13 ottobre 2026, la scena del Teatro Astra subisce una curiosa metamorfosi, annullandosi per lasciare spazio ad un’installazione in anteprima che inghiotte al suo interno i suoi spettatori, rendendoli i suoi protagonisti ed immergendoli in un’atmosfera sospesa dal fascino misterioso, fatta di soli vapori, luci e suoni.
“Bisogna avere un caos dentro di sé per partorire una stella danzante” Friedrich Nietzsche
Superare il limite del finito, ricreare un nuovo mondo, vedere nell’Apocalisse un simbolo di rinascita, un nuovo inizio. Queste sono le premesse e gli obiettivi di Pour la Fin du Temps di Maria Alterno e Richard Pareschi (madalena reversa), liberamente ispirato alla storia e alle musiche dell’opera di Olivier Messiaen: Quatuor Pour la Fin du Temps.
Lo spettacolo accoglie da subito lo spettatore in un mondo etereo, fatto di una nebbia sottile che ovatta lo spazio e di una parete bianca, non ben immediatamente identificabile. Tutt’attorno a noi il vuoto, colmato solo dal vapore e dal resto del pubblico. Già la scelta delle sedute, delle rustiche panche di legno, invita a restare all’erta, impedisce di sistemarsi comodamente; occorre rimanere vigili, presenti. All’inizio ci si interroga a bassa voce a che cosa si assisterà, poi cala il silenzio, le luci si abbassano ed ad un tratto ci si ritrova ad essere parte integrante dello spazio. Lo sguardo vaga alla ricerca di dettagli nascosti, aspettandosi e sperando di trovare qualcosa di concreto in quell’etere. Sulla tela davanti a noi iniziano ad alternarsi luci soffuse, che fanno sembrare tutto sospeso, al limite del reale. Ci si comincia a chiedere se quello che si sta vivendo sia una nostra proiezione mentale o un effetto voluto dello spazio reale.
A guidare lo spettatore in questo mondo cristallizzato sono suoni e melodie difficili da interpretare quali Matthäuspassion e BWV 244 di Bach e altre musiche originali di Donato Di Trapani.
La vera protagonista, nonché unica forma di contatto rimasta con il mondo esterno, è la voce calma ed avvolgente di Loris De Luna, che pur evocando all’inizio scenari concreti, grazie a una serie di estratti dalle interviste di Radio France a Olivier Messiaen; sembra poi voler portare lo spettatore verso tutt’altra strada, di natura astratta. La voce si rifà ad un’entità più alta che evoca a parole ed implicitamente nella mente di chi la ascolta, quest’ultimo viene invitato a calmarsi, ad abbandonarsi al flusso dei proprio pensieri, ed a proiettarsi verso un nuovo inizio.
Con la reinterpretazione di passaggi de L’uomo in rivolta di Albert Camus ritorna quella necessità di presenza, animata dalla volontà di voler affermare le proprie intenzioni.
Un plauso va fatto alla spazializzazione sonora di Francesco Vitaliti, senza di cui l’opera avrebbe perso sicuramente gran parte della sua immersività. Così invece il suono si presenta mutevole: la voce emerge da punti diversi, fondendosi con l’ambiente ed avvolgendo chi la sta ascoltando. Senza accorgersene ci si ritrova catapultati in una sorta di meditazione collettiva, in uno stato di attesa di ciò che verrà dopo.
L’Apocalisse di San Giovanni, tema già esplorato con diversi fini e vie di lettura da altre opere all’interno della 31esima edizione del Festival delle Colline Torinesi, si presenta in questo caso come chiave di volta, poiché tiene insieme le diverse suggestioni sviscerate dall’installazione, protendendoci verso il divino. Non si tratta di una manifestazione concreta, che sconvolga per il suo impatto, piuttosto di una presenza sottile; non punta all’inquietudine quanto più ad evocare comprensione.
La luce che si staglia in alto sulla tela non è mai aggressiva, ma, seppur tenue e discreta, è presente. Questa spinta al divino, ed all’abbandonarsi ad esso, sembra collidere con la cruda realtà del campo di prigionia nazista in cui il componimento originale di Olivier Messiaen fu creato. Ma, come rivelano le interviste a quest’ultimo, il suo dedicarsi ad un’opera artistica con un tale significato lo resero-e qui cito liberamente- “il solo a non essere davvero prigioniero in quel campo”.
L’atmosfera che l’opera dei madalena reversa punta a creare induce più volte lo spettatore a chiudere gli occhi per interiorizzare le parole del narratore e le variazioni sottili di luce ad accompagnarle, ed ad un desiderio di poter esplorare lo spazio che sta abitando, a saperne di più. Il senso di attesa accompagna tutto il corso dello spettacolo e al termine di questo un suo coronamento è proprio quello che viene a mancare, un momento che vada a far convergere le tante riflessioni aperte e condivise con il pubblico.
Il finale rivela infatti un profondo silenzio, che porta ad un estraniamento da ciò che si è vissuto. La forte impressione di sospensione pervade l’ambiente e con esso il pubblico, la fine dei tempi conduce verso qualcosa di, ancora una volta, multiforme e sfuggente
Anna Luce Borghesi
Liberamente ispirato alla storia e alle musiche dell’opera di: Olivier Messiaen: Quatuor Pour la Fin du Temps
Ideazione, regia, drammaturgia musicale: Maria Alterno e Richard Pareschi
Musiche originali: Donato Di Trapani
Musiche: Matthäuspassion, BWV 244 di J.S. Bach
Spazializzazione sonora e audio mixing: Francesco Vitaliti
Voce: Loris De Luna
Testi tratti da: L’uomo in rivolta di Albert Camus, interviste di Radio France a Olivier Messiaen
Ricerca e montaggio dei testi: Maria Alterno e Richard Pareschi
Disegno luci: Richard Pareschi, Elena Vastano
Produzione: madalena reversa in collaborazione con Motus Vague
Coproduzione: Triennale Milano Teatro
In collaborazione con: AMAT e Comune di Pesaro per RAM – Residenze Artistiche Marchigiane
Con il supporto di: Centro di residenza della Toscana (Armunia-CapoTrave/Kilowatt)