HARTAQĀT – LINA MAJDALANIE / RABIH MROUÉ / THÉÂTRE DE VIDY

I DANNATI DELLA TERRA

Lina Majdalanie e Rabih Morué con HARTAQĀT inaugurano la 28° edizione del Festival delle Colline Torinesi, in scena al Teatro Astra, dedicata al tema dei confini-sconfinamenti di esuli e profughi; il Libano è eletto Paese ospitante e ai due artisti di Beirut viene destinata la monografia d’artista.

Lo spettacolo è scandito in tre capitoli redatti da tre scrittrici e scrittori libanesi: Rana Issa, Souhaib Ayoub (autore e interprete) e Bilal Khbeiz. Esilio – Fuga – Eresia i concetti chiave che come un filo conduttore avvolgono i tre monologhi in un’unica intima e complessa drammaturgia d’autore, a carattere fortemente politico, e che, in questo delicato momento di escalation di guerra arabo-israeliana, si impone all’interno del panorama avanguardistico teatrale come un «Faro che illumina insonne / Le rotte notturne della civiltà d’Occidente» (Edoardo Fadini sull’editoriale de Il castello di Elsinore, 1988).

Le performance sono infatti accompagnate da installazioni audiovisive su cui è proiettata la traduzione in italiano dei testi in lingua originale nei primi due casi, immagini che accompagnano la lettura scenica in italiano nell’ultimo. Così il pubblico (un pubblico occidentale) è fortemente esortato a seguire il flusso di coscienza dei protagonisti (attori due volte, in teatro e in vita) i quali contemporaneamente recitano e testimoniano. Lo stesso Rabih Mroué ha rilasciato nei giorni scorsi un’intervista su “TorinoSette” in cui spiega che: «l’idea è quella di riuscire a condividere la nostra esperienza di vita in Libano con il pubblico di Torino».

In Incontinence (Incontinenza) Rana Issa ripercorre la difficile e dolorosa biografia della nonna Izdihar, delineando, dal punto di vista dell’analisi del testo, una struttura ad anello: parte dal racconto di un aneddoto della sua vita, un ricordo infantile di incontinenza urinaria, e lo congiunge alla nonna, la quale pativa lo stesso problema. L’attore Raed Yassin dunque interpreta una donna e adotta il punto di vista soggettivo femminile per narrare Una Storia di oppressi (il popolo palestinese in fuga verso il Libano) dentro la quale è incorniciata La Storia personale della nonna (vittima di una doppia condizione, colonialismo e patriarcato), da cui ha origine quella della protagonista. Raed Yassin si relaziona a vari oggetti di scena disposti su due tavolini e suona il contrabbasso, ma produce armonie dissonanti e suoni laceranti: strofina freneticamente l’archetto sulle corde oppure avvicina un oggetto metallico concavo alla bocca per amplificare la voce, procurando un’alterazione acustica straziante, sintomo di un accesso nevrotico che esplode nei momenti di maggior enfasi della vicenda. Un John Cage impegnato a maneggiare diverse apparecchiature. E la qualità dell’orchestrazione prossemica emerge proprio dalla capacità di mantenere in equilibrio il tempo e il ritmo, convergendo recitazione e musica in un’unica pratica sperimentale deputata ad attirare lo spettatore e allo stesso tempo disturbarlo.

In L’impercetible suintement de la vie (L’impercettibile trasudare della vita), Souhaib Ayoub entra in scena con abbigliamento bislacco, come se già il costume volesse preannunciarci il tipo di personalità che stiamo per conoscere: aspetto e presenza scenica eccentrici, capigliatura folta e vaporosa, un foulard di seta giallo, camicia color carta da zucchero, pantalone aderente a zampa nero e scarpe col tacco. La già compromettente colpevolezza di essere nato a Tripoli si innesta con la scoperta della propria condannevole omosesessualità. Il che si traduce in un accostamento allegorico di immagini tra l’insorgere della guerra civile e l’esplorazione genitale di un adolescente libanese, il cui corpo recepisce quanto avviene intorno e reagisce esternando i suoi impulsi erotici insopprimibili, proprio come le bombe che scoppiano al di là delle mura entro le quali consuma i suoi rapporti sessuali. Anche in questo caso il testo propone una struttura circolare tra esordio e chiusa, congiunti da una battuta significativa:«sono nato e morto a Tripoli»; come Incontinence, ugualmente questa seconda parte gioca sulla sottrazione dell’immagine scenografica, sebbene le parole ci rimandino a luoghi geografici remoti, e sulla riduzione dell’illuminazione. Inoltre, Ayoub si esibisce a tratti in una partitura mimico-gestuale precisamente coordinata alla partitura vocale, proponendo codici fisici probabilmente inventati ma intensi.

In Mémoires non fonctionnelles (Memorie non funzionali) l’espediente epistolario fornisce a Bilal Kheiz l’occasione di sfogarsi in un lungo soliloquio e confidarsi sui sentimenti di perdita e mancanza, ma anche speranza. Poeta e giornalista, l’autore è un rifugiato politico libanese che affronta il duro cammino verso un paese che non è il suo, facendosi portavoce di una vicenda che accade a chiunque sia costretto da cause di forza maggiore ad abbandonare la propria patria e a ricominciare a metà strada il viaggio della vita. La Majdalanie ci informa che: «l’ultimo capitolo dello spettacolo racconta il tema grande dell’esilio in generale in relazione alla sparizione dello spazio pubblico e dell’applicazione della politica cittadina oggi». Alla lettura una giovane Francesca Bracchino, presentata e annunciata da Lina stessa; dietro di lei scorrono immagini di guerra, macerie, distruzione e morte cui è stato ridotto il Libano a seguito della guerra civile. Allora emerge una regia raffinata e “addestrata” tecnologicamente, nella scelta di far confluire diverse arti performative e attualizzare un fatto teatrale  in era digitale. A tal proposito, ancora nell’intervista a “TorinoSette”, Mroué sostiene: «Ho allargato i miei orizzonti includendo l’architettura, il video, il graphic design […] Per creare una connessione bisogna rendere i confini più fluidi».

Ed è proprio sul concetto di confine che si vuol ragionare, inteso come limite di separazione e marginalizzazione. Nelle periferie della terra si combatte per la religione, il potere, l’economia, i diritti e sono oppressi e perseguitati I dannati della Terra del Terzo Mondo (per utilizzare le parole di Franz Fanon) non senza le responsabilità dell’Occidente. E se nella perdita e nella mancanza Kheiz rivendica, nonostante tutto, una speranza, questo lo dobbiamo a momenti di aggregazione culturale che avvicinano e uniscono la comunità e allo spazio pubblico del teatro nel quale praticare deliberatamente l’essenziale esercizio della Memoria, evocativa della grande Storia umana e della piccola Storia dell’individuo.

Alessandra De Donatis

Creazione e regia Lina Majdalanie, Rabih Mroué

testi Rana Issa, Souhaib Ayoub, Bilal Khbeiz

con Raed Yassin, Souhaib Ayoub, Lina Majdalanie, Rabih Mroué, Francesca Bracchino

musica Raed Yassin

video Rabih Mroué

luci Pierre-Nicolas Moulin

animazione Sarmad Louis

direzione di palcoscenico Martine Staerk

regia luci Julie Nowotnik

regia video Victor Hunziker, Sebastian Hefti, Jad Makki

direttore di scena Ewan Guichard

regia suono François Planson, Ludovic Guglielmazzi

costumi Machteld Vis

traduzione italiana Laura Bevione

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