QUIXOTE/ DAMMI I BRIVIDI-MA NON PER LA PAURA+ QUIXOTE/ A ROSE IS NOT A ROSE-INDUSTRIA INDIPENDENTE

Una rosa per sognare, spine per sentire

«Quando sogno è come se continuassi a vivere». È con questa possibilità di confondere i confini dell’esperienza, di abitare l’illusione senza per questo renderla meno reale, che si può entrare in Quixote, il dittico di Industria Indipendente ispirato a Don Quixote: Which Was a Dream (1993) di Kathy Acker. Sabato 10 ottobre, alla Fondazione Merz di Torino, Dammi i brividi – ma non per la paura, proiezione con la voce di Silvia Calderoni, e A rose is not a rose, performance con Annamaria Ajmone, hanno composto un attraversamento tra scrittura, immaginazione e corporeità, dove sognare non significa fuggire dal mondo, ma tentare di riscriverlo. 

Dammi i brividi – ma non per la paura ci consegna a una dimensione sospesa, in cui le immagini sembrano provenire da una coscienza che non distingue più nettamente il sonno dalla veglia. Una ragazza, seduta sul treno, comincia ad addormentarsi e finisce per abbandonare il capo sulla spalla di una sconosciuta. È un gesto minimo, quasi invisibile, eppure contiene già tutto: la vulnerabilità del corpo, la fiducia involontaria, la possibilità che l’intimità nasca per caso, tra estranee, senza bisogno di parole. Il corpo sogna prima ancora che la mente possa dare un nome a ciò che accade. E quando il video ritorna, nel finale, all’immagine della ragazza sul treno, il viaggio sembra richiudersi su se stesso, lasciandoci nell’incertezza di aver assistito a un ricordo, a una visione o a una scena ancora in corso.                                          

La realtà non è il contrario dell’illusione, ne è piuttosto una delle possibili forme. Come Don Quijote, che vede oltre ciò che gli altri chiamano reale, anche il sogno apre una fenditura nel mondo condiviso. Le proiezioni dai colori soffusi accompagnano questa esperienza senza imporle una direzione, quasi guidassero una meditazione comune. Non spiegano, non illustrano: avvolgono lo sguardo e lo invitano a rallentare. La visione diventa uno spazio collettivo in cui ciascuno può riconoscere qualcosa di proprio.                                                                                 

In questa deriva affiora anche la figura di Kathy Acker, la sua scrittura radicale, capace di mettere in crisi le gerarchie tra pensiero e carne, identità e finzione. La copertina del suo Don Quixote e la rosa tatuata sulla schiena, diventano immagini di una presenza che attraversa il dittico senza ridursi a semplice riferimento letterario. Acker non è soltanto l’autrice da cui partire: è un modo di opporsi alle forme stabilite del linguaggio e dell’esistenza. «Io sono un cane»: la dichiarazione sposta la percezione fuori dai codici rassicuranti dell’umano. Essere cane significa forse affidarsi a un sapere viscerale, primitivo, a un linguaggio fatto di odori, impulsi, prossimità e reazioni, che precede la spiegazione razionale. È un invito a sentire prima di comprendere, a riconoscere nel corpo una forma autonoma di conoscenza.  Eppure il corpo non è mai soltanto libertà. È anche materia che si disciplina, si ripete, si costruisce e si consuma. La meccanizzazione prodotta da pratiche come il bodybuilding rende evidente questa ambivalenza: allenare il corpo può significare abitarlo più intensamente, ma anche sottoporlo a un progetto, trasformarlo in una macchina da perfezionare. In questo territorio instabile si incontrano, non solo Kathy e Don durante un’eclissi che pare aver avvolto tutto ciò che non è inanimato in un misterioso torpore, ma anche il sogno e la fatica, il desiderio di diventare altro e il rischio di essere ridotti a una forma. Anche la parola tramandare, con la sua parentela etimologica con tradire, apre una contraddizione fertile: trasmettere qualcosa significa conservarlo, ma ogni passaggio comporta una trasformazione, una perdita, una deviazione. E forse proprio in questa infedeltà si annida la possibilità di creare. La scrittura di Acker, riscritta e riattraversata da Industria Indipendente, non viene custodita come un monumento: viene rimessa in circolo, esposta al rischio di cambiare.                                                                

Commuoversi, allora, non è un effetto sentimentale da ricercare, ma una disponibilità a essere toccati, a lasciare che qualcosa incrini le nostre difese. I brividi del titolo non hanno a che fare con la paura: sono il segno fisico di un incontro, la risposta involontaria a un’immagine che non sappiamo del tutto interpretare. La ragazza che si abbandona sulla spalla di una sconosciuta ne è l’emblema più semplice e, proprio per questo, più potente: per un istante due corpi estranei condividono il peso di un sonno, senza sapere che cosa significhi per l’altro.                                              

Se la proiezione lavora sull’abbandono e sulla possibilità di smarrirsi nell’immagine, A rose is not a rose riporta tutto a una presenza concreta, irriducibile: il corpo di Annamaria Ajmone. La seconda parte del dittico sembra raccogliere e rilanciare le domande lasciate in sospeso dalla prima. Se per Acker mente e corpo non possono essere separati, come ha tenuto a sottolineare Martina Ruggeri nel breve incontro a seguito degli spettacoli, il pensiero non è qualcosa che precede il gesto o lo governa dall’alto: accade nella carne, nel movimento, nella tensione muscolare, nella relazione con lo spazio e con chi guarda. La corporeità della performer non illustra un testo, ma ne diventa la materia viva, un luogo in cui il linguaggio si fa movimento e il movimento diventa scrittura.                  

La rosa del titolo non è un’immagine pacificata, un simbolo di bellezza da contemplare a distanza. Come suggerisce Shakespeare, anche una rosa chiamata con un altro nome conserverebbe il suo profumo, ma non per questo rinuncerebbe alle spine. La delicatezza non è l’opposto della forza, ma ciò che la forza rende possibile. È un’intuizione che riguarda tanto il fiore quanto i corpi e le parole. Anche il linguaggio può ferire, lasciare tracce, incidere sulla pelle di chi lo pronuncia e di chi lo riceve. Non esiste un’espressione completamente innocente, così come non esiste un contatto privo di conseguenze. Le spine diventano “grammatica minima del rifiuto”, il diritto di stabilire una distanza, di non essere interamente disponibili allo sguardo e al desiderio altrui.                                     

La dimensione sonora rende questa tensione quasi palpabile. Un brusio iniziale si addensa progressivamente in un rombo di motocicletta, fino a incontrare il ritmo del tamburo. Il suono cresce, pulsa, impone una presenza fisica; non accompagna semplicemente la danza, ma ne modifica la percezione rendendola catartica ed il pubblico desideroso di farne parte. Anche il costume di Ajmone, così come i suoi movimenti, sembra contenere questa duplicità: le frange evocano quelle di un torero, figura che affronta il rischio e la violenza dello scontro, mentre la tuta richiama l’abbigliamento di una motociclista, corazza per un corpo esposto alla velocità. Il corpo si presenta insieme come superficie vulnerabile e dispositivo di resistenza.                                              

Il rapporto con il pubblico partecipa di questa esposizione. La performer non è un’immagine distante: la sua azione si misura, come afferma Annamaria stessa, con la presenza di chi osserva, con l’energia che circola nella stanza, con la necessità di sostenere un’esibizione che progressivamente consuma le proprie risorse. La fatica non resta nascosta dietro l’apparenza del controllo. Il corpo si esaurisce, ha bisogno di carburante per continuare, e una lattina nera sembra contenere la possibilità di un nuovo impulso: benzina o veleno, promessa di energia e insieme rischio di intossicazione. È difficile non leggere in questa immagine una riflessione sulla prestazione contemporanea, sulla richiesta di essere sempre attivi, produttivi, capaci di superare il limite. Anche l’energia, quando diventa una condizione obbligatoria, può trasformarsi in una forma di dipendenza. In questo senso, A rose is not a rose dialoga con la meccanizzazione del corpo evocata nel primo movimento. La forza del corpo non coincide con l’invulnerabilità, ma con la capacità di esporsi e ferirsi senza comunque cedere. Le spine della rosa non impediscono il contatto; ne cambiano le condizioni.                                       

Firmato da Industria Indipendente, il dittico nasce dalla scrittura, dalla concezione e dalla regia condivise del collettivo fondato da Erika Z. Galli e Martina Ruggeri. In Dammi i brividi – ma non per la paura, la voce di Silvia Calderoni accompagna il film, con lo sviluppo visivo di Rä Di Martino e il montaggio di Luca Brinchi; in A rose is not a rose, la presenza di Annamaria Ajmone, in collaborazione con il collettivo, si intreccia con la voce di Céline Sciamma e con il live set di Martina Ruggeri. La produzione è di Industria Indipendente e L’Altra Associazione, con il supporto di BASE, Angelo Mai e La Ménagerie de Verre. Crediti diversi, ma una stessa ricerca: estendere la scrittura oltre la pagina, fino a farla agire sulle immagini, sui suoni e sui corpi.                                                                                                                             

I due spettacoli ci congedano con molteplici domande a cui di certo non è possibile, e neppure corretto, trovare una risposta univoca. Quanto spazio concediamo alla vulnerabilità? Quanto siamo disposti a lasciarci toccare, a rischiare una ferita, a riconoscere nell’altro una presenza che non possiamo controllare? Tra il sogno e la veglia, tra la rosa e le sue spine, Quixote suggerisce che immaginare un’altra realtà non significa sottrarsi al mondo, ma inventare nuove possibilità di abitarlo. E che, qualche volta, per sentirsi vivi non serve avere paura: basta lasciarsi attraversare da un brivido.

Anna Luce Borghesi

All’interno del Festival delle Colline Torinesi

Di: Industria Indipendente (Erika Z. Galli e Martina Ruggeri)

“Dammi i brividi ma non per la paura”

Voice: Silvia Calderoni

Sviluppo Visivo: Rä Di Martino

Video editing: Luca Brinchi

Traduzione Inglese: Maria Vittoria Tessitore, Sara Spinelli

Audio mastering: Filippo Brancadoro


“A rose in not a rose”

Con e in collaborazione con: Annamaria Ajmone

Live set: Martina Ruggeri

Voce: Céline Sciamma

Una produzione di Industria Indipendente e L’Altra Associazione

Con il supporto di: La Ménagerie de Verre, Angelo Mai, Base

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