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“SE QUESTO è UN UOMO”

“Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e i visi amici, considerate se questo è un uomo.”


In occasione del centenario della nascita di Primo Levi, il direttore del TPE Valter Malosti firma l’interpretazione e la regia di “Se questo è un uomo“, in collaborazione col “Centro Internazionale di Studi Primo Levi”.


Ad accoglierci proiettata in scena vi è la neve che cade lenta, e riusciamo quasi a percepirne il freddo pungente.
Il tempo rallenta e noi veniamo catturati dalla sua maestosa danza, che sembra rendere incorruttibile ogni cosa.
Malosti è solo sulla scena, preso a schiaffi dai contrasti di luce che con violenza ora ne mostrano il volto, ora lo lasciano in penombra. Porta con sé una valigia per l’intera durata dello spettacolo: quella valigia è il suo attaccamento alla vita, contiene i suoi ricordi ed il suo essere uomo. Quello che è stato e quello che deve, nonostante tutto, rimanere. Il testo è totalmente fedele all’omonimo libro, le parole sono lapidarie e sembrano correre come sui binari di un treno.

“Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo.


Il protagonista si fa portavoce di queste parole ed il suo è un procedere incessante, con l’urgenza interiore di chi non può e non vuole dimenticare nemmeno un frammento dei propri ricordi. E’ la paura di chi non vuole perdersi neanche una parola, è la necessità di raccontare, perché è l’unica arma che ha per restare vivo, ancora.
La scenografia iniziale è l’idea di una casa: ne ritroviamo le sole pareti mentre gli interni sono spogli, proprio come sono vuote le poche persone di ritorno dai campi di concentramento.

Fa una breve entrata in scena una donna: sembra spezzata, piegata da qualcosa che ancora non è in grado di comprendere e di spiegare e che forse mai potrà. Sfiora i muri della casa con la delicatezza con cui si accarezza un bambino e poi viene trascinata contro la sua volontà insieme agli atri.

“Vagoni merci, chiusi dall’esterno. E dentro uomini, donne, bambini, compressi senza pietà come merce di dozzina in viaggio all’ ingiù, verso il fondo.”

Lo spettacolo punta moltissimo sulla componente sonora: Gup Alcaro ne cura la riscrittura scenica ponendolo in primis come un’opera acustica. Questo risulta evidente nei 3 madrigali creati da Carlo Boccadoro a partire dalle poesie che Levi scrive di ritorno dal campo. Malosti dichiara di essersi ispirato per questo rifacimento ed in particolare per l’inserimento di questi cori, al teatro antico. Anche la scelta di un unico interprete in scena, di una sola voce senza alcuna mediazione, è spiegata dal fatto che è –una voce che, nella sua nudità, sa restituire la babele del campo degli ordini, delle minacce e del rumore della fabbrica di morte-.

Vi è l’intervento, oltre che di una donna, anche di un uomo: costui però indossa la purtroppo ormai celebre divisa a righe bianche e nere ed ha il volto totalmente coperto, ma i tratti del viso sono ancora riconoscibili.
Cammina sì, ma senza emettere fiato, mette i passi uno davanti all’altro senza alcuna meta. E’ un uomo, o forse un tempo lo è stato, e ora si aggira per la scena come un automa, un manichino, come l’ombra di se stesso.

“Accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso.”

Queste sono le parole di Levi che però incita, nonostante tutto a mantenere almeno “lo scheletro, l’impalcatura, la forma della civiltà.”

Malosti non punta ad un coinvolgimento dello spettatore, ma anzi mantiene un certo distacco, forse proprio perchè non può esserci un’identificazione con le atrocità che uomini sono stati capaci di infliggere ad altri uomini. Nonostante ciò per quasi due ore veniamo catturati dall’atroce e scomoda verità delle parole di Primo Levi.
Grande è il lavoro di Malosti non solo dal punto di vista registico ma anche e soprattuto attoriale: dritto davanti a noi, e per lo più fermo, è in grado di sprigionare un’energia evocativa che non è data solo dalla potenza della parola.

Non c’è una senzazione di sollievo alla fine, anche se il protagonista riesce a sopravvivere, poichè la nostra mente è stata rapita e ‘contaminata’ dal ricordo di un’atroce crudeltà.
Ma Primo Levi ci ricorda che “Quando non si riesce a dimenticare, si prova a perdonare.”


Tratto dall’opera di Primo Levi “Se questo è un uomo”
regia: Domenico Scarpa e Valter Malosti
scene: Margherita Palli
luci: Cesare Accetta
costumi: Gianluca Sbicca
progetto sonoro: Gup Alcaro
madrigali: Carlo Boccadoro
video: Luca Brinchi, Daniele Spanò
Attori: Valter Malosti con Antonio Bertusi, Camilla Sandri

Ilaria Stigliano

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TUTTA CASA, LETTO E CHIESA!

Tutta casa, letto e chiesa è uno spettacolo scritto da Franca Rame e Dario Fo.

Nessuno più di Franca Rame sarebbe stata adatta a descrivere la condizione femminile ed in particolare le servitù sessuali della donna: nel 1973 la Rame fu infatti rapita, stuprata e picchiata per ore. Uno stupro “punitivo ” dovuto al suo impegno sociale e civile nonchè una vendetta dei neofascisti nei confonti del suo compagno di vita.

A partire dal 1975 la Rame ricorre all’analisi teatrale: non sul lettino di uno psichiatra ma davanti al pubblico, portando in scena il monologo Lo Stupro e raccontando senza remore l’accaduto.

Nel 1977 il debutto di Tutta casa, letto e chiesa alla Palazzina    Liberty di Milano.

Oltre quarant’anni anni dopo, figure di donne pensate e messe in scena negli anni Settanta vengono interpretate da Valentina Lodovini con parole che sanno essere più attuali che mai. L’attrice recita sola sul palco, accompagnata da continui giochi di luce, rivolgendosi indirettamente al pubblico tramite un dialogo immaginario che avviene talvolta col marito e talvolta con una vicina. La presenza dell’uomo incombe per tutta la rappresentazione, pur essendoci in scena unicamente una donna.

Il pubblico è partecipe, ride e si appassiona alla vicenda, ma spesso si crea un silenzio quasi irreale. Tra le pieghe di un testo comico, sarcastico e graffiante si nascondono infatti problematiche, richieste di aiuto e domande senza risposta, che emergono in maniera quasi inevitabile tramite le parole della protagonista. Lo spettacolo, suddiviso principalmente  in tre parti , ci presenta alcune situazioni tramite un’ironia amara e tagliente sapientemente espressa dalla Lodovini.

Nel primo monologo, Una donna sola, la protagonista interpreta una casalinga, dolcemente svampita, che si ritrova chiusa fra le mura domestiche avendo apparentemente tutto, meno che l’amore e la considerazione  del marito. E’ madre, domestica, moglie impeccabile, ma non donna. Un’eterna bambina intrappolta in una realtà che non le appartiene.

Abbiamo tutte la stessa storia è invece la rappresentazione di un rapporto erotico in cui la donna è adoperata come mero oggetto sessuale. Non ha possibilità di scelta, se non quella di sottostare ai desideri del proprio uomo.

Nel terzo brano, Il risveglio, l’attrice interpreta una donna operaia stremata, ai limiti dell’alienazione, sfruttata in casa, in fabbrica e a letto.  Attraverso la ricerca delle chiavi di casa smarrite ripercorre la sua intera giornata mostrandoci così la sua profonda malinconia.

L’epilogo è affidato ad una Alice, in un paese che ha perduto le sue meraviglie, quasi a volerci risvegliare da un sogno.La Lodovini (seppur molto lontana dalla Rame) è riuscita, forse anche grazie all’antitesi tra fisicità e personalità, a portare in scena con disinvoltura parole che celano il loro spessore dietro una vena comica e talora grottesca.

Al termine dello spettacolo ho avuto il piacere di poter chiacchierare con la protagonista: mi ha rivelato che il testo non è stato in alcun modo modificato, ad eccezione di alcuni tagli necessari e qualche sostituzione (per esempio “euro” al posto di “lira”).

Le modifiche apportate non riguardano però in alcun modo i personaggi delle donne create dalla Rame: questo ci permette di constatare, a malincuore, quanto queste circostanze siano attuali, quanto ancora oggi le donne si ritovino in situazioni analoghe e quanta sia quindi ancora la strada da percorrere.

 

Ilaria Stigliano

 

Produttore: Pierfrancesco Pisani, Parmaconcerti

Regista: Sandro Mabellini

Luci: Alessandro Barbieri

Scenografia: Chiara Amaltea Chiarelli

Autore: Dario Fo, Franca Rame

Protagonista: Valentina Lodovini

produzione: TPE, Teatro Piemonte Europa

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VOGLIAMO TUTTO!

Il personale è politico”. E’ uno slogan usato dalle donne negli anni ’70 ad aprire lo spettacolo.
Le parole, lettera per lettera, vengono proiettate su un grande schermo come se fossero scritte con una bomboletta sul muro. Sin da subito un messaggio ci arriva forte e chiaro: quelle parole stanno a significare quanto cose personali come maternità, lavoro e famiglia dipendessero (e talvolta, dipendano tutt’ora) da decisioni politiche.
Agata Tomsic della compagnia “EROSANTEROS” si presenta a noi in maniera inusuale. Di spalle al pubblico, seduta su un piccolo sgabello, si rivolge ad un telefonino appoggiato su un cavalletto ed il suo volto viene proiettato sullo schermo. Un linguaggio espressivo che punta a stimolare l’immaginazione, l’arma migliore per trasformare il reale.

Scenografia assente ad eccezione di qualche oggetto e dello schermo, sul quale al volto dell’attrice si alternano immagini, video e scritte. Sono proprio le proiezioni ed il monologo della protagonista a costituire il filo conduttore dello spettacolo: le parole  scandite e taglienti, dal ritmo incalzante e le immagini che vengono incessantemente riprodotte ci trasportano all’interno del racconto in maniera quasi inevitabile. L’attrice è sola sul palco, recita in penombra. Non ci racconta una vera e propria storia, con una trama ed un finale: il suo è più un vortice di parole che tocca svariati argomenti: le lotte studentesche, gli scioperi operai, la condizione della donna. Il suo è un attacco diretto al pubblico, quasi un flusso di coscienza.

E’ il 1968: scongiurata l’ipotesi di una terza guerra mondiale, in quella che sembrerebbe un’apparente serenità, si sviluppa il germe della ribellione. La scintilla che accende la miccia proviene dagli universitari, che a Torino scocca con l’ondata di occupazioni delle facoltà a partire da Palazzo Campana. Ed è proprio sulle vicende accadute a Torino che si concentra la narrazione. La rappresentazione si apre con le testimonianze, pronunciate dall’attrice, dei protagonisti del ’68 e dei giovani attivi nel movimenti di oggi. La protagonista prosegue interpretando una giovane militante impegnata nelle proteste e nelle contestazioni del 1968: ci racconta dei duri interventi della polizia mirati alla soppressione delle manifestazioni, del fermento collettivo per una vita nuova.

Sullo schermo però, scorrono immagini attuali: i cortei contro la riforma Gelmini, i video dei manichini incendiati di Di Maio e Salvini, le proteste contro l’abolizione della legge 194.
Lo spettacolo scorre pertanto su due binari paralleli, che talvolta si incontrano mettendo in risalto analogie e discrepanze di due momenti storici differenti. ‘‘La lotta di classe, quando la fanno i signori, diventa signorile”, dice la Tomsic. Ci parla della Fiat e del sogno di migliaia di lavoratori partiti dal sud per costruirsi una vita migliore. Le sue parole ancora una volta calano taglienti come una ghigliottina: parla di “ lagherizzazione” e di riduzione degli operai ad automi, frantumando il sogno. E’ il momento degli scioperi degli operai per la riduzione dell’orario di lavoro e, successivamente, della nascita del femminismo. La donna non deve più essere arredo, “è molto più di una semplice legge sull’aborto”, afferma.

Riceviamo continui input e continue informazioni, apparentemente caotiche, che ci invitano a pensare che il fenomeno socioculturale del ’68 possa essere attuale, adesso come allora.

Un’ultima frase, con una struttura circolare, conclude lo spettacolo.
Forse, a voler contenere quel disordine di eventi che ancora oggi caratterizza la nostra vita: “Non è che l’inizio, la lotta continua”.

 

di Ilaria Stigliano

 

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SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE: UN’INCONSCIA VISIONE DI UNA METAFORA D’ AMORE

Per la seconda volta, a distanza di pochi giorni mi ritrovo ad assistere ad un nuovo spettacolo al Teatro Carignano. Questa volta si tratta di Sogno di una notte di mezza estate diretto da Elena Serra.
Il teatro, sia per Romeo e Giulietta che per Sogno di una notte di mezza estate si è prestato ad un mutamento scenografico, allargando il palco fino a metà spalti e ricoprendolo di erba sintetica, quasi come se fosse una vera e propria scena elisabettiana.
Se con Romeo e Giulietta rimasi entusiasta per la freschezza degli attori nel rendere la tragedia una visione fanciullesca, nel Sogno la compagnia si è superata. Questi giovani attori sono riusciti a dare un qualcosa in più.

Non è la prima volta che assisto alle loro rappresentazioni e man mano, spettacolo dopo spettacolo, emergono nuove sfaccettature del loro modo di lavorare .
Questa volta, quello che mi ha colpita è stata il senso di interezza che sono riusciti a far emergere da una delle più famose commedie di Shakespeare, rendendo le parti uniche nel loro genere. Visto che il testo non ha un unità di tempo o di spazio, la regista ha potuto sfruttare a pieno il palco, utilizzando enormi cuscini dai quali fuoriescono una buona quantità di foglie, inserendo una fontana da cui sgorga acqua dove alcuni attori si siederanno, si bagneranno e si uniranno in un unico corpo ed infine facendo muovere tutti loro in danze ritmicamente nevrotiche con la musica dei Laibach. Inoltre i costumi degli attori passano da una maestosità contemporanea ad una semplicità quasi medievale.
Sicuramente nelle parole di Elena (Annamaria Troisi) un po’ tutte le donne o prima o dopo si sono ritrovate. La sua disperazione per il rifiuto continuo del suo amato Demetrio (Christian Di Filippo), ogni volta che lo rincorrere non fa altro che peggiorare la situazione, mentre la vivacità di Ermia (Barbara Mazzi), il suo essere algida nei suoi confronti lo porta ad innamorarsi di lei ma la giovane Ermia ha occhi solo per Lisandro, il suo unico amore (Marcello Spinetta). Insomma vedremo un bel quartetto in azione.

Ogni attore, in questa rappresentazione ha cercato di creare un siparietto divertente, come quello di Oberon (Vittorio Camarota) insieme al folletto Robin (Raffaele Musella) che oltre ad essere tecnicamente encomiabili sono riusciti ad avere una buona presenza sul palco utilizzando capriole, sbeffeggiamenti e una timbrica maestosa.

Ottima anche Titania (Beatrice Vecchione) che rimarrà fissa sulla fontana ma questo non le impedisce di ammaliare con la sua presenza scenica e con le sue alterazioni vocali proprio come la fata, Fior di Pisello (Giorgia Cipolla) che vedremo addirittura cantare.

Ed il padre di Ermia, Egeo (Alessandro Conti) il quale avrà una voce robotica e sarà posizionato su una “balconata”.
Ed infine i due soldati di Atene Nick Bottom (Angelo Tronca) e Peter Quince (Yury D’Agostino) che hanno creato un siparietto niente male, inscenando all’interno della commedia, la tragedia di Romeo e Giulietta con un’ironia e un sarcasmo che ha coinvolto tutto il pubblico, suscitando impeti di applausi e calorose risate durante la rappresentazione.

Insomma il progetto del “prato inglese” direi che ha dato i suoi frutti, portando in questo caso nel Sogno di una notte di mezza estate il tocco di una donna che ha affrontato la commedia shakesperiana con un’inconscia visione di una metafora d’amore.

di William Shakespeare
con Vittorio Camarota, Giorgia Cipolla, Alessandro Conti, Yuri D’agostino, Christian di Filippo, Barbara Mazzi, Raffaele Musella, Marcello Spinetta, Beatrice Vecchione, Annamaria Troisi, Angelo Tronca
scene e luci Jacopo Valsania
costumi Alessio Rosati, Aurora Damanti

regia Elena Serra
Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale

Recensione di: Alessandra Nunziante

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ROMEO E GIULIETTA: UNA FAVOLA BAMBINA

Freschezza. Ecco cosa mi viene in mente pensando allo spettacolo che possiamo vedere in questi giorni al Teatro Carignano su Romeo e Giulietta.

Freschezza per aver reso la rappresentazione con una spensieratezza fanciullina dei due protagonisti. Due ragazzi giovani, pieni di sogni che si innamorano con un solo sguardo l’uno dell’altro, lasciando alle spalle il presagio futuro.

L’attrice che interpreta Giulietta (Beatrice Vecchioni) è riuscita a rispecchiare bene queste dinamiche, con una voce molto scandita ma lasciando integro l’aspetto adolescenziale. Tutto si basa su una sorta di immaginario irreale ma al contempo vero negli aspetti umani. Il décor è quasi assente nonostante il palco allargato dalla vastità di verde. Sono a Verona ma sono gli attori a far vivere questa città con una spiccata fantasia bambinesca.

I miei occhi vengono attirati dalla presenza di un pallone gigante che viene fatto roteare dagli interpreti in avanti e indietro per simulare la luna e da una struttura moderna dove in alto è situata la giovane Giulietta e ancora più in alto un’attrice che simula il ruolo di voce parlante, coscienza ritmica e musicale.

Mercuzio (Angelo Tronca) amico fidato di Romeo, ha un peculiare senso di originalità e di presenza scenica. Quando morirà rimarrà presente in scena fino alla fine dello spettacolo creando un senso di amarezza.

 

 

Il frate (Raffaele Musella) riesce a far emergere l’animo di un messaggero del signore pieno di sentimenti, di una pazzia risolutoria che aiuta i due innamorati in un intento quasi vano.

In alcuni momenti dello spettacolo, troviamo anche performance musicali che catturano l’attenzione dello spettatore facendo venir voglia di muovere ritmicamente le gambe.

In conclusione, il regista Marco Lorenzi, insieme a tutti gli attori, è riuscito a ringiovanire uno degli spettacoli più conosciuti al mondo, facendo trapelare in alcuni momenti una sorta di favola bambina.

 

 

di William Shakespeare

con Vittorio Camarota, Giorgia Cipolla, Alessandro Conti, Yuri D’agostino, Christian di Filippo, Barbara Mazzi, Raffaele Musella, Marcello Spinetta, Beatrice Vecchione, Annamaria Troisi, Angelo Tronca

scene e luci Jacopo Valsania

costumi Alessio Rosati, Aurora Damanti

regia Marco Lorenzi

Teatro Stabile Torino – Teatro Nazionale

 

Recensione di Alessandra Nunziante

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Zoo[M]Out – Attraverso gli occhi di un alieno

Chi può dire di essersi fermato ad osservare ogni cosa che lo circonda? Chi continua a vedere il mondo con gli occhi di un bambino -o di un alieno- stupendosi di tutto ciò che il proprio sguardo riesce a cogliere, come se fosse sempre la prima volta?

Vi sono persone che non hanno mai effettivamente guardato il mondo nella sua interezza, partendo dal più piccolo particolare fino ad arrivare ad una visione completa e globale del pianeta.

Non vi è quasi nessuno che, in questo nuovo millennio, non abbia utilizzato un software cartografico per eseguire movimenti di allontanamento da un punto su una mappa.

Questo viene fatto tramite il comando zoom out, dal titolo dell’opera, che significa “allontanarsi”. Ed è proprio di questo che tratta lo spettacolo: l’uomo dovrebbe posare lo sguardo sulla Terra come se la vedesse per la prima volta e per fare ciò, sarebbe meglio allontanarsi sempre di più, così da vederla nella sua totalità. Di come ci si debba soffermare per percepire ogni cosa, di come non si debba dare niente per scontato, come un astronauta che vede la Terra nella sua interezza per la prima volta. Ne vede il blu dei mari, il verde delle piante e delle valli, mentre quello che credeva fosse un pianeta immenso, si trasforma in una piccola sfera multicolore.

L’opera prende ispirazione dal romanzo di fantascienza L’uomo che cadde sulla terra scritto da Walter Tevis, dal quale nacque anche l’omonimo film per la regia di Nicolas Roeg, interpretato da David Bowie nei panni di un extra terrestre che si ritrova su un pianeta a lui sconosciuto.
Il duo Th[on]gu cerca di riprodurre la fascinazione e l’alienazione del protagonista che per la prima volte conosce la Terra, solcando il palco della Casa Teatro Ragazzi di Torino il 6 Giugno durante il Festival delle Colline Torinesi (tenutosi dal 2 al 20 Giugno).

La scenografia è essenziale, non vi è nulla se non l’attrice, Guendalina Tondo, che grazie alla sua interpretazione riempie la scena. Il duo ha indubbiamente preso decisioni creative audaci dato la semplicità scenica e l’accostamento di rumori forti improvvisi che vanno a sostituire il rilassante silenzio, spezzato solo dalla voce dell’interprete; e le accecanti luci, quasi disturbanti, che sostituiscono con uno stacco netto il nero profondo in cui si trova immerso sia il palco che il pubblico per quasi tutta la durata della performance.

Al lato del palco, si trova Riccardo Giovinetto, che accompagna il monologo della Tondo con musiche ed effetti sonori. Anche a lui va riconosciuta grande maestria nell’effettuare cambi repentini di rumori e luci cogliendo lo spettatore di sorpresa.

Altro elemento presente sulla scena è un pannello di retro proiezione posto sopra la testa dell’attrice, sul quale vediamo riprodotti un cielo azzurro e degl’alberi visti dal basso, quasi a dare l’idea di trovarci in mezzo alla natura.
L’opera non ha una vera e propria trama lineare, ma il tutto si basa sull’osservazione di ciò che ci circonda.

L’attrice inizia a raccontare di fotografie, scattate in diversi luoghi, che tappezzano ogni angolo del mondo. Rappresentano il microscopio ed è da queste che parte lo zoom out; dalla pupilla di un occhio alla piccola sfera vista dall’astronauta.
Quello che i Th[on]gu vogliono raccontare è come sia effettivamente difficile, nella società moderna, fermarsi per osservare ciò che ci circonda, poter bloccare il tempo per vivere questo mondo nella sua totalità. Per questo s’impegnano a ricordarci chi siamo e da dove veniamo.

Ho avuto modo di confrontarmi con alcune persone presenti tra il pubblico ed ho riscontrato opinioni contrastanti. Se da una parte l’interpretazione di Guendalina Tondo è stata di gran lunga apprezzata (l’attrice infatti è stata applaudita per diversi minuti da tutta la sala), dall’altra l’opera in sé ha riscosso in alcuni titubanza ed incertezza. Il copione infatti è molto conciso e ripetitivo ed io stessa ritengo che forse la compagnia avrebbe potuto trattare l’argomento più ampiamente, evitando le diverse ripetizioni che potrebbero portare in certi spettatori noia ed indifferenza.

Molto apprezzata inoltre la scenografia spoglia e la decisione di non utilizzare alcun microfono, come a coinvolgere dentro la scena ogni singolo spettatore; sensazione amplificata dalla ridotta dimensione della sala.

L’impostazione e l’intonazione di voce di Guendalina Tondo sono di grande impatto.
Durante uno dei tanti momenti di buio, infatti, è stata in grado di guidare lo spettatore nel suo nuovo mondo, sempre lo stesso ma al contempo totalmente diverso.
Di far vedere tramite la sua voce. Cosa che attraverso gli occhi non saremmo stati in grado di percepire con tanta forza. Il tutto reso ancora più alienante dal totale silenzio della scena.

E’ uno spettacolo su come guardiamo il mondo. Su come lo percepiamo e, per la maggior parte delle volte, su come non lo percepiamo così da non doverci fermare davanti a niente; in questa realtà dove nessuno ha più tempo per altro, se non per se stessi.
Posso affermare che durante i quaranta minuti di spettacolo mi sono allontanata dalla realtà per riscoprirne una nuova, piena di dettagli e colori, senza mai alzarmi dalla sedia e, in alcuni momenti, aprire gli occhi.

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ELEPHANT WOMAN: LA PISTOLA DELLA FOLLIA

Un altro spettacolo del ricco programma del Festival delle Colline Torinesi 2017:  Elephant Woman, di Andrea Gattinoni con Silvia Lorenzo, in scena al Teatro Gobetti.

La scena è completamente vuota: quinte e fondale neri e una luce fissa. Nel buio sentiamo  un rumore di tacchi a spillo, poi  entra una donna con un rossetto rosso, seminuda, che inizia a parlare di sé, Topazio, e della sua amante, B. Dopo pochi minuti ci da le spalle ma,  girandosi di nuovo,  ci punta addosso una pistola: proprio questo oggetto  sarà il punto di tensione di tutto lo spettacolo, perché il pubblico non riuscirà mai a staccare gli occhi dall’arma e, proprio per la sua presenza, non abbasserà mai l’attenzione nemmeno per un secondo.

Topazio è una giovane donna che decide di abbandonare famiglia, lavoro e amicizie per vivere ai margini della legalità e per dare sfogo a ogni  pulsione. Il racconto procede con l’attrice sempre al centro della scena. Si muove lentamente e,  nonostante sia sola, non fa mai sembrare vuoto il palcoscenico. Ci cattura  con la mimica e con il corpo, con la voce suadente e con i racconti della sua vita: una vita di dolore, di abusi, di solitudine e di insicurezza.

Per tutto lo spettacolo abbiamo l’impressione di trovarci all’interno della mente un po’ malata di Topazio: i suoi racconti provengono dal buio, da un incubo, e non saremo mai sicuri della veridicità delle sue parole. Ma non è questo l’importante, non è necessario sapere se siano tutte bugie o se sia un sogno. Il testo, infatti, vuole farci riflettere sul doloroso destino di alcune donne maltrattate e poi abbandonate a loro stesse. Questo non può far altro che creare esseri umani che non distinguono più la realtà dalla finzione e finiscono per relegarsi ai margini della società.

Il perno emozionale dello spettacolo è la lettura di una lettera alla madre, che non ha mai aiutato la figlia abusata dal padre: la disperazione, il dolore e la follia che ne deriva si scatenano  come una tempesta,  amplificata dall’uso di un microfono panoramico.

L’attrice Silvia Lorenzo è stata in grado di tenere alta l’attenzione degli spettatori  per un’ora di monologo. Alla drammaticità dei racconti si sovrappongono momenti comici in cui l’attrice ripete a memoria definizioni tecniche della lingua italiana o astronomiche come se fosse una voce automatica, esterna al personaggio.

Un colpo di pistola sottolinea il termine dello spettacolo, facendo domandare a tutti gli spettatori se Topazio si sia uccisa, se abbia ucciso qualcuno, o se sia mai esistita.

Alice Del Mutolo

di Andrea Gattinoni
regia 
Andrea Gattinoni

con Silvia Lorenzo

produzione Teatro Filodrammatici, Festival delle Colline Torinesi

 

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CASA DI BAMBOLA: UNA NORA HELMER LIBERA E VOLONTARIA

il 21 marzo ha debuttato al Teatro Carignano di Torino  Casa di Bambola, celeberrimo testo teatrale di Henrik Ibsen, del 1879. A calcare il palcoscenico Filippo Timi e Marina Rocco, che hanno simbolicamente ritratto in scena l’ipocrisia borghese, la critica ibseniana verso quella società ma anche i ruoli diversi dell’uomo e della donna nell’ambito del matrimonio in epoca vittoriana.

Per comprendere Casa di Bambola forse è utile conoscere la psicologia dei suoi personaggi, la morale del testo ibseniano,  il ricorso di Ibsen ai simboli, che esprimono una visione del mondo, dell’uomo e della vita. Nora è la giovane moglie dell’avvocato Torvald Helmer. I loro tre figli vengono allevati dalla bambinaia, come di consueto negli ambienti borghesi dell’epoca. Le sue giornate trascorrono tra frivolezze di ogni genere. Suo marito la ama, la coccola, le proibisce di mangiare dolci come si farebbe con una bambina, ma non le fa mancare abiti e feste da ballo. In passato, per curare il marito malato, ha contratto un debito con un tal Krogstad, falsificando la firma del padre per ottenere soldi in prestito. Nora tenta di ricoprire il ruolo della donna accanto a quello maschile del “rendimento dei conti”.

Torvald Helmer ha ottenuto il ruolo di direttore nella banca in cui lavora, ha maggiore potere sugli altri, e a Nora questo piace, ma è tormentato dall’idea di perdere la propria reputazione e per questo non ammette che la moglie ficchi il naso nelle faccende che
non le competono: la sua piccola allodola, come lui la chiama continuamente – nel testo più che in questa rappresentazione – non dovrebbe avere influenza sulle sue decisioni, anche se di fatto Nora lo supplica di non licenziare Krogstad, che lavora nella sua stessa banca.
Insidiato dal licenziamento, Krogstad minaccia Nora di rivelare tutto a Torvald. Venuto a conoscenza del fatto, Torvald non riconosce nel gesto di Nora un atto d’amore per lui ed è deciso ad allontanare dalla cura dei figli quella che egli considera una moglie bugiarda e madre indegna, salvo poi perdonarla quando il ricatto che minaccia la famiglia viene annullato e il timore dello scandalo svanisce.
Il comportamento vigliacco di Torvald delude profondamente Nora
che spinta da pulsioni vitali inarrestabili non sarà disposta ad essere ancora, come da bambina, una bambola nelle mani
degli uomini intorno a lei.

Per un testo che è stato considerato un forte esempio di femminismo, Filippo Timi ha deciso di “farsi in tre”, interpretando i tre personaggi maschili principali, probabilmente, come ha affermato la regista Andrée Ruth Shammah

“Per riequilibrare una storia che se la leggi senza pregiudizi non parla di una moglie che sfugge alle grinfie del marito, ma della relazione uomo- donna arrivando al cuore più profondo, là dove
tutto è meno innocuo e veniale, le donne più ambigue, violente, gli uomini meno semplici, forse più femminili”.

La scenografia vuole riprodurre il modello di spazio borghese ibseniano, un ambiente artificialmente sereno che piegherà sul noir.
Le tinte del rosa – delle pareti e del vestito di Nora – e del verde – della tovaglia di velluto e delle sedie – sottolineano il gusto di Nora nel curare i particolari della casa e del suo aspetto. Lo spazio scenico risulta accogliente anche grazie alle luci calde che,  progressivamente, si snodano in una freddezza glaciale.

L’inattesa rottura delle normali convenzioni della finzione teatrale sorprende il pubblico e produce un diffuso umorismo. La rottura della quarta parete crea un effetto brillante che al pubblico piace, come la scena dove il terzo escluso Dottor Rank ringrazia dopo aver cantato con romantica malinconia My Funny Valentine.

Alessandra Pisconti

21 marzo 2017, Teatro Carignano Continua la lettura di CASA DI BAMBOLA: UNA NORA HELMER LIBERA E VOLONTARIA

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La sacralità della vita nel teatro civile. Pasolini e la morte: un rito culturale

“È teatro sociale”, esclama Mauro Avogadro, uno degli attori dello spettacolo Pasolini e la morte: un rito culturale, dopo il debutto al Teatro Baretti di Torino, mercoledì 15 Marzo scorso.

Con una sigaretta in bocca, il sorriso di chi è stanco ma soddisfatto, scambia qualche parola con me e altri curiosi che vogliono sentire qualcosa in più su uno spettacolo che ha lasciato a tutti qualcosa su cui riflettere. “Non esiste più” continua Avogadro, “ma io credo che sia essenziale. I greci hanno iniziato a fare teatro per questo. Io in questo spettacolo inizio a parlare con calma, perché gli argomenti sono importanti e non voglio spaventare lo spettatore. Poi cerco di evocare qualcosa su cui riflettere tutti insieme”. Ed è questo che lui e i suoi due colleghi hanno fatto, con l’aiuto di una troupe fantastica. Ma facciamo adesso un passo indietro.

Mauro Avogadro

Il Teatro Baretti è intimo, raccolto, un luogo dove la magia del teatro non fa fatica a materializzarsi. Questa volta però, gli spettatori entrando non si trovano di fronte a un sipario chiuso, curiosi di sapere cosa nasconda. Il sipario è aperto, gli attori sono già sulla scena e camminano immersi nei loro pensieri, mentre il resto dei collaboratori sistema le ultime cose. La quarta parete viene quindi abbattuta, noi sappiamo che quelli sono gli attori che, attraverso le loro parole, ci faranno intraprendere un viaggio in cui lo spettatore non potrà essere passivo e coccolato, e sedendoci non possiamo far altro che accettare la sfida.

Quando le luci si abbassano, gli attori attirano la nostra attenzione con le loro bellissime voci e subito comprendiamo che la storia è semplice: un regista (Mauro Avogadro) vuole girare un documentario su Pasolini. Egli stesso interpreterà lo scrittore che risponde alle domande di un giornalista (Gianluca Gambino), che sembra incarnare un po’ l’idea dell’”uomo medio” tanto odiato da Pasolini e bersaglio di Orson Welles ne La ricotta, mentre Lorenzo Fontana interpreta Pasolini durante alcuni momenti di stasi della narrazione.

Lo svolgimento e i temi dello spettacolo però sono tutto tranne che scontati: partendo dall’ipotesi che Pasolini sia stato coscientemente regista del film della sua vita, viene ripercorso sinteticamente il montaggio di esso, attraverso stralci di un intervista lasciata a Duflot e alcune sue poesie. Del resto, come mi suggerirà più tardi Avogadro “si parla solo della morte di Pasolini e del mistero attorno ad essa. Ma è importante parlare dell’uomo che è stato, perché quello che ha scritto è incredibilmente attuale”.

Ma andiamo con ordine: gli argomenti toccati dall’intervista sono molti ed eterogenei. Il giornalista e Pasolini sono seduti su due sedie bianche, che contrastano con il nero dello sfondo e dell’impalcatura. Su quest’ultima si muove l’alter-ego di Pasolini, al quale è affidata la declamazione delle poesie, accompagnate da proiezioni di immagini o di fotogrammi dei suoi film. In particolare questi momenti creano un’atmosfera sospesa, grazie anche all’uso della musica e, mentre la voce profonda e ferma di Avogadro sembra dare vita ai pensieri più profondi di Pasolini, la voce sottile e drammatica di Fontana recita le poesie con un dolore, una sofferenza e una consapevolezza che presagiscono già il terribile epilogo da tutti conosciuto.

Pasolini

Uno dei primi temi trattati è quello della sacralità della vita, molto caro a Pasolini: egli affermava infatti che tutto è santo, ma la santità è al tempo stesso una maledizione. Diceva di avere nostalgia del sacro perché rimaneva legato agli antichi valori, tanto che sperava che venisse costruita una democrazia senza cancellare il sentimento del sacro.

Successivamente viene trattato un argomento attuale più che mai, l’immigrazione, parlando di un’integrazione necessaria alla convivenza nelle città, perché se si accetta il “colore” di quelli che vogliono entrare con “innocente ferocia” nella nostra società, potremo arricchirci grazie alla loro “sacra tribalità” e così raggiungere un effettivo progresso.

Purtroppo però Pasolini si era già reso conto che non solo essi spesso vogliono occidentalizzarsi e non mantenere la loro cultura, ma anche che la maggioranza degli italiani è diventata di una “intolleranza violenta”, persone che non vogliono ricordare la povertà che li aveva caratterizzati.

Memorabile e commovente è stato sicuramente il momento in cui è stata proietta una parte de La ricotta, ovvero quella della citazione figurativa della Deposizione di Pontormo (1526-28).

In questa occasione l’intervistatore chiede a Pasolini della sua misoginia ed egli risponde di non essere affatto misogino, ma di “raffaellizzare le donne, di voler donare loro una forte aura di sacralità”.

Questo in particolare è stato un momento in cui il pubblico ha tenuto il fiato sospeso e si è ritrovato a riflettere su tutte le tematiche che lo spettacolo ha tirato fuori e che sono in realtà insite in ognuno di noi, solo che a volte serve un po’ d’aiuto per ragionare sulla realtà.

ricotta_deposizione

 

A spettacolo quasi finito, in un momento di buio dominato dalla musica, Fontana-Pasolini si spoglia, rimanendo nudo in scena: questo gesto vuole forse alludere alla morte dello scrittore, interpretando la vita in maniera circolare e quindi la fine di essa come un ritorno al ventre materno. Dopo questo gesto, infatti, l’attore si rannicchia su una poltrona, coperta da un telo bianco, in posizione fetale e recita un’ultima poesia, con una certa quiete e serenità. Questa tranquillità è sottolineata dall’uso della luce calda che crea quasi un’immagine caravaggesca di un uomo che nella morte ritrova una condizione di umanità.

L’ultima battuta è affidata ad Avogadro che nel frattempo è salito sull’impalcatura per annunciare agli spettatori di sapere che “siamo tutti in pericolo”, una delle frasi dell’ultima intervista che Pasolini ha rilasciato proprio il giorno prima di morire. Sicuramente un finale che ha fatto correre a tutti un brivido lungo la schiena, anche a coloro che non conoscevano bene le vicende e i pensieri dell’intellettuale, ma hanno seguito con attenzione lo spettacolo.

Gli attori hanno mostrato in scena di aver profondamente interiorizzato la lezione di Pasolini e incontrando successivamente Avogadro dietro le quinte ne ho avuto la conferma, poiché ha rivelato di averlo da sempre amato e studiato e che sentiva fortemente l’esigenza di realizzare uno spettacolo non di Pasolini, ma su Pasolini.

Da segnalare la scenografia, essenziale ma ben costruita, che in realtà è parte integrante dello spettacolo proprio perché su alcune sezioni specifiche vengono proiettate non solo scene da film pasoliniani ma anche riprese dal vivo della performance da angolazioni invisibili allo spettatore, ricordando proprio i documentari pasoliniani; scenografie che sottolineano anche la poliedricità degli argomenti trattati. Inoltre, tramite le riprese proiettate in real-time, si è potuto sottolineare ancora di più la forte contemporaneità degli argomenti, ma anche della figura stessa di Pasolini in quanto uomo.

Le luci sono state usate in modo da sottolineare la drammaticità degli argomenti e dei momenti rappresentati.

Tutti questi elementi hanno richiamato l’attenzione di un pubblico che di certo ha avuto molto da metabolizzare ed è stato così invitato a riflettere anche sulla nostra attualità attraverso le parole di un uomo davvero contemporaneo e che rimarrà per sempre nella Storia.

di Alice Del Mutolo

 

“Pasolini e la morte: un rito culturale”

Drammaturgia di Ola Cavagna

Con Mauro Avogadro, Lorenzo Fontana, Gianluca Gambino

Regia e allestimento Ola Cavagna, Ginevra Napoleoni, Massimiliano Siccardi

Regia video live Umberto Sareaceni

Musiche a cura di Tommaso Ziliani

Luci Alberto Giolitti

Associazione Baretti

 

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Il lavoro di vivere in coppia

 

Il lavoro di vivere è una commedia “crudele e beffarda” di Hanoch Levin, autore israeliano, molto rappresentato in Europa. Andrée Ruth Shammah traduce e adatta il testo dall’ebraico, definito da diversi critici di alta complessità. A completare l’opera, che è stata in programmazione al Teatro Gobetti di Torino dal 17 al 22 gennaio 2017, sono Carlo Cecchi, Fulvia Carotenuto e Massimo Loreto.

Il lavoro di vivere ha bisogno di soli tre attori per portare in scena una scatenata crisi coniugale, che si realizza sul palcoscenico nel quale campeggia al centro un bianco letto matrimoniale. Ma ascoltando con attenzione il lungo monologo di Yona (Carlo Cecchi) si scopre che è in gioco qualcosa di più e di diverso del suo matrimonio con Leviva (Fulvia Carotenuto).

Sono vite insoddisfatte. Due amanti incapaci di amare. Si sentono scaduti, abituati ormai alla decadenza del corpo e dei sentimenti.

Yona è un cinquantenne in crisi di mezz’età. Una notte si alza dal letto e s’interroga su chi dorma al suo fianco. Leviva è una donna concreta e leale, innamorata, forse, fin da minacciare il suicidio pur di non essere lasciata dal marito. Al culmine del litigio spunta un visitatore, un amico: Gunkel. L’uomo, in cerca solo di un’aspirina nel bel mezzo della notte, non lascia l’abitazione prima di aver dimostrato che è la paura della solitudine ad aver inchiodato i due coniugi per trent’anni l’uno all’altra. Se ne va lasciando una forte amarezza in quella stanza da letto che assomiglia sempre di più ad un ring.

Le commedie di Levin descrivono battaglie quotidiane della piccola gente, collocando l’azione in uno spazio ristretto. Questo testo in particolare riesce ad esprimere in modo non banale la durezza di una vera e propria lotta verbale, crudele ed ironica allo stesso tempo.

Il teatro di questo autore chiude le porte agli eroi e accoglie i cosiddetti “perdenti”, vestendoli di una vena poetica che li avvolge e li rende memorabili.

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