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Le fumatrici di pecore

La Lavanderia a Vapore di Collegno, all’interno del progetto multidisciplinare Media Dance, il 19 marzo ha proposto, come mantinéeper le scuole, lo spettacolo Le fumatrici di pecoredella Compagnia Abbondanza/Bertoni.

Media Dance è una rassegna di teatro danza, che si propone di utilizzare lo strumento dell’esperienza artistica per poter affrontare tematiche legate alla realtà che ci circonda e avvicinare gli studenti al teatro e alla danza. 

Lo spettacolo della compagnia trentina, terzo appuntamento della rassegna organizzato in collaborazione con il Servizio biblioteche della città di Torino e Fondazione Paideia, affronta un tema molto delicato: quello della disabilità.

In scena due donne: Antonella Bertoni e Patrizia Birolo, definite dal regista Michele Abbondanza, la prima, una portatrice malata della nostra salute; l’altra, portatrice sana di una diversa abilità.

Le donne dialogano con le parole e col corpo; un dialogo a tratti ordinario e a tratti fuori dagli schemi; a volte una chiacchierata da bar e altre un gioco; a volte un esercizio e altre una coreografia. Un dialogo naturale e continuo in cui si parla di attualità, in cui ci si prende cura dell’altro, in cui si gioca, in cui ci si confronta e ci si assicura che l’altro stia bene, che ci fa quasi dimenticare di essere a teatro, rompendo ogni confine tra teatro e vita, finzione e verità.

Per l’intero spettacolo Antonella e Patrizia si chiamano, danzano, chiacchierano, giocano, si abbracciano, ridono, si aiutano, si fanno domande, si danno risposte, si guardano, cantano, si accarezzano, si sparano, si sorreggono. Momenti di pura dolcezza vengono alternati a esilaranti scenette comiche e indecifrabili momenti di follia.

Le due interpreti appaiono disorientate e disorientano. Lo spettatore è chiamato a una partecipazione attiva, sempre in evoluzione; un adattamento senza sosta per tutta la durata dello spettacolo. Un cambio continuo di immagini e quadri che le due interpreti presentano al pubblico, senza mai dimenticarsi dell’altra, sempre in completo ascolto e attenzione reciproca, quasi come se non lasciassero mai l’una la mano dell’altra.

La bellezza e bravura di una danzatrice del calibro di Antonella Bertoni invade la scena con l’espressività e la qualità del suo movimento senza però mai oscurare la figura di Patrizia Birolo, che a sua volta appare un’attrice intensa e di grande qualità. Le due si spogliano davanti al pubblico, presentato molto umilmente la loro natura, la loro semplicità, includendo le loro debolezze, difficoltà e limiti.

Uno spettacolo che tocca il profondo della nostra anima, che ci mostra con semplicità come sia possibile e quanto sia bello trattare con naturalezza la disabilità, qualsiasi essa sia, anche sul palcoscenico. Un esperimento che molte volte è stato tentato ma che, poche volte, ha portato al raggiungimento di un prodotto di tale qualità poetica e umana. Un lavoro che fa sorridere, ridere e riflettere su come, in scena e non, possa essere bella la condivisione con persone con differenze piccole o grandi rispetto a noi.

Ho visto in platea ragazzi giovani tifare per Patrizia, ridere con lei; ho visto ragazzi giovani felici di essere a teatro e di essere coinvolti nello spettacolo; ho visto ragazzi giovani applaudire con foga; ho visto giovani ragazzi felici di aver conosciuto Patrizia e questo fa sperare in un mondo migliore, in cui il diverso non è visto come qualcosa da escludere, ma come qualcosa da mettere al centro e far brillare.

Un progetto di: Antonella Bertoni
Regia di: Michele Abbondanza
Coreografie, scene e costumi: Antonella Bertoni
Interpreti: Patrizia Birolo e Antonella Bertoni
Ideazione luci: Andrea Gentili

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Va Pensiero – una settima con la compagnia Teatro delle Albe

Può la parola farsi vita? Con certezza rispondo negativamente a questa domanda: nell’eterna lotta con la vita la parola scritta perde. La sua salvezza è tornare alla fonte, alla vita, alla carne. È questo che cerco che e che trovo nel teatro che più mi segna.

Accompagnato da queste riflessioni vado  un pomeriggio, nello studio del  mio docente di Storia del teatro con l’intenzione di farmi indicare le strade più interessanti da seguire in questa forma d’arte così antica, eppure per me ventenne pressoché inesplorata.

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PUEBLO

Ascanio Celestini, figura di spicco della narrativa italiana, ha portato in scena uno spettacolo dalla struttura per lui tipica. Tre storie apparentemente banali; estratti di vita quotidiana di una periferia romana: la storia di una commessa, di una barbone e di un facchino nero.
Diverse le ambientazioni che in molti casi collegano le vicende dei protagonisti: il supermercato, il magazzino, il parcheggio, il bar, le slot machine, tutti posti dove i personaggi si incontrano e si trovano. Ascanio Celestini crea quasi delle scenografie viventi, con grande accuratezza e precisione di dettagli riesce a trasmettere al pubblico immagini vive, semplicemente tramite la narrazione. Tre storie raccontate in modo coinvolgente. Celestini inserisce aneddoti, storie collegate e non ai protagonisti e addirittura barzellette, creando un atmosfera magica, fiabesca, grazie anche all’accompagnamento musicale della fisarmonica del maestro Gianluca Casadei. Il pubblico è portato a pensare alle storie in sé e per sé ed al disagio che i protagonisti vivono quotidianamente. Il racconto presenta spunti di riflessione importanti e d’attualità, come l’immigrazione e la politica, ma la grande capacità di Ascanio Celestini – maestro di narrativa italiana – è di non far mai pesare questi temi, che raccontati in altro modo potrebbero rendere lo spettacolo pesante e noioso. Al contrario, grazie alla sua grande capacità nel raccontare queste storie, inserendo sempre giocosi interventi, lo spettacolo diventa leggero e nel pubblico prevale il sorriso e la spensieratezza alla riflessione, almeno immediata, dei forti temi trattati.
Divertente e coinvolgente, sembra quasi di assistere ad uno spettacolo di corte medievale, dove il menestrello, accompagnato da uno strumento musicale, ha come scopo intrattenere il pubblico senza che si annoi, raccontando storie che però possano, oltre alla risate, lasciare qualcosa in ognuno degli spettatori.
Come gli antichi aedi greci che recitavano per strada lunghi monologhi, storie complesse e talvolta anche poemi epici forniti solo di accompagnamento musicale e tanta memoria, Ascanio Celestini ricorre ad alcuni escamotage per fissare bene certi concetti: aggettivi fissi, epiteti riferiti ad ogni persona (poliziotta grossa) o con la ripetizione, in alcuni casi, di diverse frasi intere.
Estratti di vita quotidiana, storie di emarginati sociali che diventano oggetto d’interesse solo da morti quando la loro presenza può creare notizia e non più disagio. E’ la fine che fa, per esempio, Domenica la barbona; morta sdraiata a terra, sola come sempre ma ora il suo corpo inerme fa notizia e attira gente qualunque, giornalisti, televisione…
Il finale è rappresentativo di tutto lo spettacolo, al suo interno ne è contenuta  l’essenza. La morte della barbona raccontata da Ascanio Celestini non è rappresentata, raccontata, secondo i canoni fissi che essa stessa evoca: morte, tristezza, disperazione. Domenica dopo un’ennesima giornata passata fuori da quel supermercato nella speranza di arrivare al bar di fronte per acquistare il tanto desiderato dolce, cade a terra colpita da un malore sotto la pioggia; topos letterario che amplia l’inquietudine della scena. Il cadavere a terra attira l’attenzione di tutti.

Come tante formichine che fiutano la preda morta e sono pronti a cibarsene, i giornalisti che capiscono la drammaticità della scena, corrono verso quel corpo che sanno già diventerà presto notizia.

La scena della caduta di Domenica è straziante, ma il funerale, il momento di raccoglimento e di lutto, Ascanio Celestini lo rappresenta – paradossalmente, come per tutto lo spettacolo – come una grande festa alla quale partecipano tutti i personaggi, tutta quella gente che ha fatto parte della vita di Domenica e che, chi più e chi meno, l’ha segnata.

La scena finale del funerale è come una festa giocosa, una ballata fra vecchi amici: è, nel suo piccolo, quello che Ascanio Celestini ha voluto esprimere per tutto lo spettacolo. Raccontare storie immaginarie di gente emarginata, che alla vita non ha chiesto nulla ed ha ricevuto ancora meno.

Celestini ha affrontato temi forti, che tutti hanno colto, sui quali tutti hanno riflettuto. Ma grazie alla sua forza interpretativa, alla modalità narrativa e al forte impatto scenico queste storie sono diventate parte del pubblico stesso e non solo temi forti sui quali dibattere.

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AGNESE – FERDINANDO PAËR

Risale al 1809 l’opera Agnese, rappresentata questo marzo al Teatro Regio “in prima assoluta in epoca moderna”. Composto da Ferdinando Paër su libretto di Luigi Buonavoglia il melodramma semiserio riscosse da subito un successo non indifferente, incontrando l’approvazione di Berlioz e Chopin. Grazie a equilibrio drammaturgico e forte espressività musicale, quest’opera esercitò una profonda influenza sulla generazione successiva.

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IL CORPO SUSSURRANDO – trittico del corpo

Quando si entra a teatro ci si aspetta sempre di divertirsi, di rimanere impressionati dall’evento, di esserne coinvolti emotivamente. Non sempre però ai nostri tempi questo accade quando si ha a che fare con uno spettacolo di danza, disciplina che spesso viene proposta a livello dilettantistico e di cui si è purtroppo perso il valore artistico e culturale. Ebbene, giovedì 28 febbraio presso il Teatro Astra abbiamo potuto assistere a un nuovo appuntamento del cartellone Palcoscenico Danza 2019, rassegna diretta da Paolo Mohovich e dedicata alla danza contemporanea. Se siete tra coloro che hanno perso la concezione di cosa significa usare il proprio corpo per creare una vera e proprie opera d’arte, muovere il proprio corpo per trasmettere messaggi, usare lo spazio per produrre riflessioni … avreste dovuto esserci! Ritrovarsi a sognare ad occhi aperti, essere presenti nel momento in cui i performer attraverso la propria fisicità, la potenza e al contempo la loro delicatezza ci mostrano una storia, un oggetto immateriale, una sensazione. Rendere visibile una sensazione è forse uno dei fini più complessi e difficili che gli artisti di teatro hanno sempre cercato di raggiungere.

Sul palco del Teatro Astra, il Balletto Teatro di Torino, compagnia stabile fondata da Loredana Furno nel lontano 1977 e dall’anno scorso egregiamente diretta dalla danzatrice Viola Scaglione, ci ha offerto uno spettacolo di danza di alto contenuto artistico, ricco di sensazioni palpabili ed emozioni coinvolgenti. Il corpo sussurrando è un itinerario sulle potenzialità e le capacità del corpo di farsi parola, frase e infine discorso, un trittico potente non solo per la qualità degli studi dei diversi coreografi ma anche e soprattutto per la coscienza tecnica dei sei danzatori in scena che compongono l’ensemble artistico della compagnia.

Il trittico è stato aperto dalla coreografia Con Diviso della newyorkese Yin Yue, con cui il Balletto Teatro di Torino ha avuto il piacere di lavorato studiando il FoCo, una tecnica di danza contemporanea con forti influenze provenienti dalla tradizione della Mongolia. Il primo stepdella trilogia riflette su tutte quelle cose, azioni e intenzioni che possono separarci oppure unirci, mostrando come, a differenza delle aspettative, proprio ciò che ci attrae genera spesso separazione. Sostenuta dalla musica di Giovanni Sollima i danzatori si presentano con fisici statuari e movimenti seducenti. Spicca in questa apertura di serata la giovane danzatrice cremonese Lisa Mariani, formatasi a New York, e la sua capacità di rendersi ora parte del gruppo e del movimento corale, ora solista. In particolare, ci ha impressionato come, pur minuta di statura, Lisa riesce a elevarsi ed espandere il proprio corpo nello spazio, diventando una gigantessa dal forte impatto comunicativo.

La serata procede con Concept#1 per sei danzatori e un’arpa, ideazione e coreografia della direttrice Viola Scaglione che cerca di codificare un nuovo alfabeto dinamico per la propria compagnia. La base per questo nuovo e ricercato linguaggio risulta l’improvvisazione sonora che genera impulsi e reazioni nei corpi dei performer. Ogni danzatore agisce sulla scena ed esalta la propria creatività rispondendo alle musiche elettroniche accompagnate dalle note pizzicate all’arpa da Federica Magliano.

Chiude la serata Balera una coreografia di Andrea Costanzo Martini per sei danzatori, sei sedie e un grammofono. Dopo la libertà sensuale ed espressiva della prima parte della serata si giunge a un momento di perfetta sincronia del corpo di ballo che pur non esclude momenti solistici di esplorazione delle forme dalla danza, da quella idilliaca rappresentata dal balletto classico-accademico a quelle più istintive e terrene. Una danza ipnotica basata sulla ripetizione governata dal grammofono, che si rende personaggio catturando l’attenzione non solo dei danzatori ma anche del pubblico. Il giovane Andrea Costanzo Martini gioca con le capacità di ascolto dei performer e con la loro dote di sapersi muovere come un unico organismo.

Se si avevano dubbi sul futuro della danza e sulle sue capacità emozionali, espressive e comunicative, il Balletto Teatro di Torino non ne ha e ci ha mostrato in un’unica serata quanto sia importante conoscere il proprio corpo, abitarlo ed esplorarlo per poterlo connettere ai diversi stili e agli altri corpi che ci circondano per produrre non solo a una bella esecuzione ma anche per dar vita a un oggetto culturale dall’alto valore artistico.

DANZATORI BALLETTO TEATRO DI TORINO NADJA GUESEWELL, LISA MARIANI, VIOLA SCAGLIONE, FLAVIO FERRUZZI, HILLEL PERLMAN, EMANUELE PIRAS 

LIVE SET VITTORIO CAMPANELLA
ALL’ARPA FEDERICA MAGLIANO
DISEGNO LUCI DAVIDE RIGODANZA
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PRIMITIVA / LABILE PANGEA – MANFREDI PEREGO

Il Balletto Teatro di Torino ospita nella sua stagione di danza Manfredi Perego, coreografo di origini emiliane che proprio con una delle due creazioni portate in scena alla Lavanderia si è aggiudicato il premio GD’A Giovane Danza D’autore nel 2017.

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Egribiancodanza e il BALLETTO DI GYOR alle fonderie limone di moncalieri

Sabato 2 marzo, alle Fonderie Limone di Moncalieri, si è esibito il Balletto Nazionale di Gyor, ospite internazionale all’interno della stagione IPUNTIDANZA 2018/2019 della Fondazione Egri per la Danza.

La serata è iniziata con un caloroso saluto di benvenuto da parte di Susanna Egri seguita da una breve introduzione agli spettacoli Apparizione #5 della compagnia EgriBiancoDanza, PianoPlays e Passage del Balletto Nazionale di Gyor.

La piacevole pièce di apertura è stata quella della compagnia EgriBiancoDanza: uno spettacolo estratto dal lavoro “APPARIZIONI”, coreografia di Raphael Bianco.

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Matilde e il tram per San Vittore

Il sipario è aperto quando ci sediamo in platea. Delle grandi e alte lastre di ferro sovrastano il fondo del palco in una fila orizzontale che sembra infinita, e in mezzo alla scena vediamo solo un tavolo con due panche, anch’essi di ferro. L’atmosfera è quindi fredda, pesante, inquietante, come lo è il tempo in cui saremo catapultati a breve.

Del resto siamo in una fabbrica, e l’ambiente non può altro che essere grigio e opprimente. Ce lo rivela la prima attrice che entra in scena, iniziando a raccontare la storia dei tre grandi scioperi partiti dalle fabbriche di Milano dal 1943, durante la seconda guerra mondiale. Migliaia di operai, stanchi delle condizioni di lavoro inumane, della fame, della vita che stavano conducendo sotto la scure fascista, si ribellano con fierezza alla logica della guerra: se non si fabbricano più le armi, forse anche la guerra finirà. A seguito dello sciopero del 1943 ce ne furono altri due, nel ’44 e nel ’45: una lenta marcia verso la deportazione e la morte per centinaia di operai.

Presto scopriamo che le attrici in scena saranno tre, ma le anime a cui daranno voce sono molte di più: tratto dal libro Dalla fabbrica ai lager di Renato Sarti, lo spettacolo rende giustizia alle storie delle donne, madri, figlie, sorelle degli uomini deportati nei campi nazisti, che prendono vita attraverso l’impeccabile performance artistica di Maddalena Crippa, Debora Villa, Rossana Mola: emozionanti, emozionate, ci trasportano in un epoca buia con le loro parole e azioni taglienti come lame.

Le vicissitudini di queste famiglie si susseguono senza sosta, dando vita a un puzzle che sembra quasi impossibile: la paralisi dei grandi stabilimenti del milanese porta alla paura di essere trovati dalla polizia nazifascista, allo smarrimento di non sapere che fine abbiano fatto i propri uomini.

Poi c’è la speranza di poterli rivedere, di potergli portare vestiti e viveri prima che siano trasferiti a “lavorare” in Germania: là fa freddo, ci ricordano le voci che aleggiano come fantasmi disperati intorno a noi, ed è necessario riuscire a portare ai cari in partenza almeno il cappotto. La frenesia del viaggio attraverso le stazioni lombarde di queste donne viene resa perfettamente dalla recitazione che si fa sempre più ritmata, come una marcia, quasi esasperata, fino ad arrivare alla partenza del treno, verso una meta ignota. Tante donne non erano nemmeno riuscite, nella calca impazzita, a salutare i figli, i mariti, i fratelli, a dargli il maglione o il tozzo di pane che avevano preso repentinamente da casa prima di andare di corsa alla stazione più vicina per raggiungerli.

E tante donne non parleranno nemmeno più con i loro familiari, amici: l’ultima parte dello spettacolo è infatti dedicata alle storie di chi non è più tornato, del vuoto che ha lasciato nel cuore e nelle case di molte famiglie. Ma anche a chi è riuscito a tornare, e negli occhi e nel cuore non ha più avuto lo stesso vigore con il quale era partito: uomini che non riusciranno mai a esprimere la sofferenza che hanno visto e vissuto sulla loro pelle, ma che ogni notte piangeranno in silenzio accanto alle mogli apparentemente addormentate.

Notevole la regia, che attraverso le luci ha esaltato perfettamente i sentimenti di panico, dolore, paura, smarrimento provati dalle tante donne che hanno avuto il coraggio di raccontare la loro storia. Inoltre è stato dato grande rilievo alla componente uditiva, soprattutto durante i racconti delle retate notturne nazifasciste: grazie all’uso abile delle componenti scenografiche in ferro, le attrici riuscivano a far emergere, almeno in parte, quella che doveva essere la confusione e il terrore dato anche dai forti rumori e suoni che rimbombavano nella notte silenziosa.

Una Resistenza, quindi, narrata in modo commovente dal punto di vista femminile di donne forti che si sono trovate improvvisamente a gestire situazioni impensabili, di violenza, miseria e dolore. Come ricorda infatti il regista Renato Sarti: “Fin dalle tragedie greche la voce delle donne è quella che meglio di ogni altra riesce a rievocare l’orrore della guerra, che sempre nuovo, purtroppo, si ripete”.

 

Di Alice Del Mutolo

 

di Renato Sarti
dal libro di Giuseppe Valota Dalla fabbrica ai lager
con Maddalena Crippa, Debora Villa, Rossana Mola
regia Renato Sarti
scena e costumi Carlo Sala
musiche Carlo Boccadoro
luci Claudio De Pace
progetto audio Luca De Marinis
dramaturg Marco Di Stefano
Teatro della Cooperativa
sostenuto da NEXT 2017/18 – Regione Lombardia con il patrocinio di ANPI, Istituto Nazionale Ferruccio Parri
e ISEC e dei comuni di Albiate, Bresso, Cinisello Balsamo, Monza e Muggiò con il sostegno di ANED

 

 

 

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Rigoletto al Teatro Regio: incontro coi protagonisti

Uno degli spettacoli di punta del Teatro Regio, quest’anno, è senza dubbio Rigoletto, ultimo titolo della ‘trilogia popolare’ di Giuseppe Verdi rappresentato sul palco torinese (ma primo ad essere composto, e del perché di quest’ordine si parlerà più avanti), che attira intorno a sé motivi d’interesse dovuti principalmente alla regia firmata da John Turturro, celebre attore hollywoodiano di formazione teatrale, volto e voce di registi quali Woody Allen, Martin Scorsese, Spike Lee e i fratelli Coen, al suo debutto nel mondo dell’opera. Si è dunque andati con grande curiosità sia alla prova generale per vedere il suo lavoro (qui la recensione a cura di Francesca Slaviero) sia, due giorni dopo – insieme a un nutrito manipolo di giornalisti – a un incontro con il cast, il direttore d’orchestra e il regista, pronto, quest’ultimo, a rispondere alla domanda tanto spontanea quanto inevitabile: che ci azzecca John Turturro con Rigoletto? «Sono cresciuto ascoltando l’opera, l’ho sempre amata – risponde Turturro – e credo sia per questa mia passione che mi hanno chiesto di metterne una in scena. Me ne hanno proposte tre: non so bene perché ho scelto Rigoletto. Forse perché è l’opera preferita di un mio caro amico. Forse anche perché, oltre a Verdi, adoro Victor Hugo. E mi piacciono le gobbe». E, visto il pubblico e il luogo, aggiunge: «E i gobbi». Sull’attualità del genere operistico non ha dubbi: «Come la tragedia greca, l’opera racconta storie universali servendosi di parola, musica e coro. E universale è anche la storia tra un padre, Rigoletto, e sua figlia».

Cruciale per questo spettacolo è il tema degli attori che fanno i registi, sia a teatro che al cinema, con risultati alterni, ma in curioso aumento. Nell’ultima edizione del Torino Film Festival, per dirne una, si sono visti film di James Franco, Ralph Fiennes, Ethan Hawke e Paul Dano (quest’ultimo vincitore nel concorso principale Torino 36). Ma al di là della riuscita del film o della pièce, è molto interessante il lavoro che c’è dietro, e la differenza, nel modo di dirigere gli attori, tra chi attore lo è e chi non lo è. «Di sicuro la formazione di attore male non fa – continua Turturro – anzi, come attore capisco meglio le esigenze di chi sta sul palco, le loro ansie e la loro tensione, e posso porvi rimedio».

Il direttore Renato Palumbo e il baritono Carlos Álvarez (Rigoletto).

Circa il rapporto tra musica e cinema, rapporto che spesso emerge quando sono registi o attori cinematografici a mettere le mani sulle opere dei nostri beniamini musicali, Turturro ribadisce la diversità dei due mondi dichiarando di non aver voluto dare un taglio cinematografico allo spettacolo, ma di aver cercato di esaltarne la dimensione teatrale, con una regia al servizio di quella musica e di quel dramma creati apposta per stare sul palcoscenico. Il direttore d’orchestra, Renato Palumbo, aggiunge: «Sono convinto che come il cinema vada visto solo al cinema, così l’opera si possa vedere solo a teatro. Le opere filmate, che ultimamente sono state sdoganate nei cinema, possono essere utili a diffondere questo linguaggio, però si perde quel qualcosa che possiede il live, e che non può essere riprodotto». E se pure le arie che tutti conosciamo e che hanno reso famoso Rigoletto sono parte della sua complessa costruzione drammaturgica, Palumbo ci tiene a spiegare che la grandezza di quest’opera sta nell’insieme dell’architettura musicale di Verdi. È in momenti come «Pari siamo!» che emerge il dramma esistenziale del buffone storpio, è nei declamati e nei recitativi che la musica diventa tutt’uno con la tragedia imminente, annunciata sin dall’inizio dalle trombe della maledizione. «Sono questi i momenti più difficili da dirigere, non “La donna è mobile”o “Caro nome”».

C’è poi la famigerata questione dello zumpappà. Motivo ancora oggi di derisione nei confronti del nostro massimo compositore, il tempo di valzer è uno stilema su cui Palumbo ha maturato una propria visione consapevole, basata sulle più recenti edizioni critiche delle opere di Verdi: «Io credo che Verdi odiasse il valzer. Perché è una cosa che apparteneva agli austriaci, ai dominatori. Quando lo si esegue bisogna cercare di dargli sempre delle sfumature adeguate a quello che sta succedendo sul palcoscenico, usando gli accenti, i crescendo e i diminuendo. Il valzer, in un modo o nell’altro, va spesso camuffato. Anche perché sulla musica comanda la parola, per cui se il cantante sta dicendo “egli ha il pugnale!” bisogna dare all’orchestra una sonorità violenta e quasi fastidiosa. La musica, e quindi anche il valzer, in Verdi non è mai fine a se stessa, ma è sempre al servizio del dramma».

A proposito dell’importanza della dimensione drammaturgica, il baritono Carlos Álvarez, interprete del title role, racconta un aneddoto singolare: «Non so se lo sapete, ma quando ero più giovane il maestro Muti mi propose di cantare Rigoletto alla Scala, sotto la sua direzione. Rifiutai perché non avevo ancora vissuto abbastanza, non sapevo cosa volesse dire essere padre, e non avevo sufficienti dolori alle spalle. Credo che per cantare un ruolo così complesso sia necessario aver fatto certe esperienze. Nella voce si sentono».

Il baritono Carlos Álvarez (Rigoletto).

Ma in tutto questo, perché Rigoletto l’hanno fatto per ultimo, se è il primo titolo della trilogia? Lo spiega Alessandro Galoppini, il direttore artistico: «Rigoletto è molto più ‘avanti’ delle opere successive della trilogia, Trovatore e Traviata. Scombinando l’ordine, abbiamo voluto rendere evidente al pubblico l’evoluzione tra le arie e cabalette – bellissime – del Trovatore e la modernità di linguaggio di Rigoletto, opera rivoluzionaria per il teatro musicale tanto quanto la Terza sinfonia di Beethoven per il repertorio sinfonico».

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Rigoletto di John Turturro

La stagione del Teatro Regio, inaugurata dall’appassionante vena melodica di Trovatore e Traviata, sceglie di concludere la cosiddetta Trilogia Popolare verdiana dal suo principio: Rigoletto. La partitura, prediletta dallo stesso Giuseppe Verdi, scaturisce nel 1851 dall’incontro con il testo di Hugo, Le roi s’amuse, adattato da Francesco Maria Piave. Rigoletto, tradito da una natura matrigna che gli ha conferito un aspetto deforme, è scisso tra il malizioso buffone – presso la corte ducale di Mantova – e l’amorevole padre della candida Gilda. Maledetto da Monterone, si vedrà travolto dal medesimo destino del nobile: la figlia, sedotta dal libertino Duca di Mantova, sarà rapita per scherzo dai cortigiani e disonorata. Sarà la sete di vendetta a far precipitare irrimediabilmente Rigoletto verso l’esito tragico della vicenda: per salvare l’amato dal sicario assoldato dal padre, Gilda morirà al suo posto.  Verdi è in grado di scolpire i personaggi di Hugo con evidenza plastica nella memoria dello spettatore, regalando al repertorio operistico e popolare passaggi indimenticabili quali «La donna è mobile», fatale canzone intonata dal Duca di Mantova.

 

Il teatro si avvale dell’eccezionale debutto alla regia di John Turturro, celebre attore teatrale e cinematografico. Sulle note del fatalistico preludio, la regia ci trasporta in una dimensione pittorica e decadente, avvolta da una spessa coltre di nebbia che offuscherà il palcoscenico per l’intera durata dell’opera. Peculiare la ripartizione dello spazio scenico, resa possibile dal doppio sipario: i personaggi potranno essere isolati dalla presenza di un imperscrutabile sfondo nero, o spiare quanto avviene in scena al di qua di un telo semitrasparente. Quest’ultimo porta su di sé l’inconfondibile marchio della corte mantovana: gli affreschi di Palazzo Te, realizzati da Giulio Romano in epoca cinquecentesca e ispirati al mitico episodio della Gigantomachia. Un riferimento ancora più interessante se consideriamo il forte desiderio di riscatto che Rigoletto prova nei confronti del Duca – potente, privo di scrupoli e tuttavia insovvertibile.

Se Hugo trova nel fou Triboulet il portavoce ideale della denuncia alla società contemporanea, a infervorare Verdi è il tema della maledizione inesorabile. Significativa è in questo senso la scelta dei costumi, che assegna a Monterone il colore simbolo della maledizione: il rosso, sanguigno, emblema di verginità perduta. Non a caso l’immacolato abito di Gilda, squarciato a livello della gonna, mostrerà allo spettatore il medesimo colore. Questo strappo, associato al tentativo continuo e infruttuoso di richiuderlo, esprime una ferita non solo fisica, ma anche morale. È un gesto che spiazza e infastidisce chi ne è testimone, avvicinandolo allo stato d’animo di Rigoletto.

Altro tratto distintivo dell’allestimento è senz’altro il frequente coinvolgimento del corpo di ballo, istruito dal coreografo Giuseppe Bonanno: i corpi dei ballerini si fanno scenografia vivente, caricandosi ora di un erotismo più o meno evidente (come nella festa/orgia del primo atto), ora di un’affascinante aura soprannaturale (è questo il caso della famosa Tempesta).

Tra le tante soluzioni registiche efficaci, il rapimento di Gilda, cui corrisponde la scomparsa dell’intera casa di Rigoletto:  non può esistere focolare laddove è assente la figlia tanto amata, incarnazione dell’intero universo emotivo del protagonista. Meno apprezzabile la decisione di far bussare il Duca, recatosi di nascosto a visitare Gilda, alla casa di Rigoletto, col rischio di farsi scoprire mentre padre e figlia duettano.

 

Dulcis in fundo l’orchestra, diretta da Renato Palumbo, è in grado di restituire all’ascoltatore un fine dinamismo nell’esecuzione della partitura. A detta di Palumbo stesso (nel corso della nostra intervista), esaltazione degli accenti e rispetto dei diminuendo costituirebbero la giusta ricetta per non ridurre l’opera di Verdi a un continuo valzer. Tra le ottime esecuzioni degli interpreti spicca senza dubbio quella del baritono spagnolo Carlos Àlvarez, nei panni del protagonista. Pare che in passato abbia rifiutato questo ruolo (poi interpretato a Vienna nel 2016 e Verona  nel 2017), per il timore di non riuscire a rendere appieno l’amore e il dolore paterni di Rigoletto. Ad oggi la sua performance risulta travolgente, efficace tanto nella difficile connotazione del declamato quanto nella tenera effusione del canto melodico. Senza dubbio alla sua altezza il soprano Ruth Iniesta, la cui presenza scenica è chiaro indice della provenienza dal mondo del musical. Notevole la performance del tenore Stefan Pop, nei panni del Duca di Mantova, e del basso Gianluca Buratto, incarnazione di uno Sparafucile dalla voce intensa, tonante. Unica pecca, la maledizione lanciata da Alessio Verna (Monterone), forse troppo flebile per assumere realmente il tono fatale e oracolare prescritto da Verdi.

 

Per maggiori informazioni riguardo a scelte registiche e orchestrali, affermazioni degli interpreti e degli sponsor, vi rimando all’articolo-intervista a cura di Luca Siri.

 

A cura di Francesca Slaviero

 

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