DIALOGO “LA SCUOLA CATTOLICA” EDOARDO ALBINATI – “WONDER WOMAN” ANTONIO LATELLA E FEDERICO BELLINI

Abbandonarsi, uscire da noi stessi, diventare altro per ricucire i fili spezzati della Verità

Torino, venerdì 12 gennaio, ore 19:00.
Entro, infreddolita, al Teatro Astra e resto curiosamente colpita.
Il palcoscenico è scarnificato, svestito, privato di qualsiasi elemento superfluo.
L’occhio dello spettatore può nutrirsi della semplice ossatura architettonica. Corde, americane, luci. Nient’altro.
Solamente in proscenio, una serie di sottili cavi rossi, disposti con cura e linearità, vanno a incorniciare tre poltrone di velluto e tre aste con microfono. Tutto qui.
L’incontro tra La scuola cattolica e Wonder Woman comincia da qui, dallo spazio. Da questa essenzialità scenica che si rivelerà estremamente puntuale, concreta e concisa per il lavoro Latella-Bellini.

Qui dentro iniziano a scorrere le parole di Edoardo Albinati, scrittore Premio Strega 2016, Federica Mazzocchi, docente di Discipline dello spettacolo al Dams e Federico Bellini, drammaturgo.
I discorsi fluiscono come fiumi che tracciano sentieri di una stessa montagna.
In cima svetta La scuola cattolica, uno squarcio monumentale sui contesti generativi delle possibili manifestazioni di violenza.
A valle si erge Wonder Woman, un’operazione che lo stesso Bellini definirà non uno spettacolo bensì una “chiamata all’azione”.
Da una parte la penna di un uomo e 1295 pagine pregne di umanità, intesa come studio dell’essere umano.
Dall’altra le voci di quattro donne e 80 minuti di parole sparate come cartucce, senza fronzoli né interruzioni, nette e taglienti come il nastro di registrazione di interminabili interrogatori giudiziari.

Albinati pone un’imponente lente d’ingrandimento sull’individuo contemporaneo, mettendo a fuoco le sue crepe e fragilità, le sue lotte sociali e adattive, le sue degenerazioni e possessioni.
Tuttavia, come l’autore afferma, La scuola cattolica non nasce come opera divulgativa, ma come narrazione di una mera coincidenza autobiografica. Lo scrittore parte dalle storie di uomini e donne cresciuti nel suo quartiere e con la medesima educazione scolastica. Racconti di vita che in una lenta progressione finiscono per comporre un mosaico antropologico sempre più fitto e complesso.
Più ci si addentra nelle vicende umane del quartiere Trieste, nato come una sorta di Truman Show dove in apparenza nulla di brutto può accadere, più l’aria si fa polverosa e torbida e si rimane invischiati in una dimensione opaca dove il germe della violenza comincia ad annidarsi nei posti più inaspettati (Albinati: “In ballo c’è il possesso, il dominio. A essere vittime o colpevoli potevano essere altre persone, anzi dovevano essere” – realmente – “altre persone. Il destino è segnato da dettagli, piste. […] Le vittime sono interscambiabili. Le vittime di stupro non è che siano belle, brutte, vecchie, giovani, vestite o spogliate. Il bersaglio è la donna, la femmina).
La scuola cattolica affonda, e fa affondare, in una polvere viscosa apparentemente inodore e incolore che ci circonda tutti e che diventa ingombrante al punto da rendere l’aria irrespirabile.
Il delitto del Circeo, episodio emblematico dell’intera esposizione, viene racchiuso in meno di dieci righe (Albinati: “Se il tema è caldo non c’è bisogno che sia caldo anche tu. Non c’è nulla di più agghiacciante del notarile”). Nonostante la complessità della materia ne La scuola cattolica ogni parola è precisa e accurata. I pensieri, tanto nell’inchiostro quanto nella mente di chi legge, scorrono fluidi e chiari.
Lo scrittore non abbandona mai il suo lettore, ma al contempo, lo esorta a “lasciarsi abbandonare”. E come nel libro così ai microfoni dell’Astra afferma: “Lo spossessamento è forse l’unica esperienza felice della nostra vita. Cioè quando finalmente non siamo più noi, uscire. […] Come sono liberatori i momenti in cui finalmente noi usciamo da noi stessi e possiamo diventare altro, possiamo diventare altri o possiamo diventare quell’altro che è in noi e che normalmente viene represso, viene nascosto. Questa è la cosa esaltante dell’esperienza erotica. […] Però è chiaro che questo stesso spossessamento, reificazione, abbandono di sé ha poi un coté che arriva per gradi fino al crimine, fino all’eccesso, fino alla morte che è lo spossessamento definitivo. In tutta questa gamma c’è una cosa, posta in un certo punto, che è la legge. A un certo punto c’è una cosa oltre la quale ciò che tu fai non è più lecito”.

Foto di Andrea Macchia

Qui entra in gioco la legge e la giustizia, qui scende in campo Wonder Woman e il suo grido di vendetta.

Torino, martedì 16 gennaio, ore 21:00.
Sulle note di una dolce sinfonia a pianoforte avanzano quattro donne vestite di nero. Passi sincroni e decisi, scanditi dalla sola macchia di colore indossata: le scarpe, rosso fuoco.
Le giovani donne si fermano, si schierano e guardano dritto negli occhi il pubblico, totalmente illuminato. Uno sguardo fisso che non distoglieranno mai se non per qualche breve istante.
La voce di Wonder Woman prende forma nel corpo di quattro attrici potentemente sintonizzate fra loro, Maria Chiara Arrighini, Giulia Heathfield Di Renzi, Chiara Ferrara, Beatrice Verzotti.
Il palcoscenico viene spogliato di ogni traccia scenografica, lo spazio è asciutto, asettico, neutro. Non serve nient’altro oltre alla cascata dirompente di parole che vengono scandite, vomitate, singhiozzate, scolpite nelle teste di spettatrici e spettatori. Lo sforzo fisico e vocale del cast è impressionante e magistralmente riuscito.
Se ne La scuola cattolica i discorsi sono come matrioske che potrebbero arricchirsi fra loro approfondendosi all’infinito, in Wonder Woman le parole sono esattamente quelle e nessun’altre. Il fulcro della vicenda è un fatto di cronaca, uno stupro di gruppo di una giovane donna avvenuto ad Ancona nel 2015. Le giudici della Corte d’Appello assolsero gli imputati poiché la “non-vittima” venne reputata “non abbastanza bella” e “troppo mascolina” per essere una vittima di violenza sessuale (giudizio che verrà poi ribaltato dalla Corte di Cassazione).
Wonder Woman, una supereroina incarnata da quattro donne assetate di giustizia, si esprime attraverso l’oggettività documentaristica. Fatti, fatti, fatti.
Le quattro pongono al centro la parola e la sua manipolazione giudiziaria, svelandone la rancida ipocrisia dietro.
Mentre il linguaggio notarile permette di denunciare, senza retorica, l’ennesimo caso d’ingiustizia civile, la potenza scenica delle interpreti spalanca le porte a mondi immaginifici.
E così le attrici diventano giudici, Erinni, Menadi, Amazzoni pronte a tutto pur di ricucire i fili spezzati della sola e unica vera Verità, la loro.

Un coro inarrestabile si alza compatto al cielo. E libera con tutto il fiato che ha in corpo il grido strozzato di tutte le Wonder Women per troppo tempo messe a tacere (Wonder Woman: «Con un filo e un ago si scrive la storia, si lasciano segni indelebili del nostro esserci sempre state, con un filo e un ago e con un ditale si può addirittura vincere una battaglia»).

Bianca Ferretti

Foto di Andrea Macchia

Di Antonio Latella e Federico Bellini
Regia Antonio Latella
Con Maria Chiara Arrighini, Giulia Heathfield Di Renzi, Chiara Ferrara, Beatrice Verzotti
Costumi Simona D’Amico
Musiche e suono Franco Visioli
Movimenti Francesco Manetti, Isacco Venturini
Produzione TPE – Teatro Piemonte Europa
In collaborazione con Stabilemobile

Un commento su “DIALOGO “LA SCUOLA CATTOLICA” EDOARDO ALBINATI – “WONDER WOMAN” ANTONIO LATELLA E FEDERICO BELLINI”

  1. Una narrazione nella narrazione che si fonde, evolvé , si trasforma e diventa un altro racconto, lo spettacolo ed il dibattito “partoriscono” un altro “ esistente”

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