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La Gioia sincera di Delbono cui non ho partecipato

Nella sezione Grandi ritorni del Festival delle colline, La Gioia di Pippo Delbono, un viaggio dalla depressione alla gioia s’intreccia al memorie della compagnia, che in questo viaggio sembra specchiarsi.

Piuttosto difficile, per un neofita come me,  scrivere di un viaggio cui non ho saputo partecipare. Lo scrivo con grande dispiacere, scegliendo le parole con cura, perché l’invito di Pippo Delbono e della sua compagnia era autentico e sincero.

Andiamo con ordine.

La Gioia nasce nel 2018: Bobò era il fulcro dello spettacolo.

Chi era Bobò?

Il suo nome era Vincenzo Cannavacciuolo, detto Bobò. Nato sordomuto e microcefalo, metà della sua vita l’aveva passata in manicomio, ad Anversa. Nel ’95 Pippo Delbono, da sempre vicino a un teatro sociale, – il suo lavoro fa parte di quella linea di teatro sperimentale, fiorita in Italia durante gli anni ’80 (penso al Teatro della Valdoca o Dario Manfredini), che sintetizza le pratiche del Living Theatre con poetica di Eugenio Barba – lo incontra e lo porta con sé. Da allora, Bobò è stato il protagonista di tutti i suoi spettacoli.

A Febbraio, a 82 anni, Bobò muore. È questa assenza forte, presente, a dare nuovo senso e nuova forma allo spettacolo. È lo stesso Delbono, a dire all’inizio:

“Dopo Bobò rinasce lo spettacolo che è come prima e che è tutto diverso.”

Si comincia. Un clown giardiniere innaffia dei fiori finti che sono sempre di più. Il linguaggio dunque è quello dei clown, circense, l’atmosfera è onirica e come nei sogni è sconnessa: a contrappuntarla è lo stesso Delbono, ora in scena, ora dalla platea, leggendo. Un ulteriore contrappunto è dato dal fatto che, oltre ai pezzi dal vivo alcuni di Delbono pezzi sono registrati. A far andare avanti lo spettacolo sono i ricordi.

La prima storia è quella di Nelson, il barbone che innaffia i fiori. Quando l’ho conosciuto, Nelson, dice Delbono, prendeva un sacco di medicine e io non ne prendevo nessuna, ora Nelson è guarito e io prendo un sacco di medicine.

Sembra questa la chiave di lettura dello spettacolo: l’assenza di Bobò, coincide con la perdita della felicità e, pare d’intuire, anche creativa.

I binari in cui si muove questa infelicità e pazzia sono molteplici: si avverte la presenza di La morte di Ivan Il’ič di Tolstoj, poi le citazioni esplicite: Pirandello, Shakespeare Beckett, Totò ed Erri de Luca.

Lo spettacolo va avanti per flash: momenti narrativi intervallati a momenti onirici e deliranti di grande impatto scenico: una donna si toglie delle rose dal petto e li lancia, il tutto in un’atmosfera disco, con luce stroboscopica e musica classica. Un ragazzo disabile canta in playback Maledetta Primavera vestito da donna; un boscaiolo folle in cura dallo sciamano che diventa sciamano; un momento in cui si evocano i morti in mare, con una scena che omaggia la Venere degli stracci.

In tutto lo spettacolo si avverte la forte presenza di Bobò: prima attraverso la rievocazione di Pippo Delbono che ne rifà i gesti, poi attraverso la sua stessa voce registrata.

Il finale, di grande impatto visivo, con la scena piena di fiori, a cura del fiorista normanno Thierry Boutemy. I performer circensi, che hanno costellato lo spettacolo, girano in circolo, in un finale che sembra guardare a Fellini.

Si tratta di un lavoro sincero, che parte da un dolore autentico, che però arriva a una gioia soltanto detta e non sperimentata.

Nonostante il vuoto la tristezza sia autentica, non ne sono stato toccato non sono rimasto coinvolto e non sono riuscito a superare il cinismo che contraddistingue la nostra epoca. Credo che lo spettacolo non sia supportato da una drammaturgia sufficientemente adeguata a permettere al dolore e alla depressione di risuonare. Mi viene in mente un vecchio romanzo di Tobias Wolff, in cui, a un certo punto, Robert Frost parla dell’importanza della forma, facendo riferimento al dolore di Achille per la morte di Patroclo: il lamento di Achille attraversa i secoli e mantiene la sua intensità perché è espresso in esametri dattilici. Senza la forma sarebbe stato un, pur sincero, grido mozzo. Penso sia questo uno dei limiti di La gioia.

C’è un’altra ragione che ha ostacolato la mia calorosa partecipazione. Lo spettacolo era una festa commemorativa pensata per chi segue e ama la compagnia da tempo:  per esempio, non sono riuscito ad apprezzare i suoni della voce di Bobò, non avendo avuto la fortuna di conoscerlo.

Dunque pur nei suoi limiti, mi sento di consigliarne la visione a chi ha amato Bobò e vuole partecipare a questa festa in suo onore. Ricordiamo: lo spettacolo andrà in scena al Piccolo Teatro di Milano, dal 4 al 9 Giugno.

Giuseppe Rabita

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La nuova stagione del TPE: un viaggio verso nuovi mondi

Accanto a quella del Teatro Sabile, l’altra stagione di grande interesse del panorama teatrale torinese è fuor di dubbio quella del Teatro Astra che, negli ultimi anni offre, attraverso una commistione di diversi linguaggi, uno sguardo sempre attento al presente con radici che saldamente affondano nella tradizione, secondo la visione di Valter Malosti, direttore artico del TPE.

Ne abbiamo una conferma il 23 maggio, durante una conferenza quasi interamente telematica, antiteatrale,  poiché Malosti e i protagonisti della stagione ci parlano da uno schermo.  39 i titoli previsti per la stagione 2019-2020, 15 dei quali prodotti proprio dal TPE.

Lo scimpanzé, firmato da Simone Fugazzotto, si riconferma nume tutelare della stagione. Nel suo viaggio nello spazio: posata la racchetta, infatti, ha in mano un casco da astronauta, pronto al decollo, come colonna sonora sceglie David Bowie – Space Oddity, infatti, si chiama l’opera di Fugazzotto. Il primate si dimostra, invece, di gusto italianista per le scelte letterarie, come se dall’alto regalasse all’Italia uno sguardo di nostalgico affetto. In una biblioteca indispensabile per un viaggio spaziale non può mancare Dante. E infatti non manca: torna, a fine gennaio, la compagnia Teatro delle Albe con Fedeli d’amore, che ripercorre le ultime ore del Sommo Poeta. Nel periodo in cui andranno in scena, Martinelli e Montanari riproporranno, dopo il successo clamoroso, le attività con i ragazzi al Sermig, Eresia della Felicità.

 Ad aprire la stagione, Fabrizio Gifuni: nel suo Fatalità della rima darà voce ai versi di Giorgio Caproni. Accanto al volume di Garzanti con le poesie di Caproni, ne spicca un altro della bianca di Einaudi, nella biblioteca spaziale del nostro primate: Mariangela Gualtieri, fondatrice con Cesare Ronconi e drammaturga del Teatro della Valdoca, ad aprile ci leggerà la sua ultima silloge poetica.

Le librerie spaziali, evidentemente scevre da vincoli prettamente economici – e questo grazie, soprattutto, alla fruttuosa collaborazione con il comune di Torino, la regione Piemonte, Intesa San Paolo, Compagnia di San Paolo e Fondazione CRT -, hanno un’ampia selezione poetica: a leggere i suoi versi ci sarà anche Stefano Benni, che leggerà, inoltre, Guido Gozzano e Giovanni Pascoli.

Un altro illustre nome italiano (della cui presenza chi scrive ringrazia) è Giovanni Testori: con La Monaca di Monza, una produzione TPE che ha debuttato con successo al Teatro Franco Parenti. La regia è di Malosti, il quale dirige Federica Fracassi in uno spettacolo visionario e poetico, in cui il personaggio manzoniano rivive il suo brutale concepimento, per poi rievocare il suo amore per Gian Paolo Osio.

Non mancano omaggi alla prosa contemporanea: tra i primi titoli del cartellone spaziale, Accabadora, adattamento teatrale del romanzo di Michela Murgia, vincitore del premio Campiello 2010; poi la fortunatissima trilogia dell’Amica Geniale portata in scena da Fanny & Alexander con Storia di un’amicizia.

Un tocco di Calvino (immancabile) con il suo primo romanzo: da Il sentiero dei nidi di ragno, infatti, è tratto Cos’è un GAP, nel quale un tredicenne dei nostri giorni si confronta con il protagonista del romanzo Pin.

Altro nome del nostro novecento letterario è Moravia: dal suo ultimo romanzo è tratto il titolo La donna Leopardo, la regia dell’esordiente Michela Cescon.          

Se questa selezione di titoli è un’ottima occasione di valorizzazione e diffusione del nostro patrimonio letterario, che in questi ultimi anni soffre lo sciacallaggio americano, il TPE non dimentica un anniversario importante che riguarda il più noto (e a mio parere, più grande) regista italiano, Federico Fellini: in chiusura di stagione, per celebrare i cent’anni dalla sua nascita, Malosti firma la regia di Giulietta, spettacolo tratto da Giulietta degli spiriti, scritto da Vitaliano Trevisan. Al suo debutto, nel 2004, Malosti si aggiudicò il premio Hystrio per la regia.

Tra i titoli di repertorio abbiamo: I Giganti della montagna, nel quale Gianluca Misiti interpreta da solo tutti i perosnaggi;  Malosti ci proporrà sia La locandiera che Il berretto a sonagli, spettacolo che lo vede coinvolto anche come attore insieme a Roberta Caronia – sarà molto interessante assistere agli esiti della sua scelta di portare in scena il testo pirandelliano nella sua versione originale in dialetto siciliano; Lo zoo di vetro, di Tennessee Williams, adattamento e regia di Leonardo Lidi; un’Antigone firmata da Massimiliano Civica; dopo Aveva un bel pallone rosso torna l’erede di Ronconi, Carmelo Rifici con Macbeth, le cose nascoste: la drammaturgia vede coinvolti anche una coppia di psicanalisti junghiani, che faranno emergere i caratteri archetipali presenti nel testo; e per finire un Čechov: Alessandro Serra torna per dirigere Il giardino dei ciliegi.

Tra gli spettacoli da non perdere segnaliamo Il caso W, lavoro di Claudio Morgani e Niente di me, una prima assoluta con regia di Jacopo Gassman, nonché debutto italiano del drammaturgo scandinavo, Arne Lygre.

Dopo questa veloce carrellata di titoli, che forse non renderà giustizia alla stagione (v’invitiamo dunque a visitare il sito del TPE), passiamo a sfogliare i titoli di Palcoscenico danza. Anche quest’anno la sezione danza e musica dal Vivo è a cura di Paolo Mohovich: troviamo tanta danza italiana, con un ampio spazio offerto alla creatività femminile.

Inaugura, un’artista cara al TPE, Cristina Morganti. Si tratta di una creazione ancora senza nome: prende le mosse dalla circolarità, intesa come circolo vizioso, l’opera infatti ricorda l’Ouroboros, antico simbolo del serpente che si mangia la coda senza inizio e fine; a questo tema altri si aggiungeranno: i lavori di Cristina Morganti, infatti, sono legati dal filo rosso dell’aspetto autobiografico.

Grande cuorisità suscita Madre, produzione TPE che, mixando linguaggi del corpo, parole musica e cinema, riflette sul tema della madre inteso come rapporto tra origi e rivoluzione.

Pink è invece lo spettacolo che nasce in seno Made4you, iniziativa diretta da Pompea Santoro insieme a Mohovich: è una serata dove coreografi emergenti si propongono di creare appositamente per l’ansamble Ekodance, fra loro ne viene selezionato uno che s’impegna a tornare nell’edizione successiva: quest’anno è la volta di Francesca Frassinelli.

Torna quest’anno la danza folkorica: Fusiones, dialogo tra folklore basco e flamenco vede in scena un gruppo di musicisti e danzatori, diretti da Andoni Aresti Landa. Una ripresa è, invece, Instrument Jam, della compagnia Zappalà Danza: lavoro che coniuga musica dal vivo e danza.

Grandissime aspettative suscitano gli spettacoli collettivi: Dancing partners che riunisce l’italiano Spellbound Contemporary Ballet, la britannica Company Chamaleon, la spagnola Thomas Noon Dance e la svedese Noordans: lo spettacolo che farà tappa nei diversi Paesi coinvolti si compone in itinere con residenze, laboratori e incontri col pubblico. Nederlita, che invece vede coinvolti la già citata Ekodance, torinese, e l’olandese European School of Ballet.

Al celeberrimo castrato Farinelli è dedicato lo spettacolo che si terrà a Venaria reale, nella chiesa di Sant’Uberto, Del portar la voce al cor. Farinelli alla corte del Re, sarà presente anche il controtenore Cosimo Morleo.

L’arte teatrale, si sa, si fa insieme, è bello quindi ricordare in conclusione di questa passeggiata tra la stagione del TPE che sempre vive e floride sono le collaborazioni con Interplay, per la selezione di un giovane emergente del territorio, e con Palermo Grand Prix, che ha portato alla selezione di una coreografia al femminile del gruppo Marullo e Riccobono.

Il TPE inoltre collabora da anni col Festival delle Colline Torinesi, che fra pochissimo, come ogni anno, aprirà il sipario, offrendo dal 2 al 22 Giugno, a Torino, un’ampia rassegna di teatro italiano e internazionale.

E allora, per dirla con David Bowie:

 Ground Control to Major Tom

 Ground Control to Major Tom

 Take your protein pills and put your helmet on…

Buon viaggio!

Giuseppe Rabita

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“BUONA LA PRIMA” RUBRICA FRINGE FESTIVAL – UN’ORA DI NIENTE

UN’ORA!! SOLO IN UN’ORA! …Incredibile.
Niente da dire. E come si potrebbe dire qualcosa? Come si potrebbe dire tutto quell’universo di verità riassumendolo in queste poche e fugaci righe?! Eppure in una recensione, sarà pur questo che bisognerà fare.

Ora ci penso.
Raramente si vede qualcosa di simile. Uno spettacolo così non si può
Assurdamente sintetizzare, non si può incastonare in un riquadro, non lo si può svestire di quell’equilibrio aureo che ne è parte così essenziale.

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“Buona La Prima” Rubrica fringe festival – Samya jusuf omar

Odore di oriente che ti prende alle spalle. Una figura bianca materna, carnale, ma al tempo stesso leggera, come una vaporosa nuvola, compare sulla scena. La dimensione aerea e quella terrena si fondono, la voce calda di Valentina Volpatto attraversa la scena che brilla ancora della polvere del deserto, e poco alla volta il corpo di Samya Josuf Omar.

Olimpiadi di Pechino 2008 – Sulla linea di partenza dei 200 metri tutte le atlete, con i loro abiti attillati e colorati fatti di materiali tecnici per meglio fendere l’aria durante la corsa, si preparano alla partenza. Samya è una di loro, ma contrariamente alle altre indossa un paio di fuseaux neri e una maglia di cotone bianca con su la scritta Somalia, sulla fronte una fascia di spugna della Nike che le aveva regalato il padre prima di essere ucciso. Durante quella gara farà il suo miglior tempo ma arriverà ultima. Nessuno poteva immaginare che una giovane donna somala, mentre il suo paese era martoriato e afflitto dalla guerra civile, potesse avere il coraggio di andare contro tutto e tutti presentandosi alle olimpiadi.

Lo spettacolo ha debuttato il 9 maggio al Museo Egizio, è la prima volta che Valentina Volpatto si cimenta in un monologo di cui è anche autrice. E’ grande l’emozione, Valentina accetta la sfida perché si innamora della storia di Samya, sente l’urgenza di raccontarla per non dimenticarla, perché diventi un simbolo di coraggio, e dopo aver visto lo spettacolo come biasimarla, è difficile non innamorarsi di Samya. Lo spettacolo è emozionante e commovente, sedie e drappi che compongono la scenografia risultano a tratti persino superflui, quando hai un personaggio e una storia così ricca come quella di Samya e un’attrice che sa, con la sua passione, connettersi e connetterci al cuore di questa giovane atleta.

Samya intraprende il “viaggio”che dalla Somalia la porterà in Libia attraverso stenti e sopprusi, per salpare su quei barconi che non trasportano più corpi ma sogni, l’unica cosa che sembra restare ancora vivo su quei visi emaciati, spettri di esseri umani. Samya vuole andare in Europa per cercare un allenatore che possa prepararla per le Olimpiadi del 2012 di Londra. Samya vuole meritarseli quegli applausi del pubblico non solo come incoraggiamento ma perché ha tagliato per prima il traguardo.

Samya corre veloce con i piedi ben piantati al terreno per meglio poter prendere la rincorsa per spiccare il suo volo. E vola in alto verso il cielo, lontana da quel mare e lontana da quella terra a cui quel barcone, il suo barcone non approderà mai. Vola in alto nel cielo Samya e scompare, diventa pulviscolo, odore d’oriente che ti prende alle spalle e ti rimane dentro.

Autore: Adattamento teatrale del romanzo “Non dirmi che hai paura” di Giuseppe Catozzella a cura di Valentina Volpatto.

Regia: Luca Busnengo

Interpreti: Valentina Volpatto.

Nina Margeri

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LA LISTA – LAURA CURINO

“Era ora che qualcuno si ricordasse di questa storia”

Il pubblico si è accomodato, le luci si sono abbassate, il silenzio regna nella sala e lo spettacolo inizia.

Entra in scena dall’angolo in fondo a sinistra Laura Curino che ha deciso di raccontare in circa 90 minuti, accompagnati da una breve introduzione, i cinque anni, tre mesi e otto giorni di Pasquale Rotondi.

In pochi conoscono questo nome: Pasquale Rotondi, il “monument man” italiano che decise di salvare, con l’aiuto di pochi uomini fidati, circa diecimila opere d’arte dalla distruzione bellica e dalle razzie naziste durante la seconda guerra mondiale.

Laura Curino racconta questi anni di guerra su un palcoscenico in cui la scenografia è scarna ed è composta da una semplice sedia e una scrivania con diversi oggetti sopra di essa, ma, grazie a giochi di luce e sonori, l’attrice, permette al pubblico di dimenticare quei pochi oggetti e costruisce assieme ad esso il luogo di cui lei sta raccontando, permettendo così la libertà d’immaginazione.

Non manca una vena ironica che accompagna il racconto dell’operazione di salvataggio e che, oltre a permettere agli ascoltatori di tirare un respiro di sollievo da quella che è stata una delle più brutali guerre della storia, aiuta a ricordare non solo l’importanza dell’arte ma anche l’importanza di salvaguardarla, poiché distruggere i conseguimenti e la storia di una o più generazioni di persone equivale a distruggere essi stessi ed è come se non fossero mai esistiti e questo è ciò che Pasquale Rotondi è riuscito ad impedire.

Le scelte rischiose, la forza di volontà e l’amore per l’arte ha permesso al protagonista ed ai suoi fidati uomini di salvare parte della nostra storia scegliendo i cittadini italiani come unici proprietari di quelle casse che contenevano capolavori di inestimabile valore.

Laura Curino durante il monologo di cui è autrice e interprete risulta appassionante, energica e vera, coinvolgendo lo spettatore in una pioggia di emozioni che lo aiuta ad immedesimarsi meglio nel racconto.

Grazie Laura, era ora che qualcuno si ricordasse di questa storia.

Regia: Laura Curino

Attrice: Laura Curino

Collaborazione alla messinscena: Gabriele Vacis

Nicola Trompetto

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“BUONA LA PRIMA” RUBRICA FRINGE FESTIVAL – THEO, STORIA DEL CANE CHE GUARDAVA LE STELLE

Sono tante le cose che si potrebbero raccontare del grande genio che fu Vincent Van Gogh, tanti i misteri che si potrebbero voler svelare e tante le fantasie che si potrebbe voler sognare pensando a questo affascinante artista. Eppure non sono queste le domande a cui la compagnia Anomalia Teatro ha deciso di rispondere, ma piuttosto: “Chi era l’ombra di questa enigmatica figura? Chi era la sua spalla? Chi tace dietro ai suoi schizzi di colore?” Perchè si sa, alle spalle di ogni colosso della Storia, si nasconde sempre qualcuno! Ed è esattamente questo di cui lo spettacolo “Theo – storia del cane che guardava le stelle” ci vuole narrare.

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“BUONA LA PRIMA” RUBRICA FRINGE FESTIVAL – Omu Cani

Ogni volta che comincia uno spettacolo faccio sempre un po’ fatica a varcare la soglia tra il mondo “reale” e quello della “finzione” senza provare un po’ di imbarazzo. C’è sempre un momento in cui penso ma chi è questo/chi sono questi? Che stanno facendo? E provo sempre imbarazzo per loro. E’ un attimo, no, forse meno, ma c’è. Sarà perché siamo così abituati alla rapidità della visione, a tutte quelle immagini bidimensionali dello schermo di un tablet o del display di uno smartphone che si crea un corto circuito tra la vista, più pronta ai continui mutamenti, e il corpo, che ha bisogno di tempi decisamente più lunghi per imparare ad abitare il nuovo spazio. Quindi alla fine l’imbarazzo non è per l’attore ma per me, per un corpo che non è ancora pronto all’intimità del buio.

Poi dimentico me e mi lascio prendere da ciò che accade. Mai come in questo spettacolo mi sono abbandonata ai ricordi dell’attore che per uno strano fortuito caso coincidevano con quelli della mia infanzia. L’Omu Cani è la storia vera e controversa di un clochard comparso un giorno a Mazara del Vallo, in Sicilia, che portava con sé il mistero della sua vera identità. Persona colta e intelligente, di cui nessuno seppe mai nulla di certo, fu per molti anni creduto il noto fisico Ettore Majorana, scomparso poco tempo prima della sua misteriosa apparizione. Sebbene questa ipotesi fu smentita, a Mazara ancora oggi qualcuno vuole continuare a credere in queste “voci di popolo” che come un sogno alimentano il mistero e solleticano l’immaginazione. Abbiamo bisogno di sogni.

Davide Dolores, da solo in scena, ha saputo dare corpo e voce a un’intera comunità. Il lavoro di ricerca che l’attore ha svolto sulla vicenda non è finalizzato alla sola narrazione, ma vuole essere il punto di riflessione per parlare di come una comunità abbia saputo inserire e amalgamare al suo interno un elemento così tanto altro da sé. Vuole farci riflettere sulla possibilità di guardarci in maniera diversa attraverso la ricchezza della diversità dello sguardo dell’altro e chissà quale ricchezza si celava dietro quel punto di vista così particolare che aveva l’Omu Cani dal basso del suo marciapiede. Forse quella era l’altezza giusta dello sguardo di un bambino che mantiene la lucidità di un adulto che ha rifiutato le convenzioni degli adulti. Quegli stessi adulti che avevano bisogno di quello sguardo per definirsi in modi che prima non erano mai stati nemmeno pensati.

Davide alla fine con un moto di sincerità ringrazia l’Omu Cani per questa storia, che gli ha permesso di acquisire un nuovo punto di vista su di sé e sugli altri. Io per la sua stessa motivazione ringrazio lui per aver mantenuto viva la memoria, indispensabile tanto quanto lo sguardo dell’altro, per la definizione di un’identità che passa inevitabilmente attraverso la relazione con l’altro, con il diverso.

Oggi più che mai mi sembra uno spettacolo necessario.

Autore e Regia: Davide Dolores

Luci: Clara Stocchero

Musiche: Riccarso Russo, Samir Joubran, Masnada

Costumi: Davide Dolores

Interpreti: Davide Dolores

Nina Margeri

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Fair Play, il pugilato dolce e malinconico della stagione 2019-2020 TST

Travolgente, inatteso, ardente di passione come gli amori extraconiugali (il mio matrimonio, celebrato e consumato, era con il cinema), l’amore per il teatro.

Ed ecco quindi che, dopo una serie di serate memorabili della stagione del Teatro Stabile di Torino non ancora conclusasi (Arlecchino! Novecento…! La scorticata…! Così è (se vi pare), ma anche L’Abisso, Pueblo, i recenti Amleto e Petronia!), il 7 maggio, a mezzogiorno sono al Carignano per la conferenza stampa in cui si annuncia la stagione 2019-2020, goloso come una golosa di Gozzano, che pur mentre inghiotte, / già pensa al dopo, al poi; / e domina i vassoi / con le pupille ghiotte. Ad aprire la stagione, Valerio Binasco come regista e attore (evviva!), al Carignano con Rumori fuori scena, spettacolo ormai cult del teatro contemporaneo in cui una scalcagnata compagnia tenta di mettere in piedi uno spettacolo (passare non può senza menzione nel cast il nome di Margherita Palli, scenografa che vanta collaborazioni con Luca Ronconi; quest’anno ci ha lasciati senza fiato con le sue architetture sceniche di Se questo è uomo,  con la regia di Valter Malosti che apprezzeremo anche nella stagione ventura: è infatti una delle tre riprese in cartellone). Sempre Binasco firma la regia di Uno sguardo dal ponte, altro classico contemporaneo che chiuderà le danze della stagione.

Dai primi titoli è già lampante che si tratta una stagione con i piedi ben piantati per terra e uno sguardo – velato di malinconia – sul mondo: a confermarcelo, la bambina pugile sul manifesto all’ingresso che ha sostituito quella della scorsa stagione che aveva occhi sgranati di meraviglia. Pugilato e teatro. Un’arte e uno sport che hanno a che fare col corpo e non hanno paura della sporcizia umana. L’attore e il pugile devono affrontare un avversario. La differenza: l’attore è solo contro una moltitudine. Sono pugni malinconici quelli che ci prenderemo dalla stagione prossima, assestati con dolcezza. Non a caso l’immagine richiama, come ben ricorda Binasco, una raccolta poetica molto amata: La bambina pugile di Livia Candiani. Ha proprio ragione: la bambina pugile è la nostra anima, l’anima del teatro, «quella di tutti gli artisti e di chi ama l’arte». Il titolo completo della raccolta è La bambina pugile ovvero la precisione dell’amore, e a me sembra che tutto torni perché la stagione si chiama Fair Play. Ora, se oltrepassiamo la comune traduzione di “buone maniere” come ci chiede di fare Binasco, scopriamo che significa anche “gioco leale, corretto” e tutto questo ha a che fare con la precisione, con la precisione dell’amore.

Dunque, sul ring, tra i 74 titoli in programma – 17 produzioni TST  (9 nuove produzioni esecutive, 5 nuove coproduzioni e 3 riprese), a combattere lealmente saranno tante donne. Per Elena Serra addirittura il ring non sarà a fine gennaio tra le mura teatrali, ma all’interno di una delle più note gallerie torinesi, la Franco Noero, accanto al Carignano: a lei dobbiamo Scene di violenza coniugale / Atto finale co-prodotto con il Teatro Nazionale di Dioniso. Una doppietta di Serena Sinigaglia: a novembre dirigerà una riscrittura goldoniana operata da Trevisan, La Bancarotta,alle fonderie Limone, a marzo Macbeth, al Carignano, entrambi prodotti dal dallo Stabile di Bolzano. Da non perdere il ritorno, con un produzione del Teatro Stabile di Torino, di Kriszta Szèkely dal teatro Katona di Budapest. Sua sarà la regia di Zio Vanja con la partecipazione di Pierobon e Marescotti. Laura Curino (che tra pochi giorni salirà sul palco del Gobetti) tornerà anche durante Fair Play in compagnia di Lucia Vasini con L’anello forte, spettacolo tratto dall’omonimo testo di Nuto Revelli, «una gigantesca Spoon River contadina», come scrisse Stajano di questi racconti di donne povere.

Ma il mondo umano è un continuo scambio tra maschile e femminile, in questa lotta meravigliosa quotidiana e infinita di equilibri mai raggiunti. Il teatro è il luogo per eccezione dove questo accade: non è un caso che un fiore all’occhiello della stagione sarà Macbettu. (E badate, chi come il sottoscritto ha avuto la fortuna di vederlo  alla scorsa edizione del Festival delle Colline Torinesi non può essere imparziale: è il cuore che parla!). Tre uomini nei panni delle streghe, pietre terra sangue e maschere, questi gli ingredienti con cui Alessandro Serra ci racconta in sardo la tragedia inglese; mai potrei mancare dal 19 al 24 novembre alle Fonderie Limone. Il talentuoso regista sardo, che affonda le radici del suo percorso artistico nel teatro di ricerca, ci regalerà anche la regia del primo dei due titoli di Ibsen nel cartellone della bambina pugile: Il costruttore Solness, capolavoro della maturità nel quale colui che ha messo a nudo l’anima borghese di fine Ottocento racconta della lotta a perdere di uomo contro il tempo che passa. Lo spettacolo vedrà in scena Umberto Orsini, che peraltro – eh, tante volte mi fa l’occhiolino questa Fair Play – sarà impegnato nel titolo Il nipote di Wittgenstein, tratto da un testo di Bernhard, autore da me molto ammirato. L’altro titolo del norvegese messo in scena è Nemico del popolo, Popolizio alla regia. Tra gli altri must della storia del teatro: ritornano Arlecchino servitore di due padroni, diretto da Binasco, e la regia buñueliana del Così è (se vi pare), a oggi il successo della stagione in corso, portato a casa da Filippo Dini (al lavoro anche per la regia di un’altra produzione dello Stabile: il kinghiano Misery), poi Mistero Buffo, produzione TST e regia di Eugenio Allegri (il suo posto in Novecento lo prenderà Alessandro Baricco con un reading del suo testo al Carignano). Chicca: Allegri, con il placet di Dario Fo, aggiunge misteri inediti ai tanti irriverenti del premio Nobel scomparso nel 2016. Ancora: I Giganti della montagna con Gabriele Lavia regista e attore; e infine in questa rassegna di classici, Tartufo, regia del maestro del teatro internazionale Koršunovas.

Dalle numerose sere di Wonderland posso confermare le parole del presidente Lamberto Vallarino Gancia, quando alla conferenza sottolinea che il rischio culturale è il comun denominatore di molti spettacoli dello Stabile, continuo è infatti lo sguardo al nuovo e alla contaminazione di linguaggi: nella stagione sono presenti spettacoli come L’arte di morire ridendo o Lodka che guardano al mondo dei clown. Come dimenticare, inoltre, la presenza del maestro del teatro di ricerca Peter Brook con il suo Why? in scena alle Fonderie Limone a maggio? Nemmeno i frequentatori degli spettacoli di danza resteranno a bocca asciutta: sempre viva è infatti la collaborazione con il Festival Torinodanza.

Nell’attesa che si spengano le luci delle sale del Teatro Stabile di Torino, che si riconferma un’eccellenza nazionale riconosciuta anche a livello europeo.

 Concludiamo con le parole del direttore Filippo Fonsatti: «La bambina che indossa i guantoni da pugilato, pronta a difendere lealmente una nobile causa, ci ricorda Greta Thunberg  e  Il mondo salvato dai ragazzini di Elsa Morante: un inno all’adolescenza, alla sua energia e alla sua bellezza come visione politica per cambiare il mondo. Oggi più che mai, per gestire questo cambiamento senza scontri astiosi abbiamo bisogno di fair play nelle dinamiche socio-economiche e nella convivenza civile, nelle relazioni umane e nelle scelte politiche, recuperando il valore assoluto dell’etica comportamentale, della lealtà, del rispetto per chi la pensa diversamente».

Ci vediamo in sala!

Giuseppe Rabita

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“BUONA LA PRIMA” RUBRICA FRINGE FESTIVAL – La semimbecille e altre storie

“Sono fuori di me e sono in pena perché non mi vedo tornare” (Luigi Tenco)

Tre interpreti, sei personaggi, un tema: storie di ordinaria follia. Ha qualcosa di delicato e poetico, ironico e malinconico, lo spettacolo dei Nouvelle Plague. Storie vere tratte dal saggio di una sociologa napoletana: Stefania Ferraro, che vengono riscritte per la scena. Sulle note di violi e sinfonie classiche personaggi dai toni bianchi e neri disvelano un arcobaleno di emozioni. Nella scena che si presenta sin da subito scarna, sono i gesti precisi e puntuali, di corpi che hanno la qualità della danza, a disegnare nell’aria scenari immaginari e immaginati. Luoghi che i personaggi disegnano abitandoli. Un po’ quello che succede nella mente di un “semimbecille” che abita un mondo disegnato nell’aria che noi “imbecilli” non riusciamo a vedere.

Il disagio mentale, raccontato nello spettacolo, che sfocia in atti di violenza, causato quasi sempre dalla “mancanza” d’amore, di condivisione, dalla mancanza dell’altro, sottolinea come l’uscire fuori di sé sia la condizione necessaria all’atto d’amore. Ma questo uscir da sé se trova nell’altro un approdo sicuro e accogliente riesce a tornare in sè in una navigazione che da sé porta all’altro e viceversa e che ogni volta è uno scambio e un arricchimento che si chiama crescita. Se quindi nell’atto d’amore è auspicabile sapere e potere uscire da sé per emanciparsi da un egoismo apocalittico, in una condizione di assenza dell’altro, l’uscire da se non ha rotte tracciate e vagando alla cieca c’è il rischio di perdere per sempre la via del ritorno:

Sono fuori di me e sono in pena perché non mi vedo tornare

Con Cesare Lombroso a scrutare e indagare i volti degli spettatori che cominciano ad accomodarsi su sedie molto a ridosso della scena che essendo allo stesso livello degli attori accorcia di molto la distanza. Forse proprio in un tentativo inconscio di restituire se non proprio alle vite originarie almeno alle memorie di esse un altro in cui tornare in sé.

Autore: Giulia Bocciero, Stefania Ferraro.

Regia: Giulia Bocciero, Valentina Bosio, Davide Simonetti.

Interpreti: Giulia Bocciero, Valentina Bosio, Davide Simonetti.

Luci: Rosa Vinci.

Musiche: Vincenzo Bocciero, Ettore, Maggese.

Nina Margeri

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