ALLORO_VARIETÀ AUREA – TECNOLOGIA FILOSOFICA

Dialogare di ciò che è accaduto all’interno di Officine Caos durante Alloro_varietà aurea è complesso; e ancora più complesso è parlare di teatro, di danza, di performance… in sostanza, parlare dell’accadimento. La difficoltà sta nel raccontare ciò che abbiamo vissuto senza essere né troppo sentimentali né rigidamente tecnici, né tantomeno didascalici. Alloro_varietà aurea è uno spettacolo che accoglie una moltitudine di linguaggi, umani e scenici, nel quale il pubblico esiste come co‑autore dell’accadimento. Il lavoro pensato da Francesca Cinalli e Paolo De Santis, ideatori e performer, insieme alla performer Elena Pisu, non parla soltanto di memoria, ma di ciò che la rende umana e di come essa ci attraversa.

Veniamo accolti in uno spazio buio, uno spazio teatrale comune: un palco e una platea. Le “leggi” di questo ambiente, però, vengono fin da subito sconsacrate dall’accoglienza dei tre artisti: Elena Pisu è seduta tra il pubblico, la riconosciamo come performer dagli abiti, ma attende l’inizio; Francesca Cinalli dà le spalle alla platea, come se la sua entrata in scena fosse cristallizzata in un tempo sospeso, e il suo sguardo, rivolto verso il buio della sala, si alterna a uno sguardo caloroso e umano ogni volta che entra del nuovo pubblico; Paolo De Santis è già in scena, alla sua postazione, illuminato da una luce fredda e fioca: controlla il suo “luogo”, composto da oggetti di vario tipo – strumenti musicali, orologi, vetreria, metalli – ma resta vigile anche rispetto al pubblico. Questo primo sconfinamento, in cui il pubblico diventa parte e co‑autore di quel mondo, ci umanizza e dissolve i ruoli: siamo dentro l’azione, non più semplici osservatori. La sensazione si amplifica quando un profumo viene spruzzato vicino e lontano da noi, uniformando lo spazio. Tutti i sensi sono coinvolti: persino l’olfatto, spesso dimenticato, viene convocato. Lo spazio, ormai sconsacrato, diventa un luogo di equità, un territorio condiviso in cui possiamo, se vogliamo, riconoscerci come parte di un unico insieme. Paradossalmente, accade quando il buio, luogo d’ignoto, si ritira: è la luce ad aprire precisi e contornati spazi, a dilatarli oltre i suoi confini abituali, facendo emergere l’oro degli oggetti che abitano la scena.

L’occhio viene catturato dal desiderio di vedere: cerchiamo avidamente la luce. Qualcosa accade nel buio, ma non ci è dato sapere cosa; eppure non lo cerchiamo, perché non riguarda il mostrare. Siamo più interessati a ciò che avviene sotto una luce, e questo è interessante perché il lavoro non abita solo il piano dell’arte, ma anche quello che più internamente abita l’essere umano. Allo stesso tempo viene coinvolto anche il pensiero, che , adeguatamente preparato , espande l’ambiente verso linee di tempo presenti, passate e future; memorie; sensazioni; creatività. Avvolti in questo tutto esteso, veniamo trascinati in un viaggio che abita più luoghi, paesaggi e spazi: ci imbattiamo in riferimenti cinematografici: Metropolis di Fritz Lang, La città incantata di Miyazaki ; ci troviamo a teatro nella conflittualità tra un servo, un padrone e un narratore onnisciente; attraversiamo luoghi disabitati dall’aria umida e fredda; saliamo sulle nuvole; viviamo nell’oggi; sfioriamo ambienti circensi e utopici; e infine approdiamo in appartamenti lussuosi dove si celebra una festa in maschera.

I paesaggi si generano in una fluidità morbida ma decisa, nella quale la musica dal vivo di Paolo De Santis è guida, sostegno, mano tesa verso qualcosa di sconfinante ma saldo su una piattaforma mobile. Le sue sonorità si trasformano continuamente: da una culla morbida e avvolgente passano a vibrazioni più forti, immersive, che non lasciano spazio al riposo ma richiedono reattività e presenza. A tratti tribali, a tratti ritualistiche, a volte quotidiane come gesti domestici, le musiche modellano l’ambiente e lo rendono permeabile. A poco a poco, ci accorgiamo che Paolo non è solo un musicista: è il narratore onnisciente, colui che conosce i passaggi, i tempi, le soglie. Per quanto resti nella sua postazione, è libero, perché sa dove e come può sconfinare; e quando sente di potersi integrare in quell’enorme luogo, vi si immerge con sicurezza, festeggiando anche lui.

Le due performer e danzatrici vivono un rapporto di complicità e conflitto allo stesso tempo: sono due presenze che rappresentano una duplicità interiore, e funzionano insieme, coesistono, non esiste l’una senza l’altra. Elena Pisu danza con movimenti controllati, misurati, come se qualcosa stesse per sbocciare dall’interno; un processo di metamorfosi che segue un tempo umano, necessario, non accelerabile. Inizialmente avvolta in una tunica d’oro, quando questa scivola avviene il mostrarsi, il mutare.

Francesca Cinalli, invece, modifica l’ambiente: si muove, danza, a tratti freneticamente, in un processo di ricerca dell’essere, dell’interno, ma riflesso all’esterno. Sembra incarnare il cercare: cercare nella vita, nei rapporti, nei tempi, nell’arte. Anche gli abiti lo suggeriscono: entrambi dorati, ma il suo oro è leggermente più scuro, come un oro da lucidare. La ricerca non è mai un processo pulito: è un luogo in cui si condensano fragilità e desiderio di avere forza. Elena, invece, indossa un oro che si autoriflette: il suo processo è compiuto, il suo brillare proviene dalla sua “pelle”, mentre quello di Francesca dalla luce che porta sul petto e dai piccoli dettagli disseminati sul costume. La loro necessità di essere parte di un’unica forma emerge quando, al centro dello spazio, si sostengono a vicenda – la testa, i corpi – in un equilibrio paritario, una tensione fondamentale per chi vuole porsi domande senza farsi catturare dall’ego. In questo immaginario: Paolo genera i mondi, Francesca li modifica attraverso il cercare ed Elena li vive attraverso la metamorfosi.

Ph: Paolo Sacchi

Dopo che tale equilibrio si è ripristinato, appare “l’essere” con i suoi riferimenti, i suoi giochi, i suoi collage o, come li chiamano loro, gli artisti, choreollage. In realtà, questo linguaggio era già presente: lo avevamo visto attraversare nei corpi, nei gesti sovrapposti, nelle immagini interiori e nelle relazioni che si intrecciavano senza essere ancora dichiarate. Ora che la stratificazione viene mostrata attraverso immagini poste sugli occhi delle opere d’arte o attraverso i dettagli degli occhi di Frida Kahlo stampati e indossati, quel procedimento si manifesta apertamente, si rende visibile. E così anche gli oggetti, per i performer e per il pubblico, sembrano portare la memoria di aver vissuto: le fotografie dello sguardo di Frida che diventano occhi da indossare, i volti delle opere che si trasformano in maschere, presenze, tracce date da descrizioni e un corpo nella realtà che asseconda quella memoria e le “attiva”. È qui che Frida Kahlo emerge non come semplice citazione, ma come figura-soglia: colei che ha trasformato il dolore in immagine, la ferita in linguaggio, la sofferenza in forma e l’amore in identità. Nei suoi dipinti la memoria è dichiarativa: non si nasconde, ma riflette i suoi sentire, li espone, li rende visibili. Per questo diventa un riferimento, un punto di contatto tra ciò che l’arte è in grado di trattenere come memoria e ciò che oggi può essere riportato alla presenza: il sentire, il sentimento.

Ph: Alessandra Lai

Ed è dentro questo lungo viaggio di sconfinamenti, di memorie collettive e individuali, di rimandi stratificati che toccano l’eternità, che sento di dire che ciò a cui ho assistito è complesso: il qui e ora del teatro è stato oltrepassato. Ci troviamo non di fronte, ma immersi in uno spettacolo in cui il sentire è il vero biglietto d’ingresso e, una volta accettato questo patto, non resta che stare e viverlo. L’eternità, forse, esiste proprio in questo: nel far emergere ed esondare, da confini esterni e interni, le memorie che ci abitano.

Chiara Jadore Cacciari

Di: Francesca Cinalli e Paolo De Santis


Progetto coreografico: Francesca Cinalli


Musiche dal vivo: Paolo De Santis


Performer: Elena Pisu, Paolo De Santis, Francesca Cinalli

Accompagnamento al processo di creazione: Nunzia Tirelli, Francesca Zaccaria

oggetti di scena e corpi luminosi: Francesca Cinalli

Video arte: Filippo Maria Pontiggia

Foto di copertina e prima foto dell’articolo: Paolo Sacchi

Seconda foto dell’articolo: Alessandra Lai

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