Umanità sul menù
Una macchina schiantata giace come una carcassa al centro della scena, coperta inizialmente da un mucchio di foglie, che ci portano tra le piante carnivore tropicali del giardino di New Orleans, palcoscenico su cui aleggia ancora il fantasma del defunto Sebastian, definito come un sensibile poeta visionario da una parte e un uomo perverso dall’altra. Al teatro Astra assistiamo alla messa in scena dell’opera di uno dei più importanti autori del teatro americano, Tennessee Williams, un testo stratificato, caratterizzato da un aspetto profondamente personale e autobiografico da cui ancora oggi trasudano importanti riflessioni e insegnamenti.
In questa rappresentazione, i protagonisti dipingono un’umanità corrotta che tratta l’amore come un contratto dai commi e dai paragrafi perversi. Basti pensare al personaggio di Mrs Venable, che descrive il figlio come una sua proprietà in un rapporto malato, il cui contratto è stato rotto nel momento in cui quest’ultimo ha deciso di servirsi di un’altra donna, la cugina Catharine, per i suoi scopi. O ai personaggi di George e Mrs Holly, fratello e madre di Catharine, ossessionati dal denaro al punto dal voler distorcere la realtà, pur di arrivare a cannibalizzare quelli che sono i resti del defunto Sebastian. Un’umanità traviata, che ci ricorda per molti aspetti la nostra quotidianità, non solo per le guerre, ma per ognuno di quei piccoli abusi a cui si assiste tutti i giorni, che ci rendono simili agli uccelli carnivori che compiono il massacro delle tartarughe appena nate sulla spiaggia delle Encantadas.
Siamo noi esseri umani quello stormo di uccelli spennati pronto a banchettare con le tartarughe indifese sulla spiaggia o con le proprie stesse carni?
Altra presenza assente oltre al defunto Sebastian, è Dio, in questo caso visto come un’entità crudele che “mostra alle persone un volto feroce e grida loro cose spietate” rimanendo pur sempre distante, forse in orrore di fronte alla bruttura dell’essere umano e della sua fame non solo di ricchezze e risorse, ma di affettività, di favori, di corporalità, di altro. Un buco nero senza fondo che è la caratteristica umana che rende il testo di Williams davvero terrificante. Persino nelle nostre relazioni quotidiane, anche inconsciamente, creiamo contratti basati sul principio do ut des. Sembra molto raro incontrare una generosità o un affetto che sia davvero disinteressato. E allo stesso tempo, non ci possiamo permettere di immolarci sull’altare della generosità assoluta senza aspettarci di venire scarnificati. In una società fatta di apparenze, in cui ogni passo deve essere valutato con attenzione, ci ritroviamo pronti a presentarci appetitosi come voci di un menù, ma non sempre con un buon sapore o non sempre pronti a farci mangiare. Mai come oggi dobbiamo fare attenzione a non farci inghiottire da noi stessi o dai nostri simili.
Linda Steur
Di Tennessee Williams
Traduzione Monica Capuani
Regia Stefano Cordella
Con Elena Callegari, lon Donà, Leda Kreider, Laura Marinoni, Edoardo Ribatto
Scene Guido Buganza
Costumi Ilaria Ariemme
Disegno luci Marzio Picchetti
Suono Gianluca Agostini
Aiuto regia Noemi Radice
direttore di scena e capo macchinista Ruben Leporoni
Capo elettricista e datore luci Marco Grisa
Fonico Alberto lrrera
Sarta di scena Lucia Menegazzo
Produzione LAC Lugano Arte e Cultura
In coproduzione con Teatro Carcano Milano
Partner di produzione Gruppo Ospedaliero Moncucco – Clinica Moncucco e Clinica Santa Chiara Improvvisamente l’estate scorsa viene presentato per gentile concessione della University of the South, Sewanee, Tennessee









