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“Il Padre”di Strindberg va al tappeto

Gabriele Lavia ha diretto e interpretato al Teatro Carignano di Torino, Il Padre, un dramma del 1887 dello scrittore svedese Johan August Strindberg, amato e definito da Nietzsche «un capolavoro di dura psicologia». I valori universali di questo testo hanno invitato l’attore a portarlo in scena per la terza volta. Nel dialogo di Retroscena con il professore Franco Perrelli che si è tenuto al Teatro Gobetti nel febbraio scorso Lavia ha spiegato:

«Non volevo fare Il Padre, ma tutti i pezzi che sceglievo costavano troppo. È un vecchio gioco tra me e le mie produzioni. La mia prima scelta era Il Temporale, poi ho tirato fuori dal cappello Il Padre perché sapevo che non avrebbero potuto dirmi di no».

Le sue tre versioni sono molto diverse tra loro: la prima era molto moderna, tutto si svolgeva in una gabbia di quattro metri per quattro e gli attori erano completamente nudi; la seconda si caratterizzava per la scenografia e uno specchio nel quale il padre si rifletteva; in questa terza versione l’essenza della scenografia è duplice: impreziosita dal velluto rosso del divano e delle poltrone, delle tende e del pavimento; romanticizzata dall’arredamento sghembo che richiama il fantastico (ricorda, insieme alla musica, lo stile dei film di Tim Burton) e dalla neve che si vede scendere piano attraverso la finestra.

Partendo da un conflitto coniugale, Strindberg, oltre a sottolineare la crisi dei valori della famiglia borghese, mette in discussione lo stesso istituto del matrimonio, e ci orienta verso temi a lui cari: la lotta tra sessi, il crollo della potenza maschile e la spietata sopraffazione da parte della donna.

Adolf, capitano di cavalleria e uomo di scienza, si trova in disaccordo con sua moglie Laura circa l’educazione da impartire alla loro figlia Bertha: lei vuole a tutti i costi che diventi una pittrice assecondandone le inclinazioni artistiche, lui invece sostiene che la figlia non abbia questo talento e vorrebbe andasse a studiare in città. La donna, furba e manipolatrice, per raggiungere il suo obiettivo e avere tutto il potere sulla bambina non solo insinua nell’uomo il dubbio sulla propria paternità (all’epoca non si disponeva della prova del DNA) con sottili provocazioni e allusioni nell’intento di farlo interdire, ma la stessa con l’aiuto del medico si organizza affinché si dichiari incapace di intendere e di volere. In una crescente lacerazione della sua identità, l’uomo, che si è sacrificato per anni perché la moglie vivesse libera da pensieri, finisce per aggredirla con un lume acceso. Essendo tutti convinti della sua pazzia e non avendo più alcun controllo per legge sulla figlia, il capitano si rifugerà tra le braccia sicure della sua vecchia bàlia, unica donna fidata, proprio colei che farà indossare al suo bambino la camicia di forza piano piano, inscenando per gioco la vestizione di un re. Il crollo della potenza maschile è avvenuto: egli versa lacrime anche se è un uomo.

Ne Il Padre c’è il rapporto contorto dell’uomo con la propria parte femminile, che lo costringe a fare a pugni con la sua identità e lo conduce alla sofferenza, probabilmente la stessa provata proprio da Strindberg in alcuni periodi della sua vita. ll sospetto di non essere lui il padre di Bertha e l’impossibilità di scongiurare questo dubbio lo fa ammalare.

Lavia a tal proposito ha detto:

«Molte donne vengono da me a fine spettacolo e mi dicono: “Ho pianto”. In un mondo che ha coscienza della violenza sulla donna, è curioso come la violenza sull’uomo le commuova».

Una costante negli spettacoli strindberghiani è da un lato il mondo stravolto (nel Pellicano e nella Danza macabra), dall’altro il lato ironico. Nella rappresentazione di questo testo, nel quale Lavia inserisce brani di altri drammi di Strindberg (L’isola dei morti e Sonata di fantasmi), ci troviamo di fronte a un personaggio comico, goffo e molto affezionato alla figlia, che crea per suo padre un pupazzo che gli somiglia: i padri forse sono destinati ad essere presi in giro, ora dal carattere giocoso di un figlio ora dall’ironia affine che si instaura tra fratelli. A differenza del testo originale, qui la figura della figlia, da ragazzina forte e ambiziosa diviene sul palco una fanciulla completamente dipendente dai genitori.

Strindberg resta un autore per molti versi ironico e geniale e in tanti lo avevano compreso. Quando nel giorno del suo ultimo compleanno lo si era visto sporgere solo una candela fuori dalla finestra perché non poteva affacciarsi, lì fuori c’era tutta la città.

Alessandra Pisconti

di Johan August Strindberg
con Gabriele Lavia
e con Federica Di Martino, Giusi Merli, Gianni De Lellis, Michele Demaria, Luca Pedron, Gidari Ghennadi
regia Gabriele Lavia
scene Alessandro Camera
costumi Andrea Viotti
Fondazione Teatro della Toscana

 

 

L’uomo dal fiore in bocca

«Quando uno vive, vive e non si vede. Orbene fate che si veda, nell’atto di vivere, in preda alle sue passioni, ponendogli uno specchio davanti» (…) «e se piangeva, non può più piangere, e se rideva non può più ridere… Questo guaio è il mio teatro».

Questo è il teatro di Pirandello: è mostrare l’atto di vivere, addentrarsi nei labirinti delle contraddizioni umane, dare forma a quella realtà altra, nascosta, che gli espressionisti avevano cominciato ad individuare e ad esprimere attraverso la deformazione dei corpi, una prospettiva distorta, l’esasperazione dei colori e un linguaggio radicale, a volte eccessivo. Non a caso, Bonn – importantissimo centro culturale del tempo, e fulcro dell’espressionismo tedesco, appunto – è la città in cui Pirandello conclude i propri studi e in cui matura, molto probabilmente, parte della propria ispirazione. Qui, lo scrittore-drammaturgo interiorizza questa nuova modalità di interpretazione della realtà, e, una volta tornato in Sicilia, ha la folgorazione. Inizia a scrivere di personaggi sghembi, contorti, distorti, vedendo deformazione e contraddizione- temi tipici di quell’arte germanica- nella realtà che lo circonda e che da sempre lo aveva circondato; ad Agrigento. Ne nasce -restando circoscritti ad un discorso teatrale- un teatro rivoluzionario, attraverso il quale Pirandello distrugge dall’interno le fondamenta del dramma borghese naturalistico (dominante sulla scena all’inizio del Novecento), ossia la verosimiglianza, la logica consequenzialità degli eventi e la tendenza a proporre personaggi dalla psicologia unitaria e coerente. Tragico e comico si mescolano, dando vita alla poetica del grottesco, variante teatrale del concetto di umorismo teorizzata nel saggio L’umorismo del 1908. Due tratti, quello rivoluzionario e quello grottesco, che ci fanno risuonare nella mente un altro attore, il più importante attore italiano dell’Ottocento, Gustavo Modena, seppure i due abbiano poi -come è giusto che sia- reso personali e fatto uso in modo diverso di queste cifre stilistiche. Un fatto che ci conferma ulteriormente la sua grande intelligenza e forza espressiva e la grandezza della sua persona, oggi indiscussa, al contrario di allora, quando, quanto detto veniva condiviso da pochi (ricordiamo fra gli altri l’interesse per la scrittura pirandelliana di Antonio Gramsci).

E’ su questo grandissimo autore, i cui tratti fondamentali- seppur ripercorsi sommariamente- non potevano esser tralasciati, che Gabriele Lavia decide di lavorare, ancora una volta. Dopo aver portato in scena Sei personaggi in cerca d’autore (gennaio 2016), in questa occasione, opta per un lavoro più complesso, un lavoro di mappatura, di intertestualità che gli permetta di dare forma ad una riflessione organica sul tema della morte, attraverso l’analisi e la concatenazione di diverse opere di Pirandello. Fulcro dello spettacolo è l’atto unico intitolato “L’uomo dal fiore in bocca”, al quale si intrecciano poi gli altri lavori. Da qui il sottotitolo “E non solo..”. Un lavoro pensato, non dettato soltanto dalla brevità che quest’opera, lasciata sola, avrebbe riservato. “L’uomo dal fiore in bocca” era stato appunto commissionato a Pirandello dall’attore Ruggero Ruggeri , il quale aveva bisogno di un qualcosa di breve, di circa un quarto d’ora, da poter recitare dopo lo spettacolo, come era d’uso una volta. Così il drammaturgo aveva dato vita al suo dramma, inizialmente una novella intitolata Caffè notturno (sottotitolo: la morte addosso).

Ma veniamo alla forma che Lavia sceglie di dare a questo capolavoro. Si spengono le luci in platea. Ad un silenzio segue un qualcosa di molto singolare singolare. Un suono forte, quasi disturbante, piuttosto prolungato: è il suono di un treno che passa. Una scenografia imponente: una stazione ferroviaria del Sud-Italia, come tradisce il lieve accento siciliano degli attori -perfettamente studiato, sia chiaro- che rompe, rende popolare e sporca la dizione. Una stazione che si rivelerà presto essere una sala d’attesa, la sala d’attesa della morte. Poi una lunga panca. Ad un estremo, un uomo accucciato. Ed infine un orologio senza lancette, una delicata citazione al cinema di Ingmar Bergman che introduce l’idea, molto cara al surrealismo, di un tempo liquido e malleabile. Un inizio cinematografico, come conferma anche il regista durante l’intervista di Retroscena al teatro Gobetti. Sensazione che restituisce forse l’atmosfera noir, gotica che pervade lo spettacolo, insieme alla silhouette sfocata di una donna che passa dietro al vetro, e il cui passo lento è accompagnato da una musica dolce e malinconica. Poi d’improvviso un uomo, piuttosto buffo, impicciato da pacchetti e pacchettini tutti colorati. Ne sorregge venti, due per ogni dito.. mica uno scherzo! Per quest’ultima ragione, benché apparentemente banale, così come per altre (tra cui il rumore incessante della pioggia, o la complessità di restituire uno spettacolo organico partendo da una concatenazione di diverse opere di uno stesso autore), Gabriele Lavia definisce “L’uomo dal fiore in bocca. E non solo..” lo spettacolo più complicato e difficile che abbia mai realizzato.

Infine il contenuto. Di che cosa parla questo spettacolo?
Un uomo malato di tumore(nello spettacolo Gabriele Lavia), che sa di dover morire a breve, dialoga con un uomo pacifico (Michele Demaria), un uomo come tanti, che vive un’esistenza convenzionale senza porsi il problema della morte. Quest’ultimo, dopo aver perso il treno, si accosta disperato all’altro e, seduto all’estremo opposto della stessa panchina, incomincia a dare sfogo alle sue più svariate frustrazioni. L’altro ascolta con massima attenzione. Da un lato quindi l’uomo immerso nella vita, che si esaurisce a causa degli sciocchi impicci quotidiani che questa gli riserva, dall’altro un uomo che sta per morire, un uomo che, dopo tanto riflettere, capisce che uno dei suoi bisogni più grandi è quello di attaccarsi agli altri con l’immaginazione. Con tale forza, si attacca quindi alla vita di un uomo pacifico, ascoltandolo, e condividendo insieme a lui la sua saggia porzione di consapevolezza.

«Attaccarmi così – dico con l’immaginazione – alla vita. Come un rampicante attorno alle sbarre d’una cancellata.

Pausa

Ah, non lasciarla mai posare un momento l’immaginazione: – aderire, aderire con essa, continuamente, alla vita degli altri… – ma non della gente che conosco. No, no. A quella non potrei! Ne provo un fastidio, se sapesse, una nausea. Alla vita degli estranei, intorno ai quali la mia immaginazione può lavorare liberamente, ma non a capriccio, anzi tenendo conto delle minime apparenze scoperte in questo e in quello. E sapesse quanto e come lavora! fino a quanto riesco ad addentrarmi! Vedo la casa di questo e di quello; ci vivo; mi ci sento proprio, fino ad avvertire… sa quel particolare alito che cova in ogni casa? nella sua, nella mia. – Ma nella nostra, noi, non l’avvertiamo più, perché è l’alito stesso della nostra vita, mi spiego? Eh, vedo che lei dice di sì…»

Una voce come da narratore onnisciente, di chi vede dall’alto, di chi, grazie alla sua condizione di uomo “fuori dal cerchio”, riesce a vedere ciò che chi è coinvolto non riesce a cogliere. E per questo risulta talvolta incomprensibile, talvolta assurdo. Ne nasce un’immagine dal tono a tratti farsesco, a tratti commovente. Il contrasto tra i due personaggi, il cui valore risiede proprio nella loro diversità, si fa capace di rendere assolutamente strutturata e coerente la riflessione alla quale vuole arrivare Pirandello, mai noiosa, mai accademica, mai fine a se stessa. Una riflessione appassionata sull’uomo in relazione a ciò che lo circonda, agli altri, alla sua vita, a se stesso. Un uomo talvolta arrabbiato con il tempo che scappa e fugge come il Bianconiglio, talvolta sereno e calmo, pervaso da quell’equilibrio che solo alla fine di un percorso si riesce a conquistare, perché, come disse Terzani:

«Una strada c’è nella vita, e la cosa buffa è che te ne accorgi solo quando è finita. Ti volti indietro e dici “Oh. ma guarda, c’è un filo. Quando lo vivi non lo vedi, eppure c’è. »

ilsettimosigillo3E poi ancora la relazione che ha l’uomo con la morte, parte integrante della vita e incomprensibile all’uomo, e che -colta la sottile citazione- non può che far venire almeno un pensiero tutto da dedicare al Settimo sigillo.

A questo serve quindi il contrappunto dell’uomo pacifico, ad alleggerire, ad organizzare. Un attore che si fa pertanto, non più semplice personaggio, ma co-protagonista.

Sono temi complicati quelli affrontati da Pirandello, il quale porta, non a caso, a fianco dell’etichetta di scrittore attore e drammaturgo anche quella di filosofo. Una complessità non tanto intrinseca agli argomenti trattati, quanto tutta propria del saper organizzare ed esprimere con semplicità e chiarezza tali garbugli. Ma ancora più complicato, forse, è doverli poi anche mettere in scena, mantenendo la materia viva del testo. Eppure Gabriele Lavia sembra tenere testa. Ci riesce, e il suo teatro appare efficace. Le anime degli spettatori -lo si vede sentendo il clima che c’è in platea- mescolano alla risata uno sguardo attento, riflessivo. Forse perché a Lavia preme, più di ogni altra cosa, essere chiaro; motivo per cui molto spesso dice ai suoi attori, così come diceva Marx, “saliamo al concreto”: il dovere di un regista è di farsi capire. E Gabriele Lavia si fa capire. Fin troppo bene. Così, nelle vesti di tanti piccoli uomini pacifici, anche noi restiamo, a luci accese, un po’ frastornati, scombussolati, un po’ più consapevoli. Consapevoli di quanto sia importante essere attaccati alla vita, spogli da tutto ciò che a questo sta sopra, spogli da tutto lo strato di superficie che ci portiamo addosso, e dovunque sia il puntino sul disegno del percorso del nostro breve passaggio sulla terra.

L’uomo dal fiore in bocca di Luigi Pirandello
adattamento Gabriele Lavia
con Gabriele Lavia, Michele Demaria, Barbara Alesse
regia Gabriele Lavia
Scene Alessandro Camera
Costumi Elena Bianchini
Musiche Giordano Corapi
Luci Michelangelo Vitullo
Regista Assistente Simone Faloppa