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TRE SORELLE — LIV FERRACCHIATI

Nevica. Che senso ha?

Sospensione. È questa la dimensione che attraversa Tre sorelle. Nevica. Che senso ha?, diretto da Liv Ferracchiati e andato in scena al Teatro Carignano il 24 marzo.

Una sospensione che si incarna nelle tre protagoniste di Anton Čechov, qui trattenute in un tempo che continuamente promette un cambiamento senza mai arrivare a compiersi.

L’opera segue la vita delle sorelle Prozorov, Olga, Maša e Irina, che vivono in una città di provincia, lontane da Mosca, luogo idealizzato e costantemente evocato come possibilità di trasformazione. Intorno a loro orbita un microcosmo di relazioni, aspirazioni e disillusioni che si intrecciano senza mai trovare una reale risoluzione, mentre il tempo scorre senza produrre quella svolta tanto attesa.

Le tre sorelle, in questa riscrittura, vengono ridefinite e rimodellate anche visivamente. Ognuna appartiene a una precisa tonalità, che ne riflette la posizione nel proprio tempo di attesa.

Irina (Livia Rossi), la più giovane, è immersa nel bianco. Un bianco che non è tanto purezza quanto possibilità, un desiderio ancora informe che si condensa in un’unica direzione, Mosca, come se bastasse nominarla per darle consistenza.

Maša (Valentina Bartolo), al contrario, attraversa la scena vestita di nero, con un’irrequietezza che si traduce in gesti insofferenti: le scarpe sul tavolo, il movimento brusco dei capelli, il continuo fischiettare, fastidioso e insistente.

Tra queste due polarità si colloca Olga (Irene Villa), la più trattenuta, ma non per questo invisibile. Le sue crepe lasciano intravedere una consapevolezza amara, legata a ciò che non è stato.

A contrasto, la presenza di Nataša (Giordana Faggiano), moglie di Andrej, introduce un’energia più concreta e invasiva. Con abiti dai colori accesi e sgargianti, si impone nello spazio domestico ridefinendo silenziosamente gli equilibri, mentre il suo progressivo alzare la voce sembra scandire un tempo diverso, più concreto, ma non per questo definito.

Accanto a loro, gli altri personaggi si muovono dentro la stessa difficoltà. Il colonnello Veršinin resta intrappolato nella sua frustrazione, il barone Tuzenbach nel suo futuro mancato, e l’anziano ufficiale medico Cebutykin nel suo disincanto vivo.

Quanto dura, allora, il tempo dell’attesa? E dove siamo noi quando questo tempo si consuma?

È questa tensione irrisolta che viene tradotta visivamente nello spazio scenico: un piano inclinato su cui si dispongono pianoforte, sedie e tavolo, oggetti qualunque che sembrano costantemente sul punto di cedere, pur restando in equilibrio, come trattenuti da una gravità precaria ma resistente. E le esistenze dei personaggi finiscono per aderire a quello stesso piano, inclinandosi con esso.

Questo equilibrio instabile coinvolge anche noi spettatori, in bilico come i protagonisti. Si ha la sensazione di un movimento che si ripete senza avanzare davvero, come se ogni slancio fosse destinato a tornare su se stesso, e come se, per sottrarsi a questa immobilità, i personaggi fossero costretti a muoversi freneticamente senza mai riuscire a evadere realmente.

Sembra quasi che il tempo stesso si disarticoli. L’orologio, dono antico, si rompe ripetutamente, come se ogni tentativo di misurarlo fallisse e con esso si sgretolasse anche l’idea stessa del tempo, granello dopo granello, come in una clessidra che continua a svuotarsi senza mai restituire davvero il senso del suo passaggio. Allo stesso modo, il tè che viene continuamente richiesto e atteso, ma non arriva mai, lascia incompiuto anche un gesto così quotidiano.

Ciò che colpisce non è l’impossibilità di agire, ma la progressiva consapevolezza di questa impossibilità. I personaggi sembrano accorgersi, a poco a poco, che ciò verso cui tendono continuerà a restare distante, e che il tempo non porterà una svolta, ma solo una forma più lucida di permanenza.

«In questa vita non è difficile morire, vivere è di gran lunga più difficile.»

Viene da chiedersi, cosa è difficile in questo vivere? L’attesa di qualcosa o l’abitudine a convivere con ciò che non accade?

Quando giunge la fine, arriva silenziosa. La neve comincia a cadere e si deposita su ciò che già c’era, rendendolo solo più quieto e distante, come se tutto venisse trattenuto per salvaguardarne la fragilità. Scende senza chiarire, posandosi su gesti, parole, attese, e sembra chiudere il cerchio senza davvero risolverlo.

Nevica. Che senso ha, allora?
Ma la vera domanda è: ha davvero senso provare a rispondere?

«Ah, saperlo, saperlo!»

Emanuela Cerino

da Anton Čechov
testo Liv Ferracchiati
dramaturg Piera Mungiguerra
consulenza letteraria Margherita Crepax
con (in o.a.) Francesco Aricò, Valentina Bartolo, Giovanni Battaglia, Giordana Faggiano, Rosario Lisma, Riccardo Martone, Antonio Mingarelli, Marco Quaglia, Livia Rossi, Irene Villa
regia Liv Ferracchiati
scene Giuseppe Stellato
costumi Gianluca Sbicca
luci Pasquale Mari
suono Giacomo Agnifili
aiuto regia Adele Di Bella
Teatro Stabile Torino – Teatro Nazionale

STABAT MATER – LIV FERRACCHIATI

“Mamma! quanto è buono il prosciutto”

Stabat Mater (Premio Hystrio Nuove Scritture di Scena 2017) racconta la storia di un trentenne scrittore che vive al maschile in un corpo dalle sembianze femminili che cerca di liberarsi della presenza della madre ma dentro di sé non vuole.

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Il lavoro fa parte di una trilogia sull’identità scritta da Liv Ferracchiati ora edita dalla casa editrice CuePress. Una trilogia dedicata alla ricerca sull’identità di genere creata con la compagnia The Baby Walk. La trilogia (Peter Pan guarda sotto le gonne –  Stabat Mater Un Eschimese in Amazzonia) pone all’attenzione dello spettatore le storie, i sentimenti, le vite di personaggi diversi alle prese con la propria vita e la sua natura interiore ed esteriore. 

Stabat Mater è una preghiera del XIII Secolo attribuita a Jacopone da Todi.  Liv ne prende solo a prestito il nome, la figura della Madre e la tematica del dolore per trasferirla sul tempo presente. Non c’è nulla di riferimento al cristianesimo, anzi il paganesimo qui la fa da padrone.

C’è la madre seduta che assiste alle incertezze del figlio  (che fa lo scrittore) e viene ripresa da una videocamera frontale per apparire su uno schermo bianco in maniera che lo spettatore possa essere partecipe alle sue emozioni. C’è la ragazza dello scrittore, innamorata, decisa, che ha un ruolo da giocatrice del sesso. C’è la psicologa che indaga sui suoi perturbamenti e cerca di fargli confessare il complesso di Edipo, sfrutta le sue debolezze per fargli aprire le porte dell’amore. Poi c’è lui, lo scrittore che vuole avere un’anima da donna ma si sente ancora insicuro del suo essere e non riesce a finire il sue ennesimo romanzo.

In questa drammaturgia dove ognuno piace all’altra e all’altro si va con una narrazione fatta di parole forti, di parole che concretizzano l’atto sessuale (forse di troppi ok), di crisi esistenziali, di sesso implicito e di un veloce botta e riposta tra la madre e il figlio.

Le domande marzulliane della psicologa che rivolge ai due innamorati rendono la piece leggera. Il monologo del prosciutto inteso come alimento sessuale che ironizza sulle indecisioni dello scrittore nel fare sesso col la sua ragazza può essere letto come un momento di autoironia. Tra i dialoghi si sente anche una certa presenza delle battute alla Woody Allen quando girava i primi films (qui omaggiati). Introspezione, autoanalisi, indifferenza, insicurezza, vivacità nascosta, ironia sono qui come là.

Brave le attrici, essenziale la cura scenotecnica, luci frontali e amovibili, musica di sottofondo stile fado portoghese. 

Ok – anzi non ok. Forse vedere la seconda parte di una trilogia senza la prima e la terza toglie interesse per l’operazione. Lo straniamento non aiuta il coinvolgimento emotivo dello spettatore.

LUIGI RINALDI

CREDITS

Drammaturgia e Regia Liv Ferracchiati

con (in ordine alfabetico) Liv Ferracchiati, Francesca Gatto, Chiara Leoncini, Livia Rossi

Aiuto Regia Piera Mungiguerra

Scene Giuseppe Stellato

Costumi Laura Dondi

Luci Emiliano Austeri

Suono Spallarossa

Centro Teatrale Mamimò

In collaborazione con Marche Teatro, Teatro Nazionale di Genova, Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale

LA MORTE A VENEZIA – LIV FERRACCHIATI

Libera interpretazione di un dialogo tra sguardi

“È scabroso mordere la fragola, è scabroso mordere la vita”Liv Ferracchiati è in tournée col suo ultimo spettacolo “La Morte a Venezia”. Questa volta si porta dietro una performer molto brava, Alice Raffaelli, attrice e ballerina ( dal 2015 si affaccia al mondo della prosa grazie alla collaborazione con la compagnia The Baby Walk, continua ad esplorare la scena legata al teatro di parola con Antonio Mingarelli. Nel 2018 è tra le finaliste del premio Ubu, categoria miglior performer under 35…).

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LA TRAGEDIA È FINITA, PLATONOV – LIV FERRACCHIATI

’Amleto aveva paura dei fantasmi, io della vita. Sono un masso piantato a terra. Sono io l’impedimento di me stesso’’

Platonov è un dramma in 4 atti scritto tra il 1880 e il 1881 da Anton Čechov all’età di vent’anni. Rimasto incompiuto, quest’opera venne pubblicata postuma prendendo il nome dal protagonista attorno al quale ruota l’intera vicenda. Sullo sfondo la campagna russa, dove Platonov, maestro elementare di 27 anni, si relaziona nel corso della sua esistenza con quattro donne: la moglie Saša, Anna Petrovna, Marja Grekova e Sof’ja. 

Da qui parte la riscrittura moderna dello spettacolo di Liv Ferracchiati, regista e anche attore in scena, che ripercorre il dramma cechoviano sotto una lente che si distacca dalla lineare messa in scena e mira a trascinarci in una sensazione universale, condivisibile da chiunque osservi lo spettacolo. Sulla scena, per sottolineare il dualismo continuo fra testo teatrale e rilettura autoriale di Liv, riscontriamo dal primo istante uno spazio scenico configurato su due piani. Liv, posizionato a bordo scena, fuori dal perimetro del palco su un vogatore in legno che irrompe e apre lo spettacolo. Subito dopo i riflettori si accendono su quello che pare voler delineare il piano della ‘messa in scena’ vera e propria: Platonov, un brillante Riccardo Goretti, è disteso a terra. Squarciano la scena in modo sequenziale le quattro donne che ruotano intorno alla vita di Platonov. Questi è letteralmente accerchiato e in relazione al suo rapporto con ognuna di queste donne, che implicano una scelta, una strada da intraprendere, il dover fare un passo (letteralmente), vediamo configurarsi sotto ai nostri occhi la figura di Platonov dal punto di vista esistenziale e caratteriale. 

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