ORESTE – VALERIO BINASCO

In chiusura della stagione 2021/2022, in uno spazio quasi ultraterreno, dall’aspetto infinito, assistiamo a un esperimento (estremamente ben riuscito), intitolato Ifigenia e Oreste, scritto, diretto e interpretato da Valerio Binasco. Un adattamento quasi atemporale di due delle più grandi tragedie mai scritte, analizzate in chiave squisitamente moderna, ma pur sempre universale. Un progetto che sembra farsi pioniere, sotto ogni punto di vista, di un nuovo modo di fare teatro, di un nuovo modo di raccontare.

La storia, quella di due grandi, titaniche e coraggiose figure che parlano in nome di tutti i giovani di tutte le epoche del mondo: Ifigenia, figlia di Agamennone, sacrificata dal padre per sventare un nefasto decorso della guerra contro i troiani, e Oreste, il fratello, condannato a morte per aver vendicato la madre Clitemnestra che ha ucciso il padre Agamennone. In due diversi spettacoli, portati in scena a sere alterne e nel fine settimana in maratona, Binasco mostra le questioni che da sempre travolgono l’umanità: la sofferenza, la disperazione, lo smarrimento, la paura.

La gestione dello spazio scenico, che abita le Fonderie Limone di Moncalieri, è anch’esso innovativo: così come erano necessarie due tragedie, due catastrofi, due volti giovani per urlare la disperazione che lega l’umanità alla sua terrena sorte, quasi come una liberazione, non è più sufficiente il quotidiano modo frontale di fruire il teatro. Questa storia e questi personaggi, per poter vivere, hanno bisogno di essere visti da ogni angolazione: per questo Ifigenia e Oreste è un progetto quasi all around, che vede il pubblico disposto su due tribune che si fronteggiano, in mezzo a cui si muovono gli attori. La fruizione “bi-frontale”, “speculare” di questo spettacolo crea dei meccanismi nuovi e originali per guardare il teatro. Chi assiste ha quasi la sensazione di far parte di uno dei due eserciti che si fronteggiano, in mezzo a cui rimangono “prigionieri” di loro stessi i personaggi e la loro disperazione. È un modo di fruire il teatro che dovrebbe diventare il normale modo di fruire il teatro.

Giordana Faggiano (Elettra) e Sara Bertelà (Elena)

Il lavoro di Binasco, curato nell’adattamento insieme a Micol Jalla, ha inizio da una domanda che, probabilmente, scardina sin dal principio il normale modo di leggere le tragedie: “E se fosse una storia vera?” . Allora, come dichiara il regista, non ci sarebbero salvezze, non ci sarebbero dèi che risolvono la situazione. Ci sarebbe solo “l’uccisione gratuita, la strage”. Si apre qui il grande tema che scuote e trascina durante la visione di Oreste: Dio. A differenza dell’Ifigenia, Oreste è la storia dei figli, dell’anti-tradizione, della modernità, dell’istinto. L’Ifigenia è guidata dagli dèi: la religione è ancora presente nel dissidio interiore di Agamennone. In Oreste è passata una generazione (i cui padri, probabilmente, non sono stati di grande esempio per i figli), e le cose sono ben diverse. Valerio e Micol scrivono: “la realtà si è ridotta alla dimensione materiale, si è spogliata del carattere ideativo, religioso, immaginale che ancora permea l’Ifigenia in Aulide e che permetteva all’arte della parola di agire sulla realtà”. Si sta parlando di qualcosa che è successo oltre tremila anni fa, eppure sembra si stia parlando di oggi.

Dio è un argomento complesso nell’Oreste. Si allontana dalla visione del passato per avvicinarsi a ciò che noi oggi vediamo nella religione: spesso smarrimento, diffidenza. Elettra dice: “Conosco un modo per ottenere la salvezza”, e Pilade, in risposta, ironizza: “E come? Con l’arrivo di un dio, come a teatro?” Anche le Erinni non ci sono più: vengono solo citate. Sono il tormento che condanna Oreste alla pazzia.

Giovanni Anzaldo (Pilade), Sara Bertelà (Elena), Giovanni Drago (Oreste)

I personaggi che vediamo in scena sono soli, si mostrano in tutte le loro mille sfumature di esseri umani quali sono. Non esitano a mostrare la paura (“una donna che non piange fa paura” dice Pilade), l’odio, le lacrime; come afferma Ifigenia: Non voglio piangere, ma è l’unica arte che mi resta, quella delle lacrime”. Non si nascondono: e questo è bellissimo. “È l’atteggiamento – scrivono Valerio e Micol – con cui ci siamo accostati a queste due tragedie: mettendoci in sofferenza (em-patia)”.

Gli attori sono straordinari. La fruizione dello spettacolo è veloce, diretta e coinvolgente. Il disegno luci di Bovey, impeccabile nella sua semplicità, colora lo spettacolo di mille sfumature pur usando un semplice variare tra il bianco caldo e il bianco freddo, accentuando le scene più imponenti, più coraggiose (dove, forse, anche al pubblico serve più coraggio) con dei potenti fari da 5mila Watt, puntati di taglio sugli attori. Il pavimento azzurro restituisce un’immagine pulita, limpida del luogo, nonostante gli avvenimenti siano crudi, feroci. Ancora una volta, siamo davanti a un contrasto. Il sound design e le musiche di Paolo Spaccamonti, allo stesso modo, ci accompagnano nell’Oreste con un continuo sottofondo travolgente, ma leggero, a volte inquietante, a volte quasi alleviatore.

Nicola Pannelli (Menelao), Giovanni Drago (Oreste), Giovanni Anzaldo (Pilade), Letizia Russo (Ermione), Giordana Faggiano (Elettra)

Insomma, veniamo portati a vivere anche noi, come pubblico, nel vortice di violenza che anima Ifigenia, Oreste e Pilade, terroristi antichi ma moderni, parola su cui spesso il regista Binasco lavora. È terrorista chi agisce non in nome di una legge, ma della disperazione, dell’istinto. Avevamo già incontrato questo termine nel Sogno di una notte di mezza estate, portato in scena a dicembre 2021, sempre per la regia di Binasco. Lì Ermia (la stessa Giordana Faggiano) e Lisandro erano terroristi (così alle prove il regista li aveva definiti): scappano dai genitori, da una generazione che non li capisce, fuggono. Sembrano quasi costretti a commettere un crimine. Ora, avendo tra le mani una tragedia, i giovani il crimine lo commettono davvero: sembra un’evoluzione portata a compimento, necessaria, inevitabile.

Giordana Faggiano (Elettra), Juri Ferrini (Tindaro)

Ed ecco uno dei temi centrali, ben rappresentato dalla copertina dello spettacolo: moderna, coraggiosa, quasi inquietante. Un bambino e una bambina che si tengono la mano affacciati a una vetrata, osservando un mondo urbano, artificiale, avvolto dal cielo notturno e da un fulmine. Due bambini coraggiosamente contro il mondo. Esseri umani come i genitori, che soffrono: “che cosa devo fare?” chiede Agamennone, “che cosa avrei dovuto fare” chiede Oreste. Due generazioni vicine ma lontanissime, che si ritrovano in un mondo malato: quello della tragedia, quello dell’uomo. “La Grecia è malata” scriveva Euripide, “C’è del marcio in Danimarca” scriveva Shakespeare. Temi forti, che benissimo viviamo nell’Ifigenia e nell’Oreste: la malattia, il marcio, l’uomo.

Matteo Chenna

di Euripide
con (in ordine alfabetico) Giovanni Anzaldo, Sara Bertelà, Valerio Binasco, Giovanni Calcagno, Giovanni Drago, Giordana Faggiano, Jurij Ferrini, Nicola Pannelli, Letizia Russo, Arianna Scommegna, Matteo Leverano
regia e adattamento Valerio Binasco
scene e luci Nicolas Bovey
costumi Alessio Rosati
musiche Paolo Spaccamonti
assistente regia Giulia Odetto
assistente regia e drammaturgia Micol Jalla
assistente costumi Agnese Rabatti
Teatro Stabile Di Torino – Teatro Nazionale

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