LE ULTIME LUNE – PAOLO VALERIO

Sotto la neve di Paperopoli

La sera di mercoledì 28 ottobre, Le ultime lune di Furio Bordon, con la regia di Paolo Valerio, ha aperto il sipario del Teatro Carignano di Torino.

Al centro della pièce c’è un anziano professore, interpretato da Alessandro Haber, che si prepara a lasciare la casa del figlio per trasferirsi in una casa di riposo. Una decisione che sembra nascere anche dal desiderio di non sottrarre spazio alla giovinezza dei nipoti, di non diventare un ingombro nella vita di chi ancora deve costruire la propria. Come se, a un certo punto, la vecchiaia dovesse imparare a farsi da parte.

Accompagnato dalle note di Bach, il Professore si trova in una piccola camera, alle cui pareti sono appesi i poster di Paperino, Zio Paperone e Qui, Quo e Qua. Nella stanza dialoga con la moglie defunta, interpretata da Silvia Siravo, una presenza invisibile agli altri, ma per lui ancora profondamente reale. La donna non è soltanto il ricordo di una persona amata, ma una compagna con cui il protagonista continua a condividere pensieri, confidenze e momenti di quotidianità. Il loro dialogo è fatto di tenerezza, complicità, qualche rimprovero e una familiarità che sembra non essere stata intaccata dal tempo. La moglie, scomparsa circa quarant’anni prima, appare ancora giovane, quasi coetanea del figlio: il tempo per lei si è fermato, mentre per la sua famiglia ha continuato inesorabilmente a scorrere.

A dare corpo al Professore è un Alessandro Haber magistrale, che sembra calarsi perfettamente nelle contraddizioni del personaggio, restituendone tanto la pungente ironia quanto i momenti di più profonda vulnerabilità. La sua interpretazione attraversa con naturalezza registri differenti, passando dalla leggerezza delle battute alla malinconia, fino a lasciare emergere una commozione che, nel finale, ha coinvolto anche l’attore stesso.

Allo stesso tempo, è grazie alla presenza della moglie che emergono le contraddizioni del protagonista. Davanti a lei può abbandonarsi ai ricordi, ai rimpianti, alle insicurezze, alle preoccupazioni e alle paure, senza sentire il bisogno di nascondere la propria fragilità. Il Professore conserva una capacità di osservare e giudicare il mondo che spesso si traduce in battute molto divertenti, capaci di alleggerire le situazioni più dolorose. È un’ironia che non cancella la sofferenza, ma sembra proteggerlo da essa. Quasi una forma di consapevolezza, forse l’ultima difesa che gli rimane davanti a una realtà che non può più controllare.

Il rapporto con il figlio (Francesco Godina) costituisce uno dei nuclei centrali della vicenda. Il confronto sulla possibilità di trasferirsi a Villa Delizia lascia intravedere orgoglio, affetto e dolore da entrambe le parti. Il trasferimento in una casa di riposo è davvero una necessità oppure rappresenta, agli occhi del protagonista, una sorta di resa? E quanto di questa decisione appartiene al desiderio del padre e quanto, invece, alle esigenze del figlio? Quest’ultimo non viene mai tratteggiato come una figura apertamente ostile. La questione è infatti più sottile, in quanto il figlio sembra voler bene al padre e forse desidera sinceramente proteggerlo, ma non è detto che riesca a comprendere fino in fondo ciò che quel distacco comporta. Quella che per lui può essere una soluzione ragionevole, per il padre assume il significato di un allontanamento, di un congedo dalla vita che ha conosciuto.

Anche la scelta del Professore rimane sospesa in una zona di ambiguità. Vuole davvero andarsene oppure sta cercando di anticipare una decisione che teme possa essergli imposta? Forse, scegliendo autonomamente il proprio trasferimento, tenta di conservare almeno l’illusione di avere ancora il controllo sul proprio destino. Si tratta di una contraddizione profondamente umana, quella di riconoscere che le circostanze stanno cambiando, di capire persino le ragioni degli altri, senza per questo riuscire ad accettare il dolore che ne deriva.

Il testo di Bordon porta così in superficie una delle questioni più delicate dei rapporti familiari: il confine, spesso impercettibile, tra il prendersi cura di qualcuno e il sentirsi responsabili di quel qualcuno. L’affetto non sempre coincide con la capacità di comprendere, così come la volontà di proteggere non esclude il desiderio, magari inconsapevole, di alleggerirsi di un peso.

Colpisce, inoltre, che il Professore non pronunci mai apertamente l’espressione «casa di riposo». Preferisce chiamarla «albergo» o «collegio», luoghi che gli riportano alla memoria gli anni della giovinezza. In fondo, è qualcosa che facciamo tutti, cambiare nome alle cose, nella speranza di renderle meno difficili da affrontare. In questo caso non è soltanto una questione di parole, ma il tentativo di addolcire una realtà che porta con sé un significato ben più profondo. Trasferirsi in una struttura di questo tipo può certamente rappresentare una forma di assistenza e di benessere, ma significa anche confrontarsi con la perdita di una parte della propria autonomia, con il distacco dalle proprie abitudini e, soprattutto, con la consapevolezza di un tempo che si restringe.

Nella seconda parte dello spettacolo ritroviamo il Professore ormai a Villa Delizia. È a bordo della celebre 313 di Paperino che si svolge l’intero segmento conclusivo della rappresentazione. Il protagonista racconta di non dialogare più con la moglie, perché «alle persone giovani quei luoghi non piacciono», e ripercorre le vicende degli ospiti che ha conosciuto, soffermandosi sulle loro storie e sulle avventure di vita ormai concluse. Anche qui non rinuncia alla propria ironia tagliente, attraverso la quale continua a osservare e commentare il mondo che lo circonda. Sembra quasi che, quando tante altre possibilità vengono meno, resti proprio la capacità di sorridere, talvolta persino di scherzare sulla propria condizione, a preservare un ultimo spazio di libertà. Credo, tuttavia, che questa ironia sia soprattutto una manifestazione di lucidità perché non cancella la consapevolezza della propria condizione, al contrario permette di guardarla senza lasciarsene completamente sopraffare.

E osservando l’intero monologo di Haber a bordo della 313 mi sono soffermata su un elemento ricorrente nello spettacolo, ossia il continuo richiamo all’infanzia. Già nella prima parte, i poster di Paperino alle pareti della camera e i riferimenti ai fumetti che il Professore racconta di ricevere dai nipoti introducono una dimensione apparentemente marginale, ma che ha molto più significato di quanto si pensi. Mi sono chiesta a lungo se questa continua associazione tra infanzia e vecchiaia fosse più un’analogia o una contraddizione.

E ho capito che forse, quando il presente si impoverisce delle possibilità che un tempo sembravano infinite, il ricordo diventa un rifugio. E allora si torna a un mondo in cui tutto appariva più semplice, in cui l’immaginazione poteva ancora aprire infinite strade e la felicità aveva la leggerezza delle cose non ancora conosciute. Paperino è il richiamo a un tempo in cui si poteva ancora guardare il mondo senza il peso della consapevolezza, rintanandosi in un universo immaginario, quasi fiabesco. È un po’ il posto sicuro quando si gioca a nascondino. La 313 assume, in questo senso, il valore di un viaggio che il Professore sente il bisogno di compiere dentro la propria memoria, un ritorno a quella dimensione infantile che la vecchiaia sembra, in qualche modo, riportare in superficie.

Il finale raccoglie questi elementi in una conclusione dolceamara. Il Professore racconta che gli piacerebbe morire sotto la neve, proprio a Paperopoli.
Mentre pronuncia queste parole, la neve comincia a scendere e le luci si spengono. Non sappiamo se quella sia davvero la fine del Professore, se il suo desiderio si stia compiendo o se si tratti soltanto di un ultimo viaggio fantastico. Tuttavia, quello che rimane è l’immagine di quell’uomo che, dopo aver attraversato le proprie ultime lune, sembra trovare nel sogno un luogo in cui poter ancora abitare. E chissà se, da qualche parte, la 313 non stia ancora viaggiando, mentre a Paperopoli la neve continua a cadere. Una neve che non conosce il tempo, che non porta con sé il peso degli anni e sotto la quale, forse, è ancora possibile tornare bambini.

Le ultime lune è, per me, un testo molto tenero in realtà, e attraversa diversi temi, ma è certamente la vecchiaia a costituire quello più profondo. Lo spettacolo, dolce e a tratti commovente, mi ha portata a riflettere su quanto spesso si tenda ad associare le persone anziane a caratteristiche come la pesantezza, la noia, il cattivo umore o l’irascibilità. Naturalmente non tutte sono così, e soprattutto nessuna di loro è soltanto questo. Eppure, talvolta, si finisce per guardare alla vecchiaia come se fosse una condizione capace di esaurire l’identità di una persona, dimenticando tutto ciò che esiste al di là degli anni. Quelle persone sono state giovani, hanno amato, desiderato, sbagliato, viaggiato, costruito relazioni e attraversato esperienze che hanno contribuito a renderle ciò che sono. Hanno avuto sogni, ambizioni, paure e progetti, proprio come noi. Sono state, e continuano a essere, molto più della loro età.

E un giorno, inevitabilmente, anche noi porteremo sulle spalle il peso dei nostri anni e il bagaglio delle nostre esperienze sotto la neve di Paperopoli.

Emanuela Cerino

di Furio Bordon
con Alessandro Haber
e con Silvia Siravo e Francesco Godina
regia Paolo Valerio
scene e costumi Francesca Tunno
luci Gigi Saccomandi
musiche Umberto Iervolino, Federica Luna Vincenti
Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia
Goldenart Production

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