Tra collisioni intonate e danze trasformative
“Ci sono esperti di paleontologia in sala questa sera?”
Esordisce così lo spettacolo Asteroide di Marco D’Agostin, che ha riscosso grande successo nel contesto del premio UBU 2025, ottenendo il riconoscimento come miglior spettacolo di danza e la nomination come miglior progetto sonoro. Nell’ambito della trentunesima edizione del Festival delle Colline Torinesi, la serata di giovedì 15 ottobre, al Teatro Astra, è dedicata a D’Agostin e al suo racconto dirompente come un meteorite.
L’autore, nonché unico interprete, narra l’intrecciarsi di due storie: la collisione di un asteroide nel lago dello Yucatán, avvenuta 66 milioni di anni fa, che avrebbe portato all’estinzione dei dinosauri, e la fine di una relazione d’amore. Le due trame si intessono nel personaggio di Walter Álvarez, geologo statunitense che negli anni ‘80, mentre viene lasciato dalla moglie, propone la teoria dell’impatto asteroidale.
Nel corso del racconto, un’altra forza incontenibile comincia ad emergere: è il musical, che, facendosi spazio tra la voce e i movimenti del performer, irrompe violento sulla scena. L’intento di D’Agostin è dunque quello di attraversare ed esorcizzare tre grandi traumi collettivi, in quanto vissuti e conosciuti da tutte e tutti: l’imbarazzo generato dal musical, la fine di un amore e il rischio di un’estinzione di massa. In fondo, ciascuno di questi ci riguarda e la vicenda personale è solo una metafora della biografia planetaria, e viceversa.
“A line from the stars, from the sky / changed it all now” – canta D’Agostin in uno dei brani composti insieme a Luca Scapellato appositamente per lo spettacolo. Dalla scoperta geologica di una sottile linea di argilla di circa un centimetro di spessore, che segna il limite tra Cretaceo e Paleogene, alle quattro parole pronunciate dalla moglie di Álvarez: “Non ti amo più”. L’autore vuole parlare dell’angoscia che proviamo di fronte alla finitudine: “Ho avuto paura che non ci fosse più niente dopo”. Una linea che sembra segnare una frattura insanabile, provocando la fine di ogni cosa.

L’ultima parte dello spettacolo giunge inaspettata come un meteorite: D’Agostin, dopo aver chiesto al pubblico, per l’ennesima volta, se ci sono domande, si intrattiene in un dialogo con una “negazionista della semplicità” che sostiene che il meccanismo di causa-effetto risulti insoddisfacente nel dar conto tanto della fine di una storia sentimentale, quanto di quella di un’era geologica; un epilogo non può essere scientificamente spiegato, ma solamente narrato. Questa consapevolezza sembra riorientare la prospettiva di Álvarez, che intona un ultimo brano: “We are, we are all things”. Dalla pietra al dinosauro, dal fiume all’essere umano: siamo solo cose in continua metamorfosi. L’ultima scena, inaugurata da un cambio di scenografia, si apre su un immaginario postumano: un essere robotico a sei zampe raccoglie l’eredità della danza e del canto, mentre non vi è più traccia di corpi umani sul palco. Con questa conclusione inattesa, l’autore cerca di svincolare se stesso e il pubblico dalla visione dualista che deriva dal riconoscere nella linea una separazione netta, questione di vita o di morte: non è così semplice, e nemmeno così terribile.
Con avvincente ironia e meticoloso sentimentalismo, D’Agostin sceglie di accostare una storia molto grande e una molto piccola per suggerire che, alla fine, la vita trova sempre il modo di resistere – anche dopo la linea. Le cose, nel momento in cui paiono esaurirsi, in realtà si trasformano, trovando un nuovo modo per continuare a danzare: “Is it so strange to dance so soon?” recita il brano Cosmic dance dei T. Rex, che ricorre più volte nel corso dello spettacolo. Anche ciò che sembra una conclusione improvvisa e crudele, può liquefarsi in una nuova fase di vita. Il musical di D’Agostin, costellato di tanti piccoli grandi asteroidi, mette in scena in modo efficace e coinvolgente la tensione tra frattura e continuità nella biografia della Terra e di ciascun essere: ogni crepa costituisce il varco verso il cambiamento successivo all’interno di un flusso vitale inarrestabile, che attraversa tanto la materia organica quanto quella inorganica.
Da buon paleontologo, l’autore lavora con le stratificazioni, a partire dall’uso sapiente dei linguaggi del teatro, della danza e del canto. Anche la narrazione si struttura su più livelli, che confluiscono l’uno nell’altro, guidando il pubblico in una continua immersione e riemersione tra tempo quotidiano e tempo profondo, geologico. Forse non funziona così solo per le rocce: anche i sentimenti si stratificano. Ogni storia è una stratificazione e, dopo un’apocalisse, si può sempre ricostruire un significato. Dopotutto, non è la fine del mondo.
Alice Ortelli
di e con Marco D’Agostin
suono Luca Scapellato
canzoni Marco D’Agostin, Luca Scapellato
scene Paola Villani
costumi Gianluca Sbicca
con una scena scritta da Pier Lorenzo Pisano
assistente alla creazione Lucia Sauro
animatronic Bots Conspiracy
danze di repertorio Giulio Santolini, Stefano Bontempi
ricerca condivisa con Chiara Bersani, Sara Bonaventura, Nicola Borghesi, Damien Modolo, Lisa Ferlazzo Natoli
movement coach Marta Ciappina
vocal training Francesca Della Monica
consulenza scientifica Enrico Sortino
costruzione elementi scenici Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa
promozione, cura Damien Modolo
organizzazione, amministrazione Eleonora Cavallo, Federica Giuliano, Irene Maiolin, Paola Miolano
produzione VAN
coproduzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa; Théâtre de la Ville, Paris; Fondazione Teatri di Pistoia; Pôle-Sud CDCN Strasbourg; Festival Aperto / Fondazione I Teatri – Reggio Emilia; Baerum Kulturhus – Dance Southeast-Norway; Snaporazverein
con il sostegno di CCN Ballet de l’Opéra national du Rhin; Centro Nazionale di Produzione della Danza Virgilio Sieni Firenze; AMAT e Civitanova Danza per RAM_Residenze Artistiche Marchigiane; La Contrada, teatro stabile di Trieste; Centro di Residenza dell’Emilia-Romagna L’arboreto – Teatro Dimora | La Corte Ospitale; Istituto Italiano di Cultura di Oslo/MiC-Direzione Generale Spettacolo e Sprang / Ål kulturhus, regional dance scene and performing arts center, nell’ambito di NID international residencies programme; Grand Studio, Bruxelles; Scenario Pubblico, Catania; CSC/Centro per la Scena Contemporanea (Bassano del Grappa); Atcl/Spazio Rossellini Fondazione Teatro Comunale Città di Vicenza; Centrale Fies Teatro Stabile dell’Umbria