completamente diverso da Falstaff”.

“Trova che sia più uno sperimentatore che un tradizionalista come lo dipinge l’opinione comune?”

“Eccome! Dicono anche che nelle ultime opere sia stato influenzato da Wagner, come se fosse un segno di non originalità. Intanto non dimentichiamo che anche Wagner ha attinto da altri musicisti. Pensi che io dico sempre che Rienzi [terza opera di Wagner, ndr] è la migliore opera di Meyerbeer. La verità è che la storia della musica è una continua catena di influenze, dove ogni compositore trasforma a modo suo quello che trova intorno a sé”.

“Come sarà questo suo Trovatore?”

“Questo non posso dirlo. Dovete ascoltarlo”.

“La capisco. È sempre difficile parlare di musica”.

“Esatto. Bisogna sentire, non parlare. Ormai il pubblico non è più abituato ad ascoltare. Molti hanno ancora paura di andare all’opera, perché temono di non capire nulla. Non è necessario capire, bisogna lasciarsi trasportare dall’emozione che trasmette la musica. È come col cinema, eppure lì nessuno dice ‘non vado a vedere il film, tanto non capisco niente’. Con l’opera c’è proprio un rifiuto preconcetto. Persino mio figlio una volta credeva che l’opera fosse una cosa noiosissima, finché un giorno gli ho proposto di venire a sentire un Nabucco diretto da me. Ne rimase estasiato. Ma è stato fortunato: molti continuano a non provare nulla”.

“A cosa è dovuta, secondo lei, questa incapacità di ascoltare la musica dal vivo?”

“Io penso alla riproducibilità tecnica. I dischi ci hanno abituati a sentire esecuzioni dove magari tutto è perfetto, ma sempre uguale. Come delle scatole di sardine: sono in ordine, ben disposte, una uguale all’altra. Ma che emozione vuole che mi diano?”

E questo punto non resta che godersi lo spettacolo.

A cura di Luca Siri e Francesca Slaviero

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D.A.K.I.N.I PROJECT

D.A.K.I.N.I. è un laboratorio multidisciplinare legato a un progetto omonimo a cura di AJARIOT Performing Arts Collective.

Il progetto multidisciplinare e transdisciplinare indaga e intende far dialogare i temi dell’Intelligenza Artificiale con gli studi di genere e le teorie femministe contemporanee.

Dai dibattiti, domande e previsioni future sulla dilagante IA e sulle sue possibili ripercussioni, alle teorie di filosofe e attiviste che già negli anni ’80 parlavano di appropriarsi di scienza e tecnologia e della necessità di una deterritorializzazione delle idee.

“Nel mondo dell’informatica della dominazione, le donne devono confrontarsi con la questione del loro coinvolgimento con la tecnologia, e affrontarne la complessità”.

Come l’IA può servire alla vita e alla teoria femminista? Come le donne se ne possono appropriare? E quando l’avranno fatto cosa accadrà?

 

RACCONTO DI UN’ESPERIENZA PERSONALE

Mi presento: sono Noemi una studentessa del Dams al suo secondo anno. Tra tutti i laboratori interdisciplinari decido di frequentare quello del professor Pontremoli perciò inizio a dare un’occhiata alle proposte 2018/2019.
Mi salta subito all’occhio un laboratorio che sarebbe iniziato il giorno seguente e soprattutto come orari era perfettamente collocabile tra i miei impegni scuola-lavoro.

Si, in principio lo scelgo per comodità anche perché dalla descrizione del laboratorio avevo compreso ben poco.
Cosa c’entra l’intelligenza artificiale con le teorie femministe?

Alle 14 in punto del 26/09 mi presento presso lo STUDIUMLAB di Palazzo Nuovo e mi trovo di fronte due donne, Isadora Pei e Camilla Soave che sanno metterci subito a nostro agio.
Entriamo nel Lab , odorante di incenso , e ci sediamo in cerchio faccia a faccia e scalzi , iniziamo così le nostre due ore insieme .
È stato in quel momento che ho capito la portata del D.A.K.I.N.I PROJECT ma soprattutto dell’impatto sociale che queste attiviste stanno realizzando.
Sono stati 3 giorni di sperimentazione, ho iniziato ad aprire gli occhi su temi che prima consideravo poco.
Ad esempio il flusso di informazioni che vengono generate nel web e che non si posso cancellare , le disparità salariali tra uomo e donna che tutt’oggi esistono e il fatto che anche noi nel nostro piccolo siamo già dei cyborg.

Ci hanno fatto prendere parte in maniera attiva e concreta al progetto tramite varie piccole pratiche corporee-visive che verranno integrate a tutto il materiale che stanno raccogliendo in vari settori sociali.
Il D.A.K.I.N.I. PROJECT ha lo scopo di lasciarti perplesso così da invitarti ad una più attenta riflessione e lo attua facendo dialogare varie discipline e temi.
Non si è trattato perciò della solita lezione frontale a cui siamo abituati, al contrario abbiamo partecipato alla realizzazione di una ricerca formativa finalizzata ad un progetto che andrà in scena e di cui ora noi nel nostro piccolo facciamo parte.
Perciò se siete curiosi di rispondere anche voi alla domanda che mi sono fatta io in principio vi invito a dare un’occhiata al loro sito , ai loro lavori e a partecipare ad un futuro laboratorio nel caso venga riorganizzato.
Ringrazio per questa esperienza AJARIOT PERFORMING ARTS.

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A teatro con Nuovi Sguardi. La Conferenza Stampa

Ad iniziare la conferenza stampa è Alberto Vanelli, confermato presidente della Fondazione Teatro Ragazzi e Giovani Onlus nel luglio 2018, che subito porta l’accento sul focus del progetto in questione: l’assenza, negli spazi della casa del Teatro Ragazzi e Giovani di Torino, di quella fascia di pubblico composta da giovani tra i sedici e i venticinque anni. E’ proprio la consapevolezza di questo gap generazionale a stimolare negli addetti ai lavori l’iniziativa del Festival Nuovi Sguardi, che coinvolge tre realtà torinesi: il TPE (Teatro Piemonte Europa), il Festival delle Colline Torinesi e la Fondazione Teatro Ragazzi e Giovani Onlus, responsabile del lancio della proposta. Il progetto, supervisionato da Luisa Minero, Andrea Prono, Giuliana Pititu ed Elisa Olivero, è rivolto ad un gruppo di ragazzi di età compresa tra i sedici e i venticinque anni, invitati a prendere contatto con le tre realtà torinesi per poi attuare la vera e propria organizzazione del festival. La duplice – ma fluida – modalità di spettatori ed organizzatori consente ai giovani di muoversi agilmente tra platea e palcoscenico, di dare ad un potenziale nuovo pubblico la dimensione della “soggettività”, secondo le parole di Alberto Vanelli. Il presidente conferma il desiderio di consolidare, nei prossimi anni, questo genere di collaborazione con le nuove generazioni, rendendola un’attività permanente.

La parola passa a Matteo Bagnasco, responsabile del settore Innovazione Culturale all’interno della Compagnia San Paolo di Torino, che spiega la volontà di stimolare la partecipazione culturale colmando quel divario, che spesso rimane aperto, tra la presenza osservatrice di pubblico ed una partecipazione attiva ai lavori, da parte di chi ha a che fare con il teatro. E’ da questo punto, che la Compagnia prende le mosse per elaborare strategie di audience engagement, avviando nel 2016 il progetto “contenitore” Open 2017 – Nuovi pubblici per la cultura. Si tratta di un lavoro che passa attraverso la “mappatura di esperienze interessanti sul territorio, per incrementare una partecipazione attiva alla cultura in Piemonte e in Liguria”, e attraverso la sperimentazione di modalità di ingaggio alternative per nuovi segmenti di pubblico. Di conseguenza, “la risposta alla richiesta del Teatro Ragazzi è stata immediata; anche perché tra noi c’è una condivisione di pubblici, oltre che di obiettivi e strumenti”, afferma Matteo Bagnasco, prima di cedere la parola a Giulia Menegatti, coordinatrice progettuale del percorso di ideazione ed organizzazione del Festival.

Giulia Menegatti racconta con grande passione il lavoro svolto con i giovani che, a partire dal luglio 2017 per arrivare ad oggi, fanno crescere il progetto. L’esperimento coinvolge il TPE, il Festival delle Colline e la Fondazione Teatro Ragazzi, in una sinergia fatta di incontri con gli addetti ai lavori, appuntamenti, progettazioni presso la Casa del Teatro Ragazzi e Giovani ed il Teatro Astra di Torino, i due spazi scenici deputati allo svolgimento del Festival. “Ai ragazzi che hanno aderito al progetto sono state aperte le porte degli uffici, dei palchi, per comunicare loro che il teatro non è solo il momento che avviene sul palcoscenico: è anche tutto il lavoro organizzativo e di comunicazione”, spiega Giulia Menegatti, focalizzandosi immediatamente sui protagonisti del percorso in questione: i giovani. “Il progetto è stato pensato dai ragazzi, già a partire dalla pagina, dalle immagini, dalle brochure, dalle borse di tela”. Si tratta di oggetti cartacei, materiali, con una consistenza fisica, che ci vengono consegnati prima della conferenza stampa e che incorporano una precisa volontà di integrare la tradizione all’innovazione. Se, infatti, in questo lavoro viene seguito un approccio di marketing innovativo, che tiene in grande considerazione le nuove tecnologie, in particolare i canali social e le loro potenzialità – Instagram, Facebook, Whatsapp -, è nel contempo una precisa scelta dei giovani quella di fornire al pubblico materiali di supporto cartacei, in quanto ritenuti più eleganti, evocativi, professionali. Le parole di Giulia Menegatti si alternano a frammenti di video in cui i giovani raccontano l’esperienza, la condensano in parole chiave o in brevi frasi.

Sono circa venticinque, nel 2017, i giovani che iniziano il percorso di scoperta, per poi assestarsi in una decina, al principio del 2018: Edoardo Cancedda, Giulio Carignano, Caterina De Lucia, Giulia Dilorenzo, Omar Diallo, Emil Foa, Irene Leone, Maria Macrì, Allegra Palù, Carlotta Zita. Tra il febbraio e il giugno del 2018, il gruppo di giovani – il board – che sceglie di portare avanti l’esperienza, ha la possibilità di visionare diversi spettacoli, costruiti all’interno delle tre realtà culturali torinesi. L’intento è quello di offrire “una scena teatrale il più eterogenea possibile”, spiega Giulia Menegatti. Attraverso un proficuo lavoro di squadra, viene incentivata la scoperta di pratiche prima non molto conosciute, quali il Nouveau Cirque, la Drammaturgia, la creazione contemporanea. Il gruppo di ragazzi, nel frattempo,  si dà da fare: organizza dibattiti, speed date, aperitivi, avvicinando la realtà degli spettatori a quella degli attori, lavorando sui due fronti della tradizione e dell’innovazione; nel contempo, inizia a progettare il Festival.

Gli spettacoli che lo compongono sono scelti interamente dal board, sulla base di una votazione. La rassegna stampa della conferenza ne reca alcune motivazioni, preziose grazie alla loro freschezza ed autenticità: Johann Sebastian Circus, spettacolo di Circo El Grito, è stato selezionato “perché non si può non restarne colpiti”. Lo Sleep Concert curato da Didie Caria è stato scelto “perché quando mai hai passato una notte in teatro?”. Il Cantico dei Cantici di Roberto Latini è stato scelto “perché sono cinquantacinque minuti di pura estasi!”. The Black’s Tales Tour di Licia Lanera è stato scelto “perché è uno spettacolo dall’atmosfera dark … e dormire, poi, non sarà più così facile!”. I primi due spettacoli saranno in scena sabato 29 settembre presso la Casa del Teatro Ragazzi e Giovani, mentre i successivi si terranno domenica 30 settembre presso il Teatro Astra, a Torino. Si prospetta curiosa, in particolar modo, l’esibizione di Didie Caria, che prevede, dopo una serata drink con aperitivo e dj set, un susseguirsi di esperimenti di sonorizzazione, per accompagnare gli spettatori nel loro sonno, fino all’alba. Al sorgere del sole, verrà offerta la colazione agli spettatori.

“L’idea di base è seguire le fasi del sonno: partire da brani musicali strutturati nella forma e poi, con la loop station, rallentarli e scomporli”, spiega Didie Caria, aggiungendo però che il processo creativo resta aperto: “ In realtà ho più domande che risposte: non tutti vivono il passaggio da una fase del sonno all’altra in contemporanea, non sai mai cosa sarai in grado di tirare fuori. Ho fatto delle prove a casa mia, con i miei amici distesi sul divano, sperimentando diverse frequenze sonore. Come cantante, mi occupo in particolare di vibrazione, cioè di ciò che sta alla base [di quanto viene espresso dallo strumento]: la capacità di aprire, rilassare …”. Il percorso artistico di Didie Caria è costellato di esperimenti sonori contraddistinti da grande creatività: “Ho fatto dei concerti galleggianti all’interno di alcune grotte sarde, … mi piace portare la musica dove normalmente non arriva, renderla esperienza musicale.” E conclude, con simpatia: “Ora sto cercando di capire come stare otto ore sveglio, quindi datemi idee”. La location dell’evento è il foyer della Casa del Teatro Ragazzi e Giovani che, con le sue ampie vetrate, consentirà ai partecipanti – piccoli e grandi – di percepire il sorgere del sole dopo la nottata. L’esperienza, come gli spettacoli e gli altri eventi del Festival Nuovi Sguardi, è adatta a tutte le età, a condizione che i più piccoli siano accompagnati. E’ possibile prenotare attraverso i canali tradizionali – un ruolo importante anche dal punto di vista dell’informazione è svolto dall’Ufficio Stampa, composto da Carola Messina e Maurizio Gelatti – ma anche tramite i social network, in particolare Whatsapp, riconosciuto dai giovani organizzatori come uno dei mezzi di comunicazione preferiti in questo tempo.

A questo punto, viene ceduta la parola al board, rappresentato da tre dei suoi componenti. I giovani organizzatori raccontano l’arricchimento del “vivere il teatro al contrario”, scoprendo tutti gli aspetti organizzativi a monte del lavoro dell’attore. In questa prospettiva, lo spettacolo viene percepito come creatura che nasce e si sviluppa nelle sue fasi creative, economiche, comunicative e di marketing, mediante approcci innovativi. “Si può sdoganare l’immagine di un teatro d’èlite culturale, antico, di vestito. Lo si sta facendo attraverso incontri con gli artisti, dj set, nuove tecnologie, … Perché forse si è un po’ perso il tentativo di comunicare.” “Abbiamo sdoganato luoghi comuni, come l’esistenza del sipario, non per forza indice di uno spettacolo buono, o il vestirsi bene”, spiega, in particolare, uno dei tre componenti del board. “Io oggi ho scelto di indossare bermuda”, che però forse, a dispetto del bon ton, “non sono così impresentabili come molti credono.” I ragazzi rivelano che l’esperienza ha dato loro moltissimo, anche dal punto di vista delle amicizie. L’opportunità di osservare e lavorare attraverso “nuovi sguardi”, dunque, è stata colta in pieno, con grande successo ed incremento di relazioni, prospettive, immagini.

Il Festival sarà, a sua volta, l’occasione per lanciare il prossimo percorso di Nuovi Sguardi, le cui selezioni (gratuite) saranno aperte fino al 18 novembre 2018. Per quanti lo desiderano, sarà possibile iscriversi alla prima fase di selezione compilando apposite cartoline, che saranno distribuite nel corso delle serate del Festival (29-30 settembre 2018).

Letizia Marrone

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FDCT23 – LIV FERRACCHIATI / THE BABY WALK TRILOGIA SULL’IDENTITA’

Ieri sera, 1 giugno 2018, alla serata di apertura del Festival delle colline torinesi è andato in scena al Teatro Astra di Torino la trilogia sull’identità di Liv Ferracchiati/ The Baby Walk in collaborazione con Lovers Film Festival.

La trilogia è strutturata in tre capitoli, non legati da un filo narrativo ma uniti tra loro dal tema dell’identità di genere: “Peter Pan guarda sotto le gonne”, “Stabat Mater”, “Un eschimese in Amazzonia”.

The Baby Walk sono: Liv Ferracchiati (regista/autore, a volte, anche in scena), Greta Cappelletti (dramaturg/autrice, a volte, anche in scena), Laura Dondi (costumista/danzatrice), Linda Caridi (attrice), Chiara Leoncini (attrice), Alice Raffaelli (attrice/danzatrice), Lucia Menegazzo (scenografa), Giacomo Marettelli Priorelli (light designer/attore), Andrea Campanella (videomaker).

Capitolo 1 “Peter Pan guarda sotto le gonne” durata 70’

Sul palco c’è il nostro Peter Pan: una bambina bionda di 11 anni e mezzo (Alice Raffaeli) che si dimena con un vestito rosa che non vuole mettere, non se lo sente addosso ma la madre insiste. Pertanto Peter è costretto ad andare con il vestito al parco a giocare a pallone, la sua passione, e viene presa in giro da Wendy (Linda Caridi) una ragazzina mora di 13 anni di cui si innamora. Ed è grazie all’amicizia con Wendy e la chiacchierata con la fata Tinker Bell(Chiara Leoncini) la fata che esiste, che Peter piano piano acquisisce la consapevolezza della sua identità. E’ un bambino in un corpo di una bambina. Comincia a ribellarsi ,infatti,  e non indosserà mai più il vestito rosa.”Peter non è esattamente una femmina ma precisamente un maschio”. Peter comincia, come se si guardasse allo specchio, una danza con sua ombra (Luciano Ariel Lanza) la guarda, la tocca. E’così che dovrebbe essere il suo corpo da grande, un ventenne con le braccia muscolose, le spalle grandi e i capelli corti. Ma Peter sa che non andrà in questo modo, ed è per questo che non vuole crescere; vuole restare così come è, non vuole che il suo corpo si modifichi, non vuole che i suoi fianchi si allarghino, che le crescano delle protuberanze morbide sul petto. I genitori, che non agiscono mai direttamente ma sono presenti solo come voci, esultano all’arrivo delle mestruazioni alla loro bambina che è finalmente diventata un signorina, mentre per Peter questo è solo il segno indelebile di un corpo che è sempre meno sotto il suo controllo. La madre è molto apprensiva ,quasi soffocante, vorrebbe evitare ciò che ha intuito ma che non vuole accettare; il padre si esprime solo attraverso definizioni da vocabolario e sembra non capire cosa sta succedendo alla sua bambina. Sostanzialmente Peter è solo con tutte le sue paure. Peter, incarna tutti quegli adolescenti transgender che si trovano totalmente soli a gestire il disagio di avere un corpo che non rispecchia la percezione di sé, un corpo che avrebbe dovuto essere diverso.“Tu non sei un bambino vero Peter e io non sono la tua Wendy” riecheggia la voce interiore.

Capitolo 2 “Stabat Mater” durata 85’

Viene raccontata la vicenda di un ragazzo di 27 anni, scrittore; vive al maschile ma ha le sembianze di una ragazza. La sua storia viene analizzata in seduta con una psicoanalista (Chiara Leoncini) ripercorrendo in flashback la storia d’amore con la sua compagna(Linda Caridi) da cui attualmente si sente sempre più distante. Un elemento centrale considerato in terapia è la sua incapacità a buttarsi: ha paura e si sente sempre in stato di inferiorità, il che è strettamente connesso a un legame edipico irrisolto con la madre. La madre, rappresentata come un volto in uno schermo, che non ha ancora metabolizzato l’identità di suo figlio, lo chiama insistentemente e il figlio risponde in qualunque momento non potendo avere in questo modo la propria intimità. Di fatto non sanno cosa dirsi, è un parlare di nulla. La mamma vuole controllare che il figlio abbia mangiato perché se ha mangiato allora vuol dire che va tutto bene, che sua figlia sta bene. La tematica del cibo attraversa tutta la trilogia, cibo come vita contrapposto alla morte. Per tutta la durata dello spettacolo si ha la sensazione di essere nella sua testa dove momenti di quotidianità si fondono a momenti di pura invenzione. Ciò è reso da una drammaturgia con un ritmo serrato in cui il linguaggio quotidiano si alterna ad un linguaggio con forti connotati emotivi; il linguaggio dell’inconscio.

 

Capitolo 3 “Un eschimese in Amazzonia” durata 65’

Quest’ultimo capitolo della trilogia dalla durata di 65 minuti tratta del difficile rapporto della persona transgender (l’eschimese) e la società (il coro). Al centro c’è l’eschimese con un cappuccio, come per proteggersi, e un microfono in mano, intorno a lui si muove il coro, lo segue, lo accerchia. Il coro,composto da 4 attori (Greta Cappelletti, Laura Donfi, Giacomo Marettelli Priorelli, Alice Raffaelli), parla quasi sempre all’unisono con una lingua ritmata, molto spesso con accompagnamento musicale che lo rende ipnotico e pervasivo, a tratti soffocante e che si riflette in una gestualità scandita, ripetitiva. Sottopone l’eschimese ad un fuoco di fila continuo di domande ma non è realmente interessato ad ascoltare le risposte. Infatti hanno già le risposte fatte di stereotipi e luoghi comuni. Il monologo dell’eschimese, che si rifà al format della stand up comedy, è improvvisato e coinvolge il pubblico utilizzando l’ironia e la comicità per affrontare l’attualità politica ed esperienze di vita quotidiana. Oliver Hutton, l’eroe dell’infanzia diventa il simbolo del ”non arrendersi ”; infatti nonostante fosse sempre ferito alla spalla era sempre in campo e vinceva. Alla fine i fari accecano il pubblico, effetto che contribuisce a mantenere lo stato di confusione e spaesamento in cui lo spettatore è coinvolto per tutta la durata dello spettacolo, poi cala il buio e l’eschimese calcia il pallone. Il pallone apre e chiude la trilogia, un pallone che rappresenta il diverso ma allo stesso tempo la libertà.

Come è emerso dalle interviste fatte al pubblico dal progetto “nuovi sguardi”, gli spettacoli sono piaciuti molto e la tematica della ricerca dell’identità  e del conseguente disagio interiore è arrivato dritto al pubblico che si è sentito coinvolto ed emotivamente mosso.” Un turbamento emotivo”: così uno spettatore l’ha definito.

Carola Fasana

 

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