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SHOWCASE – vetrina giovani coreografi

Avere un milione di idee in mente, progetti artistici, sperimentazioni e non sapere da dove partire per mettere in atto la moltitudine di collegamenti tra studio e azione. Noi iscritti al Dams conosciamo bene questa situazione che ci angustia dal primo anno di università. Parole stampate e nient’altro, a meno che non sia tu a metterti in gioco. Il mondo del quale abbiamo scelto di far parte è così, e questo tipo di preparazione ci mette davanti la cruda realtà: il punto di partenza devi essere tu.
Rapahel Bianco conosce bene la situazione dei giovani artisti, spesso con troppe cose da dire e pochi mezzi. Decide così di creare “Showcase”: un’opportunità per giovani coreografi di esprimere la loro visione utilizzando i mezzi di una compagnia professionale.
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Hans e Gret – Una fiaba per bambini grandi

Se ti allontani, ti avvicini

Se ti perdi, ti ritrovi

Solo nella dimensione della soglia.

Doris Cortez Villanueva

Lo spettatore non è più lo spettatore estetico che Nietzche rimpiangeva, da quando lo spettatore è diventato un occhialuto ed è diventato critico, lo spettatore dà giudizi non cerca il suo abbandono,  non cerca questo smarrimento, che è aldilà della felicità è fuori dagli ismi, è fuori dal malessere è fuori dal pessimismo e dall’ottimismo è al di là, è da un’altra parte. Si fa i conti con altri pianeti e chissà quali, siamo dei significanti.

Carmelo Bene

Il bello di avere degli spettatori bambini è che loro ricercano ancora quello smarrimento, quell’abbandono, loro non criticano, loro si divertono o si annoiano. Loro non cercano un significato a tutti i costi, cercano un significante, sono rapiti dalla forma, sono degli esteti. La bellezza per un bambino quasi sempre è una questione di proporzioni, segue canoni classici, come la simmetria. La simmetria può essere anche dettata dalle parole, e le parole possono evocare luoghi o immaginari tanto chiari e precisi da essere significanti potenti. Ma la parola in Emma Dante non è mai il motore che muove l’azione, è più simile alla musica che fa muovere i corpi, è parola musicale che evoca un mondo “antico”, “esotico”, lontano nel tempo e nello spazio, il mondo di un dialetto reinventato. La parola è quasi sempre l’effetto e non la causa del movimento.

Lo spettacolo comincia con una scenografia semplice: sedioline di legno sistemate in maniera perfettamente simmetrica rispetto al centro della scena, che coincide con il centro dell’enorme palco vuoto. Non sono semplici oggetti di scena, ma individuano luoghi deputati. Così abbiamo il luogo dove si dorme, dove ci si lava, dove si va in bagno, dove si mangia.  Avere nello stesso luogo, il “letto”, il “tavolo da pranzo” e il “water” introduce immediatamente il tema che ha spinto la regista a misurarsi con la nota fiaba dei fratelli Grimm: la povertà.

La povertà porterà il taglialegna a compiere il gesto “terribile e vile” dell’abbandono dei propri figli nel bosco, spinto dalla compagna/matrigna che in realtà è la vera strega della storia nella misura in cui è disposta a sacrificare, per la propria sopravvivenza, i “suoi” figli. Perché i figli sono di chi li cresce e non di chi li partorisce. Che li abbia cresciuti lei, lo si evince da una monotona routine che dura da sempre.

E in effetti, la casa della strega che ha gli stessi identici luoghi deputati della casa del taglialegna, realizzati con le stesse sedioline, nelle stesse posizioni, fa pensare che quella “vecchiaccia dalla vista corta”, come dice il testo stesso della strega, possa essere una sorta di doppio della matrigna anche lei “dalla vista corta”, nel senso di non essere riuscita, in maniera lungimirante, a vedere che quel gesto vile dell’abbandono di “due bocche da sfamare” non servirà comunque a salvarla. Del resto entrambe fanno la stessa scelta, quella di sacrificare i due piccoli per “sfamare” se stesse. Due donne (che in realtà sono una) accomunate dalla stessa sorte: la morte che arriva come beffa.

I malvagi vengono puniti con la loro stessa moneta, in una sorta di contrappasso “dantiano” più che “dantesco”.

 

Allora ecco l’identità delle due case, separate da un bosco fatto di “aiuole” colorate che terrorizza solo a parole e non nei fatti, nel senso che si dice “di aver paura”, ma in realtà nei fatti ci si affida e ci si fida del bosco tanto da permettere ai due bambini, nonostante siano appena stati abbandonati, di addormentarsi nel bosco. Abbandonati, si abbandonano a loro volta a una dimensione onirica dalla quale non sembrano svegliarsi mai del tutto. Un finto risveglio che mantiene nei connotati della magia, la meraviglia dell’onirico: i vestiti nuovi; la casa simile a quella delle origini ma diversa con la presenza di una figura femminile matrigna ma dai poteri sovrannaturali; l’abbondanza di cibo e di giochi, legati all’immaginario dei sogni che si realizzano.

Il bosco come luogo delle meraviglie, meraviglie mostruose, dove accadono “abbindolamenti” e tradimenti che in qualche modo servono a crescere e che evocano in quelle sfere colorate che scendono dal cielo, che segnano un cammino, i colori e le fattezze di quella casetta di zucchero e marzapane che non vedremo mai, se non nei nostri sogni.

L’immagine quindi del davanzale iniziale, evocato dalla perfezione di quella linea retta creata dalle braccia dei protagonisti è un immagine potente, estremamente evocativa, che rappresenta la vera soglia. La soglia del sogno, dell’immaginazione, del bosco. Allora forse quel bosco è davvero l’aiuola del giardino o del cortile di casa dove i bambini vengono “abbandonati” ai loro giochi e ai loro sogni per far dimenticare loro l’ora del pranzo e della cena e richiamati a rientrare a sera solo per dormire.

Allora quel davanzale è davvero la soglia fra il dentro e il fuori di sè. E’ la finestra che permette ai vari personaggi di vedere dentro quello che ognuno è e ha. La matrigna vede un carrubbo che non fiorirà mai, Hans e Gret la “possibilità” di trovare soluzioni, in una possibile fioritura, nel possibile passaggio di animali da mangiare, il padre vede un cielo azzurro dietro le nubi, la speranza di una redenzione.

Personaggi “gommosi” che ricordano i cartoons di una volta, con le loro smorfie buffe e i loro eccessi, nei sentimenti e nelle azioni. Si pensi alla matrigna e alle sue smorfie facciali o al modo sincopato di mangiare dei ragazzi quando arrivano nella casa della strega, al fuoco e al lancio dei giocattoli, scene “esagerate” da cartone animato.

Il davanzale è anche il luogo del ripensamento, è il luogo dal quale verrà evocato, più che la moglie morta, l’immancabile abito da sposa, che se non fosse una citazione alla poetica di Dante risulterebbe persin troppo didascalico, e se non fosse poetico risulterebbe persin troppo patetico.

Ma se la finestra è la “soglia”, di una potenza e di una bellezza tale da rimanerne incantati,  perché tradirla con dei sassolini che non servono davvero alla scena? Nel momento in cui i bambini staccano i gomiti che segnavano il davanzale per raccogliere a un’altezza diversa dal davanzale i sassolini che come essi dicono dovrebbero essere su quello stesso davanzale “tradito”, l’incanto si spezza, si rivela la finzione, la soglia sparisce. E’ lì, e non quando i personaggi si rivolgono con degli assoli al pubblico, che si abbatte davvero “la quarta parete”. Peccato perdere la potenza di quell’illusione. Ma forse è voluto, perché del resto “Il carrubo fiorirà” come cantano tutti insieme, con quel motivetto tanto orecchiabile che ricorda i canti parrocchiali, una rediviva matrigna e una rediviva strega,  anche la morte è una finzione.

Ma questo è un pensiero da grandi. Ai bambini lo spettacolo piace e rimane impresso probabilmente per quella simmetria. Il centro del palco, sottolineato spesso anche da un cerchio fatto con le sedioline, è il centro della scena, il luogo dove accadono le cose. Dove si raduna la famiglia per mangiare, o meglio non mangiare, dove si addormentano Hans e Gret nel bosco, dove viene imprigionato Hans per farlo ingrassare. Il centro del palco è la meta dove far atterrare i giocattoli lanciati da dietro le quinte per ricreare la stanza dei giochi nella casa della strega, il fulcro dal quale si diramano le fiamme del forno, in un balletto perfettamente simmetrico. La simmetria ritorna in quelle linee parallele delle “aiuole/bosco” che seguono il centro come punto di fuga prospettica. Simmetrico e perfettamente centrato è il davanzale della finestra formato dai gomiti dei personaggi agli estremi del quale troviamo Hans e Gret vestiti in maniera identica, simmetrica.

Uno spettacolo per tutti quegli adulti ai quali, come a Emma Dante da bambina, nessuno raccontava le fiabe, per sentirsele raccontare in carne e ossa dai personaggi. E per tutti quei bambini “grandi” che avrebbero capito anche con meno didascalie, ma che rimangono comunque ammaliati dalle simmetrie, dai colori e dalla musica di uno straordinario pifferaio magico come Emma Dante.

HANS E GRET

Scritto e diretto da Emma Dante

Con Manuela Boncaldo, Salvatore Cannova, Clara De Rose, Nunzia Lo Presti e Lorenzo Randazzo

Scene Carmine Maringola

Costumi Emma Dante

Luci Cristian Zucaro

Assistente alla regia Claudio Zappalà

Assistente di produzione Daniela Gusmano

Tecnico audio e luci Agostino Nardella

Una produzione Fondazione TRG Onlus

a cura di Nina Margeri

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Zoo[M]Out – Attraverso gli occhi di un alieno

Chi può dire di essersi fermato ad osservare ogni cosa che lo circonda? Chi continua a vedere il mondo con gli occhi di un bambino -o di un alieno- stupendosi di tutto ciò che il proprio sguardo riesce a cogliere, come se fosse sempre la prima volta?

Vi sono persone che non hanno mai effettivamente guardato il mondo nella sua interezza, partendo dal più piccolo particolare fino ad arrivare ad una visione completa e globale del pianeta.

Non vi è quasi nessuno che, in questo nuovo millennio, non abbia utilizzato un software cartografico per eseguire movimenti di allontanamento da un punto su una mappa.

Questo viene fatto tramite il comando zoom out, dal titolo dell’opera, che significa “allontanarsi”. Ed è proprio di questo che tratta lo spettacolo: l’uomo dovrebbe posare lo sguardo sulla Terra come se la vedesse per la prima volta e per fare ciò, sarebbe meglio allontanarsi sempre di più, così da vederla nella sua totalità. Di come ci si debba soffermare per percepire ogni cosa, di come non si debba dare niente per scontato, come un astronauta che vede la Terra nella sua interezza per la prima volta. Ne vede il blu dei mari, il verde delle piante e delle valli, mentre quello che credeva fosse un pianeta immenso, si trasforma in una piccola sfera multicolore.

L’opera prende ispirazione dal romanzo di fantascienza L’uomo che cadde sulla terra scritto da Walter Tevis, dal quale nacque anche l’omonimo film per la regia di Nicolas Roeg, interpretato da David Bowie nei panni di un extra terrestre che si ritrova su un pianeta a lui sconosciuto.
Il duo Th[on]gu cerca di riprodurre la fascinazione e l’alienazione del protagonista che per la prima volte conosce la Terra, solcando il palco della Casa Teatro Ragazzi di Torino il 6 Giugno durante il Festival delle Colline Torinesi (tenutosi dal 2 al 20 Giugno).

La scenografia è essenziale, non vi è nulla se non l’attrice, Guendalina Tondo, che grazie alla sua interpretazione riempie la scena. Il duo ha indubbiamente preso decisioni creative audaci dato la semplicità scenica e l’accostamento di rumori forti improvvisi che vanno a sostituire il rilassante silenzio, spezzato solo dalla voce dell’interprete; e le accecanti luci, quasi disturbanti, che sostituiscono con uno stacco netto il nero profondo in cui si trova immerso sia il palco che il pubblico per quasi tutta la durata della performance.

Al lato del palco, si trova Riccardo Giovinetto, che accompagna il monologo della Tondo con musiche ed effetti sonori. Anche a lui va riconosciuta grande maestria nell’effettuare cambi repentini di rumori e luci cogliendo lo spettatore di sorpresa.

Altro elemento presente sulla scena è un pannello di retro proiezione posto sopra la testa dell’attrice, sul quale vediamo riprodotti un cielo azzurro e degl’alberi visti dal basso, quasi a dare l’idea di trovarci in mezzo alla natura.
L’opera non ha una vera e propria trama lineare, ma il tutto si basa sull’osservazione di ciò che ci circonda.

L’attrice inizia a raccontare di fotografie, scattate in diversi luoghi, che tappezzano ogni angolo del mondo. Rappresentano il microscopio ed è da queste che parte lo zoom out; dalla pupilla di un occhio alla piccola sfera vista dall’astronauta.
Quello che i Th[on]gu vogliono raccontare è come sia effettivamente difficile, nella società moderna, fermarsi per osservare ciò che ci circonda, poter bloccare il tempo per vivere questo mondo nella sua totalità. Per questo s’impegnano a ricordarci chi siamo e da dove veniamo.

Ho avuto modo di confrontarmi con alcune persone presenti tra il pubblico ed ho riscontrato opinioni contrastanti. Se da una parte l’interpretazione di Guendalina Tondo è stata di gran lunga apprezzata (l’attrice infatti è stata applaudita per diversi minuti da tutta la sala), dall’altra l’opera in sé ha riscosso in alcuni titubanza ed incertezza. Il copione infatti è molto conciso e ripetitivo ed io stessa ritengo che forse la compagnia avrebbe potuto trattare l’argomento più ampiamente, evitando le diverse ripetizioni che potrebbero portare in certi spettatori noia ed indifferenza.

Molto apprezzata inoltre la scenografia spoglia e la decisione di non utilizzare alcun microfono, come a coinvolgere dentro la scena ogni singolo spettatore; sensazione amplificata dalla ridotta dimensione della sala.

L’impostazione e l’intonazione di voce di Guendalina Tondo sono di grande impatto.
Durante uno dei tanti momenti di buio, infatti, è stata in grado di guidare lo spettatore nel suo nuovo mondo, sempre lo stesso ma al contempo totalmente diverso.
Di far vedere tramite la sua voce. Cosa che attraverso gli occhi non saremmo stati in grado di percepire con tanta forza. Il tutto reso ancora più alienante dal totale silenzio della scena.

E’ uno spettacolo su come guardiamo il mondo. Su come lo percepiamo e, per la maggior parte delle volte, su come non lo percepiamo così da non doverci fermare davanti a niente; in questa realtà dove nessuno ha più tempo per altro, se non per se stessi.
Posso affermare che durante i quaranta minuti di spettacolo mi sono allontanata dalla realtà per riscoprirne una nuova, piena di dettagli e colori, senza mai alzarmi dalla sedia e, in alcuni momenti, aprire gli occhi.

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Chiara Guidi, LA-VOCE-CHE-NON-C’E’. Performance conferenza nello spazio del”tra”

Per il seminario In Atelier, Processi creativi e dinamiche di relazione nelle “compagnie d’arte”, la sala piccola della Casa del Teatro Ragazzi e Giovani di Torino ospita la performance che corona la lectio mattutina Tra voce e infanzia tenuta da Chiara Guidi presso l’Aula Magna della Cavallerizza Reale. Il contesto raccolto e intimo Continua la lettura di Chiara Guidi, LA-VOCE-CHE-NON-C’E’. Performance conferenza nello spazio del”tra”

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Roberta Cade in Trappola: Viaggio verso il pianeta G570

Stanza piccola, buia.

Al centro, una scrivania, una pila di diari, un microfono, un bicchiere d’acqua, due attori, una piantana, una videocamera, un libro, un registratore.

Dai nastri escono rumori, suoni, canzoni di un tempo, voci.

Questo spettacolo inizia con un numero di magia!

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ALEARGA: la donna che corre

Corri. Corri per mantenerti in forma, per rilassarti, per il puro piacere di praticare uno sport. Ma correre significa solo questo? Non di certo per la protagonista di Alearga (che appunto significa “Corri!”), una giovane donna la cui età non ci viene mai svelata ma che si presuppone sia attorno ai trent’anni. Lei corre perché vede il tempo fuggire troppo velocemente portando via con sé la sua giovinezza. Corre quando sente che la vita le sta mettendo davanti sfide difficili da superare. Corre quando le sembra di essere inadatta alla figura di donna perfetta che la società vuole. Corre, ma nello stesso tempo riflette in solitudine sulle sue esperienze passate, sulle delusioni e i suoi cambiamenti.

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