Fotografia di Paolo Arlenghi

COME GLI UCCELLI – MARCO LORENZI

L’impeccabile armonia del Mulino di Amleto

Nel percorso artistico della compagnia teatrale Il Mulino di Amleto la recitazione ha sempre occupato un posto importante, gli attori si concentrano su alcuni principi fondamentali: la sensibilità di pubblico, partner, ritmo e spazio. Tutti elementi che risultano fondanti nei loro spettacoli. Negli ultimi anni Marco Lorenzi rivolge una profonda attenzione, anche tramite laboratori con allievi attori e professionisti, al testo Tous des oiseaux di Wajdi Mouawad. Il 10 ottobre il suo adattamento dello scritto di Mouawad Come gli uccelli debutta al Teatro Astra come anteprima nella settimana di apertura, dedicata al Libano, del Festival delle Colline Torinesi 2023 quest’anno incentrato sul tema del profugo.

Partendo da quello che ai nostri occhi sembra essere un capolavoro della drammaturgia teatrale contemporanea, Lorenzi riesce ad esaltarne la struttura e i contenuti in una messinscena esemplare. I fatti di questi giorni rendono l’eco della rappresentazione ancora più forte. «L’impeccabile armonia del caso» descritta da uno dei protagonisti sembra verificarsi anche nella realtà, poiché il conflitto israeliano-palestinese si sta tragicamente inasprendo proprio nelle ultime ore. Wajdi Mouawad è un drammaturgo e regista libanese naturalizzato canadese, politicamente molto esposto. Nasce a Beirut, vive la guerra civile degli anni ‘80, si trasferisce poi in Québec, per infine stanziarsi in Francia. Non a caso Tous des oiseaux, il suo testo manifesto, ci parla di origini e multiculturalismo.

Fotografia di Paolo Arlenghi

«È così importante aggrapparci alle nostre identità perdute? Che cos’è una vita tra due mondi? Che cos’è un migrante?». Come gli uccelli è costruito intorno al tema della ricerca identitaria che si declina nel conflitto fra individuo e famiglia, individuo e identità di gruppo, individuo e origini. È possibile spezzare le catene col passato? Il codice culturale sostituisce quello genetico? La memoria determina l’identità? Le colpe dei padri ricadono sui figli? Nell’ opera risuona chiaramente il principio eschileo dell’ereditarietà della colpa poi ripreso da Sofocle, autore che lo stesso Mouawad cita nell’esergo (CREONTE: «Un nemico, anche dopo la morte, non diventa mai un amico» ANTIGONE: «Io sono fatta per amare, non per odiare») e a cui allude in una battuta considerabile come manifesto dell’intera pièce teatrale (EITAN: «Io ti parlo di amore, tu mi parli di colpa»).  Allo stesso tempo lo scritto ha al centro il tema dell’amore, Eitan e Wahida sono due contemporanei Romeo e Giulietta che vivono un legame impossibile ostacolato dall’appartenenza a tribù differenti (ETGAR: «Possibile che un atto di amore possa provocare tanto dolore?»). Infine la struttura del testo risulta esemplata su quella del romanzo giallo, ponendo al centro la ricerca della verità e dello smascheramento della menzogna, tematiche che ancora strizzano l’occhio agli antichi e al “primo giallo” della storia letteraria, Edipo re di Sofocle. 

Fotografia di Giuseppe Distefano

Il pubblico sedendosi in platea viene subito immerso in un’atmosfera che richiama il contesto di una biblioteca, annunciato da un mormorio di voci di sottofondo che leggono estratti provenienti dai più diversi volumi e si sfumano e sovrappongono l’un l’altra. Il sipario si apre su tre tavoli ai quali siedono alcune persone intente a studiare, dietro di esse si staglia una struttura mobile che nello svolgersi dello spettacolo assumerà diverse funzioni: un confine fisico, storico, sociale, il muro di Berlino, il muro del pianto di Gerusalemme, la barriera di separazione israeliana e tutto ciò che lo spettatore può immaginare. Il primo evento che vediamo accadere è l’inevitabile incontro e la nascita dell’amore tra Eitan, giovane ebreo, e Wahida, studentessa araba; inevitabile poiché, come spiega il ragazzo, le loro particelle erano unite fin dall’istante che ha preceduto la creazione dell’universo e mantengono la loro connessione al di là dello spazio e del tempo fino al loro ricongiungimento in quella biblioteca di New York. L’amore che sboccia tra loro sarà motore di tutti gli avvenimenti successivi, sconvolgerà e ribalterà le loro vite e quelle delle loro famiglie. Il loro legame così come è nato da una grande esplosione, il Big Bang, combatterà per sopravvivere alle detonazioni della logorante guerra arabo-israeliana. L’incomunicabilità di questi due mondi, che sembrano tutt’oggi non riuscire a parlarsi, viene messa in luce dall’uso nel testo di italiano, tedesco, ebraico e arabo: i personaggi parlano, infatti, lingue diverse e non si comprendono, discutono sul valore della lingua madre e su quanto sia centrale nell’identità culturale. Didascalie e traduzioni simultanee si stagliano sul muro-schermo che ancora una volta prende una forma differente, diventando agli occhi dello spettatore ora un copione, ora la Torah, ora un notiziario. L’incontro tra i due giovani amanti sarà una bomba che disintegrerà gli equilibri della famiglia ebrea e costringerà tutti ad aprire porte dietro cui per una vita erano stati nascosti segreti indicibili.

In scena tre generazioni di donne che si presentano forti come valchirie, assassine e allo stesso tempo generatrici della propria tribù e/o della propria famiglia, pronte a tutto per perseguire e proteggere i propri valori. La nonna di Eitan, Leah Kimhi, cinica Giocasta contemporanea consapevole di aver abbandonato il figlio, nasconde un cuore infranto dietro una fredda maschera di pietra e ci mostra il sacrificio di una madre che, quando il passato torna a bussare alla porta (WAHIDA: «Ora vengo a casa sua e se non mi apre sfondo la porta»), è costretta a estrarre il coltello dalla piaga non potendo più nascondersi nella menzogna. Il personaggio di Norah, la mamma tedesca di Eitan, può risultare a un primo impatto meno sfaccettato forse poiché non vi viene posto particolarmente l’accento, ma è in realtà anch’ella portatrice di una grande ferita. Come il figlio, anche lei nella scelta dell’anima gemella va contro il parere del padre comunista che a lungo la priva dell’identità personale a favore di quella di gruppo. Lotta per l’individualità del singolo ma appena fiuta una minaccia è pronta a tutto pur di proteggere la propria famiglia, la nuova tribù che ella stessa si è creata. La storia continua a ripetersi e ci fa domandare: forse l’uomo non può vivere da solo senza sentirsi parte integrante di una comunità? Wahida cerca risposta a questa domanda nella sua tesi di laurea, costruita intorno al tema dell’inutilità delle identità perdute, lei che per tutta la vita respinge le origini arabe nascondendosi dietro la maschera della bellezza ma che alla fine si troverà costretta a fare i conti con le proprie radici.

I personaggi maschili sono interpretati da tre attori particolarmente sorprendenti. Federico Palumeri ci regala un magnifico Eitan Zimmerman autentico e tridimensionale che, nell’unica scena all’aperto, lontano da aerei, bombe e notiziari, tra cielo e mare, in un non-luogo neutro (come è neutro il melting-pot di New York, la lingua inglese e la sala d’attesa dell’ospedale), dopo aver lottato fino allo stremo per il suo amore titanico, deve rinunciarvi in nome della ricerca di sé e della verità. Elio D’Alessandro nel ruolo di David è un padre solido e profondamente radicato, un personaggio monolitico che, come un eroe greco, segue una sola verità assoluta, la propria. Egli è un ebreo convinto ed è convinto di essere ebreo (tra l’altro il nome ‘David’ è legato al Re semita che uccise Golia nell’Antico Testamento e che in realtà discendeva da Rut, di origine moabita, popolazione acerrima nemica degli ebrei), ma quando le sue certezze crolleranno, riuscirà a riconciliarsi con la sua famiglia, ma non con sé stesso. Infine l’attore croato Aleksandar Cvjetković che dà vita a Etgar riesce magistralmente in una caratterizzazione posata e accurata in ogni dettaglio interpretativo e allo stesso tempo è un nonno frizzante che cerca, nonostante il segreto insoluto che condivide con Leah, di portare gioia, amore e ottimismo tra i propri cari. Inoltre il ruolo della soldatessa Eden (nome che ci ricorda qualcosa di perduto che non ritroveremo più) sembra simboleggiare un ponte: come fosse il personaggio specchio di Etgar, ella rifà nel presente quel che egli aveva fatto in passato, va contro la propria tribù per aiutare una straniera, Wahida, in terra nemica.

Poco fa si diceva che il testo di Mouawad è molto legato alla tragedia greca e infatti anche in quest’opera non sembra essere possibile una risoluzione finale dei conflitti: il peso delle origini torna ineluttabilmente a gravare sulle vite di tutti. Sembra che tra i due popoli non ci sia riconciliazione possibile, come dice Eitan: «Non sarò consolato, non sarò consolato, non sarò consolato», ma se invece Eitan, ‘l’uccello anfibio’, fosse la soluzione perché di sangue misto? Se fosse l’inventore di una nuova lingua? Se avesse ragione Eden nel vedere Wahida e Eitan come capostipiti di un nuovo popolo unito?

Fotografia di Giuseppe Distefano

Il testo è una perfetta macchina dalla struttura cinematografica, alle volte metateatrale, che sembra proporre come in un film delle dissolvenze tra un’inquadratura e l’altra, un continuo salto in avanti e indietro nel tempo e nello spazio. Anzi è come se accadesse tutto contemporaneamente e negli stessi luoghi, come in un lungo coma dove il passato ha un peso talmente importante da fondersi con il presente e il futuro. Il regista riesce a ricreare e gestire abilmente, con semplicità e fluidità, tutti i cambi spazio-temporali e scenici del racconto. La scenografia è infatti semplice grazie all’ausilio di un apparato tecnologico, perfettamente in linea con altri suoi spettacoli come Ruy blas o Festen, ossia l’utilizzo del muro-installazione, tre tavoli che ora sono tavoli, ora lettini d’ospedale, ora banconi del bar ecc.

Lo spazio scenico così ampio del teatro Astra e la scelta discutibile di utilizzare i microfoni ad archetto rischiano di trasmettere inizialmente una sorta di freddezza, ma gli attori sfruttano questo vasto ambiente per far riverberare ancora di più il grido e l’appello del testo. I volumi del sonoro sono talvolta molto elevati e rischiano di infastidire lo spettatore provocando uno scollamento dall’illusione della realtà rappresentata; mi chiedo, infatti, se questo possa essere un valore aggiunto nel tenere il pubblico attento e vigile, come ci insegna Bertolt Brecht, o qualcosa da mettere a punto. I suoni diegetici ed extradiegetici e le luci risultano essenziali e affascinanti, degne di nota le due immagini poetiche e incisive di chiusura del primo e del secondo tempo.

La durata di 2 ore e 45 minuti più intervallo è notevole, ma gli spettatori non percepiscono una lunghezza così elevata ed è comunque strettamente necessaria alla messa in scena di un’opera di tale portata. Lorenzi sceglie di caratterizzare il primo tempo, quando ancora il pubblico vede una speranza d’amore, con un ritmo serrato che ci mostra, tra analessi e prolessi, la serie di eventi che portano allo svelamento di una verità. La seconda parte invece si dilata e, anche se oggettivamente più breve, procede più lentamente verso l’impossibilità di riconciliazione: è un tempo inconsolabile che rispecchia accuratamente l’enorme solitudine comatosa in cui sono ingabbiati tutti i personaggi nel corso dell’ultimo atto.

Fotografia di Giuseppe Distefano

Lo spettacolo racconta una nuova generazione che vuole rompere con le catene dell’eredità e attraversa avvenimenti come la guerra dei sei giorni (1967) e la strage di Sabra e Shatila (1982), ripercorrendo situazioni atroci in cui i popoli cantano vittoria se il numero dei morti nemici supera quello dei propri. Come gli uccelli parla dunque di uomini capaci di qualsiasi cosa per difendere la propria cultura e ideologia, principi che mai come oggi suonano attuali. In questo scenario c’è solo uno spiraglio (EITAN: «Se la perdo io muoio. […] Davanti all’amore non c’è niente che tenga»). Marco Lorenzi con uno stile suggestivo e necessario indaga l’essenza degli eventi tramite quella sottile sensibilità che caratterizza la sua impronta artistica. La messa in scena, trascinante e perfettamente architettata già al suo debutto di prima italiana, lascia allo spettatore infiniti spunti di riflessione.

Ariel Ciravegna Thedy

di Wajdi Mouawad

consulente storico Natalie Zemon Davis

traduzione Monica Capuani

del testo originale Tous les oiseaux

adattamento Lorenzo De Iacovo, Marco Lorenzi

regia Marco Lorenzi

con Aleksandar Cvjetković, Elio D’Alessandro, Said Esserairi, Lucrezia Forni, Irene Ivaldi, Barbara Mazzi, Raffaele Musella, Federico Palumeri, Rebecca Rossetti

assistente alla regia Lorenzo De Iacovo

scenografia e costumi Gregorio Zurla

disegno luci Umberto Camponeschi

disegno sonoro Massimiliano Bressan

un progetto di Il Mulino di Amleto

produzione A.M.A. Factory, TPE – Teatro Piemonte Europa, Elsinor Centro di Produzione Teatrale e Teatro Nazionale di Genova

in collaborazione con Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale e Festival delle Colline Torinesi

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