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EROS E THANATOS – Due spettacoli a confronto Edipo.Una Fiaba di Magia e Tutto Brucia

“Forte come la morte è l’amore, tenace come gli inferi è la passione”(Cantico dei Cantici 8, 6)

Le Pulsioni, secondo Freud, hanno come fine ultimo l’appagamento che porta allo sviluppo e alla crescita delle potenzialità adattive di quella parte dell’ego deputata al riconoscimento e all’attuazione del Principio di Realtà (L’IO).

In altre parole l’“Eros”, in quanto pulsione, per Freud indica una tendenza all’aggregazione una potenza creatrice strettamente legata alla libido che non solo diventa la forza creativa generatrice di vita ma che spinge l’essere umano verso un’integrità che in qualche modo lo definisce.

“Chi sono io?” questo chiede Edipo alla Sfinge.

Nello spettacolo Edipo. Una fiaba di magia vediamo un giovane soldato zoppicante che arriva dinanzi al velo della verità oltre il quale egli spera di trovare la risposta alla sua domanda esistenziale. Una volta risposto correttamente alla domanda della Sfinge egli strappa via il velo, bramoso di poter finalmente “possedere” la verità ma, trovando il Nulla, sconfortato e avvilito si accascia a terra, in un angolo, inerte come morto.

Sempre secondo Freud ciò che muove l’uomo non è e non può essere solo una pulsione libidica; dopo un’attenta osservazione Freud arrivò alla conclusione che, per esempio, nei comportamenti dei sadici e dei masochisti non c’è solo il piacere, ma anche una spinta alla distruzione, alla disgregazione. Freud approda così a una spiegazione della dinamica della società, basata sul contrasto tra i due principi della psiche umana, Eros e Thanatos.

Anche in Tutto Brucia c’è un velo sullo sfondo di un paesaggio devastato. Un velo pesante, denso, che rimanda alla consistenza di acque ataviche, amniotiche, dalle quali però vengono vomitati aborti, feti non compiutamente definiti, relitti di una società alla deriva, di maternità negate, di uomini bestia, di cadaveri bruciati che possono essere celebrati solo attraverso arcaici riti funebri di fagocitazione, fatti a pezzi e divorati per tornare a essere contenuti per sempre entro uteri sterili, profanati dalla violenza. Ancora una volta vita e morte, Eros e Thanatos.

Entrambi i lavori affondano le loro radici nel mito classico per raccontare la contemporaneità. L’uno -Edipo, per narrare l’aggregazione e la disgregazione di un’individualità; l’altra -Tutto Brucia, ispirato al mito delle Troiane, per narrare l’aggregazione e la disgregazione di una collettività.

Per capire “perché il mito?” dovremmo probabilmente prima provare a rispondere ad altri quesiti: cos’è un mito? Da dove viene? Come nasce? Cosa lo mantiene in vita nel tempo? In che direzione si muove? Fino a che punto lascia in noi un segno e fino a che punto siamo noi a lasciare un segno nel mito stesso? Una sintesi che può risultare efficace ai fini del nostro ragionamento la troviamo nelle TecheRai proprio nella sezione dedicata al mito:

“Il mito classico, in ogni epoca, ha costantemente esercitato la funzione di fissare archetipi di tutti i comportamenti umani e, proprio per questo, ha da sempre rappresentato uno degli elementi fondamentali per fornire una connotazione socioculturale ai vari periodi storici. I miti, infatti, pur basandosi su qualcosa di interamente rivelato, tendono a produrre una forza creatrice regolare e incessante sull’azione umana. […] Il mito determina e subisce tante proiezioni e trasformazioni nel tempo quante sono le vite e le menti che influenza. Pertanto, quando si impone nel contesto temporale di un dato periodo, il mito intesse rapporti di interdipendenza con la letteratura, l’arte, il teatro, la psicologia, i rapporti sociali, incarna scopi, tempi, luoghi e circostanze di fruizione, assurge e esegesi di modelli di comportamento quotidiano e dà vita a molteplici interpretazioni di sé stesso. In tal modo i grandi archetipi umani, si chiamino Edipo, Cassandra, Ecuba, (nomi modificati in funzione della trattazione – ndr) pur improntando su di sé i vari periodi storici con interpretazioni contingenti, assumono connotazioni perenni al di là di ogni epoca”.

Il fascino del mito e il ricorrere ai suoi paradigmi risultano perciò sempre attuali nel loro originario tentativo di risolvere il mistero dell’esistenza.

Interessante è inoltre notare come entrambe le pièce si siano affidate a terre desolate, alla polvere di una memoria che si tende a preservare come monito ma che sembra non essere sufficiente a evitare gli errori del passato.

Edipo entrerà nella terra afflitta da erosione e morte dove un tempo c’era “un prato fiorito” e dove la speranza di una rinascita è racchiusa nella promessa di una vendetta.

Anche nella tematica delle Troiane (Tutto Brucia), in quell’inferno statico di morte, dove tutto è già accaduto, la speranza sembra affidata alla sola certezza profetizzata della futura disfatta degli usurpatori.

In questo eterno conflitto tra Eros e Thanatos, in entrambi gli spettacoli, sembra avere la meglio la morte, la forza disgregativa. Dov’è finito Eros? Allora è necessario che Tutto Bruci, per far tornare in quelle fiamme l’ardore della passione, fiduciosi che quelle ceneri, innaffiate dalle lacrime, possano essere il giusto nutrimento per una terra “assopita” che possa ritornare ad essere un prato fiorito, perché il sacrificio non vada sprecato, perché la lezione appresa a caro prezzo non vada perduta.  

Eros e Thanatos sono due facce della stessa medaglia e la Vita non può che esistere in questa frattura, su questa fragile e sottilissima linea tra Essere (assoluto ed eterno) e Non-Essere.

Nina Margeri

MEMORIE DEL SOTTOSUOLO – MARCIDO MARCIDORJS E FAMOSA MIMOSA

Da martedì 16 a domenica 21 novembre, al Teatro Gobetti, va in scena Memorie del sottosuolo, adattamento drammaturgico e regia di Marco Isidori, dall’opera omonima di Fëdor Dostoevskij. Il romanzo è passato alla storia come l’ennesima aspra riflessione sulla condizione umana, in particolare nella sua presunta inconciliabilità tra “volontà” e “ragione”, e tutte quelle convenzioni umane che per mezzo di quest’ultima si giustificano: scienza, tecnica, organizzazione sociale. Il positivismo ottocentesco, le speranze nell’edificazione di un mondo più giusto, dunque più prevedibile e quindi più “agibile”, sono contraddette dai sofismi del protagonista – logici quando sufficienti, meramente volontaristici quando necessari: 2×2 può anche fare 5, e non sarebbe poi così male! L’opera prende la forma di un discorso-fiume, un dialogo artificiale che il protagonista intrattiene con dei presunti destinatari di cui lui stesso formula domande e risposte.

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TUTTO BRUCIA – MOTUS

Dopo Alexis. Una tragedia greca (2010), rilettura dell’Antigone alla luce della crisi greca, Motus, Enrico Casagrande e Daniela Nicolò, torna a confrontarsi con una grande opera del teatro antico: Tutto Brucia “pone la questione fortemente politica di quali siano i corpi degni di lutto”, a partire da Le troiane di Euripide.

Qui tutto è polvere, e acqua; l’erosione del tempo, la violenza delle onde, metalli e fuochi della guerra hanno polverizzato una città dell’Asia. La scena è cosparsa di cenere, sullo sfondo una membrana nera come un mare verticale vomita forme di vita, sciacalli e bestie marine s’aggirano fra le rovine degli abissi a dilaniare gli annegati; forse sulla terraferma, a smembrare i corpi carbonizzati. Sulla spiaggia di cenere le donne superstiti attendono il verdetto dei vincitori. Cosa faranno di loro gli stranieri? Le imbarcheranno sulle navi e poi verso l’Europa, saranno il bottino di guerra. Allora gridano e imprecano contro il destino che le ha fatte prima regine, poi schiave in terra straniera – “a fare le puttane[…] a pulire il culo ai vecchi”.

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SONORA DESERT – MUTA IMAGO

Martedì 9 e mercoledì 10 novembre, per il Festival delle Colline Torinesi, è andato in scena alle ‘Lavanderie a vapore’ di Collegno, lo spettacolo Sonora Desert della compagnia Muta Imago, composta da Claudia Sorace (regista) e Riccardo Fazi (drammaturgo/sound designer).

«È la prima volta che realizziamo un lavoro dove non c’è il teatro, non c’è la performance, non c’è un evento dal vivo di fronte allo spettatore, ma c’è un’esperienza proposta direttamente su di te che la fai» dice Riccardo Fazi, che si è gentilmente fatto intervistare.

Il nuovo spettacolo dei Muta Imago è un’installazione allestita in tre diverse stanze. Cinque, se si prendono in considerazione anche la stanza di ingresso, in corrispondenza della biglietteria, e l’uscita, dove si depositano e si recuperano gli effetti personali riposti in appositi contenitori trasparenti. 

«È una scommessa che richiede una disponibilità da parte di chi partecipa.»

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SUNNY SUNDAY (LAST BUT NOT LAST) – LINA MAJDALANIE E RABIH MROUÉ

Il pubblico del Festival delle Colline è invitato alla Fondazione Merz ad un matrimonio molto strano che mescola vivi e morti, finzione e realtà, fiaba e politica. Lina Majdalanie e Rabih Mroué ci trasportano in una domenica di sole, nel 2016, in una piccola chiesa, in una piccola città della Polonia. Si tratta di un fatto realmente accaduto: la commemorazione del militare polacco e eroe nazionale Witold Pilecki. Ricordato in particolare per essersi infiltrato, durante la Seconda Guerra Mondiale, nel lager di Auschwitz, tre anni dopo la fine della guerra fu condannato a morte e trucidato per ordine del regime sovietico.

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ALL AROUND – METTE INGVARTSEN / WILL GUTHRIE

È impossibile spiegare ciò che la danzatrice danese Mette Ingvartsen e il batterista Will Guthrie hanno fatto accadere nella performance All Around. Una danza guidata da un unico assolo di batteria, che trasporta lo spettatore dentro a un mondo di ritualità e trance unico nel suo genere.

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BORBORYGMUS – RABIH MROUÉ / lina majdalanie

Un borborygmus è un segnale molto forte proveniente dal nostro interno, ciò può comunicare tutto e niente e presenta un bisogno di comunicare, dallo stomaco, una sensazione vitale. Su questa linea si muove l’interpretazione di Rabih Mroué, Lina Majdalanie e Mazen Kerbaj. Un discorso basato sul ritmo, sulla ripetizione, sull’inconscio, su ciò che comunichiamo e non comunichiamo in relazione alle nostre vite che porta ad esporci, mettendo in luce ed in scena paure, angosce e modi di essere nascosti, il più delle volte, nella relazione con il mondo esterno. Questo spettacolo coincide con una serie di scene che passa per segmenti visivi e musicali che hanno come base il suono, il disturbo e la ripetizione per palesare la condizione recondita dell’uomo.

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– Geografia umana –

 

 Due spettacoli a confronto – LA DIMORA DEL VOLTO ed EXIBITION

“Bisogna intendere la geografia non come un contenitore chiuso dove gli uomini si lasciano osservare ma come un mezzo con cui essi realizzano la loro esistenza, essendo la Terra una possibilità essenziale del destino umano.” – (Eric Dardel)

La Geografia Umana si occupa dei luoghi sia in termini oggettivi che in termini soggettivi come spazi emotivamente vissuti. Il luogo è un posto preciso che ha specifiche caratteristiche fisiche, culturali e sociali che lo rendono unico. Riveste inoltre una funzione molto importante perché consente alle identità umane di avere un punto di riferimento. Questo attaccamento emozionale, sviluppa un senso del luogo che genera un senso di appartenenza condiviso con altri individui che abitano quello stesso determinato luogo.

In un certo senso questo è quello che accumuna il lavoro di ricerca di Virgilio Sieni e di Roberta Bosetti – Renato Cuocolo. In entrambi i percorsi si scorgono alcuni temi condivisi: l’intimo, la casa, l’architettura, l’ospite, la geografia, la memoria, il tempo/spazio, l’intero, l’interiore, la mappa, l’identità, l’alterità che Cuocolo/Bosetti traducono con il suono di parole: calde, dense, avvolgenti che gravano; e che Sieni traduce con il silenzio di corpi: leggeri, che, seppur consapevoli di gravare, tendono a smaterializzarsi.

All’interno del Festival delle Colline Torinesi, gli spettacoli La dimora del Volto di Virigilio Sieni ed Exibition di Cuocolo/Bosetti abitano lo stesso luogo non in termini fisici ma in termini soggettivi, inteso come un preciso spazio emotivamente vissuto, uno spazio che in qualche modo assolve a una stessa funzione: il museo.

“Esistono luoghi che ci chiamano, magari anche da molto lontano. Non ne conosciamo la ragione, ma, ancora prima di averli visti, sappiamo che seguendo il loro richiamo ritroveremo un pezzo della nostra anima.” – (Silvia Montemurro)

La fondazione Merz per La dimora del Volto e il museo di arte contemporanea del Castello di Rivoli per Exibition sono i luoghi dove si costruiscono identità attraverso la loro frantumazione.

 Lo spettatore che assiste a questi spettacoli, seppure ubicati in situazioni diverse, subisce lo stesso effetto, quello dell’infinity mirror. Avere una performance artistica che ti guida all’interno di opere d’arte, è come trovarsi in mezzo a due specchi paralleli che riflettono la tua immagine all’infinito. Questo effetto, se da un lato ti definisce, perché restituisce l’immagine di te, dall’altra la frantuma, proprio perché la restituisce all’ “infinito”. La sensazione che ne deriva è, allo stesso tempo, di vertigine, frustrazione e meraviglia.

Ed è proprio grazie alla meraviglia che queste performance riescono a restituire al luogo dove si svolgono, la sua funzione originale.

Le “Stanze delle meraviglie”, così venivano chiamati i primi musei della storia, nascono con l’intento di suscitare stupore, raccogliendo oggetti che cominciavano ad arrivare da terre lontane e di cui non se ne conosceva il significato. Come dice Frank Raes noi uomini moderni abbiamo perso lo stupore che dobbiamo assolutamente ritrovare, perché solo così potremmo ricominciare a mettere le cose in discussione. “Cercare di dare un senso definitivo creando categorie fisse e assolute è un grave errore se vogliamo davvero comprendere la complessità di un mondo in continuo divenire”. L’arte, e in modo particolare l’arte contemporanea, ha questo compito, suscitare stupore e mettere le cose in discussione e il museo, lontano dal pregiudizio di essere un polveroso contenitore di oggetti inanimati, è il luogo ideale perché ciò accada.  

“Il Museo può stare al pensare come un libro sta al comunicare […] raccogliendo elementi permette alla gente di raccogliere i propri pensieri” (Frank Raes)

Lo spettatore è il perno su cui ruotano entrambe le performance con risultati molto diversi. La condivisione dello spazio scenico tra performer e pubblico, che è presente in entrambi gli spettacoli, si realizza infatti in maniera diametralmente opposta. Se in La dimora del volto è lo spettatore che entra nello spazio scenico condiviso e trova i corpi degli interpreti lì fermi ad attenderlo, in Exibition è la performance che “entra” nello spettatore, dapprima attraverso la calda voce di una donna che giunge dalle radio-cuffie, consegnate ad ognuno all’ingresso del castello, e poi con l’ingresso di quella stessa donna in carne ed ossa all’interno dello spazio condiviso.

Lo spettacolo La dimora del volto ha una direzione ontologica che va da uno stato di densità corporea a quello di rarefazione, con un movimento che assume a tratti quello del respiro. I 25 attori che troviamo compatti all’inizio dello spettacolo, schierati su due file una di fronte all’altra, sembrano un corpo unico formato da “colori” differenti tanto quanto differenti sono le qualità che ognuno di quei corpi esprime, essendoci tra i performer danzatori professionisti e comuni cittadini. L’ingresso degli spettatori nello spazio, invitati a muoversi “liberamente”, avviene molto lentamente come se si sentisse di entrare in un’atmosfera più densa, e solo dopo che l’ultimo spettatore è entrato nello spazio condiviso l’azione, che era già invisibilmente in essere, in qualche modo esplode. Un’esplosione che va comunque contestualizzata in quell’ambiente dove l’aria risulta più corposa, dove tutto è ovattato, come se la palla bianca del biliardo colpisse al rallentatore, durante il suo tiro di inizio, il castello, quel triangolo formato al centro del tavolo dalle 15 palle colorate, conferendo ad ognuna di esse una traiettoria diversa in base all’angolazione del colpo ricevuto. In mezzo a quelle traiettorie, definite scientificamente dalla fisica, si trova lo spettatore. Ma mano che queste monadi si allontano dal luogo di partenza tendendo ad occupare tutto lo spazio, ogni volta che sul loro percorso investono lo spettatore lo inglobano cambiando consistenza, ricompattandosi in una nuova materia che si aggrega il tempo di un respiro per poi disgregarsi nuovamente.  

In Exibition una dozzina di spettatori è invitata a sostare nell’atrio del castello sotto la prima opera d’arte in attesa che qualcosa accada. Se all’inizio, questo aggregarsi compatto, nella prospettiva della condivisione di un destino comune, li fa reagire come corpo aggregante e aggregato non appena parte l’audio nelle cuffie, il movimento seppur minimo dell’attesa, lo stesso sguardo che vagava nell’esplorazione del luogo intorno e degli altri, cessa del tutto. Ci si ferma lì dove si è, concentrati con ogni fibra del corpo a cogliere l’effimero flusso di parole così difficile da afferrare, che da quel momento in poi non cesserà mai di fluire. Non sono tanto le parole quanto il suono di quella voce che rapisce. Questa è la palla bianca che spacca il castello del nostro biliardo, ma le 15 palle colorare, che in questo caso sono gli spettatori, non si muovono seguendo come nel primo spettacolo una direzione orizzontale nello spazio ma verticale. La staticità è solo apparente visto che ognuno ha intrapreso, nell’esatto momento in cui la voce entra in cuffia, direzioni introspettive differenti. Qui il precipitare non è al rallentatore, è fulmineo. Contrariamente al precedente la direzione ontologica di questo spettacolo va dall’invisibile e impalpabile al peso del corpo gravoso.

Così dopo l’ingresso della voce assistiamo all’ingresso del corpo dell’attrice, all’apparente ricompattarsi di un corpo unico degli spettatori, che durante tutto lo spettacolo cominceremo a sentire sempre più intensamente la gravosità del proprio corpo.

Se esteriormente, l’ingresso del corpo dell’attrice in quell’iniziale spazio condiviso, può fungere come nuovo collante aggregativo che ricompatta l’unità del gruppo e gli indica la direzione da seguire, la frattura iniziale causata dalla voce grave di quella stessa attrice ha ormai aperto voragini interiori che fanno vivere lo spettatore in due dimensioni contemporaneamente: quella pubblica orizzontale e quella privata verticale. Il corpo dello spettatore che deve giostrarsi tra queste due forze contrapposte, durante il procedere dello spettacolo, si sentirà sempre più spinto al suolo, si cercheranno sedute, appoggi.

Fini diversi sottendono a consistenze diverse, gassosa quella di Sieni e liquida quella di Cuocolo/Bosetti.

Il fine di Sieni è quello di esaurirsi nel suo compiersi. Un po’ come il cibo che una volta consumato sparisce alla vista ma viene assimilato dal corpo che lo trasforma in energia. Lo spettacolo La dimora del volto è pensato come laboratorio di esplorazione di un corpo che reagisce alle vibrazioni di oggetti e dipinti specifici, di un luogo specifico, in un tempo specifico. La coreografia di queste reazioni diventa l’essenza dello spettacolo e, in maniera tutt’altro che inconsapevole, tramite critico tra lo spettatore e l’opera d’arte dalla quale tale azione è generata.

Lo spettacolo di Cuocolo/Bosetti non è stato pensato in funzione del museo di arte contemporanea del castello di Rivoli ma di tutti i musei di arte contemporanea in cui lo spettacolo sarà portato in tournèe. In questo caso lo spazio non è la fonte di ispirazione dell’azione scenica ma il pretesto per un’azione scenica che già dall’inizio abbiamo visto essere in realtà estremamente introspettiva. Il vero luogo in cui si svolge l’azione è il luogo della memoria, dell’attrice che attraverso la sua voce ci dipinge immagini chiare e nitide di un passato intimo e privato, come intimo e privato è il vissuto che ha portato alla manifestazione esteriore delle forme d’arte che troviamo attorno a noi, come intime e private sono le immagini che affiorano dal nostro interno sollecitato da tali stimoli esterni.

Giulia Alonzo ci ricorda che “il gesto creativo, quello che genera l’opera d’arte, è sempre determinato da una scelta. È il frutto di una crisi che si concretizza e prende la sua forma nel momento della creazione. Quello che vediamo esposto, leggiamo, ascoltiamo, se si tratta di un’autentica opera d’arte, è la risoluzione, il precipitato della crisi dell’autore, dell’artista (o degli artisti) che ha determinato la nascita di quell’opera”.

Lo spettatore in entrambi gli spettacoli, con le dovute differenze, è gettato nella profondità di una crisi, che nella misura in cui gli fa vivere la frustrazione di uno spaesamento, l’abisso di una vertigine, lo ridesta a quello stupore, a quella meraviglia che è necessaria per prendere coscienza della vita nella sua complessità.

D’accordo con Virgilio Sieni, il punto non è solo e semplicemente mettersi in discussione, ma riuscire a “praticare più volte la stessa cosa e trovare sempre delle novità, riconoscere che le cose non sono mai identiche”: avere questo tipo di sguardo ci riconnette alla nostra dimensione di viventi.

Nina Margeri

ALL THE GOOD – JAN LAUWERS | NEEDCOMPANY

Everybody knows that the naked man and woman are shiny artefact oh the past

“(…) Brexit, Trump, Erdoğan, the abuse of our planet, the terror of an expansive economy, the loss of solidarity – those have to be dealt with politically. But the poetry of arts has to provide for the humanity.”

All the good è un’immagine estremamente complicata‘.
Le parole conclusive dell’opera di Jan Lauwers restituiscono in una rapida pennellata la quantità di materia vivente presente in scena.

Che cos’è l’amore – e quali sono le storie d’amore – in un presente in cui tutto sembra sgretolarsi e passare oltre? Qual è il nostro rapporto con la morte oggi, non soltanto onnipresente, ma anche spettacolarizzata se non banalizzata? Lauwers invita gli spettatori a sedersi a casa con la sua ‘famiglia’, apre le porte del loro atelier, mostra le sue incapacità, si dichiara immediatamente fallace, rendendo il pubblico partecipe dei suoi dubbi, mostrandogli la sua verità. Parla in qualità di regista, ma anche di padre e marito, racconta alcuni aneddoti della vita delle persone in scena. Lo fa anche sorridere, con un umorismo decisamente europeo. Ma le questioni che pone non sono assolutamente leggere, e subito si avverte la sensazione di poter cogliere soltanto una piccola parte di questo enorme quadro vivente in movimento. Gli occhi si spostano avidamente da una parte all’altra, da una lingua all’altra, cercando di catturare un’espressione su un volto, i colori, gli oggetti, la musica; ma tutto si trasforma e sembra non esserci il tempo necessario per carpire ogni cosa: “(…) works of art are not lonely, they are what the viewer has missed. What all the living and dead missed when they looked too quickly. Did not dare look alone, because ‘all the good’ is so much.”

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EXHIBITION

Pensato per i musei, Exhibition si interroga sulla natura della fruizione dell’arte. Un gruppo di visitatori muniti di radio guida attraversa gli spazi del museo di Rivoli guidato dalla voce dell’attrice performer.

Non è una novità per la compagnia Cuocolo/Bosetti presentare uno spettacolo al di fuori degli spazi tradizionali della scena. Al contrario, si tratta di una peculiarità del loro lavoro la ricerca di luoghi non convenzionali del teatro comunemente inteso. Basti pensare a Roberta Torna a Casa nel 2011, ambientato nella casa d’infanzia di Roberta a Vercelli e successivamente a The Walk, percorso radio guidato nella città.

Il filo conduttore di questi spettacoli è la memoria, la creazione di una geografia dei ricordi dove non è chiaro il limite tra realtà e finzione.

Exhibition cattura completamente lo spettatore, un’esperienza altamente immersiva in cui risulta impossibile distrarsi talmente pervasiva è la voce di Roberta Bosetti la quale ci invita a seguirla in un viaggio, sia fisico tra i quadri e le sale del Castello di Rivoli, sia immaginato, fatto di racconti e di ricordi. L’idea del ricordo è rafforzata da una sorta di taccuino/diario che l’attrice porta in mano per tutta la durata della performance e talvolta consulta.

Sostenere questa sorta di stream of consciousness, un flusso ininterrotto di pensieri quasi senza fiato, per più di un’ora è un lavoro estremamente faticoso e difficile ma perfettamente gestito con disinvoltura e scioltezza dall’attrice performer.

“I musei li frequentavo da giovane, allora cercavo delle risposte. Ora ritorno lì per sapere se i quadri possono davvero riparare un danno. Ci serviranno questi quadri? Ci salveranno questi quadri?”

Un percorso emozionante e suggestivo che inizia e si conclude con un decalogo numerato dei più grandi artisti, soprattutto pittori, del passato come Cézanne, Van Gogh, Marina Abramovic, Gauguin,… una sorta di Rosario di carattere evocativo con il quale l’attrice si allontana per poi scomparire, insieme alla sua voce, nel parco del Castello.

Sicuramente la scelta del luogo ha contribuito positivamente alla realizzazione della performance vista come riflessione sull’arte in generale e sul ruolo che essa ha nella nostra vita.

Irene Merendelli

di Cuocolo / Bosetti
con Roberta Bosetti
regia Renato Cuocolo
curatrice Gaia Morrione
produzione NPU(Nuovi Paesaggi Urbani) Roma, Teatro di Dioniso Torino, IRAA Theatre Melbourne in collaborazione con Aldo Miguel Grompone (Roma), Nicoletta Scrivo (Verona), Claudio Ponzana (Modena)
amministrazione Paola Falorni
ufficio stampa Paola Maritan