Nelle Metamorfosi di Ovidio, la figura di Narciso viene introdotta attraverso una profezia destinata a determinarne l’intera esistenza.
Alla ninfa Liriope, che interroga l’indovino Tiresia sul futuro del figlio appena nato, viene infatti risposto che il giovane vivrà a lungo soltanto a condizione di non conoscere mai sé stesso. Tale enunciazione, apparentemente paradossale, costituisce il nucleo concettuale dell’intero racconto: il destino di Narciso si compie nel momento in cui il soggetto diviene oggetto della propria contemplazione. Incapace di riconoscere l’identità tra sé e l’immagine riflessa nello specchio d’acqua che lo attrae, il giovane si innamora di una presenza tanto desiderabile quanto irraggiungibile, avviando un processo di progressivo annientamento. Attorno a questa vicenda si sviluppa anche la parabola di Eco, condannata a ripetere esclusivamente le parole altrui e destinata a sperimentare l’impossibilità di una relazione autentica con colui che ama.
Bene, questa è la storia di Narciso di Ovidio.
Invece questa è la storia di Narciso (perchè parlo a me stesso) del Collettivo Natavota, composto da Maddalena Sighinolfi e Giulia Ruggiero.
Durante lo spettacolo, in me si è creato questo immaginario che attraversa i luoghi della Norvegia, dove fa freddo ma idealmente è un freddo custodito, dove l’ambiente è morbido per via della neve e perché, in quel silenzio, ci sono numerosi riverberi che provengono da noi stessi.
Le strade sono lunghe e attraversano paesaggi immensi, dove ci si lascia sorprendere da tutto ciò che può essere così infinitamente grande. Poi, tra un paesaggio e un altro, si incrociano piccoli locali che trasmettono una luce calda, in contrasto con le luci fredde e bluastre che invadono questi territori. All’interno ci sono persone che raccontano le proprie vite e con cui ci si confronta: sappiamo dirgli belle parole, parole di conforto, entriamo improvvisamente in empatia con la persona sconosciuta. Eppure, quando si esce da lì, rimane il risuonare delle nostre parole che un po’ ci fa sentire meglio ma che, allo stesso tempo, inizia a generare un vuoto. Un vuoto non colmabile, fatto di pensieri incessanti e di parole che vorremmo ci fossero state dedicate e che invece abbiamo dedicato. Ci troviamo così ad affrontare un riverbero, un viaggio interiore che parla di noi stessi.
Paradossale che effettivamente applichiamo questo pensiero quando magari queste parole ci sono arrivate da persone vicine, che ci conoscono ma che non abbiamo mai ascoltato. Penso sia più facile ascoltare le parole di individui sconosciuti anziché quelle di figure a noi vicine. È come se chi conosci casualmente e con cui sai che condividerai un solo attimo della tua vita avessero un accesso privilegiato a te e che quelle parole -che magari non rispecchiano realmente la tua storia – assumessero comunque un valore risignificato per noi stessi.

Lo spettacolo conserva chiaramente la storia principale ovidiana ma è come se, man mano, ne scarnificasse le stratificazioni. Ad ogni passaggio si abbandona qualcosa del racconto per avvicinarsi a un livello più interiore, fino al momento in cui Narciso smette di essere soltanto Narciso.
Una volta usciti da quei paesaggi interiori, rimane una domanda difficile da ignorare. Tutto quel freddo custodito, quei riverberi e quelle voci che sembrano arrivare da lontano non nascono da una storia attuale. Nascono da un mito scritto quasi duemila anni fa. È forse questo l’aspetto che più sorprende dello spettacolo del Collettivo Natavota. Ovidio scrive le Metamorfosi in un momento storico profondamente diverso dal nostro, dentro una Roma che sta trovando una nuova stabilità dopo le guerre civili.
Oggi, al contrario, ho spesso l’impressione di non riuscire a mappare ciò che mi circonda. I tempi dell’economia, del lavoro e della comunicazione corrono in una direzione; quelli dell’interiorità continuano a richiedere tempi che il mondo esterno sembra non voler più concedere; e il futuro appare sempre più difficile da immaginare.
Per questo motivo sarebbe facile pensare che le parole degli antichi appartengano ormai a una distanza puramente libresca. Eppure accade qualcosa di diverso.
Il Collettivo Natavota non porta semplicemente il mito nel presente. Lo attraversa, lo apre e ne rimuove progressivamente le stratificazioni fino a raggiungere qualcosa che continua a muoversi dentro di noi.
È forse qui che emerge quella contemporaneità di cui parla Arthur C. Danto: non un’opera in cui vediamo soltanto qualche cosa di rappresentato ma uno spettacolo che diventa uno spazio di pensiero. Narciso ed Eco restano i personaggi del racconto ovidiano, ma finiscono lentamente per trasformarsi in strumenti attraverso cui osservare noi stessi.

In questa prospettiva, Narciso, interpretato da Maddalena Sighinolfi conserva certamente alcuni tratti della figura ovidiana. Rimane la superbia, rimane la consapevolezza della propria bellezza e rimane persino quel compiacimento sottile che sembra emergere nel rapporto con Eco. Ma è riduttivo fermarsi ad una prima lettura perché è proprio l’interpretazione dell’attrice che sposta l’immaginario del protagonista altrove.
I suoi sguardi in scena sono rivolti più volte verso un cielo ipotetico – metafora di un sogno o di qualche cosa di distante – non restituiscono soltanto un giovane innamorato di sé stesso. È evidente la presenza di una malinconia che attraversa il personaggio dall’interno, come se Narciso fosse già abitato dalla percezione di qualcosa che non riuscirà mai a raggiungere: non si tratta solo della sua immagine riflessa nell’acqua, di se stesso; ma è piuttosto un desiderio più vasto e indefinito, una continua tensione verso qualche cosa che rimane sempre oltre.
Rileggendo il testo di Ovidio mi è sembrato di intravedere una delle possibili direzioni seguite dal Collettivo Natavota.
Alcune frasi, isolate dal flusso del racconto, restituiscono infatti un Narciso molto diverso da quello che l’immaginario comune ci ha consegnato. Con questo mi riferisco per esempio a “Strana preghiera per un amante: vorrei che il mio amore mi stesse lontano” è una frase che presa da sola ci disloca dall’immagine stereotipata del giovane vanitoso, capace di guardare solo a se stesso. E ancora, il mio pensiero viene fortificato quando appare quest’altra frase “Vorrei che il mio amato vivesse più a lungo; invece moriremo nello stesso respiro” e il personaggio dimostra di essere in grado di oltrepassare se stesso, è una dichiarazione che contiene cura, affetto e preoccupazione per l’altro. La tragedia consiste nel fatto che quell’altro coincide con lui.
Narciso riesce a riconoscere la possibilità dell’amore ma non può mai separarla dalla propria immagine.
In queste parole emerge una consapevolezza dolorosa: il “protagonista” comprende la natura impossibile del proprio desiderio e proprio per questo ne soffre.
Ed è proprio l’empatizzare con la lettura che si comprende la profondità che ha scelto di indagare il Collettivo.
Nello spettacolo Narciso percepisce l’esistenza dell’altro, della relazione e perfino della possibilità di conoscersi ma questa non può abitarla veramente. Il suo destino è già stato annunciato da Tiresia e continua ad accompagnarlo come un’ombra: non è solo una profezia ma è una consapevolezza di essere all’interno di una storia già scritta.
Ed è proprio così che Maddalena Sighinolfi quando pone la domanda al pubblico “Come ti vedi fra cinque anni?” assume una forza particolare.
Di fronte a essa, Narciso non appare più come qualcuno che abbia certezze su di sé ma nemmeno il pubblico lo sa.
Ed è così che il protagonista incarna l’esperienza di chi continua a cercare una risposta senza riuscire a trovarla: non è, in questo spettacolo, il personaggio dell’autoaffermazione ma è quello dell’inquietudine.
Non qualcuno che sa chi è ma è qualcuno che insegue un’immagine di sé ma che sfugge ogni volta che tenta di raggiungerla.

E cosa succede a chi continua ad amare qualcuno che non può raggiungere?
E questa è una domanda che attraversa l’intera figura di Eco e che, nello spettacolo, finisce per assumere un peso sempre maggiore.
Se Narciso appare continuamente rivolto verso qualcosa che gli sfugge, Eco è invece costretta a confrontarsi con un’assenza diversa: quella di una persona che desidera profondamente ma che sa di non poter mai raggiungere davvero.
Nell’interpretazione di Giulia Ruggiero emerge una figura lontana dall’immagine della ninfa fragile e consumata esclusivamente dal dolore amoroso. Eco possiede carattere, forza e perfino una certa esuberanza: ride, si espone e non si preoccupa di nascondere i suoi sentimenti.
Il suo amore non è passivo, è dichiarato in scena e continua a cercare un contatto pur sapendo che lo sguardo di Narciso è rivolto altrove.
Ed è proprio in questa sua interpretazione che il personaggio acquista una sfumatura particolarmente interessante: è come se Eco comprendesse, e glielo dice anche, lati di Narciso che non vede.
Ne osserva le contraddizioni, ne riconosce i limiti e, qualche volta, sembra persino cogliere aspetti della sua condizione che al “protagonista” rimangono nascosti.
Dove Narciso appare immerso nella ricerca di qualcosa che non riesce a definire, Eco sembra vedere con maggiore chiarezza la natura della sua prigionia.
Da questa consapevolezza il personaggio di Eco nell’interpretazione dell’attore è come se si portasse per tutto lo spettacolo una forma di rabbia. Non è solo per l’amore non ricambiato ma perché è come se assistesse continuamente a qualche cosa che sente di non poter cambiare. Entrambi sono incapaci di raggiungere l’oggetto del proprio desiderio ma, mentre il primo sembra perdersi nella ricerca, la seconda è costretta a osservarne lucidamente il fallimento.
Ritornando al testo di Ovidio, nella frase “La morte chiuse gli occhi ammirati della bellezza del loro padrone”, colpisce come l’autore assegni un ruolo a Narciso per Eco. Ma se non ci fermiamo solo all’incarico evocato, è come se dentro si annidasse qualcosa di profondamente doloroso: una forza che continua ad attrarre nonostante siamo puramente conoscenti di dove ci stia portando.
Forse anche per questo che lo spettacolo sceglie, in qualche modo, di consegnare il proprio ultimo respiro ad Eco. Non è la morte di Narciso a risuonare più a lungo, ma la sopravvivenza del desiderio di chi resta, di chi continua ad amare qualcuno che non può raggiungere, di chi vede con lucidità ciò che accade e nonostante questo continua a esporsi alla possibilità della ferita.
Attraverso la voce e la presenza scenica di Giulia Ruggiero, Eco smette allora di essere solamente il personaggio destinato a ripetere parole altrui. Diventa una voce autonoma, ostinata, che continua a parlare anche quando nessuno sembra ascoltarla. Una voce che insiste, che ritorna e che, come un’eco, continua a riverberare ben oltre la fine del racconto.

A questo punto risulta difficile osservare le due figure come semplici personaggi. Il continuo entrare e uscire dai ruoli operato da Maddalena Sighinolfi e Giulia Ruggiero produce infatti un effetto particolare: il mito rappresentato viene continuamente interrotto dal presente e il presente viene continuamente assorbito dal mito.
L’attrice e l’attore smettono di essere Narciso ed Eco per tornare ad essere sé stessi; pochi istanti dopo accade l’opposto e la distinzione tra interprete e personaggio diventa sempre più porosa.
È forse proprio questo meccanismo a rafforzare quella sensazione iniziale di trovarsi all’interno di uno spazio mentale più che solo teatrale. Come se tutto ciò che accadesse in scena non appartenesse realmente a un tempo o a un luogo preciso ma avvenisse all’interno di un unico grande paesaggio interiore: una sorta di Norvegia.
Un luogo in cui ricordi, desideri, paure e possibilità convivono senza che vi sia una separazione netta tra chi siamo e ciò che immaginiamo.
In questa prospettiva, Narciso ed Eco smettono progressivamente di essere soltanto le figure raccontate da Ovidio, diventando archetipi di tensioni profondamente umane.
Narciso incarna la ricerca continua di qualcosa che sembra riguardarci intimamente ma che non riusciamo mai ad afferrare del tutto: un’identità stabile, un’immagine futura, una risposta capace di definirci.
Eco, al contrario, rappresenta quella parte di noi che continua a rivolgersi verso l’altro, che cerca relazione, riconoscimento e prossimità, anche quando sa che potrebbe incontrare soltanto una distanza insormontabile.
Ciò che rende lo spettacolo particolarmente efficace è che nessuna delle due figure viene presentata come una soluzione. I personaggi non sono poli opposti tra cui scegliere, ma movimenti che convivono all’interno della stessa esperienza umana. Da una parte il bisogno di comprendere sé stessi, dall’altra il bisogno di essere raggiunti da qualcuno; da una parte la ricerca della propria immagine, dall’altra il desiderio di una relazione.
Cambia la direzione dello sguardo, ma non la natura della mancanza.
Ed è forse così che il mito smette definitivamente di appartenere al passato. Non perché venga attualizzato o modernizzato, ma perché nomina qualcosa che ci attraversa ancora oggi. Qualcosa che, come un’Eco, ritorna continuamente e che continua a parlarci da un luogo sorprendentemente vicino.
Arrivati a questo punto diventa impossibile non tornare al titolo dell’opera di Ovidio. Le Metamorfosi sono, prima di tutto, un racconto di trasformazioni: Narciso termina il proprio percorso mutandosi in un fiore bianco dal centro dorato; Eco si dissolve progressivamente fino a lasciare dietro di sè soltanto una voce.
Eppure, osservando lo spettacolo del Collettivo Natavota, la domanda che continua a rimanere aperta risulta un’altra: quale forma assumerebbe oggi quella metamorfosi?
È difficile rispondere. Forse perché il nostro tempo sembra aver smesso di attribuire una forma riconoscibile ai cambiamenti interiori: continuiamo a mutare ma raramente sappiamo in che cosa. Cambiano i desideri, cambiano le paure, cambiano le immagini che abbiamo di noi stessi e degli altri, ma quasi mai riusciamo a vedere con chiarezza ciò che stiamo diventando.
Ed è qui che il destino di Narciso e quello di Eco smettono definitivamente di appartenere al mito. Non perché si ripetano identici, ma perché continuano a porci la stessa domanda.
Cosa accade quando rincorriamo qualcosa che non possiamo raggiungere? Cosa accade quando desideriamo qualcuno che non possiamo trattenere?
E soprattutto: che cosa diventiamo dopo aver attraversato tutto questo?
Chiara Jadore Cacciari
Regia Collettivo Natavota
Interpreti Maddalena Sighinolfi e Giulia Ruggiero
Autore Maddalena Sighinolfi e Giulia Ruggiero
Luci Maddalena Sighinolfi e Giulia Ruggiero
Musiche Sabrina Boarino
Foto di copertina Matteo Guerra
Foto dell’articolo Jadore
Inserito nella programmazione del Catania Fringe Festival 2026