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IMPROVVISAMENTE L’ESTATE SCORSA – Stefano Cordella

Umanità sul menù

Una macchina schiantata giace come una carcassa al centro della scena, coperta inizialmente da un mucchio di foglie, che ci portano tra le piante carnivore tropicali del giardino di New Orleans, palcoscenico su cui aleggia ancora il fantasma del defunto Sebastian, definito come un sensibile poeta visionario da una parte e un uomo perverso dall’altra. Al teatro Astra assistiamo alla messa in scena dell’opera di uno dei più importanti autori del teatro americano, Tennessee Williams, un testo stratificato, caratterizzato da un aspetto profondamente personale e autobiografico da cui ancora oggi trasudano importanti riflessioni e insegnamenti.

In questa rappresentazione, i protagonisti dipingono un’umanità corrotta che tratta l’amore come un contratto dai commi e dai paragrafi perversi. Basti pensare al personaggio di Mrs Venable, che descrive il figlio come una sua proprietà in un rapporto malato, il cui contratto è stato rotto nel momento in cui quest’ultimo ha deciso di servirsi di un’altra donna, la cugina Catharine, per i suoi scopi. O ai personaggi di George e Mrs Holly, fratello e madre di Catharine, ossessionati dal denaro al punto dal voler distorcere la realtà, pur di arrivare a cannibalizzare quelli che sono i resti del defunto Sebastian. Un’umanità traviata, che ci ricorda per molti aspetti la nostra quotidianità, non solo per le guerre, ma per ognuno di quei piccoli abusi a cui si assiste tutti i giorni, che ci rendono simili agli uccelli carnivori che compiono il massacro delle tartarughe appena nate sulla spiaggia delle Encantadas.

Siamo noi esseri umani quello stormo di uccelli spennati pronto a banchettare con le tartarughe indifese sulla spiaggia o con le proprie stesse carni?

Altra presenza assente oltre al defunto Sebastian, è Dio, in questo caso visto come un’entità crudele che “mostra alle persone un volto feroce e grida loro cose spietate” rimanendo pur sempre distante, forse in orrore di fronte alla bruttura dell’essere umano e della sua fame non solo di ricchezze e risorse, ma di affettività, di favori, di corporalità, di altro. Un buco nero senza fondo che è la caratteristica umana che rende il testo di Williams davvero terrificante. Persino nelle nostre relazioni quotidiane, anche inconsciamente, creiamo contratti basati sul principio do ut des. Sembra molto raro incontrare una generosità o un affetto che sia davvero disinteressato. E allo stesso tempo, non ci possiamo permettere di immolarci sull’altare della generosità assoluta senza aspettarci di venire scarnificati. In una società fatta di apparenze, in cui ogni passo deve essere valutato con attenzione, ci ritroviamo pronti a presentarci appetitosi come voci di un menù, ma non sempre con un buon sapore o non sempre pronti a farci mangiare. Mai come oggi dobbiamo fare attenzione a non farci inghiottire da noi stessi o dai nostri simili.

Linda Steur

Di Tennessee Williams

Traduzione Monica Capuani

Regia Stefano Cordella

Con Elena Callegari, lon Donà, Leda Kreider, Laura Marinoni, Edoardo Ribatto

Scene Guido Buganza

Costumi Ilaria Ariemme

Disegno luci Marzio Picchetti

Suono Gianluca Agostini

Aiuto regia Noemi Radice

direttore di scena e capo macchinista Ruben Leporoni

Capo elettricista e datore luci Marco Grisa

Fonico Alberto lrrera

Sarta di scena Lucia Menegazzo

Produzione LAC Lugano Arte e Cultura

In coproduzione con Teatro Carcano Milano

Partner di produzione Gruppo Ospedaliero Moncucco – Clinica Moncucco e Clinica Santa Chiara Improvvisamente l’estate scorsa viene presentato per gentile concessione della University of the South, Sewanee, Tennessee

Pinocchio. Che cos’è una persona? – Davide Iodice

Croce della normalità

Siamo soliti guardare ad un ciocco di legno come ad un oggetto inanimato o uno scarto di lavoro. Proverei però a suggerire l’dea che invece possa rappresentare qualcosa di più: a ben pensarci, non è altro che una parte di un essere vivente che è stata tagliata via dal corpo di quest’ultimo.

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ANTIGONE – ROBERTO LATINI

È andato in scena al Teatro Astra Antigone di Jean Anouilh, con la regia di Roberto Latini.

Da un leggio è narrata al pubblico la storia di Antigone. Quando le parole sembrano finire, qualcosa ha inizio. Delle strisce pedonali, una strada a doppio senso, un confine sterrato. Sul fondo una fermata dell’autobus ed una cabina telefonica. Un luogo da attraversare ma che sembra trattenere: la panchina, il filo del telefono.

Antigone è una voce, una fonte sonora che si muove nello spazio della platea e che in un secondo momento si mostra in scena nel corpo di Roberto Latini. L’attore, come l’animale che cambia pelle, si prepara gradualmente a perdere la propria per mostrare quella di Antigone. Una maschera e un abito di raso nero vestono gli occhi azzurri e le braccia forti di Antigone che si mostra tanto nel suo dolore quanto nel suo coraggio.

Un duello tra opposti vede Antigone scontrarsi con Creonte, re severo contenuto in un corpo piccolo e compatto dal movimento risoluto e dalla voce forte. Se i personaggi di questa tragedia fossero un insieme di caratteri e di punteggiatura, Creonte sarebbe probabilmente un punto. Immobile e definitivo.

Al contrario Antigone è sottolineatura ripetuta, è scrittura che esce dai margini del foglio, un fascio di nervi, una gamba che trema, un pugno pieno di terra, una mano che sparge dignità su di un corpo ritenuto indegno, una freccia scoccata da un arco teso. Antigone non è sono una scelta, è tutte le sue conseguenze.

La tragedia apre a numerose riflessioni sul potere nelle sue molteplici forme. Dalle leggi dell’Antica Grecia ai conflitti del Novecento, fino alle questioni che ogni giorno viviamo sulla nostra pelle, tutto è potere e la dinamica tra Antigone e Creonte la vediamo ripetersi continuamente nella storia.

Dal testo di Anouilh e dalla regia di Latini emerge anche altro. La sensazione è di andare più a fondo, in quelle che sembrano essere le motivazioni personali, intime, di Antigone.

Non la vediamo solo come il simbolo della legge divina che si scontra con la legge degli uomini o come quello della contestazione civile nei confronti di un governo che non opera giustamente, bensì come una persona umana. Antigone non è solo disobbedienza, è anche sorella, è amante, è una giovane donna in costruzione di sé e del proprio ruolo nella famiglia e nello Stato.

Dai dialoghi tra Ismene ed Antigone si evince il rapporto complicato che quest’ultima ha con Polinice. Antigone, bambina, vorrebbe protezione ed affetto da lui che invece cresce libero tra feste e svaghi, le interazioni tra i due spesso risultano per lei deludenti. Con la morte di Polinice è come se, ancora di più, si facesse strada nella mente di Antigone l’idealizzazione del fratello, per lei l’eroe esiliato poi morto e mai sepolto. Così, un rapporto che da sempre desiderava diverso, la spinge consapevolmente ad un gesto dalle conseguenze estreme.

E dunque la domanda è: “Antigone, per chi lo fai?”. Per Polinice o forse per l’idea che hai di lui? Polinice è morto, non vedrà il tuo sacrificio, non potrà abbracciarti come hai sempre desiderato o proteggerti ed essere il tuo re. “Antigone perché lo fai?”. Sei accecata dalla rabbia e non guardi ad Ismene che ti supplica di cambiare idea, sei in competizione con lei per la sua bellezza che tu non hai. Non guardi ad Emone, che ti vede bella e che ti ama, che ha chiesto per te la vita che da sola ti sei tolta e subito dopo è morto con te.

A volte penso che tu sia capricciosa Antigone, guardi all’impossibile e non alle possibilità.

Antigone, questo spettacolo è la prova che la tua storia sopravvive ai secoli, ma se fossi oggi una ragazza dei nostri tempi sapresti che, per quanto è brutto e ingiusto il mondo che ti circonda, devi attraversarlo. Con coraggio ma anche con pazienza, a passi piccoli, pensati, a volte da sola ed altre insieme alle persone che incontri e che scegli, come un’unica forza.

In fondo la storia non è fatta solo di morti eroiche ma anche e soprattutto di persone salde, che camminano nel mondo costruendosi i mezzi per cambiarlo, aprendosi ad un giusto compromesso tra i “poteri”, per renderlo un posto più giusto e migliore per tutti.

Il finale rivela la parola a cui ruota attorno l’intera tragedia: scelta.

Nei panni di Antigone o di Creonte o in qualsiasi altro ruolo di potere, che riguardi la nostra vita privata o comunitaria, scegliere e non scegliere, determineranno in ogni caso, almeno in parte, il nostro presente e il nostro futuro.

Silvia Picerni

di Jean Anouilh

traduzione Andrea Rodighiero

regia Roberto Latini

con Silvia Battaglio, Ilaria Drago, Manuela Kustermann, Roberto Latini, Francesca Mazza

scene Gregorio Zurla

costumi Gianluca Sbicca

musica e suono Gianluca Misiti

luci e direzione tecnica Max Mugnai

in collaborazione con Bàste Sartoria

produzione Teatro Nazionale di Roma, Teatro Vascello – La Fabbrica dell’Attore

Anatomia di un assassinio. Shakespeare incontra Verdi – Chiara Muti

Autopsia di un nobile scozzese

Con la stessa morbosità con cui si disseziona un cadavere, in questa rappresentazione del dramma scozzese al Teatro Astra con la collaborazione del Teatro Regio, vengono sviscerate la tragedia in prosa shakespeariana e il libretto dell’opera verdiana, che si agglomerano per dare origine ad un monstrum scenico che con semplicità dà vita all’orrore dell’azione scenica. Servendosi solo di luci e musica su una scena spoglia, a eccezione di due leggii, gli attori Luca Micheletti e Chiara Muti danno vita alla dicotomia tra i due personaggi protagonisti mostrando quanto entrambi possano, ciascuno a modo proprio, far inorridire lo spettatore con la loro malvagità terribile ed umana. La recitazione va così a delineare un’estetica del macabro che nella sua abile rappresentazione rende ambiguo ed enigmatico il confine tra personaggio e attore. Fino a che punto il viso falso copre il viso vero? Questo dubbio ci accompagna dall’inizio fino alla fine dell’opera-dramma. La stessa presenza dei leggii in scena rende ancora più labile e pericolosamente sottile, il confine tra personaggio e attore.

Come la psiche di Macbeth, lo spettatore è diviso e non riesce a distinguere il sogno dal reale, nulla ha più senso dopo l’atto terribile che è stato perpetrato in scena, nemmeno la morte. Il nobile scozzese ha perso quello che i giapponesi definirebbero ikigai (いきがい), ossia la propria ragione di vita, rendendo la sua esistenza priva di significato. Con la stessa meticolosità di un’autopsia, entriamo nella psiche di due individui corrotti e spezzati dalla propria hybris (ὕβϱις), in questo caso traducibile in tracotanza e ambizione. Ma per quale motivo quest’opera spaventa ancora? Oggi con la televisione i social e altri media veniamo costantemente esposti a fatti agghiaccianti, per poi svagarci e intrattenerci come se nulla fosse. Siamo forse diventati come Macbeth e sua moglie? Assassini della nostra società con la nostra indifferenza? Ipocriti che con il non oso si accompagnano al vorrei? I confini della morale diventano sempre più fumosi con la violenza che viene normalizzata e che rende la nostra esistenza ipocrita, se non priva di significato. In questa società dove l’omicidio, la guerra e la degradazione sono all’ordine del giorno questo ammonimento insieme alla musica, non può che rivelarsi attuale e senza tempo. Con questa consapevolezza siamo ancora in grado di accettare con la stessa leggerezza gli eventi che ora macchiano la nostra quotidianità? Per citare la stessa Lady Macbeth: “Ciò che è fatto non può essere disfatto” e possiamo solo controllare il nostro comportamento futuro rifiutandoci di volgere il nostro sguardo altrove.

Linda Steur

Dai testi dalla tragedia Macbeth di William Shakespeare

E dal melodramma Macbeth su testi di Francesco Maria Piave e musiche di Giuseppe Verdi

Ideazione ed elaborazione del testo Chiara Muti

Con Luca Micheletti, Chiara Muti

Ideazione sonora Raffaele Bassetti

Produzione TPE – Teatro Piemonte Europa

In collaborazione con Teatro Regio Torino

In occasione di Macbeth di Giuseppe Verdi, 24 febbraio – 7 marzo 2026, Teatro Regio Torino

PALCOSCENICO DANZA 2026

Conferenza stampa della decima edizione

Palcoscenico Danza; manifesto da: Aurunca – Elìas Aguirre ph Senda Del Manso – Danilo Moroni Juan Carlos Toledo

Palcoscenico Danza è la rassegna internazionale di danza diretta da Paolo Mohovich che ha luogo tutti gli anni nell’ambito della stagione teatrale della Fondazione Teatro Piemonte Europa che ha sede al Teatro Astra di Torino. 

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Quest’anno la decima edizione si tiene dal 25 gennaio al 29 aprile con 8 spettacoli e una masterclass.

Durante la conferenza stampa si è parlato degli spettacoli in cartellone durante tutto il primo  quadrimestre  2026.

Domenica 25 gennaio avremo BROTHERS TO BROTHERS DALL’ETNA AL FUJI di Roberto Zappalà.

Giovedì 5 febbraio CALLAS, CALLAS, CALLAS, per la regia di Rossana Broncanella che con la sua Compagnia Opus Ballet ci fa rivivere, nel centenario della nascita di Maria Callas, tre sguardi e approcci differenti dal linguaggio artistico contemporaneo.

Il 28 febbraio e il 1 Marzo è in programma DIVINE MONSTERS, una doppia coreografia di due danzatori molto apprezzati all’estero, Lai Hung Chung e il coreografo Giovanni Insaudo. 

Martedì 24 marzo è previsto SHORTCUT di Emanuela Tagliaviva. Uno spettacolo che mette insieme ex allievi danzatori della scuola Paolo Grassi e del Teatro alla Scala, diversi tra loro ma che hanno trovato il terreno giusto per affrontare un lavoro incentrato su un ibrido mostruoso. Arte figurativa e musica fanno da cornice alla drammaturgia coreica.

Martedì 31 marzo è in programma AURUNCA, del coreografo Elìas Aguirre, un performer spagnolo straordinario, già ospite di Interplay, molto interessante perché esperto in arti visive. L’opera trae spunto da un viaggio fatto in una località deserta tra i paesi della provincia di Caserta, una riflessione sulla solitudine, vagando tra i propri pensieri, in stretta correlazione con il progetto fotografico Imbermoves.

Giovedì 23 e 24 aprile in cartellone avremo MADE4YOU.X. Per il decimo anniversario del progetto ci sarà una sorpresa. La coreografa Pompea Santoro parla di questo spettacolo mettendo insieme quello che permette ai danzatori di liberarsi dai tanti mostri che abbiamo, unendo fisicità e creatività e coinvolgendo diversi altri artisti (Nacho Duato, Salvatore de Simone, Paolo Mohovich, Giovanni Insaudo).

Il padrino della manifestazione sarà un mostro, creato appositamente dall’artista Nacho Duato, che donerà un estratto dalla coreografia realizzata nel 1990 al teatro Passadori. Trasmettere la sensibilità e la poetica di Nacho è bellissimo perché i danzatori devono far vedere non solo la fisicità ma anche il piacere di sentire e di muoversi come culto dell’anima.  Nacho e la Santoro porteranno in scena uno spettacolo unico e straordinario.

Martedì 28 e 29 aprile è previsto OF RESTLESS NATURE di Cristiana Casadio, un’artista che si muove fra danza, performance e giocoleria circense; lo spettacolo parla di esseri mostruosi ispirati ad un’opera scultorea di Germaine Richier in una sorta di terrario che nessuno può capire o seguire ove tre danzatrici celebrano l’ambiguo tra diverse forme di resistenza e  di possibilità.

Il 29 aprile, infine, la Giornata Mondiale della Danza, verrà celebrata con la collaborazione di INTERPLAY LINK tramite un progetto coreografico di esseri e corpi che si interfacciano tra loro.

MASTERCLASS presso ℅ Eko Dance Project. Il 1 aprile per tutta la mattinata si terrà una masterclass dell’artista Elìas Aguirre in collaborazione con Moving Pause.

Ci vediamo per Palcoscenico Danza al teatro Astra TPE!

LUIGI RINALDI

MISURARE IL SALTO DELLE RANE – CARROZZERIA ORFEO

Carrozzeria Orfeo porta in scena al Teatro Gobetti di Torino uno spettacolo dal titolo Misurare il salto delle rane.

Una donna, due donne, tre donne: ecco in scena la sacra trinità. Lori una madre lacerata da un dolore profondo, Betti una figlia di trentasette anni e mezzo che decide di allenare una rana per vincere una gara di salto e, infine, Iris una ragazza dal volto dolce che entra nella vita delle due donne per portare alla luce un messaggio ritrovato.

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ATOMICA – MUTA IMAGO

Ballare lo swing sulla coscienza della gente


Si accende una luce. Fioca. Il mondo è in penombra. L’ultima volta che il sole ha brillato nel cielo è stato durante la mattina del 6 agosto 1945, quando alle ore 8:15 l’aeronautica militare statunitense ha sganciato la bomba atomica Little Boy sulla città giapponese di Hiroshima. Da quel momento in poi, l’umanità vive un perenne crepuscolo. Le vite spirano e rinascono, accendendo piccoli led sullo schermo nero del pianeta – che si trova sul fondo del palcoscenico –, creano messaggi, forniscono informazioni fatte di punti e di linee indecifrabili, figlie di un alfabeto morse impazzito e arbitrario.

Un uomo solo, costretto al silenzio, rinchiuso e sedato, porta il senso di colpa del contemporaneo sulle proprie spalle. La vista dall’alto del paesaggio del mondo moderno completamente distrutto gli resta aggrappata addosso, senza liberarlo. È Claude Eatherly, l’aviatore texano che a ventisei anni ha dato l’ok allo sgancio della prima bomba. Insieme a lui, il filosofo tedesco Günther Anders; entrambi devono assistere alle morti, alla gara al riarmo, al gioco del deterrente, all’impazzire della Guerra Fredda, allo swing ballato sulle coscienze della gente. I due personaggi affini e complementari sono interpretati con potenza e carisma da Gabriele Portoghese e Alessandro Berti, capaci di restituire allo spettatore il complesso stratificarsi degli intrecci delle storie personali e della Storia del secondo Novecento.

In Atomica Muta imago manipola alcuni elementi ricorrenti della sua poetica: personaggi tridimensionali, raffinata scelta degli interpreti, ritmi scenici elaborati, sospensioni e riprese, disegni luce studiati al millimetro, musiche ed effetti sonori capaci di unire l’onirico e il tangibile. Le forme sferiche, l’apparecchio telefonico in scena e i fasci di luce che spandendosi sulla platea fanno sentire lo spettatore racchiuso dalla messinscena, inoltre, appartengono alla grammatica del linguaggio scenico del duo. Ogni oggetto, distorsione, lume, movimento, scatto e silenzio, compone la sintassi di un messaggio gravido di significati – ancor più in un presente frammentato e polarizzato.

Le dinamiche dell’oggi sono infatti giocate su un continuo nascondino di responsabilità militari, di depositi di munizioni, di test e deflagrazioni, laddove le persone si suddividono tra bersagli e carnefici, in un alimentarsi di nuove nevrosi nucleari. Mentre uno rassicura, l’altro si sobbarca di ansie rinnovate; mentre l’attivista infuria, l’indolente nasconde il capo sotto la sabbia. Ecco che i globi sul palco sono pianeti inafferrabili, impassibili, insensibili, che si rincantucciano in un tramonto perenne. Essi come gli uomini, militi o filosofi, vivono un’esistenza ombrosa, sfiduciati dall’oblio della censura e dal peso della consapevolezza di aver contribuito a creare questo presente.

Ilenia Cugis

liberamente ispirato al carteggio tra Günther Anders e Claude Eatherly
di Muta Imago
regia Claudia Sorace
drammaturgia e suono Riccardo Fazi
con Alessandro Berti, Gabriele Portoghese
collaborazione alla drammaturgia Gabriele Portoghese
consulenza letteraria Paolo Giordano
musiche originali Lorenzo Tomio
disegno scene Paola Villani
direzione tecnica e disegno luci Maria Elena Fusacchia
costumi Fiamma Benvignati
si ringrazia l’artista Elisabetta Benassi
per INDEX Valentina Bertolino, Francesco Di Stefano, Silvia Parlani
produzione INDEX
in coproduzione con TPE – Teatro Piemonte Europa in collaborazione con Politecnico di Torino – Prometeo Tech Cultures, Emilia Romagna Teatro ERT I Teatro Nazionale
in collaborazione con AMAT e Comune di Pesaro
con il supporto di MAB Maison des Artistes Bard, ATCL / Spazio Rossellini, MAB Maison des Artistes Bard, Viola Produzioni / Spazio Diamante
compagnia finanziata dal MiC – Ministero della Cultura
foto Eleonora Mattozzi / CIRCA

LA VIE SÈCRETE DES VIEUX – MOHAMED EL KHATIB

Al Teatro Astra di Torino, il 15 e il 16 ottobre, per l’edizione 2025 del Festival delle Colline Torinesi, Mohamed El Khatib ha portato in scena La vie secrète des vieux. Frutto di quattro anni di ricerche condotte nelle residenze per anziani in Francia e Belgio, lo spettacolo fonde confessioni personali e ricordi con citazioni letterarie e una drammaturgia essenziale, restituendo al pubblico la verità di chi ha superato i settant’anni.

Sul palco sei anziani, una giovane operatrice e un moderatore hanno parlato senza esitazioni di ciò che di solito resta taciuto: la sessualità nella vecchiaia, l’eros che pulsa ancora quando il corpo si modifica, i desideri che si affacciano ostinati tra passioni sopite e fuochi accesi.

Non c’era nessuna barriera a dividere la scena dal pubblico. Solo uno spazio gentile, quasi domestico, con cinque sedie semplici, un tavolino imbandito con acqua e cibo e una pianta in un angolo. E quando gli interpreti hanno preso posto, il teatro si è trasformato in un luogo di incontro e all’improvviso la sensazione era quella di essere bambini nella casa dei nonni, immersi nella confidenza di un salotto pronto a svelare storie.

Da quel momento si è aperto un flusso continuo: confessioni, ricordi, rivelazioni. A colpire non era solo il contenuto, ma la libertà assoluta e la sincerità rara con cui è stato espresso.

Gli anziani parlavano con coraggio sorprendente, dando voce a ciò che tutti pensano ma che pochi osano rivelare e infrangendo tabù radicati da secoli. Raccontavano la loro prima volta, i desideri che li accompagnano ancora, i corpi che cambiano ma non cessano di esprimere bisogni. Condividevano fantasie audaci, il ricorso a particolari sex toys, la masturbazione, avventure improvvisate, perfino richieste di incontri occasionali. C’era chi elargiva consigli pratici con ironia divertita e chi, dopo una vita di silenzi, trovava il coraggio di un coming out tardivo, confessando amori mai nominati o accettati.

Il corpo che si crede spento rivendicava la sua vitalità, la sua fame di contatto umano. Forse la parte più sorprendente è che non erano loro a provare imbarazzo, ma i figli. Una delle interpreti, Sali, ha chiesto persino che lo spettacolo non fosse mostrato alla propria figlia. Come se la sessualità fosse un privilegio esclusivo della giovinezza. Come se i genitori potessero essere accuditi e dimenticati in una casa di riposo, ma mai riconosciuti come corpi vivi e desideranti.

Ma accanto al desiderio si stagliava timidamente l’ombra della fine, evocata con leggerezza e ironia continue. «Meglio morire in scena che in una casa di riposo», scherzava Jacqueline. Ed è stato inevitabile riconoscere, in quell’equilibrio fragile, l’abbraccio di Eros e Thanatos: il desiderio confessato con innocente audacia e la morte accennata con dolcezza, da chi sa che ogni sospiro potrebbe essere l’ultimo. Sul palco c’era un posto anche per le ceneri di un compagno recentemente scomparso, celebrate con una canzone di Rosa Balistreri, a ricordare che «parlare d’amore significa, inevitabilmente, parlare anche del lutto dei nostri amori».

Simone de Beauvoir, ne La terza età, denunciava l’invisibilità dei corpi anziani; qui, al contrario, quegli stessi corpi si mostravano con fierezza, reclamando il diritto di essere guardati al di là della loro età.

Guardandoli, è stato come se i sei anziani in scena avessero stretto un patto segreto con gli spettatori. In quello spazio così intimo, ogni parola diventava invito e condivisione, eco e resistenza. Era un modo per ricordare che l’amore e l’eros non appartengono a una sola stagione della vita.

Siamo stati travolti da una poesia autentica, fatta di citazioni di Musset e Racine, a cui si intrecciavano lettere d’amore lette ad alta voce, pagine di Shakespeare, canzoni che vibravano come confessioni. Il confine tra il vero e il finto svaniva fino a non avere più importanza: ogni parola era reale, perché detta con la forza della vita.

Così il titolo si è dissolto davanti ai nostri occhi, come neve che si scioglie al sole diventando acqua e poi luce. La vita segreta degli anziani non è mai stata un segreto: è un fiume nell’anima che riemerge, un giardino che rifiorisce, la vita stessa che torna a sorprenderci come un libro che, proprio quando crediamo di averlo finito, ci regala una nuova pagina.

Emanuela Cerino

Uno spettacolo di Zirlib

Concezione e realizzazione Mohamed El Khatib

Con, in ordine di longevità Annie Boisdenghien, Micheline Boussaingault, Marriecke de Bussac, Chille Deman, Martine Devries, Jean-Pierre Dupuy, Yasmine Hadj Ali, Nicole Jourfier, Salimata Kamaté, Etienne Kretzschmar, Jacqueline Juin, Annette Sadoul, Jean Paul Sidolle

Drammaturgia e coordinamento artistico Camille Nauffray

Scenografia e collaborazione artistica Fred Hocké

Video Emmanuel Manzano

Suono Arnaud Léger

Direttore di produzione Gil Paon

Produzione Zirlib

Coproduzione Festival d’Automne à Paris, Points communs – Nouvelle scène nationale Cergy-Pontoise-Val d’Oise, Théâtre National Wallonie-Bruxelles, La Comédie de Genève, Théâtre national de Bordeaux en Aqui-taine, Théâtre national de Bretagne (Rennes), Tandem Scène nationale d’Arras-Douai, MC2: Grenoble Scène nationale, La Comédie de Clermont-Ferrand Scène nationale, Théâtre Garonne Scène européenne (Toulouse), Festival d’Avignon, Théâtre du Bois de l’Aune (Aix-en-Provence), Équinoxe Scène nationale de Châteauroux, Théâtre de la Croix-Rousse (Lyon), La Coursive Scène nationale de La Rochelle, Espace 1789 – Saint-Ouen, Théâtre de Saint-Quentin en Yvelines Scène nationale, Le Channel – Scène nationale de Calais.

Accoglienza in residenza Le Mucem – Marseille, CIRCA La Chartreuse

IGIRL- FEDERICA ROSELLINI

Noi, gli aborti di Dio

Eccoci qui. Noi. Gli aborti di Dio. Poche luci illuminano lo spazio che come una passerella sembra fare da ponte tra quello che siamo e quello che è stato di noi sin dai tempi più antichi. Infatti eccoci riuniti a rivivere tutte le tappe che hanno portato la specie umana, personificata in una donna, a diventare una creatura complessa come la conosciamo oggi. I segni del passato sono tatuaggi cicatrizzati sul corpo dell’attrice come disegni del destino che inesorabilmente compie il suo corso. È impressionante la dolcezza con cui Federica  Rosellini li indossa, senza alcun tipo di giudizio né retorica. L’attrice si mostra nella sua semplicità di donna che ha vissuto sul suo corpo la storia di Antigone, di Edipo, di Giocasta, di Persefone, è stata una donna che perde suo padre, è stata un corpo sacrificato. La Rosellini diventa una bomba vivente portatrice dei traumi e delle catastrofi di tutti i tempi. Il suo corpo ricorda cosa significa essere stati un uomo di Neanderthal e ci mostra come quell’uomo  sia ancora inesorabilmente parte di noi e del nostro essere.  

Ogni persona che assiste a questa videocassetta live sulla storia dell’umanità è illuminata in controluce dando vita a una scenografia fatta di teste , anime che assistono a questo rito di autoriconoscimento.

La loop station in scena rimanda a un mondo in cui è lo stesso umano a creare la sua colonna sonora personale, fino a crearne una corale che accompagna e dà un ritmo al movimento del mondo.

La voce che sentiamo è sempre di questa donna che è direttamente collegata con la voce della Luna, con quella di nostro padre, quella della Terra, del ghiaccio, della sabbia dei tempi primordiali. La scienza e la poesia di Marina Car si intrecciano violentemente con la personalità artistica di Federica Rosellini. Lei porta una testimonianza, è la prova vivente che esistiamo, che le donne sono sempre esistite e il mondo non gli è mai appartenuto e probabilmente non gli apparterrà mai.

Eppure eccoci qua, tutti ad ascoltare lei, che con le parole scritte e tradotte da altre formidabili donne, si assume la responsabilità di incarnare l’umanità. Nonostante tutto.

Il teatro in cui ci troviamo sembra improvvisamente la scena di un mondo post apocalittico, in cui , prima di morire, l’umanità ha la possibilità di guardare per l’ultima volta quello che è stato e decidere come andare avanti. È emozionante il legame uomo-tecnologia-natura che emerge dalla relazione tra l’attrice e la sua gallina domestica. È reale il loro legame? O si tratta di un’illusione in cui l’attrice domina i movimenti dell’oggetto tecnologico nel ricordo di una natura che non è più?

Marina Car sembra volerci gridare che il nostro antropocentrismo è in rotta di collisione contro una natura più potente. Forse questo è un viaggio di ritorno alle origini come quello di Persefone che ciclicamente ritorna giù nel mondo dei morti, dichiarando che la sua assenza non è un fatto personale, ma genetico. È la nostra genetica che ci riporta a quello che siamo stati. Sento le mie costole aprirsi ed espandersi di fronte al corpo nudo della Rosellini che ai miei occhi si trasforma nel tenero corpo di un cerbiatto sacrificato. Non siamo altro che questo: cerbiatti sgozzati per volere di un dio. 

Irene Mori

di Marina Carr

traduzione Monica Capuani e Valentina Rapetti

performer e regia Federica Rosellini

video Rä di Martino

musica originale Daniela Pes

sound designer GUP Alcaro

costumi e tatuaggi Simona D’Amico

light designer Simona Gallo

scenografia Paola Villani

dramaturg Monica Capuani

aiuto regia Elvira Berarducci

assistente alla regia Barbara Mazzi

in collaborazione con Festival delle Colline Torinesi

coproduzioneTPE – Teatro Piemonte Europa, Teatro Stabile Bolzano, Elsinor – Centro di Produzione Teatrale

sostegno e debutto nazionale Romaeuropa Festival

diritti di rappresentazione a cura di THE AGENCY (London) LTD

Inside iGirl: iChick. Punti di vista semi-motorizzati

Non so dire con precisione se il primo momento in cui ho avuto un pensiero sia stato quando l’ultima componente è stata fissata e il cavo di alimentazione inserito in quello che altrimenti sarebbe stato un orifizio dedicato ai bisogni biologici. Poiché, se mi concentro e ricorro alla memoria, ho la nitida certezza di aver iniziato a percepire dapprima, vale a dire in fase di costruzione. Ricordo la sensazione delle lisce piume color crema e caramello venire pazientemente incollate al mio corpo semi-rigido. Posso richiamare alla mente l’ancoraggio del collo mobile e lo snodo di personalità che questa articolazione meccanica ha dato alla luce. 

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