– Geografia umana –

 

 Due spettacoli a confronto – LA DIMORA DEL VOLTO ed EXIBITION

“Bisogna intendere la geografia non come un contenitore chiuso dove gli uomini si lasciano osservare ma come un mezzo con cui essi realizzano la loro esistenza, essendo la Terra una possibilità essenziale del destino umano.” – (Eric Dardel)

La Geografia Umana si occupa dei luoghi sia in termini oggettivi che in termini soggettivi come spazi emotivamente vissuti. Il luogo è un posto preciso che ha specifiche caratteristiche fisiche, culturali e sociali che lo rendono unico. Riveste inoltre una funzione molto importante perché consente alle identità umane di avere un punto di riferimento. Questo attaccamento emozionale, sviluppa un senso del luogo che genera un senso di appartenenza condiviso con altri individui che abitano quello stesso determinato luogo.

In un certo senso questo è quello che accumuna il lavoro di ricerca di Virgilio Sieni e di Roberta Bosetti – Renato Cuocolo. In entrambi i percorsi si scorgono alcuni temi condivisi: l’intimo, la casa, l’architettura, l’ospite, la geografia, la memoria, il tempo/spazio, l’intero, l’interiore, la mappa, l’identità, l’alterità che Cuocolo/Bosetti traducono con il suono di parole: calde, dense, avvolgenti che gravano; e che Sieni traduce con il silenzio di corpi: leggeri, che, seppur consapevoli di gravare, tendono a smaterializzarsi.

All’interno del Festival delle Colline Torinesi, gli spettacoli La dimora del Volto di Virigilio Sieni ed Exibition di Cuocolo/Bosetti abitano lo stesso luogo non in termini fisici ma in termini soggettivi, inteso come un preciso spazio emotivamente vissuto, uno spazio che in qualche modo assolve a una stessa funzione: il museo.

“Esistono luoghi che ci chiamano, magari anche da molto lontano. Non ne conosciamo la ragione, ma, ancora prima di averli visti, sappiamo che seguendo il loro richiamo ritroveremo un pezzo della nostra anima.” – (Silvia Montemurro)

La fondazione Merz per La dimora del Volto e il museo di arte contemporanea del Castello di Rivoli per Exibition sono i luoghi dove si costruiscono identità attraverso la loro frantumazione.

 Lo spettatore che assiste a questi spettacoli, seppure ubicati in situazioni diverse, subisce lo stesso effetto, quello dell’infinity mirror. Avere una performance artistica che ti guida all’interno di opere d’arte, è come trovarsi in mezzo a due specchi paralleli che riflettono la tua immagine all’infinito. Questo effetto, se da un lato ti definisce, perché restituisce l’immagine di te, dall’altra la frantuma, proprio perché la restituisce all’ “infinito”. La sensazione che ne deriva è, allo stesso tempo, di vertigine, frustrazione e meraviglia.

Ed è proprio grazie alla meraviglia che queste performance riescono a restituire al luogo dove si svolgono, la sua funzione originale.

Le “Stanze delle meraviglie”, così venivano chiamati i primi musei della storia, nascono con l’intento di suscitare stupore, raccogliendo oggetti che cominciavano ad arrivare da terre lontane e di cui non se ne conosceva il significato. Come dice Frank Raes noi uomini moderni abbiamo perso lo stupore che dobbiamo assolutamente ritrovare, perché solo così potremmo ricominciare a mettere le cose in discussione. “Cercare di dare un senso definitivo creando categorie fisse e assolute è un grave errore se vogliamo davvero comprendere la complessità di un mondo in continuo divenire”. L’arte, e in modo particolare l’arte contemporanea, ha questo compito, suscitare stupore e mettere le cose in discussione e il museo, lontano dal pregiudizio di essere un polveroso contenitore di oggetti inanimati, è il luogo ideale perché ciò accada.  

“Il Museo può stare al pensare come un libro sta al comunicare […] raccogliendo elementi permette alla gente di raccogliere i propri pensieri” (Frank Raes)

Lo spettatore è il perno su cui ruotano entrambe le performance con risultati molto diversi. La condivisione dello spazio scenico tra performer e pubblico, che è presente in entrambi gli spettacoli, si realizza infatti in maniera diametralmente opposta. Se in La dimora del volto è lo spettatore che entra nello spazio scenico condiviso e trova i corpi degli interpreti lì fermi ad attenderlo, in Exibition è la performance che “entra” nello spettatore, dapprima attraverso la calda voce di una donna che giunge dalle radio-cuffie, consegnate ad ognuno all’ingresso del castello, e poi con l’ingresso di quella stessa donna in carne ed ossa all’interno dello spazio condiviso.

Lo spettacolo La dimora del volto ha una direzione ontologica che va da uno stato di densità corporea a quello di rarefazione, con un movimento che assume a tratti quello del respiro. I 25 attori che troviamo compatti all’inizio dello spettacolo, schierati su due file una di fronte all’altra, sembrano un corpo unico formato da “colori” differenti tanto quanto differenti sono le qualità che ognuno di quei corpi esprime, essendoci tra i performer danzatori professionisti e comuni cittadini. L’ingresso degli spettatori nello spazio, invitati a muoversi “liberamente”, avviene molto lentamente come se si sentisse di entrare in un’atmosfera più densa, e solo dopo che l’ultimo spettatore è entrato nello spazio condiviso l’azione, che era già invisibilmente in essere, in qualche modo esplode. Un’esplosione che va comunque contestualizzata in quell’ambiente dove l’aria risulta più corposa, dove tutto è ovattato, come se la palla bianca del biliardo colpisse al rallentatore, durante il suo tiro di inizio, il castello, quel triangolo formato al centro del tavolo dalle 15 palle colorate, conferendo ad ognuna di esse una traiettoria diversa in base all’angolazione del colpo ricevuto. In mezzo a quelle traiettorie, definite scientificamente dalla fisica, si trova lo spettatore. Ma mano che queste monadi si allontano dal luogo di partenza tendendo ad occupare tutto lo spazio, ogni volta che sul loro percorso investono lo spettatore lo inglobano cambiando consistenza, ricompattandosi in una nuova materia che si aggrega il tempo di un respiro per poi disgregarsi nuovamente.  

In Exibition una dozzina di spettatori è invitata a sostare nell’atrio del castello sotto la prima opera d’arte in attesa che qualcosa accada. Se all’inizio, questo aggregarsi compatto, nella prospettiva della condivisione di un destino comune, li fa reagire come corpo aggregante e aggregato non appena parte l’audio nelle cuffie, il movimento seppur minimo dell’attesa, lo stesso sguardo che vagava nell’esplorazione del luogo intorno e degli altri, cessa del tutto. Ci si ferma lì dove si è, concentrati con ogni fibra del corpo a cogliere l’effimero flusso di parole così difficile da afferrare, che da quel momento in poi non cesserà mai di fluire. Non sono tanto le parole quanto il suono di quella voce che rapisce. Questa è la palla bianca che spacca il castello del nostro biliardo, ma le 15 palle colorare, che in questo caso sono gli spettatori, non si muovono seguendo come nel primo spettacolo una direzione orizzontale nello spazio ma verticale. La staticità è solo apparente visto che ognuno ha intrapreso, nell’esatto momento in cui la voce entra in cuffia, direzioni introspettive differenti. Qui il precipitare non è al rallentatore, è fulmineo. Contrariamente al precedente la direzione ontologica di questo spettacolo va dall’invisibile e impalpabile al peso del corpo gravoso.

Così dopo l’ingresso della voce assistiamo all’ingresso del corpo dell’attrice, all’apparente ricompattarsi di un corpo unico degli spettatori, che durante tutto lo spettacolo cominceremo a sentire sempre più intensamente la gravosità del proprio corpo.

Se esteriormente, l’ingresso del corpo dell’attrice in quell’iniziale spazio condiviso, può fungere come nuovo collante aggregativo che ricompatta l’unità del gruppo e gli indica la direzione da seguire, la frattura iniziale causata dalla voce grave di quella stessa attrice ha ormai aperto voragini interiori che fanno vivere lo spettatore in due dimensioni contemporaneamente: quella pubblica orizzontale e quella privata verticale. Il corpo dello spettatore che deve giostrarsi tra queste due forze contrapposte, durante il procedere dello spettacolo, si sentirà sempre più spinto al suolo, si cercheranno sedute, appoggi.

Fini diversi sottendono a consistenze diverse, gassosa quella di Sieni e liquida quella di Cuocolo/Bosetti.

Il fine di Sieni è quello di esaurirsi nel suo compiersi. Un po’ come il cibo che una volta consumato sparisce alla vista ma viene assimilato dal corpo che lo trasforma in energia. Lo spettacolo La dimora del volto è pensato come laboratorio di esplorazione di un corpo che reagisce alle vibrazioni di oggetti e dipinti specifici, di un luogo specifico, in un tempo specifico. La coreografia di queste reazioni diventa l’essenza dello spettacolo e, in maniera tutt’altro che inconsapevole, tramite critico tra lo spettatore e l’opera d’arte dalla quale tale azione è generata.

Lo spettacolo di Cuocolo/Bosetti non è stato pensato in funzione del museo di arte contemporanea del castello di Rivoli ma di tutti i musei di arte contemporanea in cui lo spettacolo sarà portato in tournèe. In questo caso lo spazio non è la fonte di ispirazione dell’azione scenica ma il pretesto per un’azione scenica che già dall’inizio abbiamo visto essere in realtà estremamente introspettiva. Il vero luogo in cui si svolge l’azione è il luogo della memoria, dell’attrice che attraverso la sua voce ci dipinge immagini chiare e nitide di un passato intimo e privato, come intimo e privato è il vissuto che ha portato alla manifestazione esteriore delle forme d’arte che troviamo attorno a noi, come intime e private sono le immagini che affiorano dal nostro interno sollecitato da tali stimoli esterni.

Giulia Alonzo ci ricorda che “il gesto creativo, quello che genera l’opera d’arte, è sempre determinato da una scelta. È il frutto di una crisi che si concretizza e prende la sua forma nel momento della creazione. Quello che vediamo esposto, leggiamo, ascoltiamo, se si tratta di un’autentica opera d’arte, è la risoluzione, il precipitato della crisi dell’autore, dell’artista (o degli artisti) che ha determinato la nascita di quell’opera”.

Lo spettatore in entrambi gli spettacoli, con le dovute differenze, è gettato nella profondità di una crisi, che nella misura in cui gli fa vivere la frustrazione di uno spaesamento, l’abisso di una vertigine, lo ridesta a quello stupore, a quella meraviglia che è necessaria per prendere coscienza della vita nella sua complessità.

D’accordo con Virgilio Sieni, il punto non è solo e semplicemente mettersi in discussione, ma riuscire a “praticare più volte la stessa cosa e trovare sempre delle novità, riconoscere che le cose non sono mai identiche”: avere questo tipo di sguardo ci riconnette alla nostra dimensione di viventi.

Nina Margeri

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