In scena appare un prete: ha occhi vispi e l’aria di chi sta per combinare qualcosa. Dagli elementi scenici e dal suo vestiario si intuisce subito che sta per celebrare una messa.
La sinossi dello spettacolo è piuttosto esplicita: «Padre Andrea è un sacerdote molto particolare ed è pronto a celebrare una messa molto… particolare». Eppure, nonostante la premessa venga dichiarata fin dall’inizio, ciò che accade in scena riesce comunque a sorprendere.
Fin dai primissimi movimenti del sacerdote, risulta chiaro come la comicità dello spettacolo scelga di muoversi all’interno di una tematica delicata: quello dell’immaginario religioso.
Fare comicità sulla religione è sempre un’operazione rischiosa, nella quale è molto facile che una parte del pubblico si senta offesa da ciò che percepisce come blasfemo. Eppure Andrea Barello riesce ad aggirare questo possibile conflitto in maniera intuitiva: ricollocando, rielaborando e rendendo comici molti dei gesti che appartengono alla tradizione ecclesiastica, come il segno della croce o il rito dell’aspersione dell’acqua santa, compiuto con un comune infusore da tè.
Tutte le azioni vengono sorrette dall’immagine del personaggio, del sacerdote, il quale abita la scena con comportamenti comici raccolti, mai troppo espansi, mai troppo esuberanti.
L’impalcatura iniziale dello spettacolo si svolge sotto un sorriso sottile e complice che rivela la piena consapevolezza del gioco scenico senza trasformarlo in una caricatura aggressiva nei confronti del tema, bensì lascia emergere la natura di continuo rimaneggiamento simbolico. Il lavoro di deformazione e risignificazione dei simboli religiosi impedisce allo spettacolo di scivolare nella mera provocazione e allo spettatore di offendersi. Ciò che potrebbe apparire blasfemo viene invece accuratamente rielaborato e ricondotto entro un orizzonte comico, nel quale anche lo spettatore più diffidente trova, fin da subito, posto. È in questo meccanismo di accettazione collettiva che prende forma una risata comune e partecipata, fino al momento in cui non diventiamo parte di quel “(mio) piccolo gregge” attribuitoci da Barello.

Nel momento in cui il sacerdote dichiara di essere stato impossessato dal demone della danza, le azioni in scena esplodono: si esibisce in una danza agitata, entusiasta. Non si tratta del comune immaginario del demone ma di qualcosa che nella quotidianità definiremmo semplicemente “divertente”.
Collocando insieme danza e tema religioso, mi torna subito alla mente quanto l’istituzione ecclesiastica sia stata a lungo conflittuale con le pratiche e le forme di espressività corporea. Certamente si tratta di una tensione che appartiene soprattutto a una linea temporale distante dalla nostra, ma quanto è possibile che alcune di quelle traiettorie storiche continuino a condizionarci ancora oggi?
Questo accostamento finisce allora per suggerire una vicinanza inattesa con la nostra esperienza nell’oggi:
Quante volte ci sentiamo a disagio nell’esporci? Quante volte rinunciamo a lasciarci andare per il timore del giudizio degli altri?
Tutte le forme espressive che hanno come mediatore il corpo, la voce o la presenza condividono una vulnerabilità immediata: l’esposizione dell’io.
A essere esposti siamo noi stessi e non esiste alcun mediatore capace di attenuare completamente la critica, finendo così per colpire interamente il soggetto che si espone.
Ma Andrea Barello affronta tutto questo con una sorta di ostinata leggerezza. Non sembra interessato a stupire il pubblico attraverso particolari virtuosismi; al contrario, pare mosso semplicemente dal piacere del fare, dal desiderio di lasciarsi attraversare dalla musica e dalla libertà. È proprio in questa disponibilità al giudizio, nell’accettazione della possibilità stessa della critica, che alcuni timori iniziano a incrinarsi. Il pubblico viene reso partecipe di questo processo, coinvolto nella danza e chiamato a condividere un “peccato” collettivo che, più che trasgressione, assume i contorni di un gesto di libertà.
E coerentemente, per tornare al tema liturgico, il pubblico viene esorcizzato attraverso una pistola d’acqua e di conseguenza viene collocato, nuovamente, al “suo posto”.
Si apre il confessionale, il sacerdote colloca una sedia accanto a lui e invita chiaramente il pubblico a confessarsi.
Il pubblico deve allora prepararsi a un’altra forma di esposizione: quella della propria voce portata in scena di fronte agli altri. Certo, non si tratta di recitare ma di cambiare luogo, collocarsi nel punto in cui nel teatro ci si espone, il palco.
Una volta raccolte le confessioni, il padre che fino a quel momento ci ha guidati ed è stato il principale motore della comicità si apre anche lui alla vulnerabilità, apparendo non più come un sacerdote un po’ bizzarro ma come essere umano senza un ruolo, direi “nudo”.
I demoni di cui parla Barello non sono creature infernali né peccati da espiare. Sono le insicurezze che ciascuno porta con sé, quelle paure che nascono dall’essere osservati e giudicati: da noi e gli altri.
Sono le voci che ci impediscono di divertirci liberamente, di esprimerci senza filtri, di accettare il rischio di apparire sciocchi agli occhi degli altri. Il demone della danza, il palco, l’esposizione diventano tutti mezzi per espiare la colpa del “non lasciarsi andare”; di tutte quelle occasioni in cui rinunciamo a essere noi stessi perché troppo impegnati a criticarci e a immaginare ciò che potrebbero pensare gli altri di noi.
Andrea Barello ci porta alla risata senza cercare troppe giustificazioni intellettuali. Tuttavia, dietro la leggerezza rimane il messaggio chiaro che forse il nostro demone più ostinato non sia quello che ci spinge a esagerare, ma quello che ci trattiene. Quello che ci convince a restare immobili di fronte al gioco, al divertimento e da quella spensierata libertà che è sempre bello farci attraversare.
Chiara Jadore Cacciari
Interprete Andrea Barello
Autore Andrea Barello
Regia Dana Merwin