Frame - Alessandro Serra

‘Frame’ di Alessandro Serra – Urli silenziosi

Il maestro Alessandro Serra, già vincitore del premio UBU 2017 e ANCT 2017 per Macbettu, ha portato in scena al teatro Astra, il 14 febbraio, un nuovo spettacolo: Frame.

In una sorta di commistione tra una pinacoteca, un’opera di teatro d’ambiente e di teatro danza, Frame racconta la solitudine, la quotidianità e l’amore attraverso il corpo degli attori dando vita ad alcune delle opere più famose del pittore newyorkese Edward Hopper (come, ad esempio, Automat, Morning Sun e Summer Interior).

Lo spettacolo si divide in quadri, legati tra loro, nella quasi totalità delle scene, da un clown (suggestionato da Pierrot di Soir Bleu e Arlecchino), che interagisce a turno con la scena, gli oggetti e gli attori. Ogni frame, ogni cornice, ha un focus principale su una condizione o un sentimento piuttosto che su un altro: la scena in cui un uomo seduto su un letto ripete una sequenza di gesti come un mantra, prima sotto una luce giallastra calda poi completamente al buio, illuminato solo dal flash azzurro di una macchina fotografica che cattura, attimo per attimo, il suo deperimento fisico e mentale (accentuati dalla perdita graduale dell’abbigliamento), pone l’accento sulla quotidianità; una donna nuda che sfuma nel sole che la illumina abbandonando sul pavimento le scarpe e il vestito rosso, quest’ultimo raccolto dal clown che con delicatezza e dolcezza lo “veste” nel vuoto, sopra alle scarpe, ricreando una figura femminile, presumibilmente enfatizza la solitudine; un uomo che scrive alla sua donna una lettera che lei spedirà per mare sotto forma di barchetta, uno scorcio in cui la scena si fa dipinto, l’amore.

'Frame' - Alessandro Serra©Alessandro Serra

La precisione quasi meccanica con cui gli attori agiscono in scena ha un effetto straniante nei primi minuti, facendo sembrare i movimenti freddi e distaccati; col procedere dello spettacolo, invece, lo spettatore si ritrova rinchiuso nel cubo grigio in cui gli eventi si svolgono, osservando, e talvolta vivendo in prima persona, i sentimenti dei protagonisti.  La potenza espressiva delle immagini rende totalmente inutile, o meglio, ridondante la presenza della parola: non serve che i personaggi, o le figure, ci dicano che si sentano come bloccati, soffocati dalla quotidianità e dalla solitudine; è superfluo che gli amanti si dicano «ti amo» o «mi manchi». I loro sentimenti, le loro richieste d’aiuto squarciano gli animi degli spettatori con urli silenziosi che duplicano la frattura all’infinito, ogni volta che la vita si presenta e ripresenta schietta e nuda.

Di seguito l’intervista, a cura di Luca Siri, all’attrice Emanuela Pisicchio, che ci ha svelato parte del lavoro che sta dietro a Frame.

Com’è stato lavorare con Alessandro Serra?

Per noi Alessandro è davvero uno dei grandi maestri del teatro. Con lui abbiamo fatto un lavoro molto interessante sia dal punto di vista creativo che da quello emotivo. Spesso ci diceva, rifacendosi a Grotowski: «Cercate la forma dell’emozione, ma, una volta trovata, non fate la minchiata di riempirla». Voleva che lavorassimo di sottrazione e di precisione, concentrandoci sulla forma. È molto meticoloso, ci ha trasmesso tantissimo rigore fisico. Faceva training con noi, ci ha insegnato degli esercizi per migliorare il controllo del corpo, il rigore, la precisione, tutte cose che possono sembrare ‘fredde’ ma dalle quali può scaturire l’emozione.

E infatti l’emozione si è sentita, nonostante il silenzio. A proposito di questo aspetto che indicazioni vi ha dato Serra?

Fin dall’inizio aveva in mente di non usare la parola sulla scena. Poi, in realtà, durante le prove alcune parole sono venute fuori. Abbiamo sperimentato. Ma la sua idea di fondo è stata lasciare che ognuno mettesse sulla scena la propria drammaturgia privata, senza nemmeno che ci chiedessimo perché stessimo facendo quel che stavamo facendo.

Così ognuno ci mette del suo e viene fuori una cosa ‘non costruita’?

Esattamente. E apri la creazione a mille possibilità. Non c’è bisogno che ti dica “poggia la tazza come la poggerebbe uno che sta andando ad uccidersi”; tu poggiala e basta, e in quel gesto che stai compiendo stai già mettendo una tua personale, involontaria drammaturgia.

Qual è, secondo te, il significato di Frame?

Parla di tante piccole fratture, di momenti quotidiani in cui improvvisamente avviene un cortocircuito, come nei quadri di Hopper. Serra ripeteva: «Dobbiamo fare lo straordinario con l’ordinario». Perciò non ci dà indizi per quanto riguarda il significato o il tono della scena; sul palco ci sono solo sguardi, movimenti e tagli di luce, ma a un certo punto lo senti, il cortocircuito. E noi attori dobbiamo essere costantemente in bilico tra ciò che è avvenuto prima di quel momento e ciò che avverrà dopo. Richiede molta concentrazione. Praticamente sudiamo anche senza far nulla.

La sequenza più difficile da mettere in scena, per te?

Quella della donna che invecchia, ingobbendosi e svuotandosi piano piano. Ma, in generale, la difficoltà di questo spettacolo è mantenere la lucidità per muovere tutto quello che c’è da muovere dietro le quinte (aprire e chiudere porte, azionare dei circuiti) e contemporaneamente essere in grado di entrare in scena con quello stato d’animo ‘in bilico’ che dicevo. Se tieni conto che la scenografia è una scatola blindata, dove chi è dietro le quinte non vede cosa sta accadendo sul palco, muoversi dall’una all’altra dimensione necessita di un grande sforzo mentale.

FRAME

progetto e ideazione Alessandro Serra

con Francesco Cortese, Riccardo Lanzarone, Maria Rosaria Ponzetta,

Emanuela Pisicchio, Giuseppe Semeraro

regia, scene, costumi e luci Alessandro Serra

realizzazione scene Mario Daniele

collaborazione ai movimenti di scena Chiara Michelini

un ringraziamento a Anna Chiara Ingrosso

tecnici Mario Daniele, Alessandro Cardinale

organizzazione e tournée Laura Scorrano e Georgia Tramacere

produzione Cantieri Teatrali Koreja

co-produzione Compagnia Teatropersona

Luca Siri e Riccardo Ezzu

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