Archivi categoria: Interviste

‘Frame’ di Alessandro Serra – Urli silenziosi

Il maestro Alessandro Serra, già vincitore del premio UBU 2017 e ANCT 2017 per Macbettu, ha portato in scena al teatro Astra, il 14 febbraio, un nuovo spettacolo: Frame.

In una sorta di commistione tra una pinacoteca, un’opera di teatro d’ambiente e di teatro danza, Frame racconta la solitudine, la quotidianità e l’amore attraverso il corpo degli attori dando vita ad alcune delle opere più famose del pittore newyorkese Edward Hopper (come, ad esempio, Automat, Morning Sun e Summer Interior). Continua la lettura di ‘Frame’ di Alessandro Serra – Urli silenziosi

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Aspettando il Trovatore

Entrando nel foyer del Teatro Regio, la mattina del 3 ottobre, per assistere alla conferenza di presentazione del titolo inaugurale, vediamo campeggiare la grande locandina dello spettacolo che aprirà la stagione d’opera e balletto 2018-2019. Sfondo nero, scritte bianche, al centro una grande rosa incendiata e sotto di essa una citazione: “Ah, l’amorosa fiamma/ m’arde ogni fibra”. I versi provengono dal primo atto de Il trovatore, amatissimo titolo della cosiddetta ‘trilogia popolare’ di Giuseppe Verdi, sebbene meno eseguito rispetto a Rigoletto e Traviata, tanto che al Regio manca da ben 13 anni: l’ultima esecuzione risale infatti al marzo 2005, e fu sotto la direzione di Renato Palumbo e la regia di Alberto Fassini. Sono presenti alla conferenza la direttrice dell’Ufficio Stampa Paola Giunti, l’assessore alla cultura della Città di Torino Francesca Leon, il direttore Comunicazione e Immagine di Intesa Sanpaolo Fabrizio Paschina, il nuovo sovrintendente William Graziosi, il nuovo direttore artistico Alessandro Galoppini, il regista Paul Curran, prima volta al Regio, e il direttore d’orchestra Pinchas Steinberg, la cui invece lunga collaborazione col teatro risale al 1993 con Il caso Makropoulos di Janáček, ed è proseguita negli anni con molti altri titoli, tra cui ricordiamo un Lohengrin di Wagner nel 2001 e un recente successo col Samson et Dalila di Saint-Saëns nel 2016. La conferenza comincia confermando gli intenti della nuova amministrazione: sia Leon sia Graziosi sia Galoppini affermano che l’obiettivo principale del Regio è quello di coinvolgere quanto più pubblico possibile, diffondendo la bellezza dell’opera (in particolare quella italiana, ammirata – si sa – in tutto il mondo) e facilitando l’accesso ai giovani, senza rinunciare, così promettono e rassicurano, a produzioni di qualità. Sull’accesso ai giovani non possiamo che essere d’accordo: lodevolissima ad esempio la nuova iniziativa Under 25 che regala spettacoli a 2 euro a tutti coloro che rientrano in questa fascia d’età. Sulla qualità degli spettacoli, non vediamo l’ora di assistervi, ma le parole di Paul Curran e di Pinchas Steinberg, bisogna dirlo, promettono bene. L’esperienza di quest’ultimo ci riconduce a due problemi fondamentali nell’esecuzione del Trovatore: la ricerca del colore del suono e l’efficacia espressiva della parola cantata. Steinberg spiega infatti che il cantante, a differenza dell’attore, deve saper conciliare la voce con il giusto ritmo e la giusta intonazione per riuscire a trasmettere sentimento, e su questo ha molto insistito durante le prove. Per quanto riguarda l’ambientazione, Paul Curran ha scelto il periodo risorgimentale al posto del fosco Medioevo previsto dal libretto. Questa sarebbe infatti l’epoca più adatta ad esprimere quelli che egli ritiene siano i tre nuclei fondamentali del dramma: religiosità, politica e amore, tanto romantico quanto sensuale, messi in scena in un allestimento dinamico, che prevede molti cambi di scena (tutti a vista tranne uno). A ciò si aggiunge la sua attenzione alle relazioni tra i personaggi, tanto affascinanti da accomunare, a suo dire, Il trovatore e la serie televisiva Game of Thrones proprio per il groviglio di trame e rapporti tra individui.

Il regista Paul Curran e il direttore Pinchas Steinberg.

Terminata la conferenza, ritroviamo Curran in platea, intento a controllare il palcoscenico su cui Manrico (Diego Torre) e Azucena (Anna Maria Chiuri) provano l’ultimo atto in quell’«orrido carcere» che qui è una cella incastrata tra due grandi scalinate circondate da pareti nude e verdastre. Ci avviciniamo al regista, disposto a concederci una piccola intervista.

“Lei ha detto che Il trovatore le ricorda Game of Thrones. Può spiegarci le affinità che accomunano due mondi apparentemente così distanti?”

“Innanzitutto il testo. Quando ho cominciato a preparare questo spettacolo ho notato che l’opera e la serie televisiva utilizzano praticamente le stesse parole. In entrambe poi c’è una violenza insanguinata, così come un modo orrendo di trattare le altre persone, soprattutto le donne. Infine mi ha colpito l’enorme successo che tutte e due hanno avuto ai loro tempi, nonostante Game of Thrones sia – diciamolo francamente – molto old fashioned, con un’estetica che soltanto 15 anni fa non avrebbe mai avuto un così largo seguito”.

“A cosa è dovuto, secondo lei, questo interesse rinnovato per un Medioevo di ferro e di sangue?”

“Credo ai videogames. Hanno riportato in auge un mondo di cappa e spada, simile a quello delle opere in voga nell’Ottocento, come appunto Il trovatore, o anche Rigoletto. Sono tutte storie estreme: amore, morte, suicidio, ossessioni e grandi passioni. Cose che ritroviamo anche oggi”.

“Come è arrivato a questa intuizione?”

“Mio marito è un grande videogiocatore. Un giorno, mentre lo osservavo giocare a uno di questi videogames, ho esclamato: ‘Ma questo è il Trovatore!’. L’immaginario è lo stesso, solo senza la musica di Verdi”.

A questo punto lo seguiamo direttamente sul palcoscenico, dove ci mostra i dettagli della sua scenografia. I muri del carcere sono costituiti da lunghe e spettrali assi rettangolari, alcune delle quali in rilievo.

“In effetti ricorda la grafica dell’Animus di Assassin’s Creed”.

“Per esempio. Poi, con l’illuminazione giusta, le ombre delle assi in rilievo daranno al carcere un aspetto ancora più sinistro. Abbiamo anche messo delle fenditure tra le assi, da cui far trasparire delle lame di luce da dietro le quinte”.

“A proposito del suo allestimento, mi è venuto in mente che Luchino Visconti apre Senso – forse ‘il film sul Risorgimento’ per antonomasia – proprio con una rappresentazione del Trovatore”.

“È stato uno dei motivi principali che mi hanno convinto ad ambientare questo Trovatore in quel periodo storico. Tra l’altro i vestiti dei miei soldati assomigliano molto a quelli di Farley Granger. In ogni caso, non c’è dubbio che Verdi sia stato la colonna sonora del Risorgimento”.

Il direttore d’orchestra Pinchas Steinberg, invece, per evitare di distrarsi sentendo i cantanti provare in scena, preferisce essere intervistato nel foyer, verso cui si avvia precedendoci e canticchiando “ed a qual prezzooooo” insieme al tenore.

“Maestro, cosa la affascina in particolare della musica di Verdi?”

“Tutto. Ma la cosa che rende questo autore unico è un’evoluzione musicale che nessun altro ha mai avuto. Un giorno di regno è completamente diverso da Rigoletto, che è completamente diverso da Falstaff”.

“Trova che sia più uno sperimentatore che un tradizionalista come lo dipinge l’opinione comune?”

“Eccome! Dicono anche che nelle ultime opere sia stato influenzato da Wagner, come se fosse un segno di non originalità. Intanto non dimentichiamo che anche Wagner ha attinto da altri musicisti. Pensi che io dico sempre che Rienzi [terza opera di Wagner, ndr] è la migliore opera di Meyerbeer. La verità è che la storia della musica è una continua catena di influenze, dove ogni compositore trasforma a modo suo quello che trova intorno a sé”.

“Come sarà questo suo Trovatore?”

“Questo non posso dirlo. Dovete ascoltarlo”.

“La capisco. È sempre difficile parlare di musica”.

“Esatto. Bisogna sentire, non parlare. Ormai il pubblico non è più abituato ad ascoltare. Molti hanno ancora paura di andare all’opera, perché temono di non capire nulla. Non è necessario capire, bisogna lasciarsi trasportare dall’emozione che trasmette la musica. È come col cinema, eppure lì nessuno dice ‘non vado a vedere il film, tanto non capisco niente’. Con l’opera c’è proprio un rifiuto preconcetto. Persino mio figlio una volta credeva che l’opera fosse una cosa noiosissima, finché un giorno gli ho proposto di venire a sentire un Nabucco diretto da me. Ne rimase estasiato. Ma è stato fortunato: molti continuano a non provare nulla”.

“A cosa è dovuta, secondo lei, questa incapacità di ascoltare la musica dal vivo?”

“Io penso alla riproducibilità tecnica. I dischi ci hanno abituati a sentire esecuzioni dove magari tutto è perfetto, ma sempre uguale. Come delle scatole di sardine: sono in ordine, ben disposte, una uguale all’altra. Ma che emozione vuole che mi diano?”

E questo punto non resta che godersi lo spettacolo.

A cura di Luca Siri e Francesca Slaviero

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FDCT23 – Intervista a Milena Costanzo

L’attrice Milena Costanzo ci racconta un po’ di quello che c’è dietro la creazione del suo spettacolo Oh No, Simone Weil! e in generale ci parla della sua Trilogia della Ragione (Anne Sexton,  Emily Dickinson, Simone Weil), in un intervista che rivela la sua grande sensibilità e poeticità da vera artista, sempre alla ricerca e decisa a mettersi in gioco; caratteristiche che ha portato con sé al Festival Delle Colline Torinesi!

 

A cura di
Andreea Hutanu ed Eleonora Monticone

 

 

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FDCT23 – Intervista a Marco Lorenzi (Mulino di Amleto)

Il buongiorno dal Festival delle Colline Torinesi arriva oggi con un’intervista al regista Marco Lorenzi della compagnia Il Mulino di Amleto, in attesa del debutto in prima nazionale il 7 e l’8 giugno alle Fonderie Limone di Moncalieri di una personalissima e scatenatissima versione di Platonov, uno dei primi lavori, classe 1880, del maestro Anton Cechov.

Poche parole per descrivere il cuore di questo lavoro? Complessità, umanità, emotività, felicità, trasparenza, crudeltà dell’amore…  insomma:  russità!

E le Colline, cosa c’entrano con tutto questo?

“Il Festival delle Colline è un posto dove si può rischiare, si può sbagliare, si può cercare” Marco Lorenzi

Buona visione

A cura di

Andreea Hutanu, Eleonora Monticone, Roberto Lentinello

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C’era una volta Pinocchio

C’era una volta Carmelo Bene, poi Comencini e infine Latella. Antonio Latella e il suo Pinocchio, andato in scena dal 29/11 al 3/12 al Teatro Carignano, una produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa.
Ad accoglierci una scena completamente aperta, col fondo palco a vista e le casse in alto che fanno parte della scenografia, tipico di Latella. Oltre a questo, alcuni elementi che scopriremo più tardi l’utilizzo e un tavolo, sotto il quale si intravedono le gambe incrociate di un personaggio che mima con le mani tutto quello che succede prima di fare il suo ingresso in scena: il futuro Pinocchio, Christian La Rosa.
La storia la conosciamo tutti: il Burattino magico che diventa Bambino. Latella però  non ci mostra la versione che tutti da bambini abbiamo ascoltato. Piuttosto, lavora su Collodi e la sua vita, sulla perdita della sua bambina, sul dover far resuscitare Pinocchio per la stessa ragione capitata a Sir Arthur Conan Doyle con i suo Sherlock Holmes.
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LE BARUFFE CHIOZZOTTE, UNA COMICA MALINCONIA CON INTERVISTA AD ANGELO TRONCA

Le Baruffe Chiozzotte, regia di Jurij Ferrini, è in scena al Teatro Gobetti di Torino dal 21 Novembre al 17 Dicembre 2017.

Il famoso testo di Carlo Goldoni, uno dei più divertenti scritti dall’autore, ritrae l’atmosfera della vita popolana del Veneto del ‘700: uomini un po’ rozzi, istintivi, bloccati nel rispetto dell’onore e delle tradizioni, prima fra tutte il matrimonio, che è il motore centrale che governa tutte le azioni dei personaggi. Ci sono cinque donne che cuciono merletti in attesa del ritorno degli uomini, in attesa di essere chieste in spose: due di loro sono già maritate e fanno quasi da madri alle altre tre ragazze che non vedono l’ora di andare in spose all’uomo che più le affascina. E da un piccolo corteggiamento mal riuscito scaturisce la grande baruffa che porterà tutti i personaggi di fronte alla legge: Isidoro, interpretato dal regista, è il cogitore veneziano che non solo riuscirà a portare la pace tra le due famiglie in litigio, ma combinerà anche i tre matrimoni.

La traduzione in italiano dell’opera, scritta in dialetto veneto,  restituisce alla perfezione il ritmo originario e rende comprensibile a tutti la storia. L’unico a parlare in dialetto (che in realtà si trasforma in una lingua inventata splendidamente comica e incredibilmente chiara a tutti) è il personaggio di Fortunato (Angelo Tronca). Tutti gli  attori hanno ottimi tempi comici e usano il corpo in  armonia con lo spazio. I personaggi sono dipinti con affetto, sono tutti simpatici e in fondo al loro cuore buoni, con valori puri nella loro semplicità; ognuno di loro è ben tratteggiato, e soprattutto i personaggi femminili hanno una personalità definita e forte. Infatti, sono  loro a causare e alimentare i litigi, mentre gli uomini sembrano quasi marionette mosse dalle  gelosie e dalle chiacchiere femminili.

Questa commedia però non è solamente risate e ironia, racchiude un nucleo problematico e malinconico, come rivela lo stesso regista. Parla, infatti, di uomini che stanno dieci mesi in mare, facendo una vita molto dura  e tenendo in pensiero i loro cari rimasti a casa. Le  fanciulle sono ossessionate dal matrimonio, visto più che come un momento gioioso, come un modo per andarsene di casa. Per sposarsi basta darsi la  mano, gesto che può diventare meccanico, come meccaniche e ripetitive appaiono le vite di questi giovani. Inoltre, mancano figure genitoriali di riferimento, sebbene siano poi gli uomini più maturi a cercare di far ragionare tutti e a voler riportare la serenità.

Interessante la scelta di Ferrini di trasporre la vicenda in un contesto meta teatrale: stiamo infatti assistendo a una prova aperta, non esiste la quarta parete né l’illusione del teatro, solo un abbozzo di  scenografia. I costumi sono normali abiti di tutti i giorni, anche se ogni attore ha uno stile che lo differenzia dall’altro e che richiama il carattere del proprio personaggio. A ricordare l’epoca storica di questa commedia stanno dei manichini sullo sfondo vestiti con abiti settecenteschi. Così il passato e il presente si fondono nelle Baruffe senza tempo.

di Carlo Goldoni
traduzione Natalino Balasso
con Jurij Ferrini, Elena Aimone, Matteo Alì, Lorenzo Bartoli, Christian Di Filippo, Sara Drago, Barbara Mazzi, Raffaele Musella, Rebecc a Rossetti, Michele Schiano di Cola, Marcello Spinetta, Angelo Tronca, Beatrice Vecchione
regia Jurij Ferrini
scene Carlo De Marino
costumi Alessio Rosati
luci Lamberto Pirrone
suono Gian Andrea Francescutti
regista assistente Marco Lorenzi
Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale

di Alice Del Mutolo

INTERVISTA AD ANGELO TRONCA

Oggi è qui con noi Angelo Tronca, un attore che ha collaborato con il teatro Stabile di Torino interpretando il personaggio di Fortunato nello spettacolo. Insieme a lui, cercheremo di capire meglio il suo ruolo, la sua formazione e le sue passioni.

L’arte del teatro rappresenta spesso una missione. Talvolta questa strada si intraprende per talento. A volte, invece, per gioco. Tu come mai hai deciso di intraprendere la carriera attoriale?
E’ una domanda a cui non so dare una risposta ben precisa. Sono stati un insieme di fattori a indirizzarmi su questa strada. Il primo fra tutti è stato frequentare un corso di teatro al liceo. Lì, ho incontrato anche delle compagne di scuola molto carine. Dopo poco tempo avevo iniziato a divertirmi, riuscivo ad esprimere quello che avevo dentro, provando, di conseguenza, nuove emozioni. Così, terminato il liceo, ho fatto il provino per entrare al teatro Stabile di Torino e mi hanno preso. 
 
Spesso la comprensione del proprio dono di attore passa attraverso la conoscenza di un ruolo, di un carattere, di un personaggio. Quale personaggio teatrale ti è piaciuto interpretare di più? Quale ti ha segnato?
 
In realtà sono due i personaggi che mi hanno colpito maggiormente. Il primo è Aspettando Godot sempre sotto la regia di Jurij Ferrini, in cui ho interpretato Pozzo: un soggetto fuori di testa, tratto dalla piéce di Samuel Beckett, in questo testo e attraverso questo ruolo, mi sono dovuto liberare di ogni tipo di freno. Il secondo invece è il personaggio di Don Sallustio portato recentemente con Marco Lorenzi tratto da Ruy Blas, un dramma di Victor Hugo. Questo testo ha un contenuto molto avvenente, strutturato su passioni sfrenate e su una scrittura ottocentesca. In questo caso, ho dovuto interpretare un uomo spietato ed estremamente malvagio. 
 
Le Baruffe Chiozzotte, testo seminale nella carriera drammaturgica di Goldoni, è scritto per essere recitato in dialetto. Come mai sei stato l’unico nelle Baruffe Chiozzotte a parlare nella lingua che dà il titolo al lavoro? 
 
Allora, Goldoni ha scritto questa piéce teatrale dove tutti i personaggi parlavano Chiozzotto, un particolare dialetto di Chioggia. Solo il personaggio di Isidoro parlava Veneziano mentre tutti gli altri “pescatori” comunicavano un dialetto più duro. Tra questi pescatori ce n’era uno che parlava in dialetto talmente stretto che lo capivano solo poche persone come ad esempio sua moglie e questo era un motore comico che utilizzò Goldoni. Oggi sarebbe stato difficile per il nostro pubblico riuscire a portare in scena queste differenze dialettali. Così Jurij Ferrini ha modificato il testo facendo parlare tutti in italiano tranne il mio personaggio, Fortunato, per lasciare quella chiave comica come nell’ epoca di Goldoni. –
 
Le particolarità dialettali presso rendono difficile la caratterizzazione di un personaggio, soprattutto se comico. E’ stato complicato interpretare il ruolo di Fortunato? 
 
Sì, perché lo scoglio linguistico era molto forte, quindi la prima necessità era rendere armonico e fluido l’eloquio. Il personaggio doveva, infatti, risultare naturale, senza forzature
 
Il lavoro di squadra, di gruppo e l’interazione con ogni genere di operatore del settore sono caratteristiche indispensabili per un buon attore. Che rapporto hai con la compagnia dello Stabile? 
 
Direi buono, nel senso che è il secondo teatro più importante d’Italia, mentre come teatro Nazionale è il primo. La compagnia è giovane e stimolante ed è sempre interessante lavorare in questo contesto. Purtroppo a causa dei tagli alla cultura, per questioni economiche, accorciano sempre di più i tempi di prova. Noi ci siamo trovati con sole tre settimane disponibili a ridosso del debutto. In questo modo sai già che non puoi metterti nella condizione di rischio, devi sapere già cosa devi fare. 
 
Il futuro dell’attore di teatro è spesso considerato incerto.Come ti vedi tra 10 anni? 
 
Mi vedo bene, forse migliore: sarò un uomo maturo di 43 anni. Spero di fare ancora teatro costruendo una realtà mia dove poter costruire e stabilizzare una mia poetica. Ho voglia di sperimentare un percorso autoriale. Infatti è il secondo anno che scrivo piece originali da dirigere e interpretare. Mi piace questa linea anche perché in Italia ci sono poche persone che intraprendono questa strada soprattutto scrivendo delle piece che coinvolgono altri attori. Il lavoro artistico è anche un impegno nei confronti dell’altro, del sistema e del mondo contemporaneo.

 

 

intervista a cura di Alessandra Nunziante

 

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Intervista con l’attrice Beatrice Vecchione :” Il rapporto col corpo nasce dal rapporto con la lingua”

È Spontanea e dolcissima, l’abbiamo incontrata al teatro Gobetti dopo aver finito lo spettacolo Arialda di cui è stata protagonista.

È Beatrice Vecchione, nata il 26 marzo del 1993 in una clinica con vista sul mare a Napoli. Ultima di sette figli è cresciuta in un paesino di tremila abitanti in provincia di Avellino. Diplomata alla scuola del Teatro stabile di Torino diretta da Valter Malosti.

Dopo il diploma ha preso parte a molte produzioni dello Stabile stesso  tra cui La morte di Danton con la regia di Martone e Come vi piace con la regia di Leo Muscato. Nell’estate del 2017 viene selezionata dal Centro teatrale di S. Cristina Fondato da Luca Ronconi e Roberta Carlotto. Attualmente è impegnata con Le baruffe chiozzotte con la regia di Jurij Ferrini.

L’intervista di Abdelmjid El Farji (MAGID)

Lei è una ex allieva di Valter Malosti, direttore della scuola per attori del Teatro Stabile e regista di Arialda, di cui è stata protagonista. Risulta difficile oppure facile lavorare con il proprio maestro? 

È bello perché Valter mi ha visto crescere nei tre anni di scuola. E in questo tempo ho avuto modo di conoscere bene il suo linguaggio e questo è solo un vantaggio per lavorare bene insieme.

La presenza del corpo molto forte nel testo L’Arialda: secondo lei, la sua bellezza l’ha aiutata?

Il rapporto col corpo nasce dal rapporto con la lingua, in questo caso con la lingua di Testori che è pulsante, materica, violenta, popolare e lirica e visionaria al contempo.

Ti ringrazio del complimento, comunque non credo che Valter abbia scelto me per l’aspetto fisico, comunque dovresti chiederlo a lui (Ridendo)

E come ha sviluppato  il suo rapporto con il corpo dell’Arialda, che, come abbiamo visto da spettatori, era fortemente presente (sensuale, maturo)  sul palcoscenico? 

Comunque più concretamente ho cercato di lavorare, aiutata anche da Alessio Maria Romano, in una direzione più controllata mentendo quindi  una certa tensione nella verticalità, nella prima parte dello spettacolo e man mano che l’Arialda sprofondava nel suo delirio ossessivo, ho cercato di rompere il respiro e quindi il corpo… di andare verso una volgarità, uno stato più bestiale che liberasse gli istinti, le parole, le ragioni, i dolori repressi.

Lei rappresenta un personaggio che vive negli anni ’60 con la sua dimensione sociale e psicologica diversa dai personaggi della società attuale.  Qual è  stata la sua modalità di  indagine e ricerca del personaggio di Arialda?

Ho cercato di conoscere Testori prima di tutto, di entrare nel suo immaginario nel suo modo di vedere la vita, di leggere la realtà che viveva.

Era un uomo che si interrogava profondamente  sul mistero della  vita e quindi della morte

Nell’Arialda, che Testori scrive anni prima della  sua conversione, si sente forte la domanda sul perché dell’esistere soprattutto di fronte alla  sofferenza. Eros dopo la morte del Lino, l’unica persona che ama veramente, dice guardando il cielo :” ma se il Padreterno fa così cosa può pretendere che facciamo noi?”

Il rapporto tra alcuni personaggi  si mescola tra il senso della  morte e della vita, come ha affrontato questa complessità ?

L’Arialda stessa non comprende (d’altronde non si può!) e quindi non accetta  la morte tanto che è perseguitata dai fantasmi e dunque non dice il suo sì alla vita, morendo lei stessa ogni giorno  nel passato.

Ma in lei vive comunque, anche se non riesce a vederlo, un gran desiderio d’amore e quindi di salvezza, di riscatto dalla miseria materiale ed esistenziale in cui lei e tutti gli altri personaggi vivono.

Dice infatti alla Gaetana “lei un uomo l’ha pure avuto, uno con cui parlare uno da chi farsi abbracciare, uno con cui fare quelle tre o quattro scemate che mettono a posto tutto”.

L’impossibilità di realizzare tale desiderio e quindi di vivere pienamente la propria condizione umana, la spingerà ad un delirio di distruzione.

Avete lavorato in un spazio quasi vuoto, tranne una tavola e due porte mobili, e si vede un  lavoro figurativo nel Suo personaggio legato a un “Teatro Povero”: quanto è stato utile per lei  il metodo Grotowski in questo?

Non ho usato una tecnica particolare, mi sono lasciata guidare da Malosti ed ho cercato di aderire quanto più potevo a ciò che dicevo.

L’astrazione della regia ha dato al testo uno respiro più ampio mettendo in risalto la sua natura tragica, ed ha anche permesso a gran parte di noi attori, anagraficamente distanti rispetto al età dei personaggi, di risultare comunque credibili. E non ho avuto Grotowski come riferimento.

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