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BLOOMSVILLE – TEDACÀ

Luci di una città frenetica

Una bombetta illuminata da una luce calda al centro della scena: è così che ha inizio questo spettacolo di Tedacà, ispirato a uno dei maestri della risata, Charlie Chaplin, e a uno dei suoi film più celebri, Luci della Città, che ha fatto la storia del cinema muto. Al teatro Astra assistiamo ad uno show in cui il linguaggio non verbale ha un ruolo centrale con street dance, danza jazz, tip tap e teatro fisico. La trama del film viene ripresa e rielaborata senza utilizzare nemmeno una parola. A far da accompagnamento e descrizione ai movimenti dei performers c’è la musica suonata dal vivo da Supershock, Paolo Cipriano, accompagnato dalla voce di Michela Paleologo, che ha contribuito in modo significativo anche alla coreografia.

Come in una qualunque città, nel film, così nello spettacolo ritroviamo la figura del Tramp, Chaplin, un vagabondo di animo gentile innamorato di una fioraia. Il Tramp nel mondo comico, è un ruolo che va a delineare il cliché di un giramondo arguto ma che, se ci atteniamo ad una traduzione letterale, va a sottolineare il suo passo pesante, rappresentando il tipico clochard sbadato e goffo. La figura richiama nel nostro vissuto il personaggio e il ruolo sociale del barbone, molto utilizzato anche nell’ambito circense classico e contemporaneo. Esattamente come accadrebbe in un circo, nella rappresentazione di Tedacà, accanto alla trama, ritroviamo danze di gruppo che con abilità lasciano intravedere dietro alla figura di Chaplin, l’identità creativa della compagnia. Il pubblico si ritrova un po’ disorientato nel cercare di comprendere e seguire il filo narrativo, come in una città frenetica, si perde confuso, nelle tante danze del tran-tran quotidiano, che fanno quasi dimenticare l’aspetto più romantico della nostra esistenza.

In onore a uno dei più grandi esponenti della risata cinematografica, sarebbe più efficace aggiungere alle danze, perfettamente riuscite, un aspetto umoristico più marcato, in quanto Chaplin non solo danzava con grande passione ma trasmetteva attraverso il comico, messaggi profondi e tutt’ora molto attuali. In una società dove il Tramp finisce spesso per essere ignorato in mezzo all’egoismo, alla frenesia, alle luci di una città caratterizzata da una vita caotica, ci viene ricordato che il sogno deve scendere comunque e sempre a patti con la dura realtà.

Linda Steur

Ispirato a Luci della città di Charlie Chaplin

Regia Valentina Renna

Con la supervisione di Simone Schinocca

Composizioni originali e colonna sonora live Supershock (Paolo Cipriano)

Con Francesca Bovolenta, Simone Fava, Diva Franceschini, Michela Paleologo, Andrea Semestrali

Lighting Design, coordinamento tecnico e scenico Florinda Lombardi e Sara Brigatti

Produzione Tedacà,

con il sostegno del Ministero della Cultura

ENRICO IV. UNA COMMEDIA – PICCOLA COMPAGNIA DELLA MAGNOLIA

Togliamo le maschere

La parola pazzo richiama in noi l’immagine di una persona che soffre di malattia mentale. Ma nella commedia di Pirandello messa in scena al teatro Astra dalla Piccola Compagnia della Magnolia, questo archetipo, che ci fa paura, assume il suo significato etimologicamente più esplicito, andando a toccare la sofferenza di un uomo che cadendo da cavallo, improvvisamente viene alienato dalla propria vita, e condannato a vestire i panni di una maschera eterna.

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ATOMICA – MUTA IMAGO

Ballare lo swing sulla coscienza della gente


Si accende una luce. Fioca. Il mondo è in penombra. L’ultima volta che il sole ha brillato nel cielo è stato durante la mattina del 6 agosto 1945, quando alle ore 8:15 l’aeronautica militare statunitense ha sganciato la bomba atomica Little Boy sulla città giapponese di Hiroshima. Da quel momento in poi, l’umanità vive un perenne crepuscolo. Le vite spirano e rinascono, accendendo piccoli led sullo schermo nero del pianeta – che si trova sul fondo del palcoscenico –, creano messaggi, forniscono informazioni fatte di punti e di linee indecifrabili, figlie di un alfabeto morse impazzito e arbitrario.

Un uomo solo, costretto al silenzio, rinchiuso e sedato, porta il senso di colpa del contemporaneo sulle proprie spalle. La vista dall’alto del paesaggio del mondo moderno completamente distrutto gli resta aggrappata addosso, senza liberarlo. È Claude Eatherly, l’aviatore texano che a ventisei anni ha dato l’ok allo sgancio della prima bomba. Insieme a lui, il filosofo tedesco Günther Anders; entrambi devono assistere alle morti, alla gara al riarmo, al gioco del deterrente, all’impazzire della Guerra Fredda, allo swing ballato sulle coscienze della gente. I due personaggi affini e complementari sono interpretati con potenza e carisma da Gabriele Portoghese e Alessandro Berti, capaci di restituire allo spettatore il complesso stratificarsi degli intrecci delle storie personali e della Storia del secondo Novecento.

In Atomica Muta imago manipola alcuni elementi ricorrenti della sua poetica: personaggi tridimensionali, raffinata scelta degli interpreti, ritmi scenici elaborati, sospensioni e riprese, disegni luce studiati al millimetro, musiche ed effetti sonori capaci di unire l’onirico e il tangibile. Le forme sferiche, l’apparecchio telefonico in scena e i fasci di luce che spandendosi sulla platea fanno sentire lo spettatore racchiuso dalla messinscena, inoltre, appartengono alla grammatica del linguaggio scenico del duo. Ogni oggetto, distorsione, lume, movimento, scatto e silenzio, compone la sintassi di un messaggio gravido di significati – ancor più in un presente frammentato e polarizzato.

Le dinamiche dell’oggi sono infatti giocate su un continuo nascondino di responsabilità militari, di depositi di munizioni, di test e deflagrazioni, laddove le persone si suddividono tra bersagli e carnefici, in un alimentarsi di nuove nevrosi nucleari. Mentre uno rassicura, l’altro si sobbarca di ansie rinnovate; mentre l’attivista infuria, l’indolente nasconde il capo sotto la sabbia. Ecco che i globi sul palco sono pianeti inafferrabili, impassibili, insensibili, che si rincantucciano in un tramonto perenne. Essi come gli uomini, militi o filosofi, vivono un’esistenza ombrosa, sfiduciati dall’oblio della censura e dal peso della consapevolezza di aver contribuito a creare questo presente.

Ilenia Cugis

liberamente ispirato al carteggio tra Günther Anders e Claude Eatherly
di Muta Imago
regia Claudia Sorace
drammaturgia e suono Riccardo Fazi
con Alessandro Berti, Gabriele Portoghese
collaborazione alla drammaturgia Gabriele Portoghese
consulenza letteraria Paolo Giordano
musiche originali Lorenzo Tomio
disegno scene Paola Villani
direzione tecnica e disegno luci Maria Elena Fusacchia
costumi Fiamma Benvignati
si ringrazia l’artista Elisabetta Benassi
per INDEX Valentina Bertolino, Francesco Di Stefano, Silvia Parlani
produzione INDEX
in coproduzione con TPE – Teatro Piemonte Europa in collaborazione con Politecnico di Torino – Prometeo Tech Cultures, Emilia Romagna Teatro ERT I Teatro Nazionale
in collaborazione con AMAT e Comune di Pesaro
con il supporto di MAB Maison des Artistes Bard, ATCL / Spazio Rossellini, MAB Maison des Artistes Bard, Viola Produzioni / Spazio Diamante
compagnia finanziata dal MiC – Ministero della Cultura
foto Eleonora Mattozzi / CIRCA

CECI N’EST PAS UNE AMBASSADE (MADE IN TAIWAN) – RIMINI PROTOKOLL

Rappresentare l’irrapresentabile

Il 25 e il 26 ottobre è andato in scena al Teatro Astra lo spettacolo Ceci n’est pas une ambassade (Made in Taiwan), inserito nella programmazione del XXX Festival delle Colline Torinesi, con la regia di Stefan Kaegi e con Chiayo Kuo, Debby Szu-Ya Wang, David Chienkuo Wu.

In scena tre persone di nazionalità taiwanese con tre profili molto diversi: un anziano diplomatico, una giovane attivista digitale ed una giovane vibrafonista figlia di un importante imprenditore.

Tre persone che nella loro vita non hanno a che fare quasi mai con l’ambiente teatrale, ma che riescono a portare sul palcoscenico un’operazione artistica completa e pienamente sensata.

Lo spettacolo, in questo senso, ha una potenza artistica notevolissima. Le persone in scena, infatti, spiegano ampiamente i motivi per cui il loro Stato non può avere ambasciate nel mondo e, quindi, decidono di fare in modo che il Teatro Astra diventi un’ambasciata di Taiwan per tutta la durata dello spettacolo (circa due ore).

Per l’intera durata dello spettacolo si parla soprattutto di politica. Le loro parole sono dure ma precise, prive di toni sensazionalistici o atteggiamenti pietistici.

Lo spettacolo porta gli spettatori ad una dimensione collettiva e totalmente presente.

La legittimazione del ruolo del pubblico arriva poco dopo l’inizio: viene chiesto se qualcuno sia in disaccordo con ciò che sta per accadere in scena, cioè la creazione dell’ambasciata. Nessuno risponde.

Un’anomalia scenica che, paradossalmente, potrebbe rappresentare la norma. In scena ci sono persone e non attori; in platea, spettatori che diventano a loro volta parte dell’azione. Emblematico è il momento in cui i tre protagonisti iniziano a inquadrare con uno smartphone e a proiettare i volti di alcuni spettatori, fingendo che siano figure istituzionali italiane come Antonio Tajani o Cristina Prandi.

Un’operazione artistica necessaria e coerente, poiché affida a palcoscenico e platea il ruolo di luoghi del presente.

Matteo Castiglia

concezione e regia Stefan Kaegi (Rimini Protokoll)

con Chiayo Kuo, Debby Szu-Ya Wang, David Chienkuo Wu

drammaturgia e assistente alla regia Szu-Ni Wen

scenografia Dominic Huber

video Mikko Gaestel

musica Polina Lapkovskaja (Pollyester), Debby Szu-Ya Wang, Heiko Tubbesing

ricercatore Taïwan Yinru Lo

riprese video Philip Lin

luci Pierre-Nicolas Moulin

assistente alla drammaturgia Caroline Barneaud

assistente alla regia Kim Crofts

assistente alla scenografia Matthieu Stephan

consulenti Aljoscha Begrich, Viviane Pavillon

produzione EU Tristan Pannatier

produzione Taïwan Chin Mu (NTCH)

produzione Théâtre Vidy-Lausanne, National Theater & Concert Hall Taipei

coproduzione Rimini Apparat, Berliner Festspiele, Volkstheater Wien, Centro Dramático Nacional Madrid, Zürcher Theater Spektakel, Festival d’Automne à Paris, National Theatre Drama / Prague Crossroads Festival

Intervista a Debby Szu-Ya Wang – Rimini Protokoll

A seguito del debutto in Italia dello spettacolo Ceci n’est pas une ambassade (Made in Taiwan), ho avuto l’opportunità di intervistare Debby Szu-Ya Wang, vibrafonista, percussionista e compositrice, in scena in veste di musicista, compositrice, attrice ed ereditiera. Lo spettacolo è stato ideato e diretto da Stefan Kaegi (Rimini Protokoll), ed è una produzione che ha riunito istituzioni europee e taiwanesi, per andare in tournée durante il 2024 in Europa, Taiwan e in Corea del Sud. L’intervista si è svolta in inglese e nel testo sono presenti degli interventi tra parentesi al solo scopo di precisare o chiarire alcuni commenti.

Ci racconteresti la genesi di questo spettacolo?

Wang: Il processo è iniziato con una open call rivolta a una vastità di cittadini taiwanesi, a cui hanno fatto seguito interviste, colloqui e incontri, e la scelta del cast. Abbiamo tratto dei racconti dalle nostre storie personali (in scena, oltre a Debby, Chiayo Kuo, attivista digitale e David Chienkuo Wu, diplomatico), finché Stefan (Kaegi) ha scritto il testo (insieme alla drammaturga Szu-Ni Wen). A quel punto abbiamo iniziato a provare con il copione, e questo nel frattempo veniva modificato e riscritto per confezionarlo in modo che funzionasse al meglio.

Ci sono stati dei momenti in cui vi siete dovuti mettere in discussione, o avete dovuto superare dei disaccordi interni al gruppo?

Wang: Parecchi, a dire il vero. E non solo disaccordi tra noi tre (le personalità in scena), bensì tra tutto il collettivo artistico. Trattandosi di un team internazionale, ognuno ha un background culturale differente e quando si lavora insieme questo influisce sul modo in cui ciascuno comunica con l’altro (è una co-produzione del Teatro Nazionale di Taipei e del Teatro Vidy-Lausanne, in Svizzera). Ci sono stati dei momenti di disaccordo tra il regista e la drammaturga, tra me e loro, nonché tra loro, Chiayo e David. È per questo che abbiamo creato il cartello “I DISAGREE” che si vede sul palco, per dare parola anche alle visioni contrastanti.

David Wu con il cartello “I DISAGREE” © Claudia Ndebele/Théâtre Vidy-Lausanne

Wang, prosegue: Inoltre, ci sono stati anche dei disaccordi dal punto di vista tecnico e dei compromessi da raggiungere. Per esempio questa è stata una sfida (indica il sistema di percussioni elettronico che utilizza in scena). Io ho un background jazz, quindi non sono abituata a suonare con apparecchiature come questa, sto ancora imparando. Non solo, siamo andati in scena in Germania e oggi qui in Italia, e dal momento che parlo un po’ di tedesco e italiano, abbiamo aggiunto degli intervalli in cui mi rivolgo al pubblico utilizzando le lingue locali. È stato impegnativo, mi sono messa alla prova.

Avete invece incontrato critiche da parte dei diversi pubblici e spettatori?

Wang: In linea generale è uno spettacolo che al pubblico piace. Però è stato complicato portarlo in scena proprio a Taiwan, perché abbiamo dovuto adattare il testo – dal momento che non si può aprire un’ambasciata di Taiwan, a Taiwan. Ci sono stati dei pubblici critici, anche perché gli spettatori conoscevano bene la storia, pertanto bisognava aggiungere dettagli, essere specifici, fare attenzione alle parole scelte. Non è stato uguale dappertutto. Alcune città sostengono una linea più nazionalista, altre no, perciò qualcuno poteva prendersela per questa o quella battuta del copione ed essere polemico. Però abbiamo ricevuto sempre molti riscontri positivi.

Grazie mille per questi dettagli che ci aiutano a capire meglio come si possa unire il teatro alle azioni politiche e quali siano i rischi e i compromessi a cui è necessario ricorrere per non sacrificare né la componente artistica, né il cuore del messaggio (o dei messaggi). Prima di salutarci, ti andrebbe di suggerirci artisti, autori, libri, film o show, per aiutarci a conoscere meglio il panorama artistico che offre Taiwan?

Wang, mentre scrive sul mio taccuino: Monique Chao è una musicista italo-taiwanese che vive a Milano, trae molta ispirazione dal panorama sonoro di Taiwan. Three tears in Borneo, è uno show di Netflix che parla dell’occupazione giapponese di Taiwan. Port of lies, è un legal drama, che parla di immigrazione e altri problemi sociali nella Taiwan contemporanea. E poi Lilium, una band indipendente di Taiwan che unisce diverse lingue e linguaggi.

Suggerimenti davvero molto interessanti, ti ringrazio. Non resta che salutarci, in bocca al lupo per le prossime repliche!

Ilenia Cugis

WAYCEYCUNA – TIZIANO CRUZ

Al Teatro Astra, in occasione del Festival delle Colline Torinesi 2025, è andato in scena, nelle serate del 28 e del 29 ottobre, lo spettacolo Wayceycuna – parola quechua che significa “I miei fratelli”- realizzato e interpretato da Tiziano Cruz, artista noto per il suo lavoro interdisciplinare che unisce teatro e arti figurative.

L’opera, già presentata al Festival d’Avignone, rappresenta la chiusura della trilogia Tres Maneras de Cantarle a una Montana, in cui l’artista compie un tuffo nel passato per raccontare la propria infanzia sulle montagne dell’Argentina settentrionale, intrecciando ricordi personali a riflessioni politiche sulla violenza distruttiva del neoliberismo.

L’artista argentino compare solo sul palco, dietro al disegno delle montagne che si stagliano bianche come la neve nella scenografia, accompagnato dal suono delle campane. E’ così che inizia il suo viaggio: Cruz parla in spagnolo, con accento argentino, la sua lingua madre, mentre sullo schermo, in alto sopra il palcoscenico, compare la traduzione in italiano.

I sensi dello spettatore diventano parte integrante dello spettacolo, e lo aiutano ad immedesimarsi completamente nella scena: la lingua e il canto come parte uditiva, il cambio d’abito e la tavolata come componente visiva.

Ci sono ben tre cambi di vestiario; si passa da un abito coloratissimo a una maglietta con scritto “La ragazza senza denti”, – la cui identità verrà svelata solo in seguito-, fino a un completo totalmente bianco, simbolo del potere. Per mostrarlo, l’artista si mette prima da un lato e poi dall’altro, come per una foto segnaletica: un gesto che rappresenta l’istituzionalizzazione del razzismo e introduce la toccante frase pronunciata poco dopo;

Non importa quante opere faccia, non ascolteranno mai noi poveri emarginati”.

Segue la preparazione della tavolata sul palco, si parla della Festa di Santa Barbara, legata ai riti agricoli, ai cicli della natura e alla collettività. Il fatto che si tratti di una festività associata alla protezione contro la morte improvvisa non è casuale, come gli spettatori scoprono nella parte più toccante, a mio parere, dell’intero spettacolo.

Dopo aver disposto sulla tavola colorata frutta e pane, Cruz aggiunge alcune piccole bambole. Una di queste rappresenta la sorella, Betiana Cruz. L’artista la solleva lentamente, trascinando il pubblico nel racconto della notte peggiore della sua vita.

Nel finale, Cruz stimola anche il senso del gusto; mentre intona le note della canzone Wayceycuna, distribuisce pane e frutta in un rito comunitario, come in una festa.

L’artista non chiede mai empatia nei propri confronti, non si presenta come vittima; utilizza magistralmente la tecnica dello show don’t tell, facendoci entrare nel suo mondo attraverso i sensi e l’arte del teatro, offrendoci la possibilità di riflettere personalmente sull’opera e di trarre ciascuno la propria conclusione.

Per me, assistere a Wayceycuna è stato come sorseggiare un caffè di ottima qualità; la bevanda è inizialmente amara, poiché si parla di morte, di razzismo, violenza sistematica e povertà, per poi raggiungere il suo picco emotivo nella scena della tavola. Ma la conclusione, nell’imitazione di una festa collettiva e gioiosa, dimostra quanto Cruz sia legato alla sua terra nonostante tutto, lasciando quella nota dolce che solo i migliori caffè sanno regalare come retrogusto.

La montagna mi ha visto nascere, ridere e piangere, mi ha visto crescere, mi ha visto andarmene e un giorno mi vedrà tornare.”

Camilla Cucci

Wayqeycuna di Tiziano Cruz

Testi, regia e performance di Tiziano Cruz

drammaturgia di Rodrigo Herrera

con la collaborazione artistica di Rio Paranà

fotografia, musica e suono, coordinamento tecnico, realizzazione foto e video,

disegno luci di Matìas Gutiérrez

costumi e produzione artistica di Luciana Iovane

produzione di Ulmus Gestiòn Cultural

Foto tratta da Latitudes Contemporaines (www.latitudescontemporaines.com)

LA VIE SÈCRETE DES VIEUX – MOHAMED EL KHATIB

Al Teatro Astra di Torino, il 15 e il 16 ottobre, per l’edizione 2025 del Festival delle Colline Torinesi, Mohamed El Khatib ha portato in scena La vie secrète des vieux. Frutto di quattro anni di ricerche condotte nelle residenze per anziani in Francia e Belgio, lo spettacolo fonde confessioni personali e ricordi con citazioni letterarie e una drammaturgia essenziale, restituendo al pubblico la verità di chi ha superato i settant’anni.

Sul palco sei anziani, una giovane operatrice e un moderatore hanno parlato senza esitazioni di ciò che di solito resta taciuto: la sessualità nella vecchiaia, l’eros che pulsa ancora quando il corpo si modifica, i desideri che si affacciano ostinati tra passioni sopite e fuochi accesi.

Non c’era nessuna barriera a dividere la scena dal pubblico. Solo uno spazio gentile, quasi domestico, con cinque sedie semplici, un tavolino imbandito con acqua e cibo e una pianta in un angolo. E quando gli interpreti hanno preso posto, il teatro si è trasformato in un luogo di incontro e all’improvviso la sensazione era quella di essere bambini nella casa dei nonni, immersi nella confidenza di un salotto pronto a svelare storie.

Da quel momento si è aperto un flusso continuo: confessioni, ricordi, rivelazioni. A colpire non era solo il contenuto, ma la libertà assoluta e la sincerità rara con cui è stato espresso.

Gli anziani parlavano con coraggio sorprendente, dando voce a ciò che tutti pensano ma che pochi osano rivelare e infrangendo tabù radicati da secoli. Raccontavano la loro prima volta, i desideri che li accompagnano ancora, i corpi che cambiano ma non cessano di esprimere bisogni. Condividevano fantasie audaci, il ricorso a particolari sex toys, la masturbazione, avventure improvvisate, perfino richieste di incontri occasionali. C’era chi elargiva consigli pratici con ironia divertita e chi, dopo una vita di silenzi, trovava il coraggio di un coming out tardivo, confessando amori mai nominati o accettati.

Il corpo che si crede spento rivendicava la sua vitalità, la sua fame di contatto umano. Forse la parte più sorprendente è che non erano loro a provare imbarazzo, ma i figli. Una delle interpreti, Sali, ha chiesto persino che lo spettacolo non fosse mostrato alla propria figlia. Come se la sessualità fosse un privilegio esclusivo della giovinezza. Come se i genitori potessero essere accuditi e dimenticati in una casa di riposo, ma mai riconosciuti come corpi vivi e desideranti.

Ma accanto al desiderio si stagliava timidamente l’ombra della fine, evocata con leggerezza e ironia continue. «Meglio morire in scena che in una casa di riposo», scherzava Jacqueline. Ed è stato inevitabile riconoscere, in quell’equilibrio fragile, l’abbraccio di Eros e Thanatos: il desiderio confessato con innocente audacia e la morte accennata con dolcezza, da chi sa che ogni sospiro potrebbe essere l’ultimo. Sul palco c’era un posto anche per le ceneri di un compagno recentemente scomparso, celebrate con una canzone di Rosa Balistreri, a ricordare che «parlare d’amore significa, inevitabilmente, parlare anche del lutto dei nostri amori».

Simone de Beauvoir, ne La terza età, denunciava l’invisibilità dei corpi anziani; qui, al contrario, quegli stessi corpi si mostravano con fierezza, reclamando il diritto di essere guardati al di là della loro età.

Guardandoli, è stato come se i sei anziani in scena avessero stretto un patto segreto con gli spettatori. In quello spazio così intimo, ogni parola diventava invito e condivisione, eco e resistenza. Era un modo per ricordare che l’amore e l’eros non appartengono a una sola stagione della vita.

Siamo stati travolti da una poesia autentica, fatta di citazioni di Musset e Racine, a cui si intrecciavano lettere d’amore lette ad alta voce, pagine di Shakespeare, canzoni che vibravano come confessioni. Il confine tra il vero e il finto svaniva fino a non avere più importanza: ogni parola era reale, perché detta con la forza della vita.

Così il titolo si è dissolto davanti ai nostri occhi, come neve che si scioglie al sole diventando acqua e poi luce. La vita segreta degli anziani non è mai stata un segreto: è un fiume nell’anima che riemerge, un giardino che rifiorisce, la vita stessa che torna a sorprenderci come un libro che, proprio quando crediamo di averlo finito, ci regala una nuova pagina.

Emanuela Cerino

Uno spettacolo di Zirlib

Concezione e realizzazione Mohamed El Khatib

Con, in ordine di longevità Annie Boisdenghien, Micheline Boussaingault, Marriecke de Bussac, Chille Deman, Martine Devries, Jean-Pierre Dupuy, Yasmine Hadj Ali, Nicole Jourfier, Salimata Kamaté, Etienne Kretzschmar, Jacqueline Juin, Annette Sadoul, Jean Paul Sidolle

Drammaturgia e coordinamento artistico Camille Nauffray

Scenografia e collaborazione artistica Fred Hocké

Video Emmanuel Manzano

Suono Arnaud Léger

Direttore di produzione Gil Paon

Produzione Zirlib

Coproduzione Festival d’Automne à Paris, Points communs – Nouvelle scène nationale Cergy-Pontoise-Val d’Oise, Théâtre National Wallonie-Bruxelles, La Comédie de Genève, Théâtre national de Bordeaux en Aqui-taine, Théâtre national de Bretagne (Rennes), Tandem Scène nationale d’Arras-Douai, MC2: Grenoble Scène nationale, La Comédie de Clermont-Ferrand Scène nationale, Théâtre Garonne Scène européenne (Toulouse), Festival d’Avignon, Théâtre du Bois de l’Aune (Aix-en-Provence), Équinoxe Scène nationale de Châteauroux, Théâtre de la Croix-Rousse (Lyon), La Coursive Scène nationale de La Rochelle, Espace 1789 – Saint-Ouen, Théâtre de Saint-Quentin en Yvelines Scène nationale, Le Channel – Scène nationale de Calais.

Accoglienza in residenza Le Mucem – Marseille, CIRCA La Chartreuse

IGIRL- FEDERICA ROSELLINI

Noi, gli aborti di Dio

Eccoci qui. Noi. Gli aborti di Dio. Poche luci illuminano lo spazio che come una passerella sembra fare da ponte tra quello che siamo e quello che è stato di noi sin dai tempi più antichi. Infatti eccoci riuniti a rivivere tutte le tappe che hanno portato la specie umana, personificata in una donna, a diventare una creatura complessa come la conosciamo oggi. I segni del passato sono tatuaggi cicatrizzati sul corpo dell’attrice come disegni del destino che inesorabilmente compie il suo corso. È impressionante la dolcezza con cui Federica  Rosellini li indossa, senza alcun tipo di giudizio né retorica. L’attrice si mostra nella sua semplicità di donna che ha vissuto sul suo corpo la storia di Antigone, di Edipo, di Giocasta, di Persefone, è stata una donna che perde suo padre, è stata un corpo sacrificato. La Rosellini diventa una bomba vivente portatrice dei traumi e delle catastrofi di tutti i tempi. Il suo corpo ricorda cosa significa essere stati un uomo di Neanderthal e ci mostra come quell’uomo  sia ancora inesorabilmente parte di noi e del nostro essere.  

Ogni persona che assiste a questa videocassetta live sulla storia dell’umanità è illuminata in controluce dando vita a una scenografia fatta di teste , anime che assistono a questo rito di autoriconoscimento.

La loop station in scena rimanda a un mondo in cui è lo stesso umano a creare la sua colonna sonora personale, fino a crearne una corale che accompagna e dà un ritmo al movimento del mondo.

La voce che sentiamo è sempre di questa donna che è direttamente collegata con la voce della Luna, con quella di nostro padre, quella della Terra, del ghiaccio, della sabbia dei tempi primordiali. La scienza e la poesia di Marina Car si intrecciano violentemente con la personalità artistica di Federica Rosellini. Lei porta una testimonianza, è la prova vivente che esistiamo, che le donne sono sempre esistite e il mondo non gli è mai appartenuto e probabilmente non gli apparterrà mai.

Eppure eccoci qua, tutti ad ascoltare lei, che con le parole scritte e tradotte da altre formidabili donne, si assume la responsabilità di incarnare l’umanità. Nonostante tutto.

Il teatro in cui ci troviamo sembra improvvisamente la scena di un mondo post apocalittico, in cui , prima di morire, l’umanità ha la possibilità di guardare per l’ultima volta quello che è stato e decidere come andare avanti. È emozionante il legame uomo-tecnologia-natura che emerge dalla relazione tra l’attrice e la sua gallina domestica. È reale il loro legame? O si tratta di un’illusione in cui l’attrice domina i movimenti dell’oggetto tecnologico nel ricordo di una natura che non è più?

Marina Car sembra volerci gridare che il nostro antropocentrismo è in rotta di collisione contro una natura più potente. Forse questo è un viaggio di ritorno alle origini come quello di Persefone che ciclicamente ritorna giù nel mondo dei morti, dichiarando che la sua assenza non è un fatto personale, ma genetico. È la nostra genetica che ci riporta a quello che siamo stati. Sento le mie costole aprirsi ed espandersi di fronte al corpo nudo della Rosellini che ai miei occhi si trasforma nel tenero corpo di un cerbiatto sacrificato. Non siamo altro che questo: cerbiatti sgozzati per volere di un dio. 

Irene Mori

di Marina Carr

traduzione Monica Capuani e Valentina Rapetti

performer e regia Federica Rosellini

video Rä di Martino

musica originale Daniela Pes

sound designer GUP Alcaro

costumi e tatuaggi Simona D’Amico

light designer Simona Gallo

scenografia Paola Villani

dramaturg Monica Capuani

aiuto regia Elvira Berarducci

assistente alla regia Barbara Mazzi

in collaborazione con Festival delle Colline Torinesi

coproduzioneTPE – Teatro Piemonte Europa, Teatro Stabile Bolzano, Elsinor – Centro di Produzione Teatrale

sostegno e debutto nazionale Romaeuropa Festival

diritti di rappresentazione a cura di THE AGENCY (London) LTD

Inside iGirl: iChick. Punti di vista semi-motorizzati

Non so dire con precisione se il primo momento in cui ho avuto un pensiero sia stato quando l’ultima componente è stata fissata e il cavo di alimentazione inserito in quello che altrimenti sarebbe stato un orifizio dedicato ai bisogni biologici. Poiché, se mi concentro e ricorro alla memoria, ho la nitida certezza di aver iniziato a percepire dapprima, vale a dire in fase di costruzione. Ricordo la sensazione delle lisce piume color crema e caramello venire pazientemente incollate al mio corpo semi-rigido. Posso richiamare alla mente l’ancoraggio del collo mobile e lo snodo di personalità che questa articolazione meccanica ha dato alla luce. 

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