LA NATURA CURVA DELLE PARETI – GRASSI.SACCOTELLI.TÈ

Veniamo accolti davanti all’ingresso di Palazzo Segesta da una figura interamente vestita di blu, Marco Tè: un narratore, forse un sognatore, che ci introduce al viaggio. Racconta di come lui si perda negli sguardi della vita quotidiana, di come segua una linea che però gli sfugge… perché la vita, in fondo, procede sempre per deviazioni. Non siamo soli in questo attraversamento: il suo sguardo rimbalza sul nostro, anticipa poeticamente ciò che potrebbe accadere durante lo spettacolo. Nulla sfugge al suo racconto: ogni situazione che appartiene alla vita dell’oggi – una macchina che suona il clacson, lo sguardo di un passante, una persona che vive nel palazzo – viene accolta e trasformata in parte della narrazione.

Entriamo nel palazzo, accompagnati dalla nostra guida, e iniziamo a salire le scale, lentamente, senza fretta e in silenzio. Ogni piano ha la stessa struttura a ferro di cavallo: tre porte, l’ascensore di fronte alle scale, le pareti colorate fino a metà di rosso e poi bianche. Eppure, a ogni piano, qualcosa cambia. A ogni piano si apre un frammento di quotidiano: gli odori della cucina che filtrano dalle porte, gli oggetti lasciati sul pianerottolo che compongono un corridoio di vite, le scelte dei quadri appesi. Non conosciamo i volti di chi abita qui, ma forse, in piccolo, conosciamo ciò che lasciano fuori: tracce che raccontano personalità, desideri, abitudini, situazioni.

Nell’appartamento veniamo divisi nelle stanze. Non conosco il resto della casa: l’unica indicazione che ci viene data è di restare fermi nel luogo assegnato. Il mio punto di osservazione è la finestra del bagno. Un bagno anonimo, privo di oggetti personali, con solo ciò che serve: lavandino, gabinetto, doccia, bidet. L’unico elemento che sembra provenire da un’altra “dimensione” è un palloncino blu nella doccia. La sua presenza è sottile, quasi timida, ma è come se mi ricordasse di tenere con me la voce della guida che ci ha accompagnati fin qui: il suo invito a osservare, a lasciarsi sorprendere, a sognare un po’ dentro ciò che accade nella vita. È un bagno che non racconta nulla ma che raccoglie tutto ciò che vedo fuori.

Osservo fuori dalla finestra. Forse lo spettacolo sta iniziando, eppure mi accorgo che ciò che guardo non riguarda soltanto i performer (non li riconosco tutti, forse non ne riconosco nemmeno uno) ma anche le persone che abitano la strada in queste ore. Non c’è un palco, non c’è un confine che definisca il palcoscenico: tutto è scena.

E allora parto dal cane: il cane che gioca, la sua proprietaria che guarda la strada. Mi immergo nel suo pensare: a cosa pensa? Cosa le è accaduto? Poco più in là, una nipote aiuta la nonna ad attraversare, e sorrido di fronte a un gesto tanto delicato. La vita scorre davanti a me, e ogni gesto, ogni micro‑azione, sembra rispondere al dispositivo dello spettacolo, come se la realtà stessa si fosse messa in ascolto o forse, più semplicemente ho solo io aperto il mio sguardo.

Guardo l’orizzonte. Guardo San Siro e mi sembra un porto, eppure il mare non c’è. In quell’altezza mi sollevo sulle punte perchè si sa… l’acqua sfugge. Cerco qualcosa in lontananza e improvvisamente vengo catturata da della musica di Snoop Dogg, proveniente da sotto il palazzo. Penso che non sia parte dello spettacolo, ma poi mi chiedo: è davvero necessario cercare per forza “lo spettacolo”? Forse lo spettacolo è anche questo. Forse sono così dentro il dispositivo che non devo inseguirlo. Forse è il mio sguardo ad essersi aperto, e tutto ciò che accade, previsto o imprevisto, diventa scena.

Più passa il tempo – un tempo che non considero, perché non voglio che in questo accadimento ci sia fretta – più divento vorace del guardare. Alcune persone entrano nel parco e, man mano, sento crescere questa fame dello sguardo. Voglio osservare tutto, perché la pietanza non è composta dal solo atto di guardare: è fatta di persone che hanno vite, di arte, di storie, di emozioni. Nasce così una creatività, una creatività che ciascuno di noi mette nell’immaginare la vita degli altri: Cosa fa? Cosa vive? Cosa guarda, e come lo guarda?

Ed è in questo pensare che incontro il ragazzo che sfidava i tram. In tuta nera, con le sue scarpe da ginnastica, aspettava il tram ma non è mai salito. Preferiva correre dietro a ogni tram e, non appena aveva la possibilità di entrarci, lo perdeva per una breve azione ma necessaria: legarsi le scarpe. Allora mi domando se questa non sia una metafora dello sguardo: il perdersi delle piccolissime e brevissime azioni, come quando si battono le palpebre. E quindi penso a quanti piccoli secondi ho perso nel guardare. Ma di nuovo l’occhio mi rimbalza altrove e osservo altro. E man mano che le cose davanti a me accadono, mi rendo nuovamente conto che sto guardando uno spettacolo. Non mi domando più chi ne faccia parte, perché io non sto cercando lo spettacolo: sto osservando. E mi accorgo che, internamente, sto generando degli spettacoli paralleli, sulla linea dello spettacolo principale. Cerco costantemente le ripetizioni perché mi rassicurano nel non perdermi nulla; osservo le persone senza chiedermi chi sia performer e chi no: resto semplicemente dentro tutto ciò che può essere vita. E ci costruisco sopra storie, immaginazioni, possibilità. Forse osservare è anche questo: nutrirsi, emozionarsi.

Mi chiedo se sia la creatività a generare contesti unici, oppure le persone stesse.

Poi, improvvisamente, mi accorgo che non sono sola a osservare. Molto più in basso, in un altro palazzo, c’è una signora che fa la mia stessa pratica, ma da casa sua. Si pettina i capelli con le mani, una gamba incrociata, e guarda davanti a sé. Non posso vedere i suoi occhi, ma in qualche modo empatizzo con una persona che non conosco. Mi chiedo come faccia a fissare così a lungo il vuoto, senza muoversi: cosa la sta catturando? E penso che sia anche molto coraggiosa nel sostenere quel vuoto con così tanto portamento e calma. All’opposto, una donna alza le mani verso le foglie degli alberi, verso il cielo, e quel possibile vuoto lei lo trasforma in ballo, spensieratezza, libertà. Egoisticamente penso che nessuno se ne accorge, anche se vorrei che tutti lo vedessero, per cogliere quella serena spensieratezza che fa sempre bene osservare.

Una persona balla nel parco, a distanza. E così, improvvisamente, ci sono due persone che ballano senza sapere che sono in compagnia. Mi chiedo quali siano gli sguardi di chi è vicino a loro: saranno giudicanti, saranno confusi? È paradossale che, nell’oggi, ci imbarazziamo dei gesti minimi per sentirci un po’ liberi di essere.

Al semaforo, lei sta ferma. Poi si avvicina a lui e iniziano a ballare. Ballano come se fossero in una grande sala da ballo e, da così lontano, mi sembrano innamorati. Poi litigano (almeno, così penso) e rimango colpita dal modo in cui si distanziano. Vorrei urlare loro di continuare a divertirsi, di restare in quel ballo, di accogliersi in quel ballo. Ma io sono quassù, e loro così distanti. E allora penso che alcune cose devono seguire le nature e i percorsi di chi le ha costruite: certe strade, certi incroci. La donna‑albero viene confusa dai cani: in quanto albero, viene annusata. Lei sorride, e io da quassù ricambio quel sorriso.

Qualcuno passa dietro di me, nella casa. Vorrei girarmi per vedere chi è, ma sono talmente catturata da ciò che accade fuori che non ci riesco. Anzi, quasi mi dà fastidio: io voglio guardare il fuori, non il dentro. O forse lo sto facendo comunque, ma in una maniera più morbida. Non importa, perché poi iniziano a cantare tante persone vestite di bianco, sopra una panchina. Il mio sguardo torna al Natale, e improvvisamente, in questo Natale, un ragazzo attraversa la strada in contromano con il monopattino.

Lui sta sempre fermo nel prato. Era insieme ad altre persone, poi se ne sono andate. Mi sento osservata: forse sta guardando me. Ma la domanda che più mi preme è quanto, per lui, io sia distante. In questa distanza cerco di offrirgli la mia presenza, ma poi tornano tre persone che iniziano a misurarlo con un metro vero. Penso che lo abbiano scambiato per una scultura: alcune persone, a volte, diventano statue.

Mi domando se nel parco, intorno a me, ci fosse già quel tavolino. Forse no, l’hanno messo ora. Non me lo ricordo. Le cose cambiano così rapidamente, in questo mondo.

Forse lei mi sta guardando. Ma io sono in bagno. E mi chiedo se i bagni dell’ultimo piano si possano vedere, e se sia corretto che qualcuno mi guardi mentre sono qui, quasi mi imbarazzo. Eppure, allo stesso tempo, mi accorgo che questo imbarazzo è parte dell’esperienza: il dentro e il fuori si confondono, la mia posizione non è più solo quella di spettatrice, ma di corpo esposto, anche se nessuno mi vede davvero (o mi piace pensarlo mentre guardo).

Lui gonfia un palloncino blu e gli vorrei dire che anche io ho la stessa presenza al mio fianco ma in fondo penso lo sappia già. Intanto, nel prato, giocano a palla mentre un nastro rosso viene tirato. Le signore fanno quello che vogliono, io voglio restare nel mio bagno anche se nel mio quotidiano ho perso un Flixbus per tornare a Torino, io ho bisogno in questo momento di continuare a guardare, non voglio andarmene.

Appare un ombrellone giallo ed è tanto distante ma lo vedo bene e qualcuno lo sta muovendo, anche se da quassù mi piace pensare che si muova da solo. I punti di vista cambiano: a me piace guardare ciò che vedo meglio, ma anche ciò che accade più in là è interessante.

Il coro attraversa il parco camminando nel centro dei binari, senza troppa attenzione. Una ragazza cammina sopra i binari con molta attenzione per non cadere. Abbiamo così tante esigenze diverse. Appare una valigia escono altri palloncini blu, sorrido e poi penso che abbiano scelto il colore blu affinchè si possano confondere con il cielo.

La gente improvvisamente inizia a cadere, ma sembra farsi abbracciare dall’erba. Ma poi un altro cade e un uomo con le cuffie guarda solo a se stesso mentre la gente finge di morirgli vicino. Anche l’ombrellone è caduto e tutto man mano sta finendo: tutto ciò che era attivo si stoppa e mi torna uno sguardo normale e mi rendo conto che i performer, l’arte che hanno creato hanno sostenuto un paesaggio, una creatività. Solo l’ambulanza come ultima interviene e controlla se una dei “morti” stava bene.

E tutto quello che vi ho raccontato fin qui accade nelle strade del quartiere di San Siro, e ciò che ho osservato appartiene allo spettacolo La natura curva delle pareti di Carlotta Sofia Grassi, Sara Saccotelli e Marco Tè. Esco da questo accadimento grata, divertita, ma anche scossa: abbiamo davvero perso così tanto lo sguardo nell’oggi? Che tipo di sguardo abitiamo, quando attraversiamo la vita senza più fermarci a guardarla? Questo domandarmi nasce grazie a uno spettacolo che unisce linee di sguardi diversi – interni ed esterni, intimi e pubblici – e che intreccia ambienti appartenenti all’accadimento e ambienti che ne restano fuori, ma che vengono comunque risignificati. Tutto è costruito con un’immensa delicatezza e cura: una cura che non dirige lo sguardo, ma lo accompagna e lo curva. È uno spettacolo che riverbera nell’oggi, perché in qualche modo mi ha dato modo di trasformare la mia percezione e osservare, nell’oggi, sempre qualcosa in più.

Chiara Jadore Cacciari

La natura curva delle pareti
progetto a cura di grassi.saccotelli.tè

All’interno del Festival Immersioni

con le partecipanti al laboratorio Serena Albertini, Catia Anastasi, Isabel Bumba, Margherita Iallonardo, Carmen Gabriela Gulap, Priyanka Mendis, Francesca Pannuti, Roberta Pestalozza, Mariana Stoean, Nadine Yassin Vadalà

con la partecipazione di Tiffany Alexander, Miriam Basile, Martina Corrao, Laura Bonfanti, Luca Carlo Cozzi, Ludovica De Angelis, Giacomo Di Scala, Margherita Fantini, Carlotta Sofia Grassi, Martina Lucia Lavorano, Mariagiulia Leuzzi, Alessandro Levi, Benedetta Lupo, Ilaria Pradella, Giuseppe Saccotelli, Sara Saccotelli, Asia Siena, Marco Tè, Luca Tausel, Leonardo Venturi, Giulia Zangari, Tommaso Zattarin

con gli interventi di Associazione Parole e Punti, BibliotEqua, Coro delle Donne di San Siro, Coro degli Amici di San Siro, Le Compagnie Malviste

Un ringraziamento a KINlab

Hospitality Partner Easy Housing Immobiliare S.r.l.

Grazie alle persone di San Siro

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *