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IL MAESTRO E MARGHERITA

Come un tentativo di distillazione, lo sforzo di cogliere una essenza che sia oltre il mero susseguirsi degli eventi: così ci pare il lavoro di Letizia Russo nel suo inevitabile tradimento del romanzo “Il Maestro e Margherita” di Michail Bulgakov nella forma teatrale. Ne sia esempio la trasformazione del capitolo più funambolico ed esaltante del romanzo, “La magia nera e il suo smascheramento”, nella conclusione della quête di Woland-Satana della Margherita che sarà sua Regina nel ballo dei cento re di quella sera: evitando saggiamente la trasposizione in scena affida il racconto di quei folli eventi del Teatro Varietà di Mosca ad una Margherita straniata e incantata sotto lo sguardo di Woland che la scruta con i suoi occhi, uno verde uno colore del buio, che la ascolta, la segue, e che, infine, al riconoscersi e consegnarsi come in sogno di Margherita come la donna cercata, la accetta come sua compagna.

Foto di Guido Mencari

L’infinita trama del romanzo da centinaia di personaggi è sciolta e ritessuta davanti ai nostri occhi seguendo tre fili narrativi: quello, come si è detto, della ricerca di Margherita da parte di Woland; la storia d’amore tormentata di Margherita e del Maestro e la sua reclusione in un ospedale psichiatrico a seguito della mancata pubblicazione del suo romanzo; e quella di Jeshua e del Procuratore della Giudea Ponzio Pilato, che è la trama del romanzo scritto dal Maestro. In una scena chiusa sui tre lati da pareti nere ardesia istoriate da scritte e disegni ma con aperture-ante da cui fuoriescono o si affacciano i personaggi, la regia di Baracco fa sì che i tre fili si intreccino e si alternino giocando su stili diversi: il grottesco feroce della coorte di Woland, con le sue marionette crudeli Korov’ev, Behemot e Hella, perfetti e inquietanti nelle loro movenze e alterità demonica; le caricature dei dirigenti del Teatro Varietà (caricature che però talvolta sfumano in un eccesso di ridicolo), la forza greve e possente del dialogo alto tra Jeshua e Pilato che si fa rito nella scena dell’esecuzione di Jeshua; e poi il fervore di Margherita, la sempre intensa Federica Rosellini, che vola nuda non a cavallo di una scopa ma su di una altalena, un balocco infantile, come se la liberazione del vero sé possa affermarsi solo attraverso un ritorno all’infanzia. E poi il Maestro, Francesco Bonomo anche nel ruolo di Pilato, ora disperato ora sommesso, che brucia il proprio manoscritto una volta rifiutata la pubblicazione ma che anche il ricongiungimento con l’amata Margherita non pare regalare felicità. Infine Woland, un Satana dalla sguardo in tralice, sconfitto ma non domo, che si aggira in quello che proclama anche suo mondo e che si riconosce figlio del dubbio, della disperazione, di tutto ciò che davvero e propriamente riconosciamo umano: nell’interpretazione di Michele Riondino si sovrappongono talvolta reminiscenze cinematografiche, ma lo scoppio di risata gelida, il peso del tempo infinito che è stato e che sarà che si porta nello sguardo, il suo essere oltre il bene e il male (non appare come un concentrato di malvagità, accetta il mondo così com’è e soffre piuttosto delle stesse frustate che Jeshua riceve sul corpo prima dell’interrogatorio con Pilato, per quanto le accolga con risate e scatti giullareschi) attraggono e ne fanno una sorta di buco nero magnetico dello spettacolo stesso. Facendosi poi esecutore dell’imperscrutabile decisione divina di concedere il riposo e non la pace a Margherita e al Maestro, Woland rivendica nuovamente la sua adesione e partecipazione alle vicende umane, molto più di un lontano creatore impossibilitato a capire davvero le sue inafferrabili creature.

Spettacolo ambizioso per forme e contenuti, Il Maestro e Margherita tenta di mostrarci quel mistero al quale il popolo russo del Teatro Varietà aveva rinunciato, secondo le parole di Margherita e lo fa in quella forma – il teatro – che forse unica può ancora custodirlo e rivelarlo.

Gabriele Cardini

Piccolo Teatro Strehler
dal 15 al 27 ottobre 2019
Il Maestro e Margherita
di Michail Bulgakov 
riscrittura Letizia Russo
regia Andrea Baracco 
con Michele Riondino nel ruolo di Woland 
e Francesco Bonomo (Maestro / Ponzio Pilato)
Federica Rosellini (Margherita)
e con Giordano Agrusta (Behemot)
Carolina Balucani (Hella / Praskoy’ja / Frida)
Caterina Fiocchetti (Donna che fuma / Natasha)
Michele Nani (Marco l’Ammazzatopi / Varenucha)
Alessandro Pezzali (Korov’ev)
Francesco Bolo Rossini (Berlioz / Lichodeev / Levi Matteo)
Diego Sepe (Caifa / Stravinskij / Rimskij)
Oskar Winiarski (Ivan / Ieshua)
scene e costumi Marta Crisolini Malatesta
luci Simone De Angelis
musiche originali Giacomo Vezzani
aiuto regia Maria Teresa Berardelli
produzione Teatro Stabile dell’Umbria
con il contributo speciale della Brunello Cucinelli Spa

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rumori fuori scena

Apre la stagione del Teatro Stabile di Torino Rumori fuori scena, cult comico di Michael Frayn che svela i meccanismi
che si celano dietro al funzionamento della macchina teatrale: fulcro della vicenda sono le difficoltà della messa in scena del
testo e le rocambolesche dinamiche relazionali che intercorrono tra gli attori .
La prima rappresentazione avviene a Londra nel 1982, trasformandosi in un successo internazionale che
troverà spazio l’anno successivo anche in Italia (Roma). Il testo è stato soggetto anche ad un adattamento cinematografico nel 1992 dal titolo Noises off.


Con questo spettacolo torna sul palco Valerio Binasco, direttore artistico dello Stabile di Torino, dopo un periodo di assenza dedicato unicamente alla regia.
Paradossalmente, il suo ritorno come attore avviene nel ruolo di un regista che allestisce una pièce teatrale: Rumori fuori scena è infatti una commedia metateatrale , di teatro nel teatro, che mette in
scena le vicissitudini di una compagnia teatrale durante le prove e l’allestimento dello spettacolo “nothing on”- “niente addosso”.
Binasco, nei panni di attore- regista (sia nella vita che sulle scene), dirige una commedia divisa in tre atti: allestimento, debutto e tournèe. Il pubblico sbircia dietro le quinte della rappresentazione e nella vita degli attori, tra i loro desideri e le loro rivalità: un dietro le quinte che si manifesta come mondo opposto e speculare a quello in cui siamo abituati a vivere.


Il target a cui aspira è quello della commedia all’ italiana: Rumori fuori scena è il suo tentativo di ricreare la comicità delle sitcom americane, parlando però di teatro e, nello specifico, di teatro nel teatro. Il teatro come luogo di narcisismi e controversie, come luogo in cui verità e finzione si scontrano in una strana lotta
in cui il vero non esiste, e la leggerezza regna sovrana.


“Sembra che la missione poetica del teatro comico borghese sia quella di dare vita ad un mondo normale,
del tutto simile al nostro, ma dove il male e il peccato non appartengono al diavolo ma bensì agli uomini.”


Una “missione” che ha dentro di sé ben più del semplice e puro intrattenimento: una lotta contro la comune pesantezza del vivere. Rumori fuori scena incarna in questo senso le caratteristiche tipiche del genere comico borghese: la molteplicità di situazioni che si manifestano e si sviluppano durante lo spettacolo ci mostrano come il senso di colpa e di responsabilità siano del tutto assenti nella rappresentazione, nonostante i personaggi siano “ordinari” e perfettamente integrati nel mondo.
Binasco tenta così per una volta di di abbandonare i toni cupi a cui solitamente propende per dedicarsi invece ad una delle commedie più straordinariamente vitali ed esilaranti del teatro contemporaneo.

L’interesse di Binasco per il testo di Frayn nasce dalla volontà di parlare della vita degli attori, delle loro passioni: il suo è infatti un teatro d’attore, in cui si percepisce che il lavoro teatrale sia basato in gran parte sull’attore stesso. Il teatro d’attore come celebrazione dell’accadimento teatrale, dell’arte dell’attimo
presente. Sua intenzione è che lo spettatore nell’ascolto e nella visione dello spettacolo si “scomponga” e si chieda che cosa sta accadendo, senza lasciarsi trasportare dall’accadimento teatrale ma essendone fautore egli stesso.

Mentre gli spettatori entrano in sala, troviamo il sipario aperto con gli attori già in scena. Il pubblico si sistema, chiacchiera e prende posto noncurante del fatto che lo spettacolo sia in realtà già iniziato: gli attori recitano, quello che prende forma di fronte ai nostri occhi è già un accadimento teatrale. Si inserisce però un elemento tipico del teatro di regia, che si impone sull’attore: uno dei personaggi femminili ad esempio (Brooke) recita ugualmente le battute del copione nonostante la rappresentazione abbia preso una piega diversa e le parole abbiano perso di significato nel nuovo contesto in cui vengono inserite.

Il ritmo dell’azione teatrale sembrerebbe concitato, ma nell’apparente caos che il testo vuole portare tutto trova un suo posto (tutto tranne le sardine, che costituiscono l’unico inghippo che non trova incastro nella rete di meccanismi) e scorre senza problemi.
Binasco crea un congegno impeccabile di entrate ed uscite : una commedia fatta di porte, quasi musicale nel loro chiudersi e aprirsi continuamente, creando un dispositivo di ingranaggi che si muove in
maniera perfetta .


“ è una questione di ritmo, che è fondamentale in questo tipo di teatro. Produrre un effetto comico non
vuol dire per forza adattarsi ad un ritmo indiavolato.. ci sono anzi continue frenate di ritmo. Quando c’è
grande comicità il ritmo non accelera, si placa.”


Un riconoscimento va, oltre alla splendida elaborazione di Binasco, anche al lavoro sulle scene di Margherita Palli, che contribuiscono all’ eccellente riuscita dello spettacolo, e alla bravura degli attori che
riescono a destreggiarsi in un testo pieno di insidie e di complessi meccanismi.


Testo di Michael Frayn, traduzione di Filippo Ottoni
Regia di Valerio binasco
Scene: Margherita Palli
Costumi: Sandra Cardini
Luci: Pasquale Mari
Attori: Milvia Marigliano, Andrea Di Casa, Francesca Agostini, Nicola Pannelli, Elena Gigliotti, Fabrizio Contri,
Valerio Binasco, Ivan Zerbinati, Giordana Faggiano.
Teatro Stabile di Torino con il sostegno della fondazione CRT.

Ilaria Stigliano

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I GIGANTI DELLA MONTAGNA

ROBERTO LATINI

In un appuntamento tra i classici e il teatro, il TPE ha ospitato dal 25 al 27 ottobre l’adattamento e l’interpretazione di Roberto Latini dei Giganti della Montagna, l’ultima opera teatrale di Pirandello lasciata incompiuta.

Il lavoro di Latini può essere definito come “arte di Rivelare e Velare” e, citando un passaggio di un saggio di Craig, oso identificare l’attore con uno di quei

grandi maestri, i quali non erano individui ossessionati dall’idea d’affermare ciascuno la sua personalità […], ma gente […] in servizio delle semplici verità”.

Latini si sposta realmente in un tempo e luogo indeterminati, come indicato da Pirandello, sembrando mosso dall’intenzione di  essere un corpo-voce al servizio della parola e non di apparire semplicemente come l’interprete di una personalità.

Le parole di Pirandello sono il vero personaggio di questo adattamento, le vediamo apparire in forma scritta proiettate su uno schermo e le possiamo ascoltare amplificate dai microfoni settati diversamente utilizzati dall’interprete; in entrambi i casi le troviamo in una continua e significante relazione con la musica.

Di fronte all’interpretazione dell’attore-regista diventa fondamentale l’ascolto lasciando che accada, in noi e attorno a noi, ciò che attraverso il suono parola-musica elaborato, e diffuso, da una coscienza come quella di Latini, può avvenire.  

Le scenografie rafforzano il significato delle parole suggerendo indicazioni aggiuntive agli spettatori e trasportandoli, anche attraverso la vista, nel mondo indefinito, al limite tra la favola e la realtà, descritto dall’autore del testo.  

Le decisioni di Latini e i suoi collaboratori sono sicuramente frutto di un lavoro fine, approfondito e non scontato sui diversi livelli di lettura e messa in scena del testo teatrale.

Questa considerazione può essere confermata da un esempio: la scelta riguardante l’ambientazione che per buona parte dello spettacolo occupa lo spazio del palco e che include tre file di grano, cereale protagonista di numerosi miti e che ha ispirato simboli religiosi fin dall’antico Egitto dove la sua spiga divenne un attributo di Osiride, dio egizio degli inferi, oltre che della fertilità. 

Inoltre facendo riferimento ad un passaggio scritto da Pirandello e poi pronunciato dall’attore

“Un corpo è la morte […]”

appare evidente che la scelta non è guidata da soli principi estetici ma sostenuta da una forte significazione simbolica: ogni corpo muore tornando alla terra (Latini in una parte dello spettacolo raccoglie nel pugno della sua mano della terra che lentamente lascia scivolare verso il basso) così come il seme di frumento, alimento per l’anima, “muore” finendo sotto terra e, successivamente, portando il frutto.

Lo spettacolo presenta una struttura circolare aprendosi e chiudendosi con l’ultima parola scritta da Pirandello:

PAURA.

Nel finale compare una costruzione mobile che rivela una duplice funzione: trampolino d’elevazione e bara.

Latini sale sulla tavola nera innalzandosi e con le parole raggiunge i Giganti della Montagna, nomina la paura, si corica e ritorna là nella Villa, sul palco a sipario chiuso dove non si sa se sia la messa in scena a cessare lasciando spazio alla realtà, oppure a proseguire lasciando emergere la verità.

Giorgia Rosso

DI LUIGI PIRANDELLO / ADATTAMENTO E REGIA ROBERTO LATINI / MUSICHE E SUONI GIANLUCA MISITI (PREMIO UBU 2015 “MIGLIOR PROGETTO SONORO O MUSICHE ORIGINALI”) / LUCI E DIREZIONE TECNICA MAX MUGNAI / CON ROBERTO LATINI / VIDEO BARBARA WEIGEL / ELEMENTI DI SCENA SILVANO SANTINELLI, LUCA BALDINI / ASSISTENTI ALLA REGIA LORENZO BERTI, ALESSANDRO PORCU / PRODUZIONE FORTEBRACCIO TEATRO/COMPAGNIA LOMBARDI – TIEZZI / IN COLLABORAZIONE CON ARMUNIA FESTIVAL COSTA DEGLI ETRUSCHI, FESTIVAL ORIZZONTI D’ ARTE, EMILIA ROMAGNA TEATRO FONDAZIONE

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UNA NUOVA STAGIONE PER PIEMONTE DAL VIVO

“Innovazione non è fare cose nuove, ma far bene cose giuste in un contesto che cambia continuamente”.

Mercoledì 23 ottobre 2019, Matteo Negrin ha condotto la conferenza stampa  di Piemonte dal Vivo presso il Talent Garden Fondazione Agnelli. La stagione 2019/20 che si sta aprendo rappresenta l’ultimo anno di un percorso triennale, durante il quale – il direttore lo può sottolineare con meritato orgoglio – la Fondazione ha quasi raggiunto tutti gli obiettivi che si era proposta.

In apertura alla conferenza, l’Assessore alla Cultura, Turismo e Commercio Vittoria Poggio – in rappresentanza della Regione Piemonte, socio unico della fondazione – seguita dalla presidente di Piemonte dal Vivo, Angelica Corporandi d’Auvare, rivolgono senza indugio lo sguardo a quelle che sono i pilastri di Piemonte dal Vivo: il lavoro sul pubblico e l’ampliamento delle piazze. È interessante notare a tal proposito, come Negrin abbia scelto di condensare l’operato della Fondazione facendo suo il pensiero sull’innovazione, che abbiamo messo in esergo, di un famoso sarto torinese scomparso da poco. Si tratta in tutto e per tutto di una metafora particolarmente azzeccata, guardando oltre la citazione scelta e concentrandosi anche sulla sua provenienza: l’uomo era di origine friulana ed aveva la sua sartoria in zona San Salvario, a Torino; si parla di accoglienza e attenzione all’individuo: Piemonte dal Vivo si riconferma anche quest’anno forte sostenitore delle realtà piemontesi, dispiegando allo stesso tempo le sue reti sull’Europa e sul mondo intero. Secondo un disegno che sta prendendo piede in Europa, la Fondazione ha scelto di porre al centro del suo lavoro il pubblico, non solo come target a cui rivolgersi ma come vero e proprio collaboratore: lo spettatore è co-immaginatore. È proprio in questo aspetto che sta la preziosità di Piemonte dal Vivo, tale da meritare il punteggio massimo tra i circuiti multidisciplinari a livello nazionale ed attestarsi un ruolo di rilievo, nonché di modello per qualità e innovazione.

La nuova stagione porterà in scena 900 repliche, di cui 150 di teatro per ragazzi. Ciò, unito all’invito a partecipare a spettacoli in luoghi e tempi insoliti, dimostra la reale volontà di Piemonte dal Vivo di cercare di demolire l’effetto intimidatorio ed esclusivo che le porte di un teatro ancora provocano ai più. Portare il teatro o la danza nei bar, come anche nei musei o nei tendoni da circo è un passo avanti verso una maggiore partecipazione dei cittadini allo spettacolo dal vivo. Allettante risulta anche la proposta di inserire le notti al museo – serate di performance negli spazi museali – all’interno di un particolare abbonamento musei.

L’anno 2019/20 porterà inoltre a piena realizzazione alcuni dei programmi che negli scorsi anni erano stati in fase di rodaggio, tra i quali merita attenzione l’abbonamento PLUS, che permette agli abbonati di teatri piccoli di fruire di spettacoli maggiori in centri più grandi, oltre a quelli presenti nella programmazione del proprio paese. Il progetto di interconnessione non solo consente allo spettatore un’esperienza più completa, ma permette anche ai teatri più piccoli di caratterizzarsi, seguendo la propria inclinazione, senza negare la possibilità di altri tipi di spettacolo al proprio pubblico.

La nuova stagione sarà insomma una stagione caleidoscopica, come l’ha voluta definire la Fondazione stessa. Una stagione che si scompone e si ricompone costantemente, riadattandosi di volta in volta ad un nuovo equilibrio, esattamente come il tenace lavoro di Piemonte dal Vivo in perenne trasformazione in relazione ad un contesto che cambia continuamente.

In ultimo, la Fondazione ci tiene a ringraziare il suo intero corpo organizzativo, che detiene il vanto di essere formato da numerosi giovani. Il vantaggio di questa composizione è certamente quello di poter contare su una spinta verso un cambiamento particolarmente attento, in quanto interno e vicino alla società in movimento, ma è anche un augurio per tutti coloro che hanno voglia di esser parte di questo cambiamento.

Ada Turco

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nid platform 2019 – Open studios

Si è tenuta dal 10 al 13 ottobre di quest’anno la nuova edizione della NID Platform, la vetrina della nuova danza contemporanea che porta in scena le migliori produzioni di danza italiana e le presenta a un pubblico mirato di operatori teatrali italiani e stranieri (direttori di teatri, di festival, di circuiti, ecc.) affinché essi acquistino tali produzioni per inserirle nei propri cartelloni. La precedente NID risaliva al 2017 e si era tenuta a Gorizia, in Friuli-Venezia-Giulia. Quest’anno la vetrina è stata ospitata dalla città di Reggio Emilia, con il supporto di Ministero, Regione e Comune oltre a quello ormai consueto del grande raggruppamento di numerosi operatori italiani. A questi si sono poi aggiunte le due più importanti realtà della città emiliana, la Fondazione I Teatri Reggio Emilia e la Fondazione Nazionale della Danza Aterballetto, due punte di diamante nella produzione e distribuzione di danza in terra nostrana.

Per il nostro blog abbiamo assistito la mattina di sabato agli Open Studios che si sono tenuti nella Fonderia, lo spazio dove di norma prova e lavora Aterballetto. Quello degli Open Studios è un formato breve, pensato apposta per consentire la presentazione di più spettacoli in un tempo ridotto: massimo venti minuti di durata per ogni compagnia. Grazie a questo pretesto i lavori possono essere presentati anche non ancora ultimati, di modo da cercare un supporto produttivo che ne consenta la continuazione creativa. Un pratico mercatino allestito a fianco al palco consente agli operatori di chiarirsi le idee discutendo con i rappresentati delle produzioni presentate. Sette dunque, grazie al formato breve, gli ‘studi aperti’ che abbiamo potuto vedere e commentare.

Il primo lavoro, OPACITY #5 di Salvo Lombardo, è una delle diverse estensioni del suo spettacolo Excelsior, nel quale l’autore aveva tentato una possibile riattualizzazione in chiave post-coloniale dell’ottocentesco Gran Ballo Excelsior. Queste estensioni, raccolte sotto il titolo Opacity, sono dunque un formato più adattabile del progetto Excelsior, pensato per un solo performer e di esito più performativo che coreutico. Queste iniziative, utilizzando narrazioni alternative a quelle del sapere etnocentrico dominante, mirano a decostruire l’immaginario neo-coloniale dell’Occidente contemporaneo. Per sviluppare questa serie di “eventi cornice” allo spettacolo Excelsior (originariamente definita Around Excelsior), lo ricordiamo per i lettori torinesi, il giovane autore fu ospite nel 2018 della Lavanderia a Vapore dove ebbe la possibilità di incontrare curatori e insegnanti di arte, studiosi di antropologia, di teatro e di danza. In OPACITY #5 Lombardo ha voluto riflettere sul tema dell’oscenità: all’inizio del lavoro lo stesso autore entrando in scena parla a un microfono, esponendo teatralmente alcune elucubrazioni sul tema (“Io sono osceno, osceno è tutto ciò che mette fine allo sguardo, osceno è ciò che pone fine al teatro, ecc.”), dopodiché prende a ondeggiare leggermente con il bacino, mentre sullo schermo collocato al centro del palco va in onda un porno gay, sulla musica del Nabucco verdiano. L’idea del video porno e la stessa performance di Salvo non ci sono sembrate entusiasmanti, ma vedremo come e se procederà il lavoro, che sta ancora cercando sostegni alla produzione per essere ultimato, così come gli altri Opacity stanno cercando una distribuzione.

Il secondo lavoro è di Daniele Ninarello, che ha presentato un pezzo che debutterà a novembre, Pastorale. Il coreografo afferma di aver voluto descrivere il ritorno a una passata vita idilliaca nella quale gli esseri umani erano tutti in grado di vivere all’unisono. Lo stesso Ninarello ha preferito non definirsi coreografo di quest’opera, poiché essa è più un sistema di movimento che una coreografia vera e propria. Ed effettivamente è così dal momento che i quattro danzatori vestiti casual si muovono delicatamente sulla scena senza mai arrestarsi, eseguendo prevalentemente camminate nello spazio, alle quali aggiungono lentamente alcuni semplici schemi di movimento degli arti superiori, reagendo ognuno in base al movimento degli altri. Molto vicino concettualmente al precedente ed apprezzabile lavoro di Ninarello, il giacomettiano Still, questo ci sembra meno chiaro e meno originale, forse penalizzato dai venti minuti richiesti dal formato. Se è effettivamente interessante l’aleatorietà intrinseca all’idea compositiva, la nostalgia per una atavica dinamica di cooperazione non basta da sola a darle contenuto.

Il terzo lavoro, Annotazioni per un Faust/Evocazioni, di Tommaso Monza e Claudia Rossi Valli (artisti associati alla Compagnia Abbondanza/Bertoni) a primo impatto ci convince di più: sei danzatori, un chitarrista, musiche originali, un tronco sospeso in mezzo alla scena. È buono il lavoro di composizione, sono apprezzabili le coreografie d’insieme, il tutto è abbastanza ben danzato, ma soprattutto è danzato ed è anche coreografato, a differenza delle due presentazioni precedenti. Non è chiarissimo dove il lavoro voglia andare a parare, e se si vuole trovare un difetto va detto che al tutto manca un poco di carattere, ma forse la colpa è di nuovo del formato obbligato. In questo caso infatti i minuti si riducono a dieci, dal momento che gli spettacoli presentati da Monza e Rossi Valli sono due: il primo, Annotazioni per un Faust si interrompe a metà per lasciar spazio subito dopo al secondo, Evocazioni, un pezzo di teatrodanza realizzato con il supporto delle testimonianze dell’Archivio Diaristico di Pieve Santo Stefano.

Nel quarto lavoro Claudio Massari riflette con tutt’altro registro linguistico sui luoghi comuni del contemporaneo, dalle questioni politiche a quelle di genere, ovviamente interconnesse. Comico fin dalle entrate iniziali, lo spettacolo funziona molto bene presentando un impianto drammaturgico solido e coerente. Quattro stravaganti creature con ridicolo corpetto nero e parrucche arancioni sostengono un buonissimo ritmo fatto di danza, gesti pantomimici, versi e cori, giocando con gli stereotipi della società italiana. Il pezzo forte dello spettacolo sono infatti le sagaci canzoncine che i quattro intonano, prendendosi gioco della media borghesia, dei politicanti, della crisi e del decreto sicurezza. Tra coreografia e cabaret, ritorna alla mente quel Tavolo Verde di joossiana memoria, che qui diviene un tavolo decisamente postmoderno e italiota, forse più post-coloniale di altri progetti che si dichiarano tali. Il pubblico concede il meritato applauso a dei C&C effettivamente brillanti, forse gli unici che hanno tratto vantaggio dallo short format.

È di Francesca Foscarini e Cosimo Lopalco il quinto lavoro, PUNK. KILL ME PLEASE, ispirato alle figure di Sid Vicious e Nancy Spungen e al fenomeno musicale punk. Due danzatrici, la Foscarini stessa e Melina Sofocleous, con due coperte colorate legate sulla testa con del nastro adesivo alla maniera degli sceicchi arabi, fanno le disc jockey con vari brani di musica punk attraverso un rudimentale giradischi appoggiato per terra sulla destra del palco. Con le coperte e il nastro di carta realizzano poi varie performance, liberamente ispirate al mondo punk, vagamente anni Settanta, non particolarmente coinvolgenti. Niente coreografia dunque per questo lavoro embrionale, ancora in cerca di finanziamenti per essere sviluppato. Piuttosto che performativamente british (o forse poi soltanto mitteleuropea) la preferivamo nella corporeità più “israeliana”, ricordandola nel bel lavoro Gut Gift di Yasmeen Godder.

Il sesto lavoro è quello di Vincent Giampino, danzatore recentemente tornato dall’esperienza olandese dell’S.N.D.O., intitolato Grand Prix, nel quale l’autore cerca di instaurare un ponte intergenerazionale con Cristina Rizzo, autrice di culto della danza contemporanea italiana. Ciononostante, quello che al pubblico di operatori è concesso di vedere sono dei minimi movimenti in scena di Giampino e su due schermi alcune riprese a mezzo busto di Giampino e Rizzo che danzano in pieno stile Rizzo. Il tutto su un sottofondo musicale che alterna il barocco alla techno. Troppo poco per decretare le sorti di uno spettacolo che, almeno a un primo sguardo, odora di arte concettuale volutamente ermetica.

Settimo e ultimo lavoro, Home di Daniele Albanese, anch’esso in cerca di finanziamenti, “dedicato a chi non ha casa o a chi deve abbandonarla, ma senza essere un lavoro politico” (queste le dichiarazioni dell’autore). Albanese spiega agli operatori che i formati possibili del lavoro potranno essere molteplici, ma che dipenderanno ovviamente dal processo creativo e soprattutto dai sostegni che arriveranno o meno. Per la NID l’autore si limita a mostrare alcuni movimenti semplici, slegati l’uno dall’altro, che si incastrano ad alcuni concetti che contemporaneamente lo stesso Albanese enuncia danzando, con gli occhi bendati. Evidentemente molto deve essere ancora pensato e creato di questo Home, il quale di nuovo ci presenta troppo poco perché se ne possano trarre delle considerazioni.

A mattinata terminata la prima riflessione che emerge da uno sguardo critico è così riassumibile: in questi Open Studios c’è tanta performance e poca coreografia. Che l’idea di un formato così breve abbia intimorito i giovani coreografi, che per scrupolo avrebbero optato per la realizzazione di un “prodotto artistico” piuttosto che di uno coreutico tout court? O che forse le nuove tendenze della danza italiana stiano andando effettivamente verso uno stile più performativo che non danzato, sulla scorta dei classici francesi della non-danza? Se così fosse potremmo vedere la prossima NID ribattezzata in NIDP, New Italian Dance and Performance. Nonostante le facili critiche, il risultato della vetrina è generalmente positivo, un buon bilancio di pubblico, di networking, di progettualità e si presume anche un buon ritorno economico per la città di Reggio Emilia. È infine doveroso rivolgere i complimenti all’organizzazione generale della NID, che in quanto ad allestimenti, tempistiche, spostamenti, servizi e disponibilità si conferma assolutamente imbattibile.

Tobia Rossetti

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La Fatalità della rima. Giorgio Caproni suona al Teatro Astra dalla voce di Gifuni

Facce attonite, sguardi smarriti quando nel 2013 il nome di Claudio Magris faceva capolino nella prova di maturità. Stesse facce sbigottite, altrettanta meraviglia (nell’accezione greca: quella che terrorizza e ferisce) nel 2017 quando in luogo di Magris è Giorgio Caproni a fare la sua epifania nella tanto temuta prova. Il verdetto è inequivocabile: nella maggioranza dei casi la scuola non riesce a instillare una passione abbastanza intensa da valicare i confini didattici e dar vita a una ricerca letteraria personale che, cucendosi alle biografie personali, regali l’illusione di non essere soli.

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“Flirt” di Silvia Torri: un’indagine sul sesso e sull’amore nel nostro tempo

Lunedì 7 ottobre è salito sul palco della Casa del Teatro di Torino nell’ambito della rassegna Incanti una protagonista inconsueta, per non dire forse totalmente sconosciuta a una gran parte del pubblico: un preservativo femminile. Lo spettacolo d’oggetto “Flirt”, finalista del Progetto Cantiere 2018, è frutto delle abili mani, della voce e soprattutto della testa di Silvia Torri, giovane attrice di Milano, che ha fatto nascere questa esibizione dopo quattro anni di lavoro sull’educazione sessuale, dopo molte testimonianze e interviste. 

Inizialmente pensato come uno spettacolo di 15 minuti sulla prevenzione HIV, ora è diventato lungo 50 minuti e coinvolge una grande varietà di temi tutti legati fra di loro. La storia inizia con la decisione del preservativo femminile di iscriversi su Tinder e racconta varie complicazioni che si possono riscontrare, partendo dalla reazione delle amiche (anche esse contraccettivi) e arrivando ovviamente agli incontri stessi, raccontando l’evoluzione dell’atteggiamento personale della protagonista. Tutto culmina con l’incontro con il guanto, personaggio che si distingue nettamente dagli altri e con cui si pone la finale domanda sulla volontà di rendersi fragili, di accettare di rischiare un vero amore, di “farsi a pezzettini e trovarsi nell’altro il giorno dopo”.

Con grande abilità Silvia Torri mantiene il discorso sempre su un doppio livello che unisce gli oggetti-personaggi all’interno dello spettacolo e gli oggetti nella realtà della vita al di fuori dalla cornice teatrale. Così le amiche, presentate in maniera da spot pubblicitario per la contraccezione, hanno personalità e atteggiamenti diversi a seconda della loro natura da contraccettivo. Ugualmente per le diverse persone-oggetti che il preservativo femminile incontra durante la sua esperienza Tinder – per l’inclusione sociale l’attrice ha pensato bene di mostrare anche un incontro omosessuale. Il gioco del doppio livello si manifesta in maniera più evidente in relazione alla più grande paura della protagonista, quella della morte. Un giorno potrebbe arrivare il momento in cui essa muore rompendosi. Sarebbe la fine – la fine della vita del preservativo e la fine della spensieratezza fra due amanti.

Nonostante la serietà dei temi raccontati che vanno a toccare anche la sfera più intima della vita sessuale ed emotiva, come ad esempio la “colpa” di un rapporto mal riuscito, Silvia Torri arriva ad alleggerire il discorso con un umorismo sano e mai superficiale. Con pochi oggetti su un piccolo tavolo nero ma con tanta energia e dedizione, l’attrice racconta dal profondo cuore del nostro tempo. Sullo sfondo della scena, della plastica da imballaggi, simbolo della produzione in serie ma allo stesso tempo elemento di la protezione dall’esterno, la protezione da un vero contatto con il mondo circostante.

Il pubblico rimane incollato sulle sedie anche dopo la fine dello spettacolo. E’ solo dopo qualche istante che i primi spettatori riescono ad alzarsi, seguiti pian piano dagli altri. Si portano a casa i pensieri sulla propria vita amorosa, pensieri su come il digitale abbia cambiato il nostro modo di relazionarci e su come possiamo riuscire a vedere gli individui dietro le maschere di plastica – per non ritenerci tutti uguali e interscambiabili. 

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Labirinto: Controluce teatro d’ombre

Il buio. Da questo siamo accolti noi spettatori entrando in sala. Un buio disarmante, disorientante, che ci coglie all’improvviso. Ci prepariamo ad essere guidati dalle voci, dai colori e dalle ombre di Controluce Teatro d’Ombre, ospiti alla XXVI edizione di Incanti, che ci accompagnerà nell’arduo compito di muoverci all’interno di un vero e proprio labirinto, fatto di teli, colori e luci.

Il mito del Minotauro si snoda attraverso le immagini, create con abilità dagli artisti, e le poche parole che gli attori pronunciano in modo asciutto, chiaro, efficaci per delineare perfettamente la storia che prende sempre più vita davanti agli occhi degli spettatori.

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You&Me: il Teatro Astra in visibilio per il ritorno dei “Musicisti del silenzio”, i Mummenschanz

Anche quest’anno Incanti torna ad animare la vita teatrale torinese. “Figure in viaggio” è il titolo di questa XXVI edizione del festival internazionale del teatro di figura.

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SUTRA – TorinoDanza

Collegare con un filo due necessità: quella di esprimere l’immagine personale ed intima di un viaggio alla riscoperta del proprio ruolo nella società e della propria persona, insieme ad una volontà di strizzare l’occhio allo spettatore componendo uno spettacolo di forte impatto visivo. 

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