Se le case potessero parlare.
All’ingresso del Teatro Gobetti è già tutto chiaro: in sala con noi c’è una donna, sembrerebbe una matta. Forse una barbona?
Parla da sola, farfuglia frasi spostando lo sguardo da una parte all’altra. Vicino a lei ci sono dei mobili che sembrano messi lí senza un criterio. Alcuni ribaltati, altri bene in vista. Mi siedo e appena ho una visuale più definita capisco: anche quella donna (interpretata dalla meravigliosa Valentina Picello) è uno di quei mobili. Se ne sta lì come ribaltata a guardarci, è piena di polvere e sporcizia come i più alti vasi dimenticati in cima agli armadi.
Ad un certo punto inizia a parlare a noi. Assistiamo alla reificazione di una donna che ha abitato uno stato d’animo per troppo tempo fino a incarnarlo del tutto.
Valentina Picello questa sera ha scelto di indossare due occhi che non sono i suoi, ma quelli di un bambino che ha perso la mamma e la cerca all’orizzonte sull’orlo del pianto. Noi qui seduti sentiamo di avere la responsabilità di doverle comunicare che la sua mamma non tornerà più. Sappiamo qualcosa che lei non sa e restiamo tutti zitti a guardare.
Ad illuminare la scena c’è una luce fioca che passa attraverso le fiammelle di alcune candele di un candelabro posto a terra al centro del palco.
L’interpretazione della protagonista ci travolge con un’energia tremolante ma resistente come quella di una candela che si scioglie ma continua a bruciare finché può e non si arrende finché c’è ossigeno intorno a lei.
Gli interlocutori della donna sono due: la sua padrona di casa e il suo amato Tonino con i quali si consumano rapporti di odio, amore, incomunicabilità, tossicità e disperazione. Ma forse c’è anche un terzo interlocutore: i muri della sua casa, attraverso i quali noi abbiamo la fortuna di vedere e ascoltare la sua storia. E se potessero parlare? Se noi potessimo parlarle attraverso quei muri, cosa le diremmo?
Le pareti della casa del suo compagno in poco tempo le si appiccicano addosso, lei sente che ora le appartengono, così come ormai detiene il possesso delle sue mani, del suo cuore e del suo cervello.
La vena ironica del testo viene esaltata dall’attrice e dalla regia con scelte semplici ma efficaci( come il far bere all’attrice il sapone della lavatrice come fosse acqua).
Gli oggetti vengono usati ma in modo parziale, forse sono lì semplicemente per raccontare il mondo interiore di questa donna attraverso la loro presenza e disposizione scenica. Fino alla fine ci si domanda se questa storia sia tutta inventata, se questi interlocutori della protagonista esistano davvero oppure sia solo una grande e folle illusione.
È il frigo in cui Anna conserva i resti del suo amato Tonino a rendere manifesto che è tutto reale: il loro amore è esistito, così come tutti i dettagli della vita di questa donna consumata dalla solitudine.
Sento che alla fine dello spettacolo non ho tante domande se non questa: perché il tema trattato non mi tocca come tocca altre persone che vedo commosse sedute in platea? Forse quest’opera parla più a donne e uomini di generazioni passate? Me ne torno a casa con questa domanda, ma con il cuore pieno di vita, quella traboccata dal corpo di Valentina Picello che ne ha così tanta da non poterla tenere tutta per sé.
Irene Mori.
