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LA TEMPESTA di WILLIAM SHAKESPEARE – ALFREDO ARIAS

Marionette in balia di una tempesta

“Noi siamo della stessa materia di cui sono fatti i sogni e la nostra piccola vita è circondata da un sogno”

Al teatro Astra ci viene ricordata la caducità della condizione umana con la messa in scena dell’opera che pare abbia segnato l’addio al teatro di Shakespeare. Attraverso i meandri del labirinto dell’isola su cui si rifugia il protagonista del dramma, Prospero, interpretato da Graziano Piazza, veniamo trascinati dalle correnti della tempesta di vendetta che il mago e duca di Milano spodestato scatena contro i suoi nemici.

Fin da principio, la voce narrante di Prospero ci porta ad empatizzare nei suoi confronti, ma le sue azioni sull’isola non lo rendono poi così diverso dalle persone per cui prova rancore. Anche lui ha spodestato Caliban, sovvertendo l’ordine di potere naturale sull’isola, e anche lui non diversamente da quanto ha fatto la strega Sycorax, madre di Caliban, costringe gli spiriti dell’isola a servirlo, manipolandoli e disumanizzandoli. Con la sua magia inganna, non solo i suoi nemici, ma la sua stessa figlia che condiziona attraverso il sonno e usa come puro mezzo di scambio.

Sotto questa luce, il protagonista del dramma non sembra più un personaggio positivo e misericordioso, ma una figura ambigua che grazie al potere della conoscenza dei suoi libri e tecnologia, piega gli altri al suo volere. Perfino nel momento in cui sembra mostrare pietà, diventa subdolo perché mosso da ulteriori scopi egoistici. Nel momento in cui afferma di voler perdonare la colpa peggiore a colui che non può chiamar fratello senza infettarsi la bocca, è consapevole che quest’ultimo è costretto a rendergli il ducato. Anche nel momento in cui sembra rendere il controllo dell’isola a Caliban, non solo è un potere conferito con pesanti condizioni, ma si tratta di una falsa concessione dettata dal fatto che Prospero ha già raggiunto i propri fini, attraverso il matrimonio tra la figlia e l’erede del re di Napoli, Ferdinando. Come in una partita a scacchi in cui ciascun giocatore arrocca per proteggere il proprio potere, anche imbrogliando se necessario, ogni mossa di Prospero è fredda e calcolata.

La vera redenzione del protagonista nel dramma viene posta nelle mani dello spettatore che mostrando o meno l’apprezzamento per il dramma messo in scena, può concedere al personaggio di seguire la figlia a Napoli, rinunciando ai propri poteri e tornando ad essere un umano come gli altri. Siamo anche noi oggi accecati dalla furia di una tempesta e alla mercè di un Prospero pronto ad asservirci manipolando la realtà che ci circonda? Siamo degli spiriti obbedienti che si piegano al volere del nostro padrone come Ariel, interpretato da Guia Jelo, o vogliamo ribellarci come Caliban. Dobbiamo essere pronti a inoltrarci nel labirinto di pensieri ed opinioni del mondo che ci circonda, cercando di trovare un’uscita che rischia sempre di rivelarsi un vicolo cieco. Questa efficace messa in scena del dramma shakespeariano ci mostra quanto sia facile perdersi nella tempesta della rabbia e della violenza, nel momento in cui ci viene conferito il potere o la conoscenza necessaria per mettere in atto i nostri scopi. Siamo forse noi oggi Prospero? Ci stiamo ponendo arrogantemente al di sopra di tutto strumentalizzando la realtà dei fatti per alleviare il peso della nostra coscienza?

Con un forte applauso finale, concediamo non solo la redenzione al protagonista, che vede le vele della sua nave gonfiarsi, ma ci riconosciamo in questa rappresentazione della condizione umana in ogni sua bassezza e fragilità, affrontata in scena anche con delle note comiche, che ci portano a ridere di noi stessi e a perdonarci per le nostre mancanze. In fondo, siamo tutti sulla stessa barca.

Linda Steur

Di William Shakespeare

Traduzione Agostino Lombardo

Adattamento e regia Alfredo Arias

Scene Giovanni Licheri, Alida Cappellini

Costumi Daniele Gelsi

Luci Gaetano La Mela

con Graziano Piazza

e con Federico Fiorenza, Fabrizio Indagati, Franco Mirabella, Marcello Montalto, Luigi Nicotra, Lorenzo Parrotto, Alessandro Romano, Rita Fuoco Salonia, Rosaria Salvatico

e con Guia Jelo nel ruolo di Ariel

Aiuto regia Marta Cirello

Suggeritrice Raffaella Alterio

Direttore di scena Alessandro Mangano

Capo macchinista costruttore Santo Floresta

Primo macchinista Sebastiano Grigoli

Macchinisti Salvo Melarosa, Manuel Merola, Filippo Tornetta

Attrezzista Elio Di Franco

Capo elettricista Salvo Costa

Elettricisti Marco Gravina, Giuseppe Noè

Capo fonico Giuseppe Alì

Fonici Samuele Di Dio Randazzo, Luigi Leone

Allieva scenografa Lucia Pisana

Sarte Claudia Mollica, Cinzia Puglisi

Scene realizzate dal Laboratorio di Scenografia del Teatro Stabile di Catania

Costumi realizzati dalla Sartoria Gelsi Costumi d’Arte

Acconciature e trucco Alfredo Danese

Responsabile area tecnica Carmelo Marchese

Amministratore di compagnia Fulvio Romano

Ufficio stampa Chiara Chirieleison

Foto di scena Tommaso Le Pera

Produzione Teatro Stabile di Catania, Marche Teatro, Tieffe Teatro, TPE – Teatro Piemonte Europa

In collaborazione con Estate Teatrale Veronese

LA TEMPESTA – ALESSANDRO SERRA

Dal 15 marzo fino al 3 aprile è in scena alle Fonderie Limone di Moncalieri La tempesta, seconda regia e adattamento di Alessandro Serra di un’opera shakesperiana dopo Macbettu, spettacolo prodotto dal Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale, dal Teatro di Roma – Teatro Nazionale, da ERT – Teatro Nazionale, Sardegna Teatro, in collaborazione con Fondazione I Teatri Reggio Emilia e Compagnia Teatropersona.

La tempesta, opera di commiato dalle scene del drammaturgo e poeta di Stratford-Upon-Avon, racconta di Prospero, duca di Milano spodestato, che con l’utilizzo della sua arte magica e con l’aiuto del fidato Ariel, spirito dell’aria, inscena una tempesta ai danni della nave su cui viaggiano il fratello Antonio, attuale duca di Milano, Alonso, re di Napoli, il loro seguito e il resto dell’equipaggio facendoli naufragare sull’isola in cui vivono l’esiliato Prospero, sua figlia Miranda e Caliban, figlio della strega Sicorax, dove i naufraghi vengono messi alla prova.

Il testo tratta e rinnova alcuni temi classici dell’opera di Shakespeare come la magia, la natura, il potere che «tutti cercano di usurpare, consolidare e innalzare» e il teatro, anche nelle sue accezioni più simboliche e metafisiche. Serra incentra il suo lavoro precipuamente su queste tematiche, costruendo una drammaturgia di immagini sceniche composte attraverso l’utilizzo di luci, nebbia, oggetti, suoni e costumi avvalendosi della simbologia dei mezzi teatrali a partire da quelli più immediati, corpo e voce, ad altri più elaborati: nella scena iniziale della tempesta, Ariel danza in armonia insieme ad un grande telo, simbolo delle acque del mar Mediterraneo, per far naufragare la nave di Alonso.

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Tito Rovine d’europa

In occasione della 24a edizione del Festival delle Colline Torinesi è andato in scena al ‘Teatro Astra’ di Torino, il 16 giugno, Tito Rovine d’Europa, il nuovo spettacolo di Michelangelo Zeno con la regia di Girolamo Lucania (già collaboratori per lo spettacolo Blatte, in cartellone nella stagione 2017/2018 del TST).

Lo spettacolo è ispirato al Tito Andronico di William Shakespeare, considerata la tragedia più brutale dell’autore inglese, e dalla rilettura di Heiner Müller Tito Fall of Rome che chiedeva al lettore di compiere l’operazione: «dismember/remember», cioè distruggere per ricordare, uno dei temi principali di questo dramma; inoltre, parte della troupe, come ha raccontato il regista a Mezz’ora con…, ha intrapreso un viaggio attraverso le ‘rovine’ d’Europa, che ha ispirato i vari componenti e ha fornito materiale utilizzato in seguito per la scenografia (come le fotografie di Vittorio Mortarotti) e per la drammaturgia.

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FDCT23 – MACBETTU La zona d’ombra – Dove gli uomini si fanno lupi

Per la ventitreesima edizione del Festival delle Colline Torinesi è andato in scena il 17 e 18 giugno, alle Fonderie Limone di Moncalieri, Macbettu, versione in limba sarda con sovratitoli in italiano del capolavoro di Shakespeare, diretto da Alessandro Serra e interpretato dalla compagnia Teatropersona.

Lo spettacolo è stato il vincitore del prestigiosissimo premio UBU 2017 e del Premio ANCT 2017 (Associazione Nazionale dei Critici di Teatro).

 

Macbettu non si discosta per trama e contenuti dal testo originale, bensì lo amplia con i carnevali sardi: le maschere che rappresentano la foresta che avanza, nel finale, sono simili alle maschere dei Mamuthones e degli Issohadores del Carnevale di Mamoiada. La Sardegna è un luogo sacro e arcaico, dove gli antichi culti pagani sopravvivono ancora oggi in una maniera più vera e sentita rispetto ad altre località ed è lo scenario ideale per rappresentare una tragedia che fa della solennità e della ritualità dei movimenti e di una lingua dal sapore antico e impenetrabile il proprio codice di lettura.

 

La mancanza quasi totale di scenografia e l’assenza di attrici è un omaggio al teatro elisabettiano di Shakespeare. Ciò però non rende meno efficaci le ottime prove degli attori, sia a livello dei singoli – come per quanto riguarda Lady Macbettu, interpretata da un dionisiaco e barbuto Fulvio Accogli – sia a livello corale.

Non è la prima volta che il Macbeth viene rivisitato e ambientato in un’altra cultura. Ne è un esempio il film del 1957 di Akira Kurosawa Il trono di sangue che compie un adattamento in territorio nipponico.

Sono state molteplici negli anni le versioni cinematografiche del capolavoro shakespeariano, ma la versione di Roman Polanski – proiettata al cinema Massimo in preparazione allo spettacolo sardo – è di particolare rilievo perché approfondisce il lato dionisiaco (e demoniaco) delle streghe e di Lady Macbeth. In questo senso compie un’operazione simile anche Alessandro Serra, che caratterizza le Sorelle e soprattutto Lady Macbettu, tutte interpretate da uomini, facendo loro perdere  sembianze umane e femminee in favore di un’aura diabolica. Fulvio Accogli è ottimo nel rappresentare la sensualità del personaggio, specie nella scena del suicidio durante la quale è completamente nudo (o nuda) sul palco, esprimendo una inquietante e peculiare femminilità.

In questo senso Macbettu incontra il Festival delle Colline Torinesi: il viaggio dell’identità tramite la rievocazione elisabettiana e l’annullamento di genere, e la Sardegna come luogo lontano, nel tempo e nello spazio, e straniero dove inscenare temi universali che accomunano tutti gli esseri umani, in una ricerca radicale dell’uomo, sino alla zona d’ombra, la più oscura e bestiale.

 

La zona d’ombra, ovvero il luogo in cui si svolge la vicenda. Un’ombra visibile – lo spettacolo si apre e si chiude entro lunghi momenti di oscurità lacerata dalle streghe, all’inizio, e da suoni metallici che rappresentano il cuore morente di Macbettu, al termine – ma soprattutto un’ombra dell’anima.

Quella che le Sorelle Fatali pronunciano a Macbettu e Banquo potrebbe anche non essere una vera e propria profezia, quanto un dubbio, un’insinuazione proposta e in seguito raccolta dal Conte di Cawdor, che poi si avvererà. Un’ombra che si impossessa anche della consorte che sostiene e inneggia a ogni assassinio (accumulato simbolicamente pietra su pietra come un piccolo nuraghe)  utile per la scalata verso il potere. La zona d’ombra che è il regno del soprannaturale, della vita dopo la morte che si interseca con quella dei vivi con l’apparizione del fantasma di Banquo; ma anche la bestialità dell’essere umano che trova il proprio culmine nella scena, che richiama la maga Circe e i film Porcile (1969) e Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975) di Pasolini, in cui i due coniugi danno da mangiare alle guardie del corpo di Re Duncan che lottano tra di loro come maiali e cinghiali, mettendo a dura prova gli spettatori.

Una bestialità che si incarna nell’essere umano e lo porta, giù nella zona d’ombra, a compiere le nefandezze più gravi, che possono essere ben spiegate dalle parole di Cesare Pavese: «Non conosci la strada del sangue. Gli dèi non ti aggiungono né tolgono nulla. Solamente, d’un tocco leggero, t’inchiodano dove sei giunto. Quel che prima era voglia, era scelta, ti si scopre destino. Questo vuol dire farsi lupo […]».

Dialogo tra due cacciatori tratto dal racconto L’uomo lupo da Dialoghi con Leucò, Cesare Pavese

Riccardo Ezzu

Macbettu 

regia Alessandro Serra

tratto da Macbeth di William Shakespeare

con Fulvio Accogli, Andrea Bartolomeo, Leonardo Capuano, Andrea Carroni, Giovanni Carroni, Maurizio Giordo, Stefano Mereu, Felice Montervino

traduzione in sardo e consulenza linguistica Giovanni Carroni

collaborazione ai movimenti di scena Chiara Michelini

musiche, pietre sonore Pinuccio Sciola

composizioni pietre sonore Marcellino Garau

scene, luci, costumi Alessandro Serra

produzione Sardegna Teatro e compagnia Teatropersona

con il sostegno di Fondazione Pinuccio Sciola, Cedac Circuito Regionale Sardegna

Premio Miglior Spettacolo UBU 2017,  Premio ANCT 2017 (Associazione Nazionale dei Critici di Teatro)