In Tekken Drama come farsi amici i mostri, la protagonista Eveline incarna una intera generazione cresciuta sparando a lupi, mummie e pipistrelli con Lara Croft; premendo ics, quadrato e cerchio con Christie Monteiro; scuotendo i fianchi, agitando le chiome, indossando scarpe scomode con Beyoncé. Ma l’universo pop fucsia e leopardato in cui si immerge è costellato di relazioni personali e familiari possessive, gelose, giudicanti e violente.

Proprio la violenza intrappola Eveline in un ciclo continuo all’interno del quale si dibatte senza trovare il ruolo da interpretare, sfinita dalle voci degli amanti che la vorrebbero docile e sottomessa e da quelle della società che la vorrebbero guerriera e femminista. In una tale e ininterrotta tensione, la rabbia di Eveline continua a crescere, e crescendo il suo io si spezza sotto l’apparente contraddizione – docile/guerriera, sottomessa/femminista – che la sua psiche non riesce a sopportare, o elaborare.
Il frammento come strategia narrativa si dimena nel rischio di essere subito dallo spettacolo, lasciando senza respiro, senza attimi di silenzio. Non c’è nessuna ripresa, nessuno sfiato per lo spettatore, solo parole martellanti o musica tamburellante. Eppure questo frammento viene sfruttato, imbrigliato agli scopi del racconto. Becchetti può così mettere in scena l’io spezzato di Eveline, può creare il caos e la confusione, può infilarsi sotto la pelle dello spettatore, che partecipa, ride, si siede in punta di panca, batte il piede, pende, attende, si immedesima. L’attrice lo seduce, lo implora, lo respinge, si dibatte per lui. In un costante tira e molla tra vittima e carnefice, tra la rabbia innescata ma mai detonata, cresce il bisogno di un appiglio, di un muro su cui poggiarsi, a cui appendersi, dietro cui nascondersi. Ecco di nuovo che gli elementi della scena sono coerentemente ancorati al racconto.

Quando finalmente il muro – metaforico e non – si frantuma, appare una fessura dalla quale arriva la luce. Una luce che rappresenta l’epifania, l’essenza, la Eveline profonda, la speranza, il futuro, l’andare. Un semplice led sul petto di un muro di cemento, una fenditura luminosa sopra una grigia corazza.
Mentre l’estenuante difesa si smantella la protagonista si mostra, forse, meno sovrastrutturata, più umana, in pace con le proprie nevrosi e idiosincrasie. Non necessariamente risolta, ma accolta, accettata, sì. I corpi deformi dei giocattoli di una Eveline bambina sono ora sistemati con cura, disposti come i pezzi di un puzzle su un tavolino. Pezzi che non devono per forza incastrarsi per avere valore. Qui, la storia si conclude. Ma il finale non è amaro come ci si aspetterebbe, a dimostrazione che spesso lasciar finire e lasciar andare è più pacifico che trattenere, bloccare, arginare.
Ilenia Cugis
Di e con Francesca Becchetti
Regia di Alice Conti (Ortika)
Scenografia di plasma Torino
Costumi di Simona Randazzo
Progetto foto e video di Matteo Rocchi
con la complicità di Montagne Racconta
con il sostegno di A.M.A. Factory
Vincitore Premio Hystrio Scritture in Scena – con la Segnalazione In Scena! Italian Theater Festival NY
in collaborazione con Kairos Italy Theater di New York,
KIT Italia e NYU Casa Italiana Zerilli-Marimò