Lo zoo di vetro – Leonardo Lidi

In un mare di polistirolo si trova una casa. Al suo interno, collocate in mezzo ad arredi di color pastello, una donna e una ragazza. Clown. A lato, una figura ignota ha il volto coperto da una scatola di cartone; rimarrà seduta in disparte per tutto il primo atto.

Entra un altro pagliaccio, ricorda un Pierrot. Si chiama Tom e racconta la sua storia. Le sue ultime parole animano le figure nella casa.

da sinistra: Anahì Traversi (Laura) e Tindaro Granata (Tom)

Lo zoo di vetro è la storia di Tom Wingfield e del ricordo della sua famiglia, in particolare dell’ultimo tempo passato in compagnia di Amanda, madre apprensiva che concentra tutte le attenzioni sul successo dei propri figli, e di Laura, sorella insicura ed introversa al punto da evitare il contatto sociale facendo di casa sua il nascondiglio personale. Le vite apparentemente serene dei due ragazzi – Laura frequenta un corso di dattilografia, Tom lavora in fabbrica e si svaga andando al cinematografo – altro non sono che trucchi celanti drammatiche verità: l’insicurezza di Laura l’ha portata ad essere espulsa dal corso e il vero svago di Tom per sopportare la vita da operaio è l’alcolismo.

La scoperta della bugia della figlia fa crescere in Amanda il desiderio di trovarle a tutti i costi un marito. Comincia così la ricerca del pretendente, e nel suo obiettivo chiede aiuto a Tom: riluttante al principio, sarà poi lui a trovare il primo candidato in Jim, suo collega. Amanda organizza la cena apposta per favorire l’incontro di Laura e Jim da soli, e dai discorsi dei due scaturisce il ricordo del reciproco interesse liceale mai espresso. Presi dall’emozione, cominciano a ballare, ed un passo maldestro del ragazzo provoca la caduta dei due e la rottura di un unicorno appartenente allo “zoo di vetro” di Laura, una collezione iniziata proprio da quel regalo donatole dal padre. L’incidente provoca il rinsavimento di Jim, che confessa a Laura di essere in realtà fidanzato; prima di prendere la porta viene fermato da Laura che gli regala il corno dell’animale rotto. Tom, reo di essere stato fin da subito al corrente della situazione di Jim, viene affrontato da Amanda, che prende coraggio e lo caccia di casa.

La vicenda termina con Tom che racconta come passerà gli anni a venire, licenziandosi dal lavoro per inseguire la sua vocazione. Spiega però che da quel giorno non è riuscito ad ottenere il perdono della sorella, e che riuscirà ad ottenerlo solo dopo averla rivista in ricordo. Le ultime parole del ragazzo pensando a Laura saranno: “Tutto purché tu sparisca dalla mia vita. Tutto purché tu spenga le tue candele, Laura. Oggi il mondo è rischiarato dai lampi. Spegni le candele Laura.”

La storia è ambientata nell’America degli anni Trenta. Questo ci aiuta a capire molti dei comportamenti dei personaggi, come l’ingerenza di Amanda nella vita dei figli e la sua ossessione nel volerli vedere “sistemati”: Tom deve fare carriera per dare sostentamento alla sua famiglia, Laura deve trovare un marito che possa occuparsi di lei. La sua è una figura misteriosa, dal carattere ermetico che non ama entrare in relazione con gli altri ma preferisce passare le giornate in compagnia dei tanto cari animaletti di cristallo. Il suo “zoo di vetro”, come lo chiamava suo padre. Una vita non così gioconda anche a causa della zoppia che non le permette di sentirsi a suo agio con gli altri. Laura sente di esser sempre stata trasparente per chiunque, tranne che per Jim che talvolta, lungo i corridoi di scuola, la chiamava “Rosa mia”. Jim: proprio lo stesso ragazzo che Tom inviterà a cena.

Questo dramma è probabilmente il testo più autobiografico scritto da Tennessee Williams. Lidi scrive infatti che: “Tom/Tennessee, come suo padre, apprende l’arte del fuggire ma rimane comunque ingabbiato in un album di fotografie, vive costantemente in un limbo tra i tempi e l’unica cosa che può fare per tentare di progredire e di raggiungere un nuovo luogo è raccontare al pubblico un pezzo della propria storia.”

A colpire fra le tante componenti del lavoro di regia e degli attori è la dimensione del ricordo-racconto: fin dal principio il testo mette in chiaro la centralità del ruolo di Tom nella storia – Tom vuole ottenere il perdono per poter andare avanti, e per fare ciò necessita di ricordare sua sorella, riportandola in scena. Una componente di dialogo con la diegesi dell’opera già di per sé alquanto particolare trova nell’operazione registica di Lidi uno sviluppo del tutto nuovo: la storia non è più solo raccontata da Tom, ma lui stesso ne è lo scrittore: entrando e uscendo dalla casa come dalla vicenda, egli comanda i cambi scena, le didascalie del testo teatrale ed in più occasioni durante lo spettacolo si siede sul lato del palcoscenico per osservare ciò che accade (forse per godersi il ricordo, forse per assicurarsi che venga rappresentato esattamente come lo ricorda lui stesso). Questo espediente trova il suo culmine in due momenti precisi: il primo, durante il discorso della madre con la figlia, che, iniziato in modo freddo e apatico, viene interrotto da un’energica “boccata d’aria” in grado di riavviarlo con la dovuta enfasi; il secondo si verifica durante un confronto tra Amanda e Tom circa l’alcolismo di quest’ultimo: la recitazione dell’intero dialogo da parte del figlio, seguìto dall’inserimento della madre, si risolverà in una ripetizione carica di un crescendo emotivo che riporta inevitabilmente l’attenzione sulla centralità del soggetto in causa.

Molto interessante / avvincente la scelta di utilizzare la figura del mimo, del clown per creare un distacco con il possibile “realismo” della vicenda. Si è potuto creare in questo modo un legame forte con la sfera del dramma. Lo sguardo dello spettatore non si concentra a riconoscersi esteticamente nell’attore, perché non può farlo, il processo di immedesimazione non può avvenire. Non si può seguire che si vede in scena sotto una luce di puro realismo perché non vediamo del realismo ma percepiamo della verità. Verità in tutto ciò che i personaggi vivono: le loro disgrazie, preoccupazioni, tensioni e conflitti.
Lidi, infatti, spiega così la sua scelta di portare in scena Lo zoo di vetro in versione clownesca. “La realtà è raccontata in modo sincero, ma è camuffata per poterne reggere il dolore. Per questo ho scelto di rappresentarla come un mondo artificiale, popolato di volti clowneschi che mostrano il proprio dolore con il sorriso.”

La versione de Lo zoo di vetro di Lidi è così intensa e sorprendente, portando importanti spunti di riflessioni tematiche che non appesantiscono il flusso del dramma, ma lo seguono integrandosi nel suo sviluppo. All’uscita dal teatro la sensazione è quella di voler rivedere lo spettacolo immediatamente, pronti a far rivivere il ricordo di Tom, Amanda e Laura.

Alessandra Botta e Alessandro Petrillo

da sinistra: Anahì Traversi (Laura), Mario Pirrello (Jim), Tindaro Granata (Tom) e Mariangela Granelli (Amanda)

LO ZOO DI VETRO
di Tennessee Williams
Adattamento e regia Leonardo Lidi
dalla traduzione di Gerardo Guerrieri

Con (in ordine alfabetico) Tindaro Granata, Mariangela Granelli, Mario Pirrello, Anahì Traversi

Scene e light design Nicolas Bovey
Costumi Aurora Damanti
Sound design Dario Felli
Assistente alla regia Alessandro Businaro
Foto LAC / Masiar Pasquali
Sponsor di produzione e coproduzione Clinica Luganese Moncucco
Produzione LuganoInScena/LAC Lugano Arte e Cultura
in coproduzione con Centro d’Arte Contemporanea Teatro Carcano
TPE – Teatro Piemonte Europa

in collaborazione con Centro Teatrale Santacristina

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