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EX SILENS + NIRANTHEA – MARCO DONNARUMMA

The hearing world and the non-hearing world

Il 12 ottobre, al Coro di Santa Pelagia, in occasione della trentunesima edizione del Festival delle Colline Torinesi, Marco Donnarumma ha portato in scena Ex Silens, una performance che mi ha lasciato diverse domande, a partire da una che sembra semplice, ma che forse non lo è affatto: che cosa significa ascoltare? E, siamo davvero sicuri che ascoltare significhi soltanto udire?

In Ex Silens, il corpo, il suono e la tecnologia si incontrano in una relazione che mette in discussione le nostre abitudini percettive. Non si tratta solo di esplorare altre possibilità sonore, ma di interrogarsi sul modo in cui entriamo in relazione con chi percepisce il mondo diversamente da noi.

Donnarumma si presenta sulla scena con il corpo quasi interamente scoperto, fatta eccezione per uno slip color carne, e un elemento sulla testa dalla forma singolare, che mi ha fatto pensare al cranio di una creatura extraterrestre. Sul petto e sulle braccia porta dispositivi elettronici che mettono in relazione i suoi movimenti con il suono, mentre le protesi e i cavi che fuoriescono da lui contribuiscono a costruire l’immagine di un corpo che non si esaurisce nei propri confini anatomici, ma si estende fino a evocare l’immagine di un sistema nervoso.

All’inizio, Donnarumma rimane rannicchiato su una sorta di baule di legno, in una postura che sembra tenerlo separato dallo spazio circostante. Il suo corpo appare raccolto su se stesso, come se appartenesse ad una dimensione alla quale possiamo soltanto affacciarci. Per un lungo tratto lo osserviamo da lontano, accompagnati da suoni molto forti.

Quando scende dalla pedana e comincia ad attraversare la sala, avvicinandosi alle persone sedute a terra, qualcosa cambia. Il suo corpo entra nello spazio che condividiamo, riducendo la distanza fisica tra la scena e gli spettatori. E, mentre si avvicinava a noi, ho avuto la sensazione che si verificasse anche un rovesciamento dello sguardo. Fino a quel momento eravamo stati noi a osservare lui, a cercare di capire quella figura che sembra provenire da un altro mondo. Con il suo ingresso nello spazio del pubblico, però, mi è sembrato che anche noi diventassimo parte di ciò che veniva osservato.

È una sensazione difficile da spiegare, ma per un istante ho avuto l’impressione che la creatura che avevo guardato da lontano fosse entrata nel nostro mondo, portando con sé una domanda: chi sta osservando chi? Il suo avvicinamento mi ha portata a mettermi in discussione, e ad interrogarmi sullo sguardo con cui stavo osservando una presenza che, almeno in apparenza, sembrava lontana dalla mia esperienza.

I movimenti di Donnarumma si sviluppano lentamente con gesti ripetuti e spezzati, che portano il muoversi a specchiarsi nell’essere mossi. Il corpo produce suoni, reagisce a essi e si lascia attraversare da una dimensione sonora che non rimane confinata all’udito. Gesto e suono sembrano appartenere a un unico processo, nel quale diventa difficile stabilire dove finisca l’uno e dove cominci l’altro.

Tra i momenti che più mi hanno colpita c’è quello in cui Donnarumma avvicina alla propria carotide i dispositivi elettronici, rendendo percepibile il suono del battito cardiaco, e permette poi ad alcuni spettatori di ascoltarlo attraverso quegli stessi dispositivi. In quel gesto ho avvertito qualcosa che mi è sembrato quasi un’affermazione silenziosa:«anche il mio cuore batte.»

Non so se fosse questa l’intenzione dell’artista, ma è ciò che ho sentito in quel momento. Come se, attraverso il battito, Donnarumma ci invitasse a riconoscere una presenza che rischia di essere messa in secondo piano quando la guardiamo soprattutto attraverso ciò che la distingue da noi. Quel suono mi è sembrato dire qualcosa che le parole non avrebbero potuto esprimere nello stesso modo: «Sono qui, esisto, il mio corpo è vivo e ha una voce, anche quando questa non coincide con quella che siamo abituati ad ascoltare.»

È da qui che mi sono chiesta quale fosse il significato della percezione. Siamo abituati a identificare l’ascolto con l’udito, come se il suono potesse esistere soltanto quando viene ricevuto attraverso l’orecchio. Ma il corpo può entrare in relazione con le vibrazioni anche in altri modi, e ciò che non percepiamo direttamente non per questo smette di esistere. Quanto del mondo rimane fuori dalla nostra esperienza soltanto perché non possediamo gli strumenti per riconoscerlo?

La questione riguarda anche il modo in cui pensiamo la sordità e, più in generale, le diverse forme di percepire e abitare il mondo. Il rischio è quello di misurare ogni esperienza sulla base della nostra, trasformando ciò che non conosciamo in qualcosa da spiegare o da interpretare. In questo modo, senza rendercene conto, finiamo per assumere la nostra modalità di vivere il mondo come una misura universale, relegando le altre a una condizione di eccezionalità. Ma non è che è proprio questa presunta universalità a meritare di essere messa in discussione?

Il percorso di Donnarumma prosegue con Niranthea, la proiezione di un lavoro a cui lo stesso artista ha partecipato e nel quale trovano spazio le testimonianze di persone non udenti. Il confronto tra il cosiddetto hearing world e il non-hearing world apre a prospettive differenti sul rapporto con il suono, sulla comunicazione e sul modo di conoscere il mondo. Il video mi è sembrato particolarmente toccante perché lascia emergere esperienze diverse, che quasi diamo per scontate. E invece, c’è chi non vuole creare un ponte tra i due mondi, chi preferisce rimanere nel proprio e chi, forse, non sente di appartenere pienamente a nessuno dei due e preferisce il silenzio.

A seguire, il dibattito con Donnarumma ha ampliato queste riflessioni, soffermandosi per un breve momento anche sul concetto di normalità. Una delle questioni su cui mi sono ritrovata a riflettere riguarda il motivo stesso per cui eravamo lì. Siamo andati ad assistere a una performance che ci permettesse di avvicinarci a un’esperienza diversa dalla nostra, mossi dalla curiosità di conoscere qualcosa che non appartiene necessariamente alla nostra quotidianità. Questa curiosità non è di per sé negativa e non la sto assolutamente condannando: è naturale voler comprendere ciò che non conosciamo. Inoltre, si sentiva una grande emozione insieme a tanta umanità ed empatia tra il pubblico. Ma mi sono chiesta quanto fosse labile il confine tra il desiderio autentico di entrare in relazione con l’altro e la tendenza a considerarlo un’eccezione, come qualcosa che merita attenzione solo perché si allontana da ciò che riteniamo “normale”.

Durante l’incontro è stato fatto un esempio che ho trovato particolarmente significativo: quello della lingua dei segni. Se tutti la imparassimo fin da bambini, non sarebbe identificata come una competenza riservata a una parte della popolazione, ma come una possibilità ordinaria di comunicazione. Ovviamente, questo non basterebbe da solo a eliminare le barriere che le persone non udenti incontrano, ma contribuirebbe a cambiare il modo in cui immaginiamo la comunicazione e a chi pensiamo che debba essere accessibile.

Mi è sembrato che questo discorso dialogasse con ciò che avevo percepito durante la performance. Ex Silens, anche a partire dal suo titolo, che lascia aperte diverse possibilità di interpretazione, mi è sembrato parlare di una trasformazione: quella di un corpo che attraversa i confini dell’umano, ma anche quella del nostro modo di intendere la percezione. E su questo, direi che l’artista si è veramente superato.

Pensando a questa seconda direzione ho riflettuto molto sull’effetto che la performance è riuscita a provocare in me. Per circa settanta minuti mi sono trovata davanti a una presenza che non riuscivo a ricondurre completamente a ciò che conoscevo e che, proprio per questo, quasi contestava le mie abitudini, le mie aspettative e il mio modo di guardare.

Chissà se Donnarumma volesse condurmi esattamente a queste riflessioni, ma forse non è necessario stabilirlo. So però che, dopo aver cercato per tutta la performance di capire ciò che avevo davanti, mi sono ritrovata ad analizzare il mio stesso sguardo e il bisogno di riconoscere ciò che vedo, e a dare un significato alla facilità con cui attribuiamo all’altro un posto al di fuori di ciò che consideriamo familiare.

E così, non si trattava più soltanto di chiedermi che cosa significasse ascoltare, ma di capire come percepiamo l’esperienza di chi ci sta di fronte. Per me, Ex Silens parla di questo (e no, naturalmente, non sto dicendo che fosse questo l’intento di Marco Donnarumma): parla del modo in cui percepiamo la percezione dell’Altro, fino a renderci conto, attraverso un percorso lento e doloroso, che l’Altro siamo noi.

Emanuela Cerino

dalla serie «I Am Your Body»

di e con Marco Donnarumma

formato opera per performer solista, protesi AI distribuite e (non)suono

ideazione, direzione artistica, performance, coreografia, drammaturgia, musica interattiva basata sull’intelligenza artificiale e programmazione Marco Donnarumma

ideazione, morfologia, ingegneria, fabbricazione e programmazione AI delle protesi Marco Donnarumma

ricerca collaborativa su hardware e software di intelligenza artificiale Intelligent Instruments Lab presso l’Università delle Arti dell’Islanda

scenografia Marco Donnarumma, Anna Cingi

progetto luci Andrea Familari

progetto visivo delle protesi, modellazione 3D e stampa 3D Anna Cingi

ulteriore modellazione 3D e stampa 3D protesi Christian Schmidts

gruppo di ricerca collaborativa Wojciech Czernia, Adriane Große, Ann-Catrin Gruber, Martin Holst, Mara Matzke

testi descrittivi dell’opera Marco Donnarumma

fotografia dal vivo Eunice Maurice, Stefanie Kulisch

fotografia Manuel Vason

trailer video Marco Donnarumma

riprese per il trailer video Daniele Lucchini

occhio esterno Margherita Pevere, Jan Rohlf

produzione Kotryna Slapsinskaite

ex Silens è un’opera d’arte e una produzione di Marco Donnarumma

coprodotto da PACT Zollverein e con il supporto scientifico dell’Intelligent Instruments Lab dell’Università delle Arti d’Islanda a Reykjavík

finanziato da Ministero della Cultura e della Scienza dello Stato della Renania Settentrionale-Vestfalia nell’ambito del programma Medienkunstfellow