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“SE QUESTO è UN UOMO”

“Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e i visi amici, considerate se questo è un uomo.”


In occasione del centenario della nascita di Primo Levi, il direttore del TPE Valter Malosti firma l’interpretazione e la regia di “Se questo è un uomo“, in collaborazione col “Centro Internazionale di Studi Primo Levi”.


Ad accoglierci proiettata in scena vi è la neve che cade lenta, e riusciamo quasi a percepirne il freddo pungente.
Il tempo rallenta e noi veniamo catturati dalla sua maestosa danza, che sembra rendere incorruttibile ogni cosa.
Malosti è solo sulla scena, preso a schiaffi dai contrasti di luce che con violenza ora ne mostrano il volto, ora lo lasciano in penombra. Porta con sé una valigia per l’intera durata dello spettacolo: quella valigia è il suo attaccamento alla vita, contiene i suoi ricordi ed il suo essere uomo. Quello che è stato e quello che deve, nonostante tutto, rimanere. Il testo è totalmente fedele all’omonimo libro, le parole sono lapidarie e sembrano correre come sui binari di un treno.

“Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo.


Il protagonista si fa portavoce di queste parole ed il suo è un procedere incessante, con l’urgenza interiore di chi non può e non vuole dimenticare nemmeno un frammento dei propri ricordi. E’ la paura di chi non vuole perdersi neanche una parola, è la necessità di raccontare, perché è l’unica arma che ha per restare vivo, ancora.
La scenografia iniziale è l’idea di una casa: ne ritroviamo le sole pareti mentre gli interni sono spogli, proprio come sono vuote le poche persone di ritorno dai campi di concentramento.

Fa una breve entrata in scena una donna: sembra spezzata, piegata da qualcosa che ancora non è in grado di comprendere e di spiegare e che forse mai potrà. Sfiora i muri della casa con la delicatezza con cui si accarezza un bambino e poi viene trascinata contro la sua volontà insieme agli atri.

“Vagoni merci, chiusi dall’esterno. E dentro uomini, donne, bambini, compressi senza pietà come merce di dozzina in viaggio all’ ingiù, verso il fondo.”

Lo spettacolo punta moltissimo sulla componente sonora: Gup Alcaro ne cura la riscrittura scenica ponendolo in primis come un’opera acustica. Questo risulta evidente nei 3 madrigali creati da Carlo Boccadoro a partire dalle poesie che Levi scrive di ritorno dal campo. Malosti dichiara di essersi ispirato per questo rifacimento ed in particolare per l’inserimento di questi cori, al teatro antico. Anche la scelta di un unico interprete in scena, di una sola voce senza alcuna mediazione, è spiegata dal fatto che è –una voce che, nella sua nudità, sa restituire la babele del campo degli ordini, delle minacce e del rumore della fabbrica di morte-.

Vi è l’intervento, oltre che di una donna, anche di un uomo: costui però indossa la purtroppo ormai celebre divisa a righe bianche e nere ed ha il volto totalmente coperto, ma i tratti del viso sono ancora riconoscibili.
Cammina sì, ma senza emettere fiato, mette i passi uno davanti all’altro senza alcuna meta. E’ un uomo, o forse un tempo lo è stato, e ora si aggira per la scena come un automa, un manichino, come l’ombra di se stesso.

“Accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso.”

Queste sono le parole di Levi che però incita, nonostante tutto a mantenere almeno “lo scheletro, l’impalcatura, la forma della civiltà.”

Malosti non punta ad un coinvolgimento dello spettatore, ma anzi mantiene un certo distacco, forse proprio perchè non può esserci un’identificazione con le atrocità che uomini sono stati capaci di infliggere ad altri uomini. Nonostante ciò per quasi due ore veniamo catturati dall’atroce e scomoda verità delle parole di Primo Levi.
Grande è il lavoro di Malosti non solo dal punto di vista registico ma anche e soprattuto attoriale: dritto davanti a noi, e per lo più fermo, è in grado di sprigionare un’energia evocativa che non è data solo dalla potenza della parola.

Non c’è una senzazione di sollievo alla fine, anche se il protagonista riesce a sopravvivere, poichè la nostra mente è stata rapita e ‘contaminata’ dal ricordo di un’atroce crudeltà.
Ma Primo Levi ci ricorda che “Quando non si riesce a dimenticare, si prova a perdonare.”


Tratto dall’opera di Primo Levi “Se questo è un uomo”
regia: Domenico Scarpa e Valter Malosti
scene: Margherita Palli
luci: Cesare Accetta
costumi: Gianluca Sbicca
progetto sonoro: Gup Alcaro
madrigali: Carlo Boccadoro
video: Luca Brinchi, Daniele Spanò
Attori: Valter Malosti con Antonio Bertusi, Camilla Sandri

Ilaria Stigliano

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Moliere / Il misantropo

Don Giovanni non stringere la mano del Commendatore, non lo fare!
Nel momento che lo fa, Don Giovanni viene trascinato all’Inferno, la punizione divina. Ma questo Inferno non è il classico inferno di cui noi supponiamo le caratteristiche. La punizione di Don Giovanni è ben maggiore. Il suo Inferno è in terra, dove sempre ha scorrazzato tra una preda e l’altra, il suo terreno di conquista. Ora si è reincarnato in un misantropo, da uomo decadente che viveva per il piacere della conquista è diventato un uomo che si sente superiore agli altri e li odia per la loro ipocrisia. Conserva lo stesso le sue qualità fisiche, il suo fascino irresistibile, ma non sa più come confrontarsi con l’universo femminile. Vive una relazione morbosa, di amore profondo e intenso per la sua Celimene, non può fare a meno di lei, ma al contempo la odia profondamente per le sue scappatelle con gli spasimanti.

Valter Malosti, direttore artistico del TPE, mette in scena al Teatro Astra di Torino lo spettacolo Moliere / Il misantropo.
Un grande affresco in chiaroscuro di “Diana e Attenone” del Pitocchetto quale fondo del boccascena, un palco bianco rialzato, una specie di ring con ai lati delle sedie. I personaggi si fanno allo stesso tempo spettatori di quello che sta accadendo, della trasformazione del Don Giovanni in Misantropo, che nel suo ring tiranneggia sulla stupidità umana e cade sotto la pugna dell’amore.
Gli attori, vestiti con abiti brillanti e moderni, prendono posto attorno a questo ipotetico palco/ring, le luci platea accese, si odono suoni come se si fosse in campagna compreso i cinguettii d’uccelli. Quasi un direttore d’orchestra, Alceste imita e sollecita cigolii e suoni, accompagnando lo scemare delle luci.
Lo spettacolo scandisce a pendolo riflessioni sulla contemporaneità, bagliori brechtiani si nascondono tra le ombre delle parole di Moliere. Un lucido saggio sul desiderio e l’impossibilità di esaudirlo, sul conflitto tra uomo e donna, uomo e società, uomo e cosmo. Il rapporto di Alceste e Célimène diventa quindi un violentissimo agone, una resa dei conti la cui posta in gioco è – per citare proprio Lacan – la Verità come “ciò che sempre resiste all’intelligenza”.


Alceste e Don Giovanni diventano i due volti di una lotta totale e disperata contro l’ipocrisia e il compromesso su cui è costruita la civiltà. L’Alceste di Malosti è un filosofo,un buffone che non rinuncia alla sottile linea comica, al farsesco che innerva il protagonista. Alceste si fa marionetta pendente dalla labbra di chi gli sta attorno. Tutti lo odiano, tutti lo desiderano, tutti tendono i fili di questa marionetta che si è ribellata. Non ci sta a vivere in un mondo vuoto, stupido, ma allo stesso tempo è costretta ad attaccarsi a qualcosa di questo mondo, alla sua Celimene. Unica via di fuga possibile è scappare in un posto lontano, via da questo inquinamento sociale, scappare con la sua Celimene, ma lei non è in grado di donarsi così ad un uomo. Don Giovanni prova la sua ultima fatica, a strappare la sua amata dalla propria aia di spasimanti, per potersi redimere. Fallisce, non si scappa all’Inferno, e allora non resta che farsi marionetta e farsi gioco per il piacere di altri.
E questo vale anche per noi.

Emanuele Biganzoli
Michela Cicilano

produzione TPE

VERSIONE ITALIANA E ADATTAMENTO
FABRIZIO SINISI E VALTER MALOSTI

UNO SPETTACOLO DI VALTER MALOSTI

ALCESTE … VALTER MALOSTI
CÉLIMÈNE … ANNA DELLA ROSA
ARSINOÉ … SARA BERTELÀ
ORONTE … EDOARDO RIBATTO
ELIANTE … ROBERTA LANAVE
FILINTO … PAOLO GIANGRASSO
CLITANDRO … MATTEO BAIARDI
ACASTE … MARCELLO SPINETTA

COSTUMI GRAZIA MATERIA
SCENE GREGORIO ZURLA
LUCI FRANCESCO DELL’ELBA
CURA DEL MOVIMENTO ALESSIO MARIA ROMANO
ASSISTENTE ALLA REGIA ELENA SERRA
CANZONE BRUNO DE FRANCESCHI
AL CONTRABBASSO FURIO DI CASTRI

PRODUZIONE TPE – TEATRO PIEMONTE EUROPA
TEATRO CARCANO CENTRO D’ARTE CONTEMPORANEA
LUGANOINSCENA
IN COLLABORAZIONE CON INTESA SANPAOLO

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Intervista con l’attrice Beatrice Vecchione :” Il rapporto col corpo nasce dal rapporto con la lingua”

È Spontanea e dolcissima, l’abbiamo incontrata al teatro Gobetti dopo aver finito lo spettacolo Arialda di cui è stata protagonista.

È Beatrice Vecchione, nata il 26 marzo del 1993 in una clinica con vista sul mare a Napoli. Ultima di sette figli è cresciuta in un paesino di tremila abitanti in provincia di Avellino. Diplomata alla scuola del Teatro stabile di Torino diretta da Valter Malosti.

Dopo il diploma ha preso parte a molte produzioni dello Stabile stesso  tra cui La morte di Danton con la regia di Martone e Come vi piace con la regia di Leo Muscato. Nell’estate del 2017 viene selezionata dal Centro teatrale di S. Cristina Fondato da Luca Ronconi e Roberta Carlotto. Attualmente è impegnata con Le baruffe chiozzotte con la regia di Jurij Ferrini.

L’intervista di Abdelmjid El Farji (MAGID)

Lei è una ex allieva di Valter Malosti, direttore della scuola per attori del Teatro Stabile e regista di Arialda, di cui è stata protagonista. Risulta difficile oppure facile lavorare con il proprio maestro? 

È bello perché Valter mi ha visto crescere nei tre anni di scuola. E in questo tempo ho avuto modo di conoscere bene il suo linguaggio e questo è solo un vantaggio per lavorare bene insieme.

La presenza del corpo molto forte nel testo L’Arialda: secondo lei, la sua bellezza l’ha aiutata?

Il rapporto col corpo nasce dal rapporto con la lingua, in questo caso con la lingua di Testori che è pulsante, materica, violenta, popolare e lirica e visionaria al contempo.

Ti ringrazio del complimento, comunque non credo che Valter abbia scelto me per l’aspetto fisico, comunque dovresti chiederlo a lui (Ridendo)

E come ha sviluppato  il suo rapporto con il corpo dell’Arialda, che, come abbiamo visto da spettatori, era fortemente presente (sensuale, maturo)  sul palcoscenico? 

Comunque più concretamente ho cercato di lavorare, aiutata anche da Alessio Maria Romano, in una direzione più controllata mentendo quindi  una certa tensione nella verticalità, nella prima parte dello spettacolo e man mano che l’Arialda sprofondava nel suo delirio ossessivo, ho cercato di rompere il respiro e quindi il corpo… di andare verso una volgarità, uno stato più bestiale che liberasse gli istinti, le parole, le ragioni, i dolori repressi.

Lei rappresenta un personaggio che vive negli anni ’60 con la sua dimensione sociale e psicologica diversa dai personaggi della società attuale.  Qual è  stata la sua modalità di  indagine e ricerca del personaggio di Arialda?

Ho cercato di conoscere Testori prima di tutto, di entrare nel suo immaginario nel suo modo di vedere la vita, di leggere la realtà che viveva.

Era un uomo che si interrogava profondamente  sul mistero della  vita e quindi della morte

Nell’Arialda, che Testori scrive anni prima della  sua conversione, si sente forte la domanda sul perché dell’esistere soprattutto di fronte alla  sofferenza. Eros dopo la morte del Lino, l’unica persona che ama veramente, dice guardando il cielo :” ma se il Padreterno fa così cosa può pretendere che facciamo noi?”

Il rapporto tra alcuni personaggi  si mescola tra il senso della  morte e della vita, come ha affrontato questa complessità ?

L’Arialda stessa non comprende (d’altronde non si può!) e quindi non accetta  la morte tanto che è perseguitata dai fantasmi e dunque non dice il suo sì alla vita, morendo lei stessa ogni giorno  nel passato.

Ma in lei vive comunque, anche se non riesce a vederlo, un gran desiderio d’amore e quindi di salvezza, di riscatto dalla miseria materiale ed esistenziale in cui lei e tutti gli altri personaggi vivono.

Dice infatti alla Gaetana “lei un uomo l’ha pure avuto, uno con cui parlare uno da chi farsi abbracciare, uno con cui fare quelle tre o quattro scemate che mettono a posto tutto”.

L’impossibilità di realizzare tale desiderio e quindi di vivere pienamente la propria condizione umana, la spingerà ad un delirio di distruzione.

Avete lavorato in un spazio quasi vuoto, tranne una tavola e due porte mobili, e si vede un  lavoro figurativo nel Suo personaggio legato a un “Teatro Povero”: quanto è stato utile per lei  il metodo Grotowski in questo?

Non ho usato una tecnica particolare, mi sono lasciata guidare da Malosti ed ho cercato di aderire quanto più potevo a ciò che dicevo.

L’astrazione della regia ha dato al testo uno respiro più ampio mettendo in risalto la sua natura tragica, ed ha anche permesso a gran parte di noi attori, anagraficamente distanti rispetto al età dei personaggi, di risultare comunque credibili. E non ho avuto Grotowski come riferimento.

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il Giardino dei Ciliegi secondo Malosti

Il giardino dei ciliegi è l’ultimo testo teatrale scritto da Anton Čechov tra il 1902 e il 1903. È composto di quattro atti, presenta un forte richiamo biografico e si può affermare che in questa opera compaia l’idea visionaria di una società ormai finita e completamente ribaltata, idea che poi avrà la sua conferma quindici anni dopo con la Rivoluzione d’Ottobre.

E’ la storia di una famiglia aristocratica russa che decide di tornare nella proprietà di campagna dove vi è un grande giardino di ciliegi. Il tutto inizia in una mattina di maggio: c’è un clima di grande attesa nella camera di bambini. Tutti stanno aspettando che la famiglia ritorni a casa dopo cinque anni di assenza. Sin da quando i protagonisti entrano in scena ci si accorge dell’aria spensierata che hanno tutti anche quando, poco dopo i saluti, il mercante Ermolaj (interpretato da Fausto Russo Alesi) comunica che la loro proprietà ad agosto sarà messa all’asta per far fronte ai debiti. Ermolaj propone di dividere il giardino in tanti lotti da poter affittare ai villeggianti in estate così da raggiungere la somma di denaro necessario in poco tempo. Ma ovviamente questa idea non viene presa minimamente in considerazione da Ljuba, la padrona di casa, che in quel giardino, dove ogni giorno poteva ammirare la bellezza dei suoi alberi di ciliegio, ha vissuto la sua vita e dove hanno vissuto tutti i suoi antenati. Infatti la sentiamo dire: “Dormivo in questa stanza, da qui guardavo il giardino, la felicità si risvegliava con me, ogni mattina, ogni mattina era come oggi, niente è mutato”. Entra uno studente universitario amico di suo figlio, morto cinque anni prima nel fiume del giardino. Il primo atto finisce con la confessione della figlia, Anja, a sua sorella adottiva, Varja, a proposito dei tanti debiti che ha la madre, che potrebbe risanare sposando un uomo ricco, per esempio il mercante, oppure cercando un prestito da una loro zia.

il giardino dei ciliegi

Nel secondo atto riusciamo a percepire la grande noncuranza della famiglia per la situazione economica molto critica. E’ come se ciascuno di loro fosse rinchiuso in un mondo fittizio di illusioni per scappare dai problemi scomodi e dalle sofferenze. L’unico che cerca di riportare i discorsi sui problemi economici è il mercante mentre Ljuba riesce solo a pensare a quell’uomo con cui ebbe una relazione a Parigi e che, approfittando della sua ricchezza, sperperò tutto il suo denaro per poi abbandonarla. Sempre più si capisce perché l’autore definisse questa opera una commedia (più precisamente una vaudeville) e non una tragedia come invece venne classificata sin dalla sua prima apparizione al Teatro d’Arte di Mosca sotto la direzione di Stanislavskij e di Dančenko, supervisionato dallo stesso Čechov. C’è infatti nel testo un grande contrasto tra momenti comici e momenti drammatici che distolgono l’attenzione dal problema principale e che creano nello spettatore una sorta di ambivalenza nel capire la direzione che vuole prendere quest’opera.

Nel terzo atto siamo all’interno di una festa che Ljuba ha organizzato nella speranza di avere buone notizie dall’asta in corso. In questo clima di allegria tutti festeggiano tranne Varja che rimprovera i partecipanti per il loro comportamento incosciente. A Ljuba arriva un telegramma da Parigi che la informa che il suo vecchio amore è malato e le chiede di scusarlo e di ritornare da lui. Lei ammette di non voler più avere nulla a che fare con Parigi e con quell’uomo spregevole ma che è forte la voglia di raggiungerlo anche se lo studente cerca di dissuaderla. Nella figura di questo giovane universitario si rispecchiano tutti gli ideali rivoluzionari di uguaglianza e libertà. All’improvviso entra Anja annunciando disperata che il giardino dei ciliegi è stato venduto e la madre incredula cerca delle spiegazioni da suo fratello Leonid (interpretato da Natalino Balasso), che però va diretto in camera sfinito dalla lunga giornata, e dal mercante Ermolaj che, pieno fin sopra ai capelli di alcool, cerca all’inizio di temporeggiare e poi ammette di aver comprato lui la proprietà. Il mercante con la sua azione comandata dalla rabbia, vuole vendicare tutti i suoi avi e restituire loro l’onore. Varja, la sua ipotetica promessa sposa, getta in terra le chiavi della villa ed esce infuriata. Alle fine del terzo atto vediamo Ljuba piangere mentre sua figlia Anja cerca di consolarla provando a farle immaginare un futuro nuovo e pieno di felicità. Scoppia qui un grande momento di disperazione della proprietaria che dà sfogo a tutto il suo immenso dolore e che rispetta a pieno le aspettative dello spettatore. Un momento di enfasi a mio parere necessario in questo punto del dramma. Sin dalla sua comparsa il personaggio di Ljuba viene interpretato da Elena Bucci con grande consapevolezza e sembrerebbe di immedesimazione totale, tanto da non percepire il minimo segnale di finzione nella sua recitazione. La Bucci interpreta il personaggio così come ci si aspetterebbe di vederlo. Penso più in generale che ci sia stato da parte di tutti gli attori della compagnia un grande studio sul proprio personaggio regalando così a ciascuno di essi un proprio spessore psicologico e un carattere ben definito. Una nota positiva va senz’altro attribuita al regista Valter Malosti per esser riuscito a incastrare i tempi delle diverse scene e a creare un ritmo magnetico in tutta la rappresentazione, caratteristica molto importante in questo dramma tanto che Mejerchol’d associava Il giardino dei ciliegi a una sinfonia di Čajkovskj. Dall’inizio la scenografia è quasi tetra, composta da pochi elementi ma essenziali. La musica, talvolta con suoni simili a dei boati, riesce ad avvolgere completamente gli spettatori .

Il quarto atto inizia nella camera dei bambini, come nel primo atto, ma con tutti i mobili coperti da teli bianchi e le valigie pronte. Il mercante prova ad offrire dello champagne per festeggiare ma il clima è tutt’altro che di festa. Dopo i saluti tra lui e lo studente dall’esterno si sentono dei colpi d’ascia e Anja chiede su ordine della madre di lasciare il giardino in vita fino alla loro partenza. La ragazza chiede notizie sulla salute di Firs, il fidato maggiordomo della famiglia che sentendosi male quella mattina, qualcuno ha portato in ospedale. La proprietaria entra con il fratello nella camera dei bambini per dare l’addio alla casa della loro infanzia. Lui annuncia di aver trovato un lavoro in banca e Ljuba rivela la sua ferma intenzione di tornare a Parigi dal suo vecchio amante. A Ermolaj chiede come ultimo favore di dichiararsi a Varja ma, una volta convinto, niente andrà a buon fine e si determina una situazione di profondo imbarazzo. Così il mercante scappa con una scusa banale lasciando la ragazza cadere in lacrime. Lentamente rientrano tutti in scena, pronti a partire e ognuno dà il proprio ultimo addio alla casa e al giardino dei ciliegi. Chi senza speranza, chi pronto a vivere una vita nuova, e chi, come i due fratelli, solo ora si rende conto di ciò che è successo. Questi ultimi rimangono soli nella stanza della loro infanzia piangendo, abbracciandosi e salutando per sempre il loro vecchio mondo. Quando escono, si ode il rumore della porta chiusa a chiave per l’ultima volta.

La scena ora è vuota. Pensiamo che sia tutto finito ma si sente il rumore di una porta che viene aperta. E’ Firs che entra tossendo e scopre di essere stato dimenticato nella vecchia villa. Subito si rende conto che come nacque e crebbe in quella casa, ben presto gli resterà anche da morire. Si sdraia su una poltrona e si abbandona al suo destino, mentre fuori scena si odono i primi colpi che abbatteranno per sempre il giardino dei ciliegi.

Alessandra Botta

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