UNA IMAGEN INTERIOR – EL CONDE DE TORREFIEL

Ipnosi tra arte, luci e parole

La sinergia “Teatro & Arte” apre la 27° edizione del Festival delle Colline Torinesi l’11 ottobre al Teatro Astra di Torino. L’immensa tela che appare distesa sul palcoscenico, a un primo sguardo di carattere avanguardistico, sarà infatti la vera protagonista dello spettacolo spagnolo, insieme all’azione ipnotica e dominante dello schermo dei sottotitoli. È grazie a quest’ultimo elemento in particolare che lo spettatore rifletterà su una quantità smisurata di temi, tra cui i binomi sogno/realtà, finto/autentico, artificio/natura, presente/passato, vita/morte.

Bastano pochi minuti dall’inizio della rappresentazione per capire che quella tela in realtà è tutt’altro che moderna: copia di un dipinto preistorico antichissimo, viene oggi conservata al Museo di Storia Naturale, in una stanza generalmente poco frequentata dai visitatori.

“Che strana macchina il cervello,
che è capace di produrre un’emozione vera
pur trovandosi davanti a qualcosa che è oggettivamente falso”.

Non è forse quello di cui si occupa anche il teatro stesso? La compagnia catalana di El Conde de Torrefiel non a caso pone grande attenzione sulla riflessione metateatrale, e lo fa attraverso l’unica modalità di testo presente sulla scena, i sottotitoli. I personaggi infatti, non ricorrendo mai all’utilizzo della voce, vengono presentati da questa sorta di presenza misteriosa e onnisciente. “Quando uno spettacolo inizia il pubblico sa bene che tutto ciò che accadrà sul palco è falso” viene detto all’inizio, poco prima che arrivino i due tecnici a sollevare il dipinto da terra, quando le luci in platea rimangono ancora accese (un inizio insolito, ma per certi versi anche abbastanza familiare).

I sottotitoli vengono dunque a costituire la parte più rilevante della scena: diventa la rappresentazione di tutto quel groviglio di riflessioni confuse e intrecciate che la mente umana è in grado di produrre costantemente, senza alcun tipo di controllo. Questa cornice rettangolare irrompe in modo ossessivo sullo spettatore, soprattutto quando vengono presentate rapide successioni di parole, prive di qualsiasi legame logico, e amplificate il più possibile da suoni fastidiosi e incontrollabili.

Ma le parole riportate sullo schermo non sono gli unici fattori visivi ad essere così pungenti.

La performance della durata di 90 minuti circa, si muove su una serie di scenografie differenti, che partono da situazioni apparentemente quotidiane (la sala di un museo, un supermercato), per farsi via via sempre più astratte. Ma nonostante l’apparente vicinanza al realismo dei primi casi descritti, l’artificiosità della messa in scena è sempre presente: il supermercato è uno spazio di plastica arancione, all’interno del quale i personaggi fluttuano come spettri tra scaffali inesistenti.
Quest’uso così spiccato dei colori è un altro punto su cui la compagnia insiste più volte, creando un effetto a tratti disturbante. È il caso ad esempio della lampada accecante che uno degli attori tiene rivolta verso il pubblico per una buona manciata di minuti, momento in cui gli sguardi degli spettatori cercano disperatamente una via di fuga da quel potente spazio attrattivo, che sembra quasi una tortura; o ancora l’utilizzo ridondante degli effetti simil fluo che si creano con il gioco di luci del palco e la pittura del dipinto preistorico.

Lo spettatore in sala si ritrova dunque immerso all’interno di un’esperienza tutta sensoriale, rimanendo vittima di forti sensazioni che lo assalgono attraverso lenti crescendi, il tutto incoronato da rumori fortissimi. Suoni, immagini, colori e parole diventano gli elementi chiave di una potente ipnosi in cui si fa sempre più sfumato il confine tra vero e falso, realtà e sogno, vita e aldilà. Una serie di concetti estremamente ampi che provano a prendere la parola tutti insieme nello stesso momento, dando vita ad una grande nube di caos e confusione: continui pensieri ed infinite domande che sembrano non dar mai pace all’esistenza, a partire da 45000 anni fa, quando era tutto ancora autentico e spontaneo, senza essere intaccato da quei “rettangoli”, da quel “sistema di cornici artificiali che controlla le vite e limita la loro espansione”.

Una Imagen Interior è quindi l’inquietudine che si cela dietro alle parole di uno schermo, negli schizzi di colore di un dipinto, ma soprattutto nei più profondi e spaventosi meandri della mente umana.

Angelica Ieropoli

Ideazione e creazione El Conde de Torrefiel
In collaborazione con Tanya Beyeler, Pablo Gisbert
Testo di Pablo Gisbert
Con Gloria March, Julian Hackenberg, Mauro Molina, David Mallols, Anaïs Doménech
Scene e costumi Maria Alejandre, Estel Cristià
Sculture Mireia Donat Melús
Robot design José Brotons Plà
Macchinista Miguel Pellejero
Light design Manoly Rubio García
Sound design Rebecca Praga, Uriel Ireland
Scenografi Diego Sánchez, Los Reyes del Mambo, Isaac Torres, Miguel Pellejero
Direzione e coordinamento tecnico Isaac Torres Sound
Produzione e amministrazione Haizea Arrizabalaga
Una produzione esecutiva CIELO DRIVE
Distribuzione Caravan Production, Brussels
Con il supporto di ICEC – Generalitat de Catalunya,TEM Teatre Musical de Valencia; Centro Párraga de Murcia

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