L’Elisir d’amore tra tradizione e musical

Un elisir di spirito è quello offerto dal secondo appuntamento della stagione lirica al Teatro Regio di Torino. L’Elisir d’amore risale al 1832, anno in cui il genio donizettiano incontra la penna del librettista Felice Romani. Secondo la leggenda, furono sufficienti sole due settimane per la realizzazione di quest’opera comica.  La vicenda è quella di Nemorino, ingenuo contadino che, innamorato della spietata fittaiuola Adina, si rivolge al sedicente dottor Dulcamara per acquistare un filtro d’amore. L’elisir in realtà è semplice vino bordeaux, ma in qualche maniera riesce a unire la coppia in un prevedibile lieto fine. Diversi sono i caratteri brillanti offerti dal libretto: l’umanità capricciosa della bella Adina, la semplicità contadina e sofferente di Nemorino, la pomposa baldanza di Belcore, la bonaria cialtroneria del dottor Dulcamara; Donizetti intreccia le loro vicende con un ritmo irrefrenabile e l’opera ci delizia con arie indimenticabili (quali «Una furtiva lacrima»), che segnano i momenti nodali dell’azione.

Un inizio a sipario chiuso fa da sfondo alla sala del Teatro Regio, colmata gradualmente dall’incedere dolce e scherzoso dell’ouverture. Decisione ed energia caratterizzano il suono orchestrale, diretto dalla pulsante bacchetta di Michele Gamba. Il giovane direttore debutta al Regio con un atteggiamento fortemente comunicativo verso la scena, collocando il colorito sonoro dell’orchestra ad ogni sfumatura registica.

Fabio Sparvoli decide di conservare l’ambientazione contadina originariamente pensata per la vicenda amorosa di Adina e Nemorino, colorandola di rimandi agli anni del fiducioso dopoguerra italiano. All’apertura del sipario lo sguardo dello spettatore incontra il caldo abbraccio delle luci di scena, pronte a raggelarsi nei momenti di massima tensione emotiva. La vivacità delle scene di gruppo è rinvigorita dalla scelta di costumi variopinti, in grado di regalarci un fresco senso di autenticità.

Adina, ricca e capricciosa, si palesa irraggiungibile sulla terrazza dell’unico edificio di scena. A interpretarla è Lavinia Bini, che già ha vestito i panni dell’astuta fittaiuola. La osserviamo leggere le pagine di Tristano e Isotta, accompagnata dal coro (fra cui non dimentichiamo la giovialità di Ashley Milanese nei panni di Giannetta): i capelli biondi, il vestito con gonna a campana ci suggeriscono una sintesi tra la licenziosa bergamasca di Donizetti e la Sandy Olssen di Grease, arrivando a vestire l’opera delle suggestioni del musical.

Giorgio Berrugi è sostituito dal tenore argentino Santiago Ballerini nel ruolo di Nemorino, semplice contadino conteso tra comicità e lirismo musicale. Ballerini dimostra una tecnica impeccabile sebbene sovrastata, talvolta, dalle voci del coro. Nelle vesti del protagonista ingenuo e lamentoso, dimostra forse un eccessivo contegno.

Pittoresco è l’ingresso dell’esercito, laddove soldati e contadini si intrecciano: da un lato gli uomini d’arme, pomposi nelle loro uniformi; dall’altro le villanelle, che saltellano al loro fianco imitando vivacemente il saluto militare. Con loro entra in scena il rivale d’amore, Belcore, interpretato da Julian Kim. Il baldanzoso baritono è tratteggiato in maniera caricaturale: con versi omerici offre un fiore ad Adina, ma i suoi intenti sono continuamente ostacolati da oggetti esterni (un mazzo privo di petali, una spada che non si sguaina).

Molte delle soluzioni comiche rimangono legate all’immediata fruibilità della commedia slapstick (personaggi che si pestano i piedi, uomini che inciampano finendo su svariati decolleté), con soluzioni imprevedibili, soprattutto per la connotazione del dottor Dulcamara. L’irresistibile personaggio del truffatore si arricchisce degli abiti di un uomo di affari, si munisce di automobile e arriva, infine, a vestire i panni di prestigiatore: ineccepibile è la scioltezza dei gesti e dei trucchi con cui Roberto de Candia sbalordisce i contadini affiancato dal suo assistente, l’irrinunciabile Mario Brancaccio. Inaspettate ed esilaranti sono la scelta di far suonare al dottore il clacson per ridestare i contadini all’attenzione, nonché l’esplosione fuori scena del preparato di elisir.

Certamente colpisce la coreografia finale, che imprime nello sguardo dello spettatore una sorta di cartello ultimo, un the end da musical: nel caos della folla paesana, Adina e Nemorino si scambiano un tenero bacio appoggiandosi alla cassa di bardeaux che recita la scritta “ELISIR”.

In conclusione, l’intramontabile fascino de L’elisir d’amore brilla al Regio grazie alla performance di cantanti esperti, sostenuti da un’orchestra che scorre agevolmente tra le mani del direttore; infine il dramma, arricchitosi della calorosa suggestione di scenografia e coreografie di gruppo, si completa con la vivace efficacia comica delle soluzioni registiche, lasciando lo spettatore così come previsto ai tempi del suo concepimento: piacevolmente divertito.

A cura di Francesca Slaviero e Lukrecia Vila

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